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Niccolò Ammaniti: da aspirante biologo a scrittore di successo, Appunti di Letteratura Contemporanea

Niccolò ammaniti, uno dei più amati scrittori italiani, si racconta in un'intervista-spettacolo al festival della bellezza di verona. Dalla sua infanzia alla scelta di studiare biologia all'università, fino al suo successo letterario. Ammaniti parla dei temi principali della sua prosa, come la metamorfosi e la perdita dell'innocenza, e del rapporto tra padre e figlio nei suoi libri.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 01/03/2021

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Niccolò Ammaniti si racconta: «Sono nato dark»
Autoritratto ironico e sincero di uno dei più amati scrittori italiani dell’ultima generazione
Davanti a un pubblico attento, che sfidando la pioggia di questo giugno autunnale affolla gli spalti del teatro Romano
di Verona, Niccolò Ammaniti si racconta, mettendo a nudo se stesso ed il suo percorso di scrittore di successo. Quasi
due ore di intervista-spettacolo, condotta da Gaia Guarienti, nell’ambito del Festival della Bellezza, rassegna
organizzata dall’Associazione culturale IDEM-percorsi di relazione, che ha portato in questi giorni a Verona alcuni tra
i più noti uomini di cultura del panorama nazionale, tra scrittori, filosofi, storici dell’arte, attori, giornalisti con un
confortante successo da parte di un pubblico “affamato” di parole e pensieri in libertà.
Ecco come lo scrittore romano, autore di grandi successi editoriali, da Ti prendo e ti porto via (1999) a Io non ho
paura (2001), da Come Dio comanda (2006) al recente Anna (2015), ha parlato dei propri esordi e delle principali
tematiche della sua prosa.
Da biologo mancato a scrittore di successo
Ho scelto l’università come succede a tanti, un po’ per caso. Finito il liceo avevo le idee ancora molto confuse. Mio
padre voleva che mi iscrivessi a Economia e Commercio, perché a Roma più o meno funzionava così, quando uno
non aveva le idee chiare o faceva Legge o Economia. Mio padre era un bravo padre, molto esigente, come mio
nonno lo era stato con lui. Lui a 23 anni si era laureato, a 24 si era specializzato, a 25 aveva iniziato a lavorare, a 26 si
era sposato, a 27 aveva fatto i figli… Ma che bisogno c’è di correre in questo modo! Io amavo coltivare le mie
passioni, la lettura, la musica, lavorare la creta anche se li ritenevo degli hobby, cose poco importanti. Solo il lavoro
era una cosa seria, non ti dovevi divertire, non ti dovevi esprimere… Mi sembrava che “il bello” non dovesse avere a
che fare con la mia vita, e quindi lo tenevo da parte.
Nell’estate tra la fine del liceo e l’inizio dell’università visitando un museo di zoologia realizzai che gli animali erano
ciò che mi piaceva, pensavo che attraverso di loro avrei capito come girava il mondo.
Così mi iscrissi a Biologia. Gli studi procedevano con esiti alterni. Il punto di non ritorno fu la bocciatura all’esame di
Chimica Organica, a cui mio padre teneva molto. Non ebbi il coraggio di deluderlo e quando a casa mi chiese come
era andata, raccontai una bugia: mi diedi un bel 30, però con l’idea di ridare l’esame alla successiva sessione.
Ritentai, ma allo scritto mi bocciarono nuovamente. Tornai a casa e quella volta dissi di aver preso 28. A quel punto,
la mia carriera universitaria partì alla grande, procedevo velocissimo! Avevo imboccato sostanzialmente la grande
ossessione della mia vita: la doppia identità, una per gli altri e una nascosta, che era la mia.
Sognavo un’altra vita, e nonostante tutto coltivavo un forte senso di colpa, come se avessi ucciso qualcuno. La stessa
situazione che ho riversato nel libro Io e te, dove c’è un ragazzino i cui genitori si aspettano che lui socializzi, che
faccia amicizia, che abbia delle fidanzate, e lui, pur di farli contenti mente, dice di andare in settimana bianca ma in
realtà si nasconde dentro la cantina sotto casa. È un po’ quello che è successo a me. Ero tormentato da un proverbio:
«i nodi vengono sempre al pettine». Ma per me l’importante era che i capelli crescessero talmente veloci in modo
che i nodi non potessero mai venire al pettine.
Giunto il momento di preparare la tesi mio padre, che esercitava la professione di psicologo, si offrì di ospitarmi nel
suo studio per farmi lavorare in tranquillità. Per ingannare le ore in quei lunghi pomeriggi oziosi iniziai a scrivere un
racconto (Branchie, 1994 n.d.r.): parlava di uno che stava male, che aveva un cancro terminale e pochi mesi di vita, e
che, disperato, corteggiava una donna che era solito frequentare di notte a Roma, ma che scopriva essere la morte.
Una storia veramente orrenda, tristissima, nel quale avevo però riversato tutte le mie passioni, il senso dell’assurdo,
la musica, l’India, i pesci …
Il caso volle che un mio vecchio amico che lavorava nella casa editrice Ediesse fosse alla disperata ricerca di romanzi
di autori esordienti per una nuova collana. Gli diedi la prima parte del mio libro. Pochi giorni dopo mi chiamò
dicendomi che se lo avessi finito, l’avrebbe pubblicato. Gli era piaciuto veramente.
Fu a quel punto che i famosi nodi vennero al pettine e mio padre scoprì la verità. Speravo di rabbonirlo con la notizia
della pubblicazione del mio primo romanzo, ma lui mi mostrò la porta. Fu così che uscii definitivamente da casa, la
vita mi si aprì proprio nel momento in cui rivelai la verità.
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Niccolò Ammaniti si racconta: «Sono nato dark»

Autoritratto ironico e sincero di uno dei più amati scrittori italiani dell’ultima generazione Davanti a un pubblico attento, che sfidando la pioggia di questo giugno autunnale affolla gli spalti del teatro Romano di Verona, Niccolò Ammaniti si racconta, mettendo a nudo se stesso ed il suo percorso di scrittore di successo. Quasi due ore di intervista-spettacolo, condotta da Gaia Guarienti, nell’ambito del Festival della Bellezza, rassegna organizzata dall’Associazione culturale IDEM-percorsi di relazione, che ha portato in questi giorni a Verona alcuni tra i più noti uomini di cultura del panorama nazionale, tra scrittori, filosofi, storici dell’arte, attori, giornalisti con un confortante successo da parte di un pubblico “affamato” di parole e pensieri in libertà. Ecco come lo scrittore romano, autore di grandi successi editoriali, da Ti prendo e ti porto via (1999) a Io non ho paura (2001), da Come Dio comanda (2006) al recente Anna (2015), ha parlato dei propri esordi e delle principali tematiche della sua prosa. Da biologo mancato a scrittore di successo Ho scelto l’università come succede a tanti, un po’ per caso. Finito il liceo avevo le idee ancora molto confuse. Mio padre voleva che mi iscrivessi a Economia e Commercio, perché a Roma più o meno funzionava così, quando uno non aveva le idee chiare o faceva Legge o Economia. Mio padre era un bravo padre, molto esigente, come mio nonno lo era stato con lui. Lui a 23 anni si era laureato, a 24 si era specializzato, a 25 aveva iniziato a lavorare, a 26 si era sposato, a 27 aveva fatto i figli… Ma che bisogno c’è di correre in questo modo! Io amavo coltivare le mie passioni, la lettura, la musica, lavorare la creta anche se li ritenevo degli hobby, cose poco importanti. Solo il lavoro era una cosa seria, non ti dovevi divertire, non ti dovevi esprimere… Mi sembrava che “il bello” non dovesse avere a che fare con la mia vita, e quindi lo tenevo da parte. Nell’estate tra la fine del liceo e l’inizio dell’università visitando un museo di zoologia realizzai che gli animali erano ciò che mi piaceva, pensavo che attraverso di loro avrei capito come girava il mondo. Così mi iscrissi a Biologia. Gli studi procedevano con esiti alterni. Il punto di non ritorno fu la bocciatura all’esame di Chimica Organica, a cui mio padre teneva molto. Non ebbi il coraggio di deluderlo e quando a casa mi chiese come era andata, raccontai una bugia: mi diedi un bel 30, però con l’idea di ridare l’esame alla successiva sessione. Ritentai, ma allo scritto mi bocciarono nuovamente. Tornai a casa e quella volta dissi di aver preso 28. A quel punto, la mia carriera universitaria partì alla grande, procedevo velocissimo! Avevo imboccato sostanzialmente la grande ossessione della mia vita: la doppia identità, una per gli altri e una nascosta, che era la mia. Sognavo un’altra vita, e nonostante tutto coltivavo un forte senso di colpa, come se avessi ucciso qualcuno. La stessa situazione che ho riversato nel libro Io e te, dove c’è un ragazzino i cui genitori si aspettano che lui socializzi, che faccia amicizia, che abbia delle fidanzate, e lui, pur di farli contenti mente, dice di andare in settimana bianca ma in realtà si nasconde dentro la cantina sotto casa. È un po’ quello che è successo a me. Ero tormentato da un proverbio: «i nodi vengono sempre al pettine». Ma per me l’importante era che i capelli crescessero talmente veloci in modo che i nodi non potessero mai venire al pettine. Giunto il momento di preparare la tesi mio padre, che esercitava la professione di psicologo, si offrì di ospitarmi nel suo studio per farmi lavorare in tranquillità. Per ingannare le ore in quei lunghi pomeriggi oziosi iniziai a scrivere un racconto (Branchie, 1994 n.d.r.): parlava di uno che stava male, che aveva un cancro terminale e pochi mesi di vita, e che, disperato, corteggiava una donna che era solito frequentare di notte a Roma, ma che scopriva essere la morte. Una storia veramente orrenda, tristissima, nel quale avevo però riversato tutte le mie passioni, il senso dell’assurdo, la musica, l’India, i pesci … Il caso volle che un mio vecchio amico che lavorava nella casa editrice Ediesse fosse alla disperata ricerca di romanzi di autori esordienti per una nuova collana. Gli diedi la prima parte del mio libro. Pochi giorni dopo mi chiamò dicendomi che se lo avessi finito, l’avrebbe pubblicato. Gli era piaciuto veramente. Fu a quel punto che i famosi nodi vennero al pettine e mio padre scoprì la verità. Speravo di rabbonirlo con la notizia della pubblicazione del mio primo romanzo, ma lui mi mostrò la porta. Fu così che uscii definitivamente da casa, la vita mi si aprì proprio nel momento in cui rivelai la verità.

La passione per l’horror Sono nato dark. Fin da ragazzino ho sempre cercato il macabro, mi piacevano le ossa, gli animali morti, i cimiteri. Inoltre, mi chiedevo perché gli UFO atterrassero sempre in America e mai a Villa Ada. Perché gli zombie invadessero solo i loro supermercati e alla Despar mai nulla. I serial killer made in USA facevano cose stranissime, mentre dai noi erano sempre dei disgraziati che ammazzavano la loro famiglia. Mi dispiaceva che quella mitologia non ci appartenesse, che venisse attribuita a una letteratura “altra”, che venisse considerata un’americanata. Certo, se mi metti gli zombie americani in Italia non funzionano, devono essere loro stessi italiani! Ai Parioli, dove vivevo, c’erano veramente dei personaggi molto inquietanti, tipo picchiatori fascisti tremendi… Potevano essere sicuramente simili ai cattivi del Texas. Allora pensai: perché non fare una sinergia? Il tema ricorrente del corpo In generale, ciò che mi ha sempre interessato sono le metamorfosi, come quella di cui scrive Franz Kafka… Mi ha sempre attratto tutto ciò che riguarda l’evoluzione del feto per esempio. È incredibile come l’uovo fecondato diventi una morula, poi una blastula, e ad un certo punto incominci ad assomigliare a un pesciolino con tanto di branchie, poi si piega, spunta una piccola testa, sembra quasi un anfibio, cominciano a comparire le prime vertebre e alla fine diventa, appunto, un uomo in embrione. In qualche modo l’evoluzione del feto sembra ripercorrere l’evoluzione della vita sulla Terra. Questa cosa mi ha sempre colpito molto! Questa continua trasformazione che ci fa crescere, che ogni giorno ci porta ad essere qualcosa di diverso, e che coinvolge non solo il corpo ma anche la psiche soprattutto nell’adolescenza. Siamo proprio come un girino che si trova ancora ad avere la coda, le branchie, ma che, allo stesso tempo, inizia ad avere i polmoni, le zampe… Io non ho paura Io non ho paura è stato un libro strano. Quando firmai il contratto con la Mondadori ebbi una crisi pazzesca, non mi sentivo pronto. Alla fine riuscii a scrivere con grande fatica Ti prendo e ti porto via, che andò bene. Ma ero stanco, volevo assolutamente provare qualcosa di diverso, volevo scrivere in prima persona nonostante non mi fosse mai piaciuto che si sentisse troppo la voce dello scrittore, forse per una forma di pudore. Viaggiando in solitario per la campagna pugliese mi ritrovai in una zona di solo grano, una specie di mare di spighe che salivano in grandi onde, con pochissime case e alberi. Erano luoghi abbandonati, lì vicino tutti erano finiti allo stabilimento della FIAT a Melfi. Ricordavo che al sud per il caldo i contadini lavoravano la notte e di giorno stavano chiusi in casa. Provai ad immaginare i bambini: erano i più liberi del mondo. Ma che cosa potevano fare dato che anche giocare con quel caldo doveva essere stancante? Da questa sensazione si è sviluppata la trama del libro, ambientato nel ’78. Cosa succedeva in Italia in quegli anni? Pensai ai rapimenti, ai tanti sequestri di figli di industriali del nord che venivano portati al sud, magari in Sardegna. Ma se il figlio del rapitore avesse scoperto un bambino della sua età? Provando ad entrare con la mia memoria di bambino nella storia ecco scatenarsi lo scontro generazionale dell’adolescenza. Prima accetti tutto ciò che fanno i tuoi genitori, ma se poi scopri che fanno qualcosa di male, sei realmente in grado di prendere delle decisioni autonome? Sei in grado di costruirti una morale che collide con quella famigliare che da bambino hai accettato come si accetta la fede per gli dei? Quando il libro è uscito è stato un grande successo, un successo arrivato anche abbastanza presto e che mi ha tranquillizzato: allora forse una cosa la sapevo fare. La perdita dell’innocenza Nei miei libri c’è qualcosa che tutti abbiamo vissuto da bambini. L’adolescenza è uno strano periodo, è unico, perché ti ritrovi a cambiare il tuo modo di essere, non solo fisicamente, ma anche mentalmente. Il liceo, poi, è una strana società, dove si ritrovano a convivere bambini di 13 anni e diciottenni con la barba: sono esseri con esigenze e passioni completamente diverse. È un mondo violento, dove iniziano a contare quanti soldi hai, di chi sei figlio, se sei bello o brutto. Con l’adolescenza arriva la scoperta dello specchio, ci guardiamo e cerchiamo di capire come siamo rispetto agli altri. Per entrare in questa società gerarchizzata devi superare il lutto dell’infanzia, il luogo del gioco e della narrazione del mondo. Prima uccidi il bambino che è in te e prima ti integri nella nuova società degli adulti. L’adolescenza è quindi il periodo più interessante da raccontare, proprio perché a volte abbiamo grandi slanci di

male, la violenza, l’odio. La letteratura ci racconta molto di più di queste persone di quanto facciano psicologi, sociologi, criminologi. La letteratura ci conduce al loro dolore, al loro passato, alle loro frustrazioni, e ci fa capire che in fondo c’è comunque qualcosa che ci accomuna.