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normalità devianza, tesina, Appunti di Sociologia

bauman "vite di scarto" e garland "la cultura del controllo"

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 15/06/2020

noemi.lazzi
noemi.lazzi 🇮🇹

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DEVIANZA- LA PARTE ESCLUSA DELLA
SOCIETÁ
UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI PARMA
Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative-
Sociologia dei processi culturali e comunicativi
Massari Matilde matricola n. 311377
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DEVIANZA- LA PARTE ESCLUSA DELLA

SOCIETÁ

UNIVERSITÁ DEGLI STUDI DI PARMA

Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative-

Sociologia dei processi culturali e comunicativi

Massari Matilde matricola n. 311377

Normalità e devianza, due termini opposti che combaciano nella realtà, questa dicotomia tratta di tematiche molto sensibili che portano le persone ad aprire gli occhi, mettendo in discussione l’intero ordine della nostra società. Zygmunt Bauman pubblica nel 2004 un saggio molto importante intitolato “Vite di scarto” nel quale descrive come il mondo moderno sia alla continua ricerca del nuovo, questo però implica uno scarto. Il sociologo polacco scrive, nel suo primo capitolo, di come il mondo umano sia saturo di “Sollen”, nonché “Dover essere”: in ogni uomo brucia un impulso connaturato a realizzarsi, questo crea un soprannumero di persone disoccupate e non necessarie per la società; essere in esubero significa essere eliminabili. L’autore, inoltre, mette a confronto l’attività agricola, che produce frutti solamente con tempo e costanza, la quale rappresenta una sorta di continuità, dove la nascita e la crescita implicano una non-perdita, un recupero continuo, una riasserzione e riaffermazione dell’essere, all’attività di estrazione dei minerali che, al contrario, diventa epitome di rottura e discontinuità. Nulla di nuovo può nascere se qualcosa non viene scartato o distrutto, la nascita del nuovo implica la morte del vecchio e ciò che ora è nuovo lascerà un giorno il posto a qualcosa di ancora più nuovo. Seguendo questa logica a senso unico è inevitabile produrre rifiuti. Questi ultimi creano un problema per la società, poiché devono essere sfamati pur non compiendo un ruolo importante nella comunità. Questi tipi di rifiuti sono anche classificati, secondo Bauman, come “vite di scarto”: il sociologo utilizza la metafora del mondo come un mezzo in movimento che compie dei balzi e molti dei passeggeri, non sopportando la velocità, cadono dal veicolo in accelerazione, intanto, coloro che ancora non sono a bordo non riescono a prendere la rincorsa e a raggiungere il veicolo e a

posto alla popolazione europea in eccesso, oppure l’atto del generale Roca, responsabile del famigerato episodio della storia argentina, che va sotto appellativo di “ conquista del deserto”, ma che in realtà fu la “pulizia etnica” delle pampas dagli indios che le popolavano; sono trascorsi molti anni, ma i punti di vista non sono cambiati. La sovrappopolazione è un’invenzione degli statistici: << un nome in codice che designa la comparsa di un grande numero di persone le quali, invece di contribuire al funzionamento senza intoppi dell’economia, rendono molto più difficile il ragionamento, per non dire l’aumento, dei parametri in base ai quali se ne misura e se ne valuta il buon funzionamento…>>. Secondo Bauman le persone “in esubero”, nella società del consumismo, non sono altro che consumatori difettosi , essi sono alcuni delle tante varietà di rifiuti umani, sono vittime collaterali non intenzionali e non pianificate del progresso economico. Lo studioso Stefan Czarnowski definisce gli emarginati con il termine “Declasses”, ovvero, privi di uno stato sociale definito infatti, la società organizzata li tratta come intrusi, li accusa di pretese ingiustificate, spesso di ogni sorta di malvagità, sempre al limite della criminalità, di nutrirsi del corpo della società come fanno i parassiti. Questo pensiero nacque all’inizio degli anni Settanta del XX secolo, quando in Francia un’improvvisa ondata di panico per l’incolumità personale si è riversata contro la criminalità che, a detta di alcuni, pullulava nelle banlieues , luogo in cui risiedevano gli immigrati, non tardò molto a nascere l’idea che essi fossero un problema per la sicurezza della società. Infatti, questo nuovo tipo di emarginato era un comodo bersaglio alternativo per le apprensioni nate dalla improvvisa precarietà delle condizioni sociali del tempo: erano, quindi, un vero e proprio capro espiatorio sul quale riversare rabbia e ansia. Le immagini

dell’“altro”, del “diverso” e dello “straniero” sono solo nuove forme di valvole di sfogo che fungono da “assorbi- timori” infatti, in passato i mostri e i demoni erano gli artefici delle insicurezze e delle paure. I governi nazionali, spogliati del loro potere dalla globalizzazione che li ha resi ormai governi locali, cercano sfere di interesse sulle quali poter ancora agire, un ultimo tentativo di dimostrare alla comunità che hanno, al momento, un certo potere: gli immigrati sembrano incarnare perfettamente il ruolo di bersagli politici, poiché indifesi e perché l’affinità “immigrato-terrorista” pare funzionare molto bene. Infatti, molti politici sfruttano l’impotenza di questi esclusi per le loro campagne elettorali: essi vengono definiti come “ladri di lavoro” quando in realtà nessuna persona che rientra nel nuovo ordine sarebbe mai disposta a compiere un mestiere cosi denigratorio. A questo punto è necessario constatare che sia i migranti per motivi economici sia i richiedenti asilo rappresentano gli “scarti umani” indipendentemente da quale delle due figure viene utilizzata per far suscitare rabbia, l’oggetto del rancore rimane lo stesso; resta, quindi, uguale lo scopo dell’operazione: rafforzare i muri che dividono il “dentro” dal “fuori”. L’unica differenza fra i due tipi è che i primi sono il prodotto di fasi successive della meticolosa opera di progettare e costruire ordine, mentre i secondi sono un prodotto collaterale della modernizzazione economica che ha ormai abbracciato la totalità del pianeta. Le origini di entrambe le categorie di scarti umani sono globali, anche se in assenza di istituzioni capaci di risolvere il problema alla radice è normale che vi sia una disperata ricerca di un metodo per lo smaltimento o per il riciclaggio dei rifiuti. I rifugiati, gli sfollati, però, possono rendersi utili per far sì che il mondo continui ad andare normalmente: le scorie industriali “tradizionali”, le quali hanno accompagnato fino dall’inizio la produzione moderna, hanno bisogno di essere smaltite, esse si stanno

le terre che un tempo erano considerate disabitate ora sono sature: è necessario che i rifiuti vengano smaltiti o riciclati; questo problema porta alla crisi dell’industria di scarto: ora che il volume dei rifiuti umani supera la capacità operativa esistente , sembra plausibile che la modernità ormai planetaria possa soffocare mangiando i suoi stessi prodotti di scarto. Una delle conseguenze della nuova saturazione del pianeta è l’ostruzione degli sbocchi, ossia la sparizione dei i territori disabitati o di nessuno, infatti per gli esseri umani che si stanno modernizzando non resta che cercare una soluzione locale ad un problema le cui cause sono globali: gli ultimi arrivati della società sono quindi costretti a compiere una specie di colonialismo di quartiere. Un altro esempio di soluzione locale ad un problema globale da parte dei governatori statali è il rimpatrio dei profughi nei loro paesi d’origine, utilizzando come scusa l’esistenza di “rifugi sicuri” i quali dovrebbero dar agli immigrati un senso di sicurezza, quando in realtà sono solo una maniera per diminuire il numero della popolazione in eccesso. I rifiuti che, invece, non riescono ad essere smaltiti, devono essere riciclati, quindi è necessario includerli nella società in modo tale da essere utili” socialmente”. Nonostante ciò essi non possono vivere assieme agli uomini modernizzati, poiché sono considerati come un ostacolo e un fastidio, essi non riusciranno mai ad uscire dalla loro situazione di “scarto umano”: dal loro attuale luogo di soggiorno, la discarica, non c’è via d’uscita. Bauman cita nel suo saggio “Essere profugo una volta è come esserlo per sempre. Tutte le strade che riconducono al paradiso domestico perduto sono state interrotte, e tutte le uscite dal purgatorio del campo conducono all’inferno.”. Per questo motivo, i rifiuti umani devono essere contenuti, vengono, quindi, creati i ghetti e gli iperghetti i quali posso essere culturali o etnici: i primi sono

istituzioni antiche, serviti alla “stratificazione composita” per casta o per classe. Essi possono essere volontari o involontari, l’unica differenza tra i due tipi è da quale parte il confine tra loro e la società è rivolto, cioè se gli ostacoli sono riposti all’ingresso oppure all’uscita. I ghetti sono minisocietà, ossia repliche in miniatura di tutte le principali istituzioni che servono le esigenze quotidiane e le occupazioni di chi abita fuori dal confine del ghetto, inoltre forniscono ai loro residenti un grado di sicurezza, ossia la sensazione di essere a casa propria. Gli iperghetti, invece, rappresentano un meccanismo di segregazione sociale, i suoi abitanti non possono crearsi da soli un impiego economico o politico sostitutivo per rimpiazzare la società che li ha negati, per esempio il ghetto nero americano è una vera e propria discarica monouso << un magazzino umano in cui vengono considerati derelitti, indecorosi e pericolosi. >>. Gli abitanti di questi quartieri sono costretti a ricorre alla criminalità, poiché non hanno nessun altro modo per sussistere, essi sono gli emarginati, gli esclusi della società e di conseguenza non hanno accesso ai beni di prima necessità. Si crea un circolo vizioso: i politici sfruttano la loro situazione sociale per utilizzarli come protagonisti delle loro campagne elettorali, incutendo paura e timore nelle menti degli uomini ricchi, questi ultimi pretendono dallo stato una forma di protezione, in questo modo nascono le politiche di sicurezza o anche conosciute come politica del controllo. Il sociologo David W. Garland, nel suo saggio “La cultura del controllo. Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo”, tratta di un tema molto importante: il cambiamento nella politica penale degli Stati Uniti e della Gran Bretagna e del declino dell’ideale riabilitativo.

disuguaglianza. Il modello risalente al XIX secolo si basava su due assiomi: la riforma sociale, che con il tempo insieme al benessere economico avrebbe portato a una riduzione di tassi di criminalità, e che lo stato è responsabile tanto della cura dei delinquenti quanto della loro punizione e del loro controllo. Il secondo metodo del controllo della criminalità è quello giudiziario: quest’ultimo si è sviluppato all’inizio degli anni Settanta del XX secolo, quando negli USA si contavano numerosissime pubblicazioni che analizzavano i danni prodotti dall’ assistenzialismo penale, questo cambiamento è stato dovuto alle trasformazioni sociali ed economiche del mondo occidentale, alla crisi del Welfare State, il quale dopo la nascita dei timori e delle insicurezze venne messo in dubbio. Inoltre, uno dei cambiamenti sociali più evidenti è stata la democratizzazione della vita sociale e culturale: gli individui sono sempre più intolleranti alle restrizioni imposte dai codici morali assoluti, e incoraggiati a proseguire l’espressione individuale e della gratificazione che la società consumistica mostrava possibile a tutti. Le identità erano costruite sul possesso del bene e sugli stili di vita che univano differentemente le persone, assoggettandole a nuove regole sociali ed escludendo i poveri e i gruppi marginali. Questi ultimi erano, e sono ancora, bersagli per i politici della nuova destra, essi vengono colpevolizzati di aver rovinato la socialità con la criminalità. C’è da dire, però, che il sistema della giustizia penale si basa molto sulla politica dell’ acting out , ovvero ascoltare la voce del popolo per poi prendere una decisione sulla pena giudiziaria. Il politico indirizza le sue scelte sul campo del controllo in base all’effetto che fa sul pubblico ed altre considerazioni di ordine politico, ciò significa che ai tempi d’oggi, l’opinione pubblica è molto importante per la decisione finale del giudice. Purtroppo, la voce del popolo

non viene sempre presa in considerazione, ovviamente dipende dallo stato sociale e dall’ etnicità della vittima, nel caso in cui quest’ultima facesse parte degli emarginati della società, la voce del popolo non sarebbe importante, poiché secondo il governo repubblicano quella persona non è parte integrante della società. Per quanto riguarda il carcere invece, sia Bauman che Garland sostengono che l’istituzione debba avere l’intenzione di “riabilitare”, “riformare” e “rieducare” tuttavia, nell’epoca moderna le carceri hanno ben altra funzione: le autorità carcerarie ora svolgono un ruolo prevalentemente di custodia, di controllo e di monitoraggio più che di rieducazione. Inoltre, gli interventi rieducativi si basano sul controllo, più che sull’aiuto, e sono visti come trattamenti che vanno a beneficio della vittima futura, anziché a vantaggio del reo; la riabilitazione è considerata come un investimento non più come un diritto garantito, ad esempio la probation è stata convertita in una sanzione obbligatoria, mentre tradizionalmente si trattava di un provvedimento volontario che sostituiva la condanna volta ad assistere, consigliare ed aiutare. Il carcere oggi è, quindi, concepito come uno strumento di controllo ed esclusione: quando il detenuto esce dal penitenziario ha pochissime possibilità di rientrare nella società, egli verrà sempre etichettato come deviato, aggiungendolo così all’infinita lista degli scarti umani. In entrambe le opere qui analizzate si può notare il disagio provato dagli autori nei confronti del mondo moderno, il quale continua a scartare e a punire gli emarginati della società; a questo punto sorge spontaneo il dubbio: siamo noi, i consumatori, i veri parassiti? È stata colpa dei nostri stili di vita se il mondo ora è diviso in due sfere: normalità e devianza? Come si può classificare chi è