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sintesi della trilogia orestea
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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AGAMENNONE : L’Agamennone si apre in un clima di attesa e di angoscia. Siamo davanti alla reggia degli Atridi, ad Argo, e una guardia veglia sul tetto da molto tempo, aspettando il segnale che annunci la fine della guerra di Troia. Non è un’attesa serena: la guardia parla di stanchezza, paura, silenzi pesanti, e lascia capire che in quella casa c’è qualcosa che non va, qualcosa che non si può dire apertamente. Quando finalmente vede il fuoco che annuncia la vittoria, esplode di gioia, ma la sua gioia è subito velata dal timore di ciò che accadrà al ritorno del re.Subito dopo entra in scena il coro, formato da vecchi cittadini di Argo, che non sono andati in guerra. Il loro compito non è raccontare i fatti in modo neutro, ma riflettere su ciò che è accaduto e sulle sue conseguenze. Ripercorrono l’inizio della spedizione contro Troia e ricordano un presagio terribile: due uccelli che sbranano una lepre incinta. Questo segno annuncia sì la vittoria, ma anche una colpa gravissima che attirerà l’ira degli dèi.Ed è qui che il coro racconta l’evento più importante di tutta la trilogia: il sacrificio della figlia di Agamennone. Per partire alla guerra, il re aveva bisogno di venti favorevoli, ma la dea Artemide li aveva bloccati. L’unico modo per placarla era uccidere la propria figlia. Agamennone si trova davanti a una scelta impossibile: o rinunciare alla guerra e tradire l’esercito, o uccidere sua figlia. Alla fine sceglie il potere e la guerra, e la ragazza viene sacrificata come un animale sull’altare. Da questo momento nasce la vera tragedia: la violenza entra definitivamente nella casa degli Atridi.Dopo questo lungo ricordo, entra in scena la moglie di Agamennone. Lei annuncia con assoluta sicurezza che Troia è caduta e spiega come la notizia sia arrivata grazie a una catena di fuochi accesi di monte in monte. È lucida, controllata, dominante: non è la moglie che aspetta, ma una donna che governa. Descrive la distruzione di Troia, ma avverte anche che i vincitori devono stare attenti a non commettere empietà, perché la punizione degli dèi arriva sempre.Il coro, rimasto solo, riflette sul senso della guerra. Capisce che la rovina non nasce mai all’improvviso, ma è sempre il risultato di una colpa precedente. La guerra di Troia è stata provocata da un torto, ma ora sta generando nuovi torti e nuovo dolore. È il meccanismo della violenza che si autoalimenta.Arriva poi un messaggero dall’esercito, che conferma la vittoria ma racconta anche le sofferenze indicibili dei soldati: fame, tempeste, morti. La vittoria non appare come un trionfo limpido, ma come qualcosa di macchiato dal dolore. Inoltre si diffonde una notizia inquietante: il fratello di Agamennone è disperso in mare. Ancora una volta, la felicità è incompleta. Quando finalmente Agamennone entra in scena, lo fa da vincitore, accompagnato da una donna troiana ridotta in schiavitù, Cassandra. La moglie lo accoglie con un discorso solenne, pieno di parole d’amore e di fedeltà, ma in realtà è un discorso falso. Lo convince a entrare nel palazzo camminando su tappeti di porpora, un gesto che equivale a comportarsi come un dio. Agamennone inizialmente esita, perché capisce che è un atto pericoloso, ma alla fine cede. In quel momento, senza saperlo, sta entrando nella sua condanna. Il coro avverte che qualcosa di terribile sta per accadere. Non sa cosa, ma sente che la ricchezza e la gloria appena conquistate stanno per trasformarsi in rovina. Rimasta sola, Cassandra inizia a parlare. È una figura tragica potentissima: vede tutto, capisce tutto, ma nessuno le crede. Racconta i delitti passati della famiglia, annuncia la morte di Agamennone e la propria, e spiega che il suo dono profetico è anche una maledizione. Sa che sta andando incontro alla morte, ma entra comunque nel palazzo, accettando il destino. Dall’interno del palazzo si sentono improvvisamente le urla di Agamennone: è stato colpito a morte. Subito dopo esce Clitennestra, tenendo in mano l’arma del delitto. Non nega nulla, anzi rivendica apertamente ciò che ha fatto: dice di aver ucciso il marito come vendetta per la figlia sacrificata, presentando l’omicidio come un atto di giustizia e non come un crimine. Secondo lei, il sangue di Agamennone era dovuto, perché era stato lui per primo a macchiare la casa con un delitto contro natura. A questo punto entra in scena anche Egisto, l’uomo che governa con lei. Egisto non è un semplice alleato occasionale: appartiene anch’egli alla lunga catena di odi che attraversa la famiglia degli Atridi. È il figlio di Tieste, l’uomo che in passato era stato atrocemente umiliato dal padre di Agamennone, costretto a mangiare i propri figli senza saperlo. Egisto si presenta quindi come vendicatore di un’antica offesa familiare e dichiara che l’uccisione di Agamennone è anche la sua vendetta. Il coro reagisce con durezza: condanna Egisto come vile e opportunista e guarda con orrore al nuovo potere che si è instaurato ad Argo. Tuttavia capisce che la questione non è affatto chiusa. L’assassinio di Agamennone, giustificato come vendetta, non ha riportato equilibrio, ma ha soltanto aggiunto un nuovo delitto alla catena. Per questo, nel finale, viene evocata la figura del figlio di Agamennone, destinato a tornare per vendicare il padre. La tragedia si chiude così, senza pace e senza soluzione: la giustizia continua a coincidere con la vendetta, e il sangue versato chiama altro sangue. È chiaro che, finché si resta dentro questa logica, la violenza non potrà mai finire. LE COEFORE Le Coefore si aprono molti anni dopo l’uccisione di Agamennone. La scena iniziale non è più il palazzo, ma la tomba di Agamennone, e questo è molto significativo: la tragedia non riguarda più il potere, ma il debito di sangue lasciato irrisolto. Arriva sulla scena Oreste, il figlio di Agamennone e Clitennestra. Oreste non è cresciuto ad Argo: da bambino era stato mandato via per salvarlo dalla vendetta della madre e di Egisto, che dopo l’omicidio del re avevano preso il potere. Ora Oreste torna di nascosto, perché sente che è arrivato il momento di affrontare ciò che è stato fatto. Davanti alla tomba del padre, Oreste compie gesti rituali: versa libagioni, prega e depone una ciocca dei suoi capelli. Non è solo un gesto affettivo: è un atto che serve a richiamare il padre morto come forza
che spinge alla vendetta. Poco dopo arrivano le coefore, cioè le donne incaricate di portare offerte funebri. Sono state mandate da Clitennestra, turbata da sogni angosciosi che la fanno temere una punizione. Tra queste donne c’è Elettra, la figlia di Agamennone e Clitennestra, sorella di Oreste. Elettra vive nel palazzo, ma in una condizione di umiliazione: è trattata come una serva dai due usurpatori. Elettra nota i segni sulla tomba – la ciocca di capelli, le impronte – e capisce che Oreste è tornato. Quando i due fratelli si incontrano, la scena non è sentimentale, ma carica di tensione: entrambi sanno che il loro ricongiungimento non porta consolazione, ma azione violenta.Davanti alla tomba del padre, Oreste ed Elettra chiariscono il punto centrale della tragedia. Oreste spiega di essere tornato perché Apollo glielo ha ordinato: deve vendicare Agamennone uccidendo i suoi assassini, cioè Clitennestra ed Egisto. Se non obbedirà al dio, sarà colpito da una punizione terribile. Qui emerge il nodo tragico: qualunque scelta è colpevole. Uccidere la madre è un delitto mostruoso, ma disobbedire a un ordine divino lo è altrettanto.Dopo questa decisione, la tragedia cambia tono. Il lamento lascia spazio alla preparazione della vendetta. Oreste ed Elettra elaborano un piano preciso: Oreste entrerà nel palazzo fingendosi uno straniero e porterà la falsa notizia della propria morte. In questo modo potrà avvicinarsi senza destare sospetti. Il piano riesce. Egisto viene attirato fuori dal palazzo e Oreste lo uccide. Questa morte è rapida e quasi marginale: Eschilo vuole far capire che Egisto, pur colpevole, non è il centro del dramma.Il vero momento tragico arriva subito dopo, quando Oreste si trova davanti a Clitennestra, sua madre. Qui la tragedia rallenta e si concentra tutta nel dialogo. Clitennestra cerca di salvarsi appellandosi al legame di sangue: ricorda di averlo partorito, di averlo nutrito, di essere sua madre. Per un attimo Oreste vacilla: il conflitto interiore è fortissimo. Ma alla fine Oreste decide di obbedire all’ordine di Apollo e uccide anche Clitennestra. Il matricidio è compiuto. Subito dopo l’uccisione, però, non c’è alcuna liberazione. Oreste inizia a vedere le Erinni, le divinità della vendetta del sangue, che perseguitano chi si macchia di colpe familiari. Nessun altro le vede: sono il segno che la colpa non è stata cancellata, ma si è solo trasformata. La tragedia si chiude con Oreste sconvolto, costretto a fuggire. Ha vendicato il padre, ma ha compiuto il delitto più terribile possibile. La catena della violenza non si è spezzata: ora il problema non è più la vendetta, ma come giudicare ciò che Oreste ha fatto. LE EUMENIDI Le Eumenidi si aprono in un clima radicalmente diverso rispetto alle tragedie precedenti, ma portano con sé tutto il peso del sangue già versato. Oreste, dopo aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare il padre Agamennone, non ha trovato pace: il matricidio, pur compiuto per obbedire a un ordine divino, lo ha reso preda delle Erinni, le antiche divinità della vendetta del sangue familiare. Non sono figure simboliche o astratte, ma presenze reali, terribili, che incarnano una giustizia arcaica e implacabile. La tragedia si apre nel santuario di Apollo a Delfi. Oreste vi è giunto come supplice, perché è stato proprio Apollo a imporgli la vendetta e ora il dio deve assumersi la responsabilità della sua protezione. Nel tempio, le Erinni dormono, sfinite dall’inseguimento: il loro sonno è inquietante, perché non è pace, ma solo una tregua momentanea. Apollo interviene con decisione, le scaccia e ribadisce che Oreste ha agito secondo la sua volontà. Tuttavia, Apollo stesso riconosce che il conflitto non può essere risolto da lui: la colpa del matricidio è troppo grave per essere cancellata con un semplice atto di forza divina. Per questo motivo, Apollo invia Oreste ad Atene, affidandolo alla dea Atena. Le Erinni lo seguono, perché per loro non esiste attenuante possibile: il sangue della madre grida vendetta e deve essere lavato con altro sangue. Quando Oreste giunge ad Atene, si rifugia come supplice presso il tempio di Atena, dichiarando apertamente la propria colpa, ma anche la necessità di essere giudicato. Atena comprende immediatamente la portata del problema. Non si tratta solo del destino di Oreste, ma di una questione che riguarda