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Pagine in causa, Dispense di Diritto

Libro beneduce

Tipologia: Dispense

2015/2016

Caricato il 02/03/2016

perla8726
perla8726 🇮🇹

4.5

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7 documenti

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PAGINE IN CAUSA
Anatomia del diario di un giudice.
DANTE TROISI.
Nato nel 1920 a Tufo, provincia di Avellino, compie gli studi classici a Parma. Si è laureato
in giurisprudenza all'Università di Bari, subito prima di partire volontario per la guerra. Destinato in Africa, fu in Libia e
in Tunisia, dove fu fatto prigioniero nel 1943: trasferito negli Usa, vi restò fino al 1946, rinchiuso nel campo di
concentramento di Hereford, in Texas. Dal 1947 sino al 1974 fu magistrato prima a Cassino e quindi a Roma. Un
mestiere e un'esperienza che lo segnarono profondamente e costituirono spesso l'argomento dei suoi libri, a
cominciare da quel Diario di un giudice, uscito nel 1955 prima su «Il Mondo» di Mario Pannunzio e poi nello stesso
anno nei «gettoni» di Einaudi (ideati da Elio Vittorini): scritti che suscitarono tanto scandalo e gli valsero, nonostante
la difesa appassionata di Alessandro Galante Garrone, una censura disciplinare per offesa alla magistratura. Il suo
debutto era comunque avvenuto 4 anni prima con L'ulivo nella sabbia, più legato al mondo contadino delle sue origini.
Troisi è stato due volte selezionato nella cinquina del premio Campiello, con I bianchi e neri (uscito
per Laterza nel 1965) e con il suo ultimo romanzo L'inquisitore dell'interno 16(edito a Pordenone nel 1986).
Con L'odore dei cattolici (1963), che fu tra i finalisti del Premio Strega, vinse invece il Premio di Chianciano. Tra gli altri
suoi libri si ricordano Voci di Vallea, uscito per Rizzoli nel 1969, La Sopravvivenza edita da Rusconi nel 1981 e alcuni
testi teatrali pubblicati nel '72.
Come possiamo leggere dalla copertina del libro, il titolo enuncia PAGINE IN CAUSA Anatomia del diario di un
giudice è, per l’appunto, “il diario di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della sua
professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine
che lo logora fino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria
amministrazione”. Queste righe mi sembrano così calzanti che potrei anche finire qui questo pensiero, ma aggiungo
qualche altra mia impressione. L’autore, Dante Troisi, fu di professione magistrato, dopo essere stato prigioniero di
guerra per alcuni anni, e in questo testo sono evocate le sue esperienze in veste di giudice a Cassino. A prescindere,
comunque, dai riferimenti temporali e geografici, il romanzo, scritto in forma diaristica e pubblicato nel 1955, si presta
a considerazioni, valide più che mai oggi, circa il difficile ruolo di chi è chiamato per mestiere a decidere sulle altrui
esistenze. L’autore è consapevole della gravità del suo ruolo e nel corso di tutta la narrazione si avverte il travaglio
dell’uomo, che si interroga più volte sul perché abbia scelto quella professione, se il suo non sia altro che un rifugio,
una difesa dalla realtà che lo spaventa più che una vocazione alla giustizia. Gli incontri per strada con le persone che
egli ha condannato o contribuito a condannare, sia pure a pene lievi e non detentive, gli pesano, sottoposto com’è allo
sguardo di quelli che, dismessi i panni di giudice e imputati, sono pur sempre suoi simili. Troisi ci porta all’interno del
Tribunale, descrivendoci, con una prosa priva di svolazzi retorici, le dinamiche tra giudici, avvocati, imputati e quanti
altri si trovano nei pressi della famigerata scritta “La legge è uguale per tutti”. I rapporti con gli avvocati, per esempio,
ci sono descritti nelle loro diverse sfumature, dalle antipatie reciproche celate per convenienza o, al contrario, ai
tentativi dei difensori di accaparrarsi le simpatie del giudice. Poi ci sono le camere di consiglio tra giudici, con le
divergenze di opinione, le inevitabili differenze caratteriali e professionali tra togati, la smania di arrivare ai vertici
della gerarchia di alcuni e soprattutto ci sono gli imputati, la massa di persone che giorno dopo giorno sfilano dinanzi
alla Legge. Le loro storie ci sono riportate in maniera sintetica, senza morbosità, nell’intento, riuscito, di mostrarci la
variegata, disperata, talvolta surreale umanità che, per motivi gravi o ridicoli, si trova al cospetto di un giudice.
DIARIO DI UN GIUDICE.
Il Diario di un giudice, del 1955, impose il nome di Dante Troisi nel panorama letterario italiano e fu al centro di un
vero e proprio caso giudiziario. Diario di un giudice uscì nel 1955 nei «Gettoni», celebre collana diretta da Elio Vittorini
per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l’autore finì nei guai. Per averlo
scritto, «diffamando la magistratura», il giudice Dante Troisi fu sottoposto a provvedimento disciplinare e sanzionato
con una «censura». Elio Vittorini interpretò il testo sottolineando il suo essere specchio di una «società primitiva,
impetuosa e insieme come stupefatta di non riuscire ad avere altro di civile che avvocati e giudici».
Tra testimonianza e finzione, il libro si presenta al lettore come un diario nel vero senso della parola, in cui un uomo
che di mestiere giudica gli altri, destinato per ufficio a una cittadina meridionale, riversa giorno per giorno, a ciglio
asciutto, dal lunedì alla domenica, tutto ciò che gli capita, nel lavoro, in famiglia, tra colleghi, in città. E ciò che succede
nella sua coscienza.
Così, accanto alla rappresentazione di una società inesorabilmente arretrata e di magistrati che si sentono non uomini
di giustizia ma d’ordine quasi fossero l’occhio vigilante di una gerarchia il cui corpo morale è costituito dal prete, dal
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PAGINE IN CAUSA

Anatomia del diario di un giudice.

DANTE TROISI.

Nato nel 1920 a Tufo, provincia di Avellino, compie gli studi classici a Parma. Si è laureato in giurisprudenza all'Università di Bari, subito prima di partire volontario per la guerra. Destinato in Africa, fu in Libia e in Tunisia, dove fu fatto prigioniero nel 1943 : trasferito negli Usa, vi restò fino al 1946 , rinchiuso nel campo di concentramento di Hereford, in Texas. Dal 1947 sino al 1974 fu magistrato prima a Cassino e quindi a Roma. Un mestiere e un'esperienza che lo segnarono profondamente e costituirono spesso l'argomento dei suoi libri, a cominciare da quel Diario di un giudice, uscito nel 1955 prima su «Il Mondo» di Mario Pannunzio e poi nello stesso anno nei «gettoni» di Einaudi (ideati da Elio Vittorini): scritti che suscitarono tanto scandalo e gli valsero, nonostante la difesa appassionata di Alessandro Galante Garrone, una censura disciplinare per offesa alla magistratura. Il suo debutto era comunque avvenuto 4 anni prima con L'ulivo nella sabbia, più legato al mondo contadino delle sue origini. Troisi è stato due volte selezionato nella cinquina del premio Campiello, con I bianchi e neri (uscito per Laterza nel 1965 ) e con il suo ultimo romanzo L'inquisitore dell'interno 16(edito a Pordenone nel 1986 ). Con L'odore dei cattolici ( 1963 ), che fu tra i finalisti del Premio Strega, vinse invece il Premio di Chianciano. Tra gli altri suoi libri si ricordano Voci di Vallea, uscito per Rizzoli nel 1969 , La Sopravvivenza edita da Rusconi nel 1981 e alcuni testi teatrali pubblicati nel '72.

Come possiamo leggere dalla copertina del libro, il titolo enuncia “PAGINE IN CAUSA Anatomia del diario di un giudice” è, per l’appunto, “il diario di un uomo oppresso dalla solitudine cui lo costringe l’esercizio stesso della sua professione, angosciato dalla quotidiana contemplazione delle sventure degli uomini, in lotta con il peso dell’abitudine che lo logora fino a fargli credere che il decidere della vita altrui è diventato per lui un atto di ordinaria amministrazione”. Queste righe mi sembrano così calzanti che potrei anche finire qui questo pensiero, ma aggiungo qualche altra mia impressione. L’autore, Dante Troisi, fu di professione magistrato, dopo essere stato prigioniero di guerra per alcuni anni, e in questo testo sono evocate le sue esperienze in veste di giudice a Cassino. A prescindere, comunque, dai riferimenti temporali e geografici, il romanzo, scritto in forma diaristica e pubblicato nel 1955, si presta a considerazioni, valide più che mai oggi, circa il difficile ruolo di chi è chiamato per mestiere a decidere sulle altrui esistenze. L’autore è consapevole della gravità del suo ruolo e nel corso di tutta la narrazione si avverte il travaglio dell’uomo, che si interroga più volte sul perché abbia scelto quella professione, se il suo non sia altro che un rifugio, una difesa dalla realtà che lo spaventa più che una vocazione alla giustizia. Gli incontri per strada con le persone che egli ha condannato o contribuito a condannare, sia pure a pene lievi e non detentive, gli pesano, sottoposto com’è allo sguardo di quelli che, dismessi i panni di giudice e imputati, sono pur sempre suoi simili. Troisi ci porta all’interno del Tribunale, descrivendoci, con una prosa priva di svolazzi retorici, le dinamiche tra giudici, avvocati, imputati e quanti altri si trovano nei pressi della famigerata scritta “La legge è uguale per tutti”. I rapporti con gli avvocati, per esempio, ci sono descritti nelle loro diverse sfumature, dalle antipatie reciproche celate per convenienza o, al contrario, ai tentativi dei difensori di accaparrarsi le simpatie del giudice. Poi ci sono le camere di consiglio tra giudici, con le divergenze di opinione, le inevitabili differenze caratteriali e professionali tra togati, la smania di arrivare ai vertici della gerarchia di alcuni e soprattutto ci sono gli imputati, la massa di persone che giorno dopo giorno sfilano dinanzi alla Legge. Le loro storie ci sono riportate in maniera sintetica, senza morbosità, nell’intento, riuscito, di mostrarci la variegata, disperata, talvolta surreale umanità che, per motivi gravi o ridicoli, si trova al cospetto di un giudice.

DIARIO DI UN GIUDICE.

Il Diario di un giudice, del 1955 , impose il nome di Dante Troisi nel panorama letterario italiano e fu al centro di un vero e proprio caso giudiziario. Diario di un giudice uscì nel 1955 nei «Gettoni», celebre collana diretta da Elio Vittorini per Einaudi e, come sovente succedeva con le opere di denuncia nel nostro paese, l’autore finì nei guai. Per averlo scritto, «diffamando la magistratura», il giudice Dante Troisi fu sottoposto a provvedimento disciplinare e sanzionato con una «censura». Elio Vittorini interpretò il testo sottolineando il suo essere specchio di una «società primitiva, impetuosa e insieme come stupefatta di non riuscire ad avere altro di civile che avvocati e giudici». Tra testimonianza e finzione, il libro si presenta al lettore come un diario nel vero senso della parola, in cui un uomo che di mestiere giudica gli altri, destinato per ufficio a una cittadina meridionale, riversa giorno per giorno, a ciglio asciutto, dal lunedì alla domenica, tutto ciò che gli capita, nel lavoro, in famiglia, tra colleghi, in città. E ciò che succede nella sua coscienza. Così, accanto alla rappresentazione di una società inesorabilmente arretrata e di magistrati che si sentono non uomini di giustizia ma d’ordine quasi fossero l’occhio vigilante di una gerarchia il cui corpo morale è costituito dal prete, dal

medico, dal militare, dal signore, la lettura fa oggi l’effetto di una riflessione, dolente, impietosa, sul fare giustizia. Una riflessione resistente al tempo. Mentre scava nella coscienza dell’imputato, il giudice lacera la sua. Registra, con uno stupore non logorato dalla routine, il consegnarsi del dolore del vivere, che si libera senza ritegno e senza mediazioni nella camera rituale. Scruta facce e storie misteriosamente predestinate alla colpa, che non hanno dalla loro nemmeno la fortuna di suscitare pietà. S’interroga su come l’arbitrio sugli esseri umani possa diventare un campo di interessi e di favori. Riconosce quell’aria conventuale, quel tanfo di sagrestia che terribilmente sembra separare i magistrati dalla vita. Infine, confessa come un segreto di cui è urgente liberarsi, l’attrazione angosciosa che esercita il potere di giudicare. «Ho la vocazione a fare il giudice. Mi sono agitato per negarlo, ma in questa professione ho il migliore rifugio, la difesa più sicura».

L'autore racconta la sua vita di giudice in un piccolo centro meridionale ancora sconvolto dai postumi di una terribile guerra, individuabile in Cassino, (residente in via Pascoli,27) con giudici e avvocati che «regolano, giudicano, accusano, condannano e assolvono i molteplici componenti di un tempo terribilmente arcaico». Troisi rappresenta in modo non oleografico il mondo della giustizia: i giudici non sono «gli intangibili ministri della divinità» ma sono descritti, più realisticamente, come uomini «zeppi di difetti, di dolori, di noia, di ambizioni, di desideri meschini». Nella sua forma mista, a metà tra invenzione narrativa e riflessione critica, il Diario non è però la ricerca di un saggista che vuole analizzare il rapporto tra individuo e legge, tra cittadini e istituzioni, ma l'opera di un autentico scrittore che racconta la sua angosciata realtà senza mai tradire le speranze ultime della giustizia, frugando nelle pieghe segrete degli uomini, magistrati o imputati, in balia di oscuri desideri, di passioni che sono il fondamento anonimo della vita di tutti.

Quando venne pubblicato nel 1955 questo diario fece scandalo. Fu ritenuto lesivo per l’ordine giudiziario e l’autore, giudice a Cassino, fu sottoposto a procedimento dalla Corte disciplinare di Roma che si concluse con una” censura”. Una parola odiosa allora come oggi. Il libro, con evidenza autobiografico, rivelava con crudezza come si amministrava la giustizia: in forma di diario, con linguaggio essenziale, raccontava la vita di ogni giorno in un tribunale alternando verbali di carabinieri e interrogatori, con il racconto dei casi della povera gente. Ne emergono due mondi lontanissimi fra loro: quello della giustizia e quello del popolo in nome del quale essa viene esercitata. Non vi sono parole più efficaci per raccontare il “Diario di un giudice” di quelle della recensione che Alessandro Galante Garrone ne fece sulla «Stampa» nell’agosto del 1955: «Un giudice vero, di quelli che siedono in tribunale, distanti impassibili immoti nella loro nera toga; un giudice che non solo racconta quel che giorno per giorno gli passa dinanzi, ma dalla sala di udienza ti introduce di soppiatto nella camera di consiglio e ti rivela le pieghe più minute di quel mondo arcano, inaccessibile ai profani; scruta e osserva i colleghi e gli avvocati, senza indulgenza, anzi con ironia amara e crudele; e sente l’angoscia e il disgusto di sé, di quel fare giustizia ridotto a mestiere, e il lento franare delle speranze in una “giustizia nuova”. Ma nel libro c’è, prima di tutto, una mirabile vivacità di scrittore». Il tema della giustizia, del potere, delle garanzie non ha mai perso la sua centralità nell’Italia repubblicana. Oggi come negli anni Cinquanta. Una questione cruciale della nostra società nel racconto di uno scrittore impietoso e di talento. Diario di un giudice è un racconto di concreta verità e insieme una meditazione di grande fervore esistenziale. Questo mescolarsi di cronaca sociale e confessione ne fa un classico: forse il più importante romanzo su un giudice mai pubblicato in Italia.