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Per studiare i fenomeni della marginalità e della devianza, facciamo riferimento a due livelli di ricerca: il primo, reso possibile dalla preparazione scientifica dell’operatore che consiste nella rilevazione degli aspetti salienti di un fenomeno deviante
Tipologia: Appunti
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Introduzione
Per studiare i fenomeni della marginalità e della devianza, facciamo riferimento a due livelli di ricerca: il primo, reso possibile dalla preparazione scientifica dell’operatore che consiste nella rilevazione degli aspetti salienti di un fenomeno deviante. Un secondo livello consiste nella interpretazione e spiegazione del fenomeno stesso mediante l’individuazione delle variabili e lo studio delle connessioni tra i fenomeni (ricerca sul campo e non solo teorica). Pertanto un principio della ricerca empirica afferma che è impossibile anticipare o rilevare tutte le variabili (fatti e circostanze) che intervengono in un determinato quadro sociale. Quindi il malessere sociale comprensivo della marginalità, della devianza e non solo, viene rilevato in riferimento a due grandi categorie di cofattori che danno luogo al malessere sociale: istituzioni (classe dirigente, magistratura, scuole ecc.) che non obbediscono ai loro fini istituzionali oppure interventi che non appaiono adatti con i bisogni reali. Un’altra precisazione utile alla ricerca è tener presente che si hanno una eterogeneità dei fini che serve a ricordare che ogni istituzione sociale non ha un solo fine, ma una pluralità di fini da assolvere; e una eterogeneità dei risultati che afferma che una ogni istituzione consegue sempre effetti collaterali rispetto a quelli perseguiti. Di conseguenza la marginalità non riguarda soltanto le persone e i gruppi subordinati a tutto il resto della realtà, essa è sempre relativa a qualche cosa: al censo, ai diritti civili, all’istruzione, al benessere. Da tutto ciò deriva che la marginalità è riferita tanto alle strutture quanto all’altezza dei vari livelli sociali. Il clochard (vagabondo) è un marginale, ma lo è anche un intellettuale tenuto ai margini, di fatto escluso, per ragioni politiche o ideologiche. Altrettanto si dica per la devianza, la quale si manifesta come allontanamento o rifiuto rispetto alle norme in vigore. La differenza specifica tra marginalità e devianza consiste nel fatto che la prima è subita mentre la seconda corrisponde ad una scelta. Non vi è un continuum, come alcuni credono, tra disagio, marginalità, devianza e criminalità. Il criminale è senz’altro un deviante, ma non tutti i devianti sono dei criminali. Il malessere sociale va pertanto considerato come una sintomatologia. Vanno rimosse quelle disfunzioni organiche che affliggono il sistema sociale e vanno reintegrate oppure rieducate le persone. L’educatore professionale infatti deve acquisire consapevolezza di questi processi involutivi (disfunzioni) ancor prima di pronunciare giudizi su persone, gruppi, istituzioni.
Capitolo primo: emarginazione e marginalità
Normalità e diversità: il termine marginalità proviene da margine, cioè a lato, dunque perdita del centro. Scrive la Ulivieri: i marginali sono coloro a cui non è riconosciuta pienezza di diritti, etimologicamente vengono definiti come quelli che non sono nel testo, ma che stanno ai margini della pagina. Quindi stare al margine vuol dire non fare parte di quel centro, che in senso sociale e storico, è un centro culturale, che ogni epoca ha avuto ed ha, determinando uno specifico modello comportamentale. Il centro culturale è un centro ideologico, è il punto di riferimento, il luogo dove si sceglie il colore delle lenti, per tutti, mentre il margine non ha storia, è bianco. Con l’avvento dello stato moderno, tendente ad organizzarsi in forma centralistica, la storia del potere politico centrale si è andata identificando con la storia totale, tagliando fuori tutti coloro, (marginali/devianti) che non rientravano nelle politiche di dominio. La storia si svolge dunque al centro, essa è la storia ufficiale, è la storiografia, mentre l’altra storia è secondaria o falsa o addirittura non esiste. E se questa storia esiste la guardiamo con pregiudizio. Pertanto, la marginalità si manifesta anche attraverso la somma di pregiudizi che evidenziano il solco tra la maggioranza dominante e i soggetti che vivono ai margini. Il rapporto fra centro e margine può trovare risposta nella storia dell’umanità, che ci dice che tale rapporto è stato definito da rapporti di forza di tipo ideologico, o fisico con l’eliminazione. Ci sono stati i lager nazisti, dove il centro ha espresso la sua forza con l’intolleranza e ci sono stati e ci sono gli interventi basati sulla tolleranza. Dunque su queste due parole tolleranza ed intolleranza, la centralità detta le sue regole e crea le sue gerarchie, in termini etici, sociali, pedagogici ed il mondo del margine aumenta i suoi ospiti che
provengono dai micro-mondi dei senza potere, degli esclusi, siano essi disabili, donne, anziani, omosessuali, drogati e tutti coloro che si inseriscono in categorie discriminate per motivi di pelle, di religione, di ideologia. Oltre al rapporto centro-margine vi è un altro binomio antagonista, per spiegare la differenza che esiste tra devianza e normalità, cioè il rapporto normalità/diversità. Da questo momento in avanti la marginalità entra in un ambito di coincidenza patologica tale per cui il soggetto anormale è comunque un soggetto malato (Barone). Essere malato vuol dire vivere una condizione anomala, che può cambiare con la guarigione, e perciò ci si cura per tornare sani o può protarsi in malattia cronica, che genera come afferma Ulivieri in un timore generalizzato ed irrazionale che ha sempre circondato i malati, per la paura del contagio e della morte che li accompagnava. Nel medioevo, in alcune realtà comunitarie si solennizzava con una cerimonia specifica l’esclusione del malato dalla società dei sani, col canto libera me domine. La normalità rappresenta perciò la dimensione rassicurante della maggioranza, che dà valore sociale alla normalità. Per questo il potere religioso, per esempio, molto forte nella nostra cultura, ha svolto un ruolo determinante nel dare ampio credito alla normalità. Così si eliminava non solo lo scomodo concorrente (eretico) o il pericoloso deviante (la strega), ma anche il disabile, il pazzo, il portatore di paure, cioè dunque il malato da esorcizzare, proprio come il demonio. La diversità è insana perciò pericolosa e dunque, attraverso la tolleranza dobbiamo normalizzare l’anormale.
Marginalità ed integrazione: vi sono anche forme di marginalità prodotte nell’interesse ed a vantaggio del potere economico. Secondo numerosi sociologi per esempio, il ritardato sviluppo di intere aree economiche è dovuto allo sfruttamento da parte di altri paesi tecnologicamente ed industrialmente avanzati. Argomenti del genere riguardano anche il fenomeno della globalizzazione. Anche se, questa ultima, vista come scambio di conoscenze e di risorse a livello planetario, ha un segno positivo, essa non sempre è vicina con l’uguaglianza e la giustizia per cui vi sono casi di emarginazione per molti paesi. Importante comunque è distinguere tra statica sociale che indica una società immobile, chiusa allo sviluppo economico e culturale, arretrata rispetto alle altre società fornite di maggiori incentivi al cambiamento, in cui l’istruzione di massa è meno diffusa, il passaggio dagli strati inferiori a quelli superiori è più difficile; e dinamica sociale con cui ci riferiamo alle variazioni, al mutamento ed allo sviluppo degli aggregati sociali entro un determinato periodo storico, che pur creando, un benessere più diffuso, provoca di fatto marcate distanze tra i ceti, in quanto il godimento dei diritti riconosciuti in teoria a tutti i cittadini, non si avvera automaticamente. Per questo motivo è opportuno studiare la marginalità come fenomeno opposto all’integrazione, poiché la marginalità è mancanza di integrazione per cui non ci resta che favorire, con una serie di interventi, l’inclusione graduale degli emarginati nella società dei diritti. In questo senso in campo educativo, l’attuale pedagogia deve trovare un orizzonte unitario (ma non univoco), costantemente aperto all’esercizio delle riflessività. La marginalità è dunque il mancato riconoscimento dell’uguaglianza dei diritti e delle pari opportunità. Il termine pari non vuol dire essere uguale ad un altro, ma indica il trovarsi in una situazione ed avere le stesse possibilità dell’altro. Dobbiamo dunque superare i principi di uguaglianza in un’ottica reale di pari opportunità, che dia valore reale alle differenze. Il concetto di uomo marginale elaborato da Park e precisato da Merton, indica la condizione di colui che aspira e far parte di un gruppo ed è respinto proprio da quello cui dovrebbe appartenere. Pertanto non esiste una marginalità in sé così come non esiste una devianza in sé; si è marginali o devianti sempre rispetto a qualcosa. La marginalità quindi è un concetto relativo e non assoluto. Tuttavia il soggetto rimane sempre sottoposto a quel sistema che lo espelle, in quanto esso esercita sempre la sua autorità su di lui per richiamarlo ed integrarlo. Per tale operazione di recupero occorre far leva sia sulla formazione dei soggetti sia sulla correzione del sistema stesso.
La condizione femminile: altra figura marginale è stata tradizionalmente quella della donna esclusa dalle decisioni, e da quelle risorse che potevano emanciparla dalla condizione di minorità.
rapporti tra la parte e il tutto variano. Vi è una marginalità diffusa che è trasversale a vari gruppi sociali non pienamente integrati.
La globalizzazione: per globalizzazione si intende il complesso delle nuove forme assunte nel mondo dal processo di accumulazione dei capitali per controllare mercati e risorse a disposizione, al fine di ottenerne profitti su scala planetaria. La globalizzazione aumenta la ricchezza complessiva determinando vincitori e vinti. Per mondializzazione s’intende il comune interesse di vari paesi a quei problemi i cui effetti si manifestano su scala mondiale e le cui soluzioni sono possibili soltanto a tale livello, attraverso la creazione di organismi internazionali e la cooperazione di stati nazionali. Non si può affermare che la globalizzazione esprima tendenze esclusivamente emarginanti né che la mondializzazione sia la risposta a tutti i bisogni.
Capitolo secondo: disadattamento e svantaggio
Disabilità ed handicap: appare chiaro che oggi l’handicap (che non va confuso con il deficit che è oggettivo e irreversibile) dipende prevalentemente da una serie di barriere di carattere architettonico, sociale, psicologico ed educativo che possono ostacolare in forma permanente o transitoria chiunque; da un punto di vista normativo nei confronti dei disabili, l’Italia ha raggiunto altri paesi più avanzati. Disabile vuol dire non abile, non capace di fare qualcosa a causa di una menomazione, che lo pone in difficoltà rispetto ad alcune funzioni ed attività di vita. Il deficit può essere di tipo fisico/motorio/sensoriale o mentale, un deficit fisico non sempre però implica un deficit di tipo mentale. Il deficit mentale implica una diversa capacità di ragionamento rispetto ad una ipotetica media intellettiva. Il ritardo mentale viene misurato in relazione al QI e normalmente viene suddiviso in 4 stadi di gravità: lieve, moderato, grave e gravissimo. L’handicap non è altro che lo svantaggio che la società dà al soggetto e di conseguenza aggrava il suo deficit. Possiamo distinguere dei grandi handicap, uno rivolto a menomazioni/ fisiche/motorie/ sensoriali e uno rivolto a menomazione di carattere intellettivo. Mentre nel primo caso è facile individuare le varie barriere architettoniche (ascensori, rampe, semafori, mezzi di trasporto), nel secondo caso l’analisi è più complessa, ma potremmo definire l’handicap nel fatto che il disabile è ritenuto un eterno bambino che non ha la capacità di organizzare la propria vita come una persona ritenuta normale. È qui che nasce la profonda discriminazione. Itard fu il primo a rompere l’immagine del diverso e della sua ineducabilità, infatti egli cercò di avviare un lavoro di acquisizione di conoscenze per il suo ragazzo selvaggio, insegnandogli tecniche operative, ma egli volle capire se Victor avesse il senso morale, cioè la capacità di discernimento tra bene e male che lo avrebbe distinto dall’animale rendendolo umano a pieno titolo. Così Itard lo punì ingiustamente ed egli per la prima volta non accettò la punizione ingiusta. Opposto è il caso di Hellen dove a capacità intellettiva molto alta manca una chiara accettazione di regole per poter mettere a frutto quelle capacità che le sue menomazioni sensoriali (cieca e sordomuta) le impedivano di realizzare. La sua educatrice Anna combatte una lotta contro i familiari, che sono i primi a trattarla come una selvaggia, una disabile. Ad esempio un soggetto normodotato può avere una famiglia, un lavoro adatto alle sue attitudini e alle sue capacità, mentre un soggetto disabile può avere ciò solo in minima parte. Quando affermiamo che il disabile adulto ragiona come un bambino pensiamo che sia un bambino a tutti gli effetti, quindi anche nella sfera sessuale. Ma non è così, in quanto un soggetto disabile che ha un deficit intellettivo non ha una menomazione di tipo sessuale e se ce l’ha, ce l’ha come ce la possono avere tanti normodotati. Per quanto riguarda il lavoro da diversi anni si è sviluppato il concetto di utilità di lavoro, perché il lavoro può essere uno strumento di crescita anche se si parte comunque dal concetto di improduttività del disabile. Più di disabile è corretto parlare di diversamente abile, di diversabile, cioè di colui che non rende il perno della propria vita il suo deficit, ma la parte positiva di sé, che si esprime nella sua dimensione affettiva, lavorativa e sociale. Il disabile fisico-motorio spesso non riesce a sopperire con la mente, mentre quello mentale quasi mai riesce a sopperire con il corpo,
perché si continua a perpetuare questa dicotomia tra mente e corpo, non riconoscendola piena integrazione fra questi due elementi.
Povertà e miseria: William Harrison nel 1577 (in una nota descrizione dell’Inghilterra elisabettiana) parlando di povertà come fenomeno universale, ritiene che per i ceti più ricchi l’assistenza agli indigenti rappresenta un obbligo morale, egli cerca di individuare le tipologie della povertà. Esistono i poveri per infermità ovvero ammalati inguaribili; i poveri per disgrazia cioè capofamiglia caduti in miseria, soldati mutilati, lavoratori feriti; infine i poveri per dissipazione cioè i giocatori, gli oziosi, i vagabondi. Le prime due categorie sono definite poveri veri la terza, definita dei falsi poveri, cui l’autore rimproverava la poca volontà di integrarsi nel lavoro e la tendenza a vivere una vita di ozi. Il termine inglese homless fu usato per la prima volta da Solemberger per indicare tutti i tipi di uomini che non avevano una dimora stabile, cioè vagabondi e barboni. Ciò però non vuol dire che i senza fissa dimora (SFD) siano tutti vagabondi. Il soggetto senza casa può essere un adulto senza famiglia, un giovane fuggito di casa, un ammalato una persona con problemi psichici. Si può quindi distinguere tra povertà e miseria, definita oggi povertà estrema, determinata dal maggior divario tra nord e sud del mondo. Recenti indagini ci dicono che l’antica prevalenza maschile sta cambiando, lasciando il posto ad una sempre maggiore presenza femminile nel mondo dei senza fissa dimora, spesso determinata da donne anziane che sopravvivono ai compagni e che talvolta finiscono in preda a stati depressivi che portano all’alcolismo o alla malattia mentale. Il vivere in strada crea comunque una serie di problemi come la fame e il sonno e crea il problema della residenza anagrafica e dei diritti di cittadinanza, cioè il vagabondo è una persona che esiste senza esistere. Per risolvere il problema delle nuove povertà è stata emanata una legge, la 328/2000 che ha portato alla formazione del Piano Sociale Nazionale che deve portare alla realizzazione di Piani integrati Sociali Regionali (volontariato, fondazioni, cooperative sociali).
Capitolo terzo: deprivazione culturale e disuguaglianza
Mass-media e solitudine: la televisione è stata introdotta in Italia nel 1950 , ma in breve tempo è diventato l’elettrodomestico presente in ogni casa. Una recente indagine ci informa che la maggior parte dei ragazzi, fra i 7 e gli 11 anni, trascorre mediamente 3 ore ogni pomeriggio davanti alla tv. Uno dei fattori prevalenti è determinato dalla mancanza di spazi verdi o comunque di spazi urbani non usufruibili per giocare. La tv è diventata così un mezzo di evasione non solo per i ragazzi ma anche per gli adulti. I mass-media proiettano immagini della realtà mentre gli spettatori si trovano ad essere sempre più dipendenti da esse. Ne consegue che i media hanno una parte cruciale, non solo nel trasmettere informazioni ma anche nel dare forma alla realtà, nella percezione del contesto socio-politico.La tv è lo strumento principale di chi detiene il potere dell’informazione e sottomette l’umanità tramite le immagini, rendendo gli individui incapaci di produrre giudizi critici, abbassando il livello di cultura e di linguaggio. L’informazione, come afferma Oliviero Ferraris, è utile finché non diviene alienante. Infatti la velocità con cui passano le immagini, fa sì, che si riescano a percepire solo superficialmente le informazioni, poiché, la mente umana riesce a percepire suoni e immagini ad alta definizione prima dei contenuti e dei messaggi. Talvolta si verifica, come spiega Bruno Lussato, l’effetto maquette (modellino), che mette in grado le persone che guardano la televisione, di avere un modellino che crea una realtà artefatta che soddisfa tutti. Va sottolineata la risoluzione n. 7-0024 di De Luca: rapporto TV e minori, approvata dalla commissione parlamentare per l’infanzia nel 2000, dove si elencano 27 punti fra i quali si invita ad avviare corsi di educazione a nuovi linguaggi multimediali, e a sensibilizzare le famiglie ad una visione familiare della tv. Non c’è però solo questo pericolo di condizionamento ideologico ma vi sono anche altre insidie portate dai computer. Il computer è uno strumento importante anche in situazioni di deficit, infatti un lavoro può essere dimensionato a qualunque esigenza all’interno di una casa favorendo il mondo del disabile dove tutto è possibile anche ciò che il proprio deficit fino
prevede invece non solo il riconoscimento dell’esistenza di più culture all’interno di una società, ma anche la loro reciproca interazione, lo scambio e la possibilità di ibridazioni. L’interculturale assume una connotazione precisa all’interno di percorsi educativi, con esso s’intende il ruolo che l’educazione deve svolgere affinché le diverse culture decidano la via della convivenza e del dialogo. Dal punto di vista legislativo, il problema dell’immigrazione e della regolamentazione dei flussi e del soggiorno di stranieri migranti è stato affrontato in maniera precisa, per la prima volta, con la legge 943/86, detta legge Foschi a cui è seguita la legge 39/90, detta legge Martelli, successivamente integrata al D.L. n. 489/95 (decreto Dini). La storia più recente ha visto l’emanazione della legge 40/98 (legge Turco- Napolitano) fino all’attuale legge 189/2002 (Bossi-Fini). Con questa entrano in Italia solo gli stranieri che hanno già un contratto di lavoro, e i consolati e le ambasciate italiane fanno le veci dell’ufficio di collocamento. Il datore di lavoro dovrà garantire sulla disponibilità di un alloggio, che deve rientrare nei parametri minimi previsti per l’edilizia popolare. Colui che fa lavorare gli extracomunitari privi di permesso di soggiorno è perseguibile mediante l’arresto da tre mesi ad un anno. Sono richieste a tutti i migranti le impronte digitali, per gli irregolari è prevista l’espulsione. I minori non accompagnati dai parenti che sono ammessi per un minimo di tre anni per un progetto di integrazione sociale di un ente pubblico o privato avranno il permesso di soggiorno a 18 anni.
Capitolo quarto: cooperazione sociale e volontariato
Teorie educative e professioni d’aiuto: come afferma Genovesi è riduttivo definire la pedagogia e le scienze dell’educazione solo per il loro versante pratico, intendendole come “scienze dell’intervento” ed ugualmente appare riduttivo ritenere la pedagogia disciplina ermenutico- sistematica. Infatti è difficile fare pedagogia in senso solo teoretico o solo pratico, in quanto la riflessione pedagogica si colloca sempre nell’intersezione del sociale (ideologia), del rigore (scienza), della normativa (utopia). Si precisa così l’identità della pedagogia come scienza che offre modelli teorici e che offre ipotesi di trasformazione e cambiamento a livello individuale e sociale. Il cambiamento è un aspetto fondamentale nell’educazione osservabile nel rapporto individuo/natura (contesto biologico), individuo/società (contesto sociale), individuo/cultura (contesti cognitivo), individuo/se stesso (contesto psichico). Piero Bertolini ci parla di 4 costanti caratterizzanti l’esperienza educativa (spontaneità apprenditiva inconsapevole, condizionamento relazionale, riferimento a contesti funzionali alla crescita, unità di senso che l’esperienza stessa palesa). Massa ci parla invece di un incontro tra dimensioni che vengono studiate come: intersoggettività, proiezione verso il divenire (educazione come anticipazione del futuro e assunzione dell’incertezza), funzionalità (educazione che rende possibile l’incontro tra componenti vitali), dimensione inconscia (educazione caratterizzata da pulsioni lipidiche, riparatorie, aggressive seduttive), progettualità (educazione come ricerca di un fine, per raggiungere il quale si assegnano norme procedurali e si ricorre a decisioni e valutazioni), dimensione pragmatica (educazione che si fonda su azione e concretezza). Duccio Demetrio afferma che il cambiamento è il centro di un processo costante che si fonda sulla temporalità (tempo inteso come durata), novità (irruzione causale), spazialità (in ogni luogo e non solo nella scuola), direzionalità (che attua uno scopo), reversibilità (oltre ad aggiungere si toglie) emozionalità (situazione portatrice di dislivelli). Centrale è il concetto di empatia che Rogers definisce come un possesso di abilità di ascolto riflessivo che esplora le proprie emozioni senza doversi scontrare con il punto di vista dell’helper. Questi aspetti modificano la pedagogia, permettendo il superamento di un atteggiamento pedagogico autoritario e ridefinendo il concetto di educare come extra ex-ducere, cioè trarre fuori secondo la propria valenza formativa. Tale concetto parte da Rousseau, attraverso Pestalozzi per arrivare a Froebel. Occorre anche citare Maria Montessori che sviluppa il lavoro educativo tramite la conoscenza positiva delle differenze individuali; il progetto di Kilpatrick; l’impegno della comunità di Makarenko per arrivare a Maud Mannoni per la quale entra in gioco, nel rapporto educativo, la mente, il corpo e la relazione. Tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli
anni 70, il concetto educazione/istruzione è orientato ad un sistema formativo integrato, in cui si coniugano le diverse dimensioni della vita del soggetto, da quella culturale a quella sociale in un processo detto lifelong learning, a cui fa riferimento l’educazione degli adulti.
Un po’ di storia: nel 1977 il Parlamento approvò la legge che rimarrà famosa come Legge 517 caposaldo per il futuro della scuola italiana, ma anche per il contesto sociale. Essa ha segnato una ridefinizione del concetto di diversità e di normalità con l’introduzione di concetti nuovi sulla diversità, ma soprattutto con l’abolizione di quelle classi differenziate che erano state segno di segregazione. Nascere disabile non avrebbe più voluto dire discriminato sin dall’infanzia perché rinchiuso in luoghi riservati, ma uscire da casa per andare a scuola come tutti gli altri. La scuola attuò così forme di integrazione a favore degli alunni con handicap con la prestazione di insegnanti specializzati. Altre leggi importanti furono la legge 180 del 1978 e la successiva legge sanitaria n. 833 del 78. Il processo di de-istituzionalizzazione ha una storia intensa legata al nome di Francesco Basaglia, il quale riteneva che l’ospedale psichiatrico fosse patogeno nel suo complesso e che dovesse quindi andare distrutto dall’interno. Gli studi di Goffman, lo convinsero ad attuare un’operazione di smantellamento del manicomio che si concretizzò nella riforma del
Una riflessione educativa: Lo sviluppo del terzo settore ed in particolare della cooperazione sociale ha favorito un aumento dell’occupazione. Il nodo centrale sta nel costo del lavoro che è
caso delle norme formali, i vincoli normativi ricevono una codificazione, vengono trascritti in regolamenti e quindi acquistano il valore di norme ragolative. Alcune di queste riguardano l’operare (norme vincolanti) e altre il modo di operare (norme procedurali). Nel caso delle norme informali, i vincoli normativi sono affidati ai mores (costumi) e alle consuetudini. Per entrambi i casi possiamo parlare di norme sociali. Da quanto esposto con il termine devianza si vuole indicare il non rispetto della norma sociale e con l’espressione controllo sociale si vuole indicare un insieme di meccanismi propri della società che rimangono a tutela delle norme. Inoltre il controllo sociale non è solamente normativo ma è anche operativo: esso lancia una serie di segnali atti a provocare reazioni retroattive cooperando a ricostruire gli equilibri derivati da comportamenti devianti. Una trasgressione in sé determina il bisogno di rinnovare patti all’interno della comunità (funzione regolatrice). Per comunicazione si intende le regolazione dei rapporti di azione-reazione in modo da condurre sia situazioni di equilibrio sia il superamento dei conflitti mediante modelli normativi istituzionalizzati. La socializzazione (ossia la costruzione degli istituti sociali e la regolarizzazione dei loro rapporti) ha per strumento il controllo sociale. I comportamenti devianti non vanno affrontati solo con le leggi ma anche con le politiche sociali. Inoltre la rieducazione dei minori devianti ha per base il rispetto delle norme. La devianza può essere vista come:
Se la devianza è la violazione di norme regolative di carattere coercitivo, la criminalità è quel tipo di devianza che giunge ad azioni delittuose. Essa è quella forma di devianza che è stata criminalizzata, mentre criminale è quel comportamento che viene sanzionato sul piano giuridico. Un atto e un soggetto sono devianti nella misura in cui si pongono negativamente rispetto ad una norma, sia essa morale, sociale, politica o culturale.
La condizionde minorile Il minore è la persona in via di formazione ed e recuperabile con maggiori probabilità dell’adulto. Il percorso verso l’autonomia, è caratterizzato da una forma di
opposizione a tutto. Famiglia e contesti relazionali assumono una funzione importante sulla costruzione dell’identità, con una indubbia responsabilità sull’esito dell’identità del ragazzo. Il minore è un soggetto che non ha ancora compiuto il 18° anno di età e per quanto possa essere titolare di diritti, non è di regola in grado di esercitarli da solo, e pertanto necessita quindi di un rappresentante legale a cui viene affidato dai suoi genitori. Secondo i giuristi è opportuno operare una distinzione tra le posizioni del minore:
Il minore in certi casi, vive una situazione familiare disturbata, prende così forma il fenomeno della cosiddetta associazione differenziale, la tendenza cioè di giovani che hanno caratteristiche simili e sono passati attraverso esperienze analoghe a costituire gruppi di pari, la cui dinamica interna rafforza la propensione a comportamenti devianti. Tali fattori esercitano quasi sempre un effetto cumulativo, nel senso che ogni esperienza negativa aumenta la probabilità che siano negative anche le successive, dando luogo a vere e proprie carriere devianti. Riferendosi al Meridione, Antonio Mangano, sottolineò la marginalità sociale la quale si riproduce anche e soprattutto a causa dell’interruzione dei processo di istruzione e crea particolari adattamenti dei gruppi marginali stessi, i quali entrano nei circuiti dell’economia illegale e della criminalità organizzata che la gestisce. Dal momento che le istituzioni scolastiche sono istituzioni sociali, la loro efficienza non è dovuta esclusivamente alle attività pedagogico-didattiche che vi si svolgono. In sede di rieducazione i giovani dovrebbero sentirsi compartecipi di uno spirito d’impresa nel senso di un’eroica avventura collettiva: laboratori, operazioni di squadra e coinvolgimento in tutte le fasi dal progetto al prodotto. Un grande esempio lo dà la comunità di San Patrignano dove non si cerca tanto di insegnare una confessione, ma l’attenzione, l’amore e la passione per ciò che si fa ogni momento.
Capitolo sesto: integrazione e politiche sociali
Tipologia delle integrazioni: Se ci riferiamo a gruppi sociali la nozione di integrazione (processo mediante il quale un gruppo minoritario si adatta ad un gruppo più esteso o dominante che a sua volta lo accetta senza costringerlo a cambiare modelli culturali a favore di quelli prevalenti nella maggioranza) è riferita a 3 tipi: condizione di persone che, a titolo individuale o in quanto
concordato, di concentrazione o compromesso. Non è più lo stato l’unica fonte di norme. Ai 3 poteri classici (legislativo, esecutivo e giudiziario) si aggiungono quelli della comunicazione e dell’economia. Possiamo concepire un sistema sociale come uno stato di integrazione, basato sul reciproco adattamento dei sottosistemi che compongono il sistema stesso (Lumann teoria socio- sistemica). Questa raffigurazione riflette una società idealtipica composta da istituzioni l’una funzionale all’altra, assicurata dall’equilibrio tra tutti i poteri che gestiscono l’intero sistema e le sua parti. Nel momento in cui le istituzioni operano per l’attuazione dei loro scopi, esse si integrano sia al loro interno sia tra loro nella misura in cui tale integrazione è funzionale alla volontà generale e a quella di tutti. La rieducazione deve quindi costruire delle circostanze che educano al cooperare mostrandone il vantaggio.
Politiche sociali e professionalità: Il modello di una società idealtipica serve come quadro di riferimento per valutare la realtà di fatto. Per poter spiegare la questione complessa che stiamo trattando dobbiamo richiamare alla mente la differenza che passa tra politicis e policy. La prima riguarda la programmazione e la gestione della politica corrente. La seconda riguarda una condotta politica specifica, da mandare avanti in ciascuna delle singole arene politiche. In pratica, il quadro comprensivo delle varie policies è costruito sulla base delle varie competenze. Più o meno è il seguente: politiche istituzionali, politiche economiche, politiche territoriali, politiche sociali. Tre sono i possibili campi di intervento:
La realtà educativa è storicamente e geograficamente contrassegnata, essa offre condizioni educative di vario livello più o meno aggiornate rispetto ai crescenti bisogni dell’umanità. Tale realtà è dovuta a numerosi fattori ed è espletata non solo nelle istituzioni formative, ma anche in tutte le istituzioni sociali, che offrono condizioni e opportunità educative, di esperienza e di apprendimento continuo. Ma nella realtà ci sono anche condizioni negative, intatti il narcisismo, protagonismo e prepotenza di personaggi pubblici sono modelli comportamentali di riferimento per il bullismo adolescenziale. L’educazione da sola può molto poco per cambiare usi e costumi. I servizi scolastici di supporto vanno distinti in servizi interni agli istituti scolastici e in servizi esterni. Occorre vigilare affinché la scuola di massa non debba trasformarsi in scuola massificata senza opzioni e senza percorsi individualizzati. Soprattutto quando si tratta di adolescenti accolti in istituti per i minorenni, vanno studiate formule organizzative. Le attività di laboratorio dei nostri tempi esaltano la formalizzazione del pensiero e il lavoro di squadra. Possiamo utilizzare i seguenti raggruppamenti:
La prima categoria degli handicappati andrebbero riviste, in quanto è assurdo collocare sotto la stessa categoria non vedenti, sordi, paralitici, down. Per la seconda categoria gli interventi giudiziari vanno accompagnati da provvedimenti di ordine sociale, nelle comunità per combattere i cofattori della devianza e nelle famiglie con l’assistenza dei servizi sociali. Per la terza categoria va tenuto conto sia dei fattori speciali negativi, sia delle disfunzioni del sistema formativo. Già nel Regolamento Penitenziario dell’Italia Unita (1861) si raccomandava l’efficienza dell’istruzione elementare per i detenuti di minore o maggiore età. Ma le prime vere e proprie riforme si ebbero
negli anni 50 , esseri guardavano i corsi di istruzione primaria e la preparazione professionale negli Istituti minorili. Nel 1962 fu approvata la legge 1859 firmata dal ministro Luigi Gui, che istituiva la scuola media unica e obbligatoria dagli 11 ai 14 anni. L’esame di licenza veniva trasformato in esame e dava accesso a tutte le scuole e istituzioni di istruzioni secondaria di II grado, con la prova di latino obbligatoria per poter accedere al ginnasio-liceo. La legge 148 del 1990 introdusse nell’ordine elementare il modulo organizzativo di tre insegnanti su 2 classi e, tra l’altro, si rese obbligatorio l’insegnamento della lingua straniera. Finché si giunse alla circolare interministeriale del 1993 , n. 253 , relativa al riordinamento dei corsi di scuola elementare e scuola media presso gli istituti di prevenzione e di pena. L’opera degli insegnanti non può non essere congiunta con quella degli educatori professionali.
Capitolo settimo: cenni storici e principi pedagogici
Linee storiche della rieducazione: esponiamo le istituzione e i metodi indirizzati al recupero e alla rieducazione dei minori devianti. Negli Stati Uniti un primo riformatorio per minori fu fondato nel 1825 a New York e nel 1899 fu istituito, primo nel mondo, il Tribunale minorile di Chicago. Una grande innovazione metodologica fu il cosiddetto on probation (in libertà sotto prova), adottato per la prima volta nel 1841 a Boston da John Augustus. Le esperienze angloamericane sono state molto significative. Homer Lane si trovò nel 1907 a Detroit, a capo della Repubblica di Ford, comunità di giovani traviati. Nel 1912 egli fu invitato a dirigere il Little Commonwealth (piccola repubblica). L’istituzione classificata come riformatorio privato, accoglieva minori in libertà sotto prova, affidati da Tribunali minorili o da commissioni di vigilanza. Nel 1918, in seguito a circostanze poco chiare l’istituzione fu chiusa. A lui si devono, alcune pratiche educative (educazione sessuale, ginnastica, psicoterapia) che in seguito furono riprese da istituzioni analoghe a quelle da lui dirette. L’impresa più famosa fu la Boys Town (la città dei ragazzi), fondata nel 1917 dal sacerdote Flanagan, il quale diceva di sfruttare lo spirito di gang dei giovani delinquenti. Egli considerava i giovani a lui affidati on probation delle vittime più che dei colpevoli. Padre Flanagan preferì ricalcare in un primo piano il modello familiare. Soltanto nel 1926 , quando la comunità fu trasferita essa si costituì come una vera e propria città, tanto che nel 1934 fu riconosciuta come municipio. Successore di Padre Flanagan fu monsignor Wegner. Nel 1838 in Inghilterra la prigione di Parkhurst, nell’isola di Wight, fu destinata ai minorenni, ma il metodi erano quelli di una colonia penale. Una prima, legge organica nel trattamento dei minori si ebbe nel 1908 in GB col Children Act e perfezionata in seguito col Children and Young persons Act del 1933 e del 1969. Esso prevedeva una riduzione dei provvedimenti giudiziari per i ragazzi al di sotto dei 14 anni e la sospensione del probation in taluni casi per i giovani al di sotto dei 17 anni, sostituito con provvedimenti di assistenza, protezione e controllo. Il primo vero e proprio Tribunale minorale si ebbe con la Juvenile Court of Cook Country a Chicago. L’Italia è stata uno degli ultimi paesi a dedicare una particolare attenzione ai minorenni devianti o antisociali, anche se alcuni Stati Italiani se ne erano occupati, con spirito caritativo, ancor prima dell’unificazione del paese. Si può risalire al 1582 , anno in cui Ceruso fondò a Roma un ospizio per ragazzi abbandonati. Nel 1667 a Firenze venne fondato dall’abate Franci l’istituto della Quarquonia, cosiddetto dalle due parole, quare e quoniam, con le quali iniziava l’interrogatorio per l’accettazione dei ragazzi. E la Generala, fondata tra il 1840 e il 1845 a Torino, cosiddetta perché i “corrigendi” erano destinati all’arruolamento in corpi militari speciali. Nella II metà dell’ furono fondati istituti di correzione o meglio Pie case di patronato, fornite di scuole e laboratori, a Bologna (1868), Genova (1870), Torino (1871) e Mantova (1883). Il primo esperimento di legislazione speciale, relativo alla rieducazione dei minori si deve alla Riforma di Alessandro Doria (Genova 1851-1925), direttore generale dell’amministrazione carceraria (1901-1912), che apportò notevoli innovazioni al sistema penitenziario italiano, preludendo alle novità che sarebbero state introdotte nel 1930 col Codice Rocco. In alcune sperimentazioni italiane, venne adottato dal 1906 in poi, il probation system (quella che è oggi la collocazione in prova) a mezzi di patronati
Pedagogia emendativa: Molto diffusa è la convinzione che l’agire educativo nei riguardi dei minori devianti non richieda interventi pedagogici diversi dalla normalità, ma soltanto più incisivi e più attenti alla specificità dei casi. Tale convinzione è del tutto rispettabile dal momento che la pedagogia emendativa (si occupa dei metodi di rieducazione) è una delle branche della pedagogia generale di cui condivide i principi generali. Occorre avanzare tuttavia due raccomandazioni: a) la pedagogia scientifica a cui ricorrere non è quella di consumo, fatta di luoghi comuni e contaminata di espressioni gergali; b) i metodi adottati non possono prescindere dalla realtà sociale di provenienza e da quella di destinazione. Ogni località vale nella misura in cui i suoi abitanti, grazie al “buon governo” sanno valorizzarla. Gli enti locali, a conoscenza delle risorse disponibili, possono programmare e tenere sotto controllo gli interventi più opportuni. Affinché l’educatore specializzato, possa controllare tutte le variabili in gioco (a cominciare dalla situazione giudiziaria dei minori) egli deve possedere una buona preparazione, oltre che pedagogica e psicologica, anche nel campo delle scienze sociali, (specialmente diritto civile, penale e penitenziario). Il discorso sui metodi educativi conferma ciò che un buon educatore specializzato deve sapere: per tutti i casi vi sono finalità comuni cui puntare e regole generali da rispettare (persona con fine e non come mezzo, regole trasparenti, fiducia come incentivo al senso di responsabilità), ma vi sono casi specifici e circostanze singolari da saper riconoscere e controllare (conflitti familiari, eventi traumatici patiti nell’infanzia, curricoli scolastici da completare, attività di laboratorio idonee alle disposizioni dei soggetti). Un metodo educativo “non è solo o semplicemente tecnica esecutiva d’azione, include ogni volta scelte di riferimenti interpretative, assiologici, scientifici, culturali”. Si parla di educazione speciale per quei minori le cui anomalie intellettuali e psichiche impediscono una completa formazione della personalità. Si parla di rieducazione vera e propria per gli anormali della condotta i quali, pur non essendo affetti da alcun handicap psicofisico, non hanno appreso a regolarsi con gli altri secondo le norme che andrebbero condivise da tutti. Nel concetto di rieducazione è contenuto un agire educativo più intenso del solito: si tratta non tanto di adattare i soggetti alle norme quanto di aiutarli a ritrovare in se stessi le ragioni per cui è doveroso e opportuno rispettarle. Insomma è un vero e proprio recupero sociale da raggiungere entro una rete di relazioni e mediante strutture di socializzazione. Se l’educazione è l’oggetto della pedagogia generale, la rieducazione è l’oggetto della pedagogia emendativa. L’attributo “emendativa”, oltre ad avere il palese significato di azione correttiva contiene un’allusione all’istituto giuridico dell’emenda (riabilitazione di chi fu oggetto di provvedimenti penali). Al rieducatore in particolar modo non interessa tanto che cosa ha fatto il minore quanto gli interessa com’è il minore. Si presuppone che l’evoluzione della personalità umana, abbia un limite medio contrassegnato dall’annus pubertatis, entro il quale coscienza e volontà non sono sufficienti a configurare imputabilità per i fatti commessi. Il limite indicato dalla nostra legislazione nei 14 anni, segna una differenza qualificativa fra minore e adulto, in quanto la stessa azione delittuosa, richiede interpretazione e provvedimenti radicalmente diversi. Le persone tra i 14 e i 18 anni sono imputabili, se è dimostrata la loro capacità di intendere e di volere, ma le pene sono diminuite. Attualmente, conta molto di più la reattività delle persone rispetto alle condizioni di fatto. La pedagogia emedativa, che si occupa di giovani irregolari nella condotta (sia devianti in senso generico sia autori di veri e propri reati) si richiama, oltre che ai principi della pedagogia generale (valori, fini, metodi), alle teorie di altre scienze, quali la psicologia sociale, la criminologia, l’antropologia criminale, la sociologia criminale. La perdita dei genitori, lo smarrimento del proprio senso di sicurezza e la ricerca di compensazione che altri non sono in grado di dare possono spingere alla fuga e al vagabondaggio. Fattori soggettivi ed oggettivi agiscono come cofattori, nel duplice senso che gli uni rafforzano gli altri e rafforzandosi danno luogo a risultati, ossia a comportamenti imprevedibili. Pertanto la devianza è un comportamento inaccettabile sul piano degli usi e dei costumi, mentre il reato è solo ciò che è previsto come tale dalla legge. Tuttavia, l’analisi dei casi, che si concentra in primo luogo nella anamnesi personale e nella indagine familiare e ambientale, richiede grande preparazione professionale e molta cautela. E’però del tutto corretto dire che la devianza minorile, se diffusa, è un segno, di una situazione di malessere
sociale. La principale riserva riguarda la stessa attendibilità dei dati statistici: essa è dovuta al fatto che non c’è mai perfetta coincidenza tra delitti realmente commessi (universo statistico reale) e delitti denunziati e perseguiti (universo statistico ideale). Non è detto che tutti i devianti fatalmente diverranno altrettanti delinquenti. Però in astratto vi è continuum tra devianza (irregolarità nella condotta) e criminalità (violazione delle norme), tanto che la devianza è un genere e la criminalità è una delle sue specie. Laddove il controllo sociale è più debole, più forte è nell’area criminale la presenza degli autocontrolli per tutelare l’organizzazione. E l’educatore professionale non può svolgere la sua missione senza tener conto della posizione giudiziaria dei singoli minori. Tuttavia l’educatore professionale in primo luogo deve rispettare le persone al di fuori o al di sopra di vicende di cui gli stessi minori sono corresponsabili ma mai completamente responsabili. L’educatore professionale esercita la sua attività presso strutture istituzionali e presso centri di accoglienza. Le competenze professionali di cui egli dispone sono di natura giuridica, amministrativa e relazionale. Egli è in grado di rilevare, riconoscere e analizzare, mediante teorie ed un lessico tecnico speciale, i fenomeni della marginalità e della devianza. Egli deve progettare ed attuare gli interventi rieducativi più opportuni. La figura dell’educatore professionale abbraccia necessariamente discipline che hanno per oggetto il disagio individuale e collettivo. E non dovrebbero mancare i tirocini guidati. La figura ideale dell’educatore professionale è quella di una persona priva di pregiudizi e animata da spirito di servizio. L’educatore professionale, in quanto vero e proprio operatore sociale, è una persona che, in collaborazione con altre persone, mette a disposizione dell’equipe le sue competenze particolari, cercando al tempo stesso di attivare le risorse sia degli individui sia del gruppo che essi costituiscono. L’educatore professionale adotta due strategie: l’incontro individuale (fase diagnostica) e l’incontro con i soggetti (fase terapeutica) ormai inseriti nella rete sociale della comunità. E’ una rete nel senso della empatia, della comunicazione, della progettazione comune e dell’autoverifica di gruppo. A queste condizioni lo spirito del collettivo arricchisce in ognuno la percezione del Sé e dell’altro da Sé. Uno dei momenti più importanti ai fini educativi è il colloquio tra l’educatore professionale e i giovani, a patto che si traduca in un dialogo e non in un interrogatorio. L’iniziativa parte dall’educatore che sfrutta ogni occasione più opportuna per esporre, narrare e argomentare. E così facendo sollecita una sorta di autoliberazione in tutti i giovani di un gruppo ad argomentare e a contrapporre le proprie opinioni ed esperienze.
Capitolo ottavo: diritto penale e legislazione minorile
Nozioni di diritto penale: per diritto si intende il complesso di norme che regolano i rapporti sociali con carattere di obbligatorietà. La violazione delle norme comporta una sanzione. Il diritto soggettivo corrisponde ad un interesse riconosciuto e tutelato da una norma, per la difesa del quale il titolare può chiamare in causa il giudice. Col diritto oggettivo la norma giuridica si manifesta in un precetto ipotetico dove ogni qualvolta si verifichi A, deve aver luogo un B (effetto). Il diritto oggettivo, si distingue in pubblico (che regola il funzionamento dello Stato e i suoi rapporti con i cittadini) e in privato (che regola i rapporti reciproci tra i cittadini). Il diritto penale è quel ramo del diritto pubblico che viene definito come il complesso di norme giuridiche che prevedono particolari reati per i quali sono associate pene o misure alternative; dal punto di vista oggettivo, il diritto penale è un complesso di norma giuridiche come regole di condotta; dal punto di vista soggettivo, il diritto penale si configura come il diritto dello Stato all’applicazione delle pene nei limiti e nelle condizioni del diritto oggettivo. Il reato è un atto antigiuridico, volontario e libero, che produce un evento contrario ad un interesse protetto dalla norma penale e pertanto punibile. Con lo stesso termine, reato, vengono compresi sia delitto sia contravvenzione. Sono delitti i reati puniti con l’ergastolo, la reclusione e la multa; sono contravvenzioni i reati puniti con l’arresto o l’ammenda. Vi sono poi pene accessorie legate alla perdita della patria potestà o la sospensione di una professione. Per tutti i reati valgono i seguenti due principi: nullum crimen sine lege (nessun crimine senza legge) e nulla poena sine lege (nessuna pena senza legge). Il primo dei
Liberazione anticipata: la liberazione anticipata è un istituto adottato a favore del condannato che ha dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione. Questa misura non consiste in una particolare forma di trattamento, ma nella semplice riduzione di pena nella misura di 45 giorni per ciascun semestre di pena scontata. La riduzione del tempo di permanenza in carcere dovrebbe facilitare il reinserimento del condannato nella società. Tutte le misure alternative alla detenzione sono disposte dal Tribunale di sorveglianza. Quest’ultimo è composto da magistrati in servizio nel distretto o nella circoscrizione e da esperti appositamente scelti.
Le misure di sicurezza: le misure di sicurezza sono quelle sanzioni penali che si affiancano o si sostituiscono alla pena in senso stretto, previste dal codice penale per i soggetti socialmente pericolosi e ai soggetti non imputabili che abbiano commesso un fatto previsto dalla legge come reato. L’art. 203 cod.pen. definisce socialmente pericolosa la persona che ha commesso un reato quanto è probabile che commetta nuovi fatti-reati. Pertanto le misure di sicurezza possono avere una durata indeterminata sino alla morte del condannato, ma sono anche revocabili in ogni momento dalla sezione di sorveglianza presso la Corte di Appello. Il riformatorio giudiziario è la misura di sicurezza per i minori di 18 anni. La coesistenza delle pene e delle misure di sicurezza dà luogo al sistema detto del doppio binario, il quale da un lato si propone di punire il soggetto, mediante l’applicazione di una pena, e dall’altro di prevenire la pericolosità sociale e di rieducarlo. Ciò viene applicato ad es. ai soggetti che hanno già scontato una pena, ma che ritenuti pericolosi devono scontare anche la misura di sicurezza.
L’ordinamento penitenziario: l’ordinamento penitenziario è costituito dall’insieme delle norme che dettano le modalità di esecuzione della detenzione per l’espiazione della pena, della sottoposizione a misure di sicurezza o della carcerazione preventiva (1977). Essa sostituisce nel 1977 il Regolamento Rocco del 1931. Infatti furono apportate alcune significative innovazioni, secondo cui le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Furono soppresse norme futili, e non più compatibili con i progressi del costume. Furono consentiti contatti col mondo esterno e furono promosse iniziative culturali e del tempo libero all’interno del carcere. Il trattamento ispirato al rispetto della dignità umana e indirizzato al reinserimento sociale dei detenuti, costituiscono lo strumento cardine per la rieducazione dei detenuti. In tempi più recenti sono state apportate modifiche all’ordinamento penitenziario con la legge 1986 “Legge Gozzini”. Il carattere della riforma del 1986 è contrassegnato da due obiettivi: il primo riguarda il regime di sorveglianza particolare, cui sono sottoposti i condannati e gli imputati che con il loro comportamento compromettono l’ordine e la sicurezza negli istituti; il secondo è volto a potenziare gli istituti più liberali della legge del 1975 nell’ottica di favorire riforme progressive di reinserimento sociale mediante contatti con la società nel corso dell’esecuzione della pena.
Legislazione minorile: il codice penale Rocco (entrato in vigore nel 1931) fu seguito tra l’altro dall’istituzione del Tribunale per i minorenni. Tale organo giudiziario è costituito in ogni sede di Corte D’Appello. E’ composto da un magistrato di Corte D’Appello che lo presiede, da un magistrato di tribunale e da due cittadini esperti o giudici onorari, un uomo o una donna. In materia civile le sue competenze attengono in primo luogo all’esercizio della potestà dei genitori e alle adozioni. In materia penale è competente per tutti i reati commessi dai minori di 18 anni. Successivamente fu emanato il Regolamento per il funzionamento delle Case di rieducazione 1939 , n°721, modificato con D.P. nel 1952, n°486. sostituzione di un’attività sociale al ricovero per correzione paterna su istanza del genitore; attribuzione allo Stato del compito di prevenzione contro la delinquenza con i mezzi più opportuni, quali la cura, assistenza e il riadattamento dei minori. La maturità in senso biologico, psicologico e sociale si acquisisce attraverso un percorso di crescita progressiva, variabile dal punto di vista soggettivo e condizionato da fattori esterni quali
l’educazione e l’ambiente economico e sociale in cui il soggetto vive. Una sorta di diritto penale così caratterizzato rappresenta una specie di “investimento” di cui beneficeranno individuo e società: se il soggetto ha commesso reati in età giovanile, la pena non deve pesare sulle opportunità che consentano di realizzare una futura vita adulta in condizioni di normale inserimento nel sociale. La legge penale stabilisce una presunzione assoluta di non impunibilità nei confronti dei minori di 14 anni. Tra i 14 e i 18 anni il soggetto è imputabile se ha capacità di intendere e di volere ma la pena è diminuita fino ad un terzo. Il giudice è tenuto ad accertare di volta in volta e con riferimento al singolo episodio criminoso, la capacità di intendere e di volere, che per i minori si identifica con il concetto di maturità. E’ da notare che l’incapacità di intendere e di volere non è subordinata ad uno stato patologico, ma può essere semplicemente connessa a caratteristiche tipiche dell’età minore. In tal modo è stato introdotto in giurisprudenza e in medicina legale il concetto di maturità, la cui presenza è ritenuta necessaria affinché il minore possa essere considerato imputabile. A tal fine sono previsti gli istituti del: Perdono giudiziale dove il giudice può perdonare il minore quando la pena che può essere inflitta non è superiore a 2 anni di reclusione. Il perdono giudiziale è quindi una sentenza di condanna in quanto presuppone che il giudice abbia accertato che il reato è stato commesso, ma opera con una sentenza di assoluzione, in quanto presuppone un giudizio di esclusione della pericolosità sociale. Il codice penale stabilisce che il perdono giudiziale può essere concesso una volta sola. Un altro istituto importante è quello della irrilevanza penale del fatto, applicabile quando l’atto compiuto dal minore è considerato dalla legge come reato e tuttavia ha connotazioni tenui. La liberazione condizionale, causa di estinzione della pena viene concessa a quei condannati che, avendo tenuto un comportamento tale da rendere sicuro il loro ravvedimento, abbiano scontato almeno 30 mesi o comunque la metà della pena detentiva irrogata, sempre che la rimanente durata della pena non superi i 5 anni. Essi inoltre devono aver risarcito il danno causato, nei casi in cui siano in grado di farlo. Ai condannati all’ergastolo può essere concessa dopo che abbiano scontato almeno 25 anni di pena. L’affidamento in prova al Servizio civile che per i minori di 21 anni può essere concesso in caso di condanne sino a tre anni di reclusione. Esso è consentito dall’art.47 ordin.pen., quale alternativa a pene brevi che non superino: i 3 anni per i minori di 21; i 2 anni e 6 mesi per i minori degli anni 18. Il provvedimento di affidamento in prova al Servizio Sociale è adottato sulla base dell’osservazione della personalità del minore. Tale osservazione deve essere condotta per almeno un mese in istituto, ossia in detenzione. L’esito positivo della prova, al contrario, estingue la pena e ogni altro effetto penale della condanna. In una accezione “educativa”, il termine designa il provvedimento che dà luogo all’ospitalità o all’accoglienza di un minorenne allo scopo di provvedere al suo mantenimento, alla sua educazione e alla sua istruzione. In accezione rieducativa e penitenziaria, il termine affidamento indica un intervento continuativo, diretto a controllare la condotta del minore e ad aiutarlo a superare le difficoltà di inserimento nel sociale. L’affidamento ai Servizi comporta per gli stessi un obbligo di interventi di sostegno, un potere/dovere di controllo, la pena detentiva non può essere sostituita nel caso di reati particolarmente gravi e tali da suscitare la riprovazione sociale. Quando il Giudice ritiene che la pena detentiva non sarebbe superiore a 6 mesi, può applicare la semidetenzione la quale consiste nel trascorrere un pari periodo di tempo in uno stabilimento penitenziario almeno 10 ore al giorno ed è determinata in relazione alle esigenze lavorative o di studio del condannato, che non deve essere impedito in queste sue attività. La libertà controllata, comporta l’applicazione dell’affidamento del minore al servizio sociale e si traduce nelle prescrizioni del giudice di sorveglianza sul comportamento che il soggetto dovrà tenere. Lo scopo della semidetenzione e della libertà controllata è di evitare che soggetti colpevoli di reati di lieve entità entrino in carcere, per brevi periodi ma ugualmente pregiudizievoli per loro. Se infine il Giudice ritiene che la pena detentiva non sarebbe superiore ad un mese, può applicare la pena pecuniaria, la quale consiste nell’applicazione della multa in sostituzione della reclusione o dell’ammenda in sostituzione dell’arresto. Le misure di sicurezza specifiche per i minori erano il riformatorio giudiziario e la libertà vigilata. Il riformatorio è una misura di sicurezza speciale per i minori che non può avere durata inferire ad un anno. L’istituto Penale Minorile (IPM) in base