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Riassunto di Pensiero e Linguaggio di Vygotskij.
Tipologia: Sintesi del corso
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Caricato il 06/06/2019
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Lo studio del pensiero e del linguaggio conoscenza delle relazioni interfunzionali – rapporto tra pensiero e linguaggio -.
La psicologia non ha mai studiato sistematicamente. Tutti accettavano l’unità della coscienza e si presupponeva che le singole funzioni dovessero agire inseparabilmente, in collegamento ininterrotto l’una con l’altra. Presi come costanti, questi rapporti erano scomposti in fattori e ignorati nello studio delle diverse funzioni. Si considerò lo sviluppo della coscienza come determinato dallo sviluppo autonomo delle singole funzioni. Ma tutto ciò che si conosce oggi dello sviluppo psichico indica che la sua essenza sta nel mutamento della struttura interfunzionale della coscienza.
Uno sguardo ai risultati delle ricerche precedenti sul pensiero e sul linguaggio, dimostrerà – secondo l’autore – che tutte le teorie trasmesse fin dai tempi antichi, variano tra due estremi che vanno da un’identificazione o fusione del pensiero e del linguaggio, ad una loro assoluta disgiunzione e separazione. In tutte queste teorie il problema del rapporto tra pensiero e linguaggio perde significato: se essi sono la stessa cosa, nessun rapporto può nascere tra di loro, oppure, se sono due elementi separati, sono due processi distinti.
L’errore è nei metodi d’analisi adottati dai precedenti studiosi. Si ritiene più opportuno adottare un altro tipo di analisi che può essere denominato per unità. Col termine unità Vygotskij indica un prodotto dell’analisi che, a differenza degli elementi conserva tutte le proprietà fondamentali del tutto e che non può essere ulteriormente diviso senza perderle —non la composizione chimica dell’acqua, ma le sue molecole ed il loro comportamento sono la chiave per capire le proprietà dell’acqua—. L’unità del pensiero verbale, che secondo l’autore corrisponde a questi requisiti è il significato della parola. Nel significato della parola il pensiero ed il linguaggio si uniscono in un pensiero verbale.
La parola non si riferisce ad un singolo oggetto, ma ad un gruppo o ad una classe di oggetti; essa è una generalizzazione. La generalizzazione è un atto verbale del pensiero e riflette la realtà in modo diverso dalla sensazione e dalla percezione. Si può asserire che la distinzione qualitativa tra sensazione e pensiero consista nella presenza—in quest’ultimo—di una riflessione generalizzata della realtà, che è l’essenza del significato della parola. Il significato è una parte inalienabile della parola e pertanto, appartiene al regno del linguaggio come a quello del pensiero. Una parola senza significato è un suono vuoto, non una parte del linguaggio. Poiché il significato della parola è tanto pensiero che linguaggio, in esso troviamo l’unità del pensiero verbale che si sta cercando: è chiaro, quindi, che il metodo da seguire nell’analisi della natura del pensiero verbale, è quello dell’analisi semantica. La funzione primaria del linguaggio è la comunicazione, il rapporto sociale. Quando il linguaggio venne studiato attraverso l’analisi degli elementi anche questa funzione fu separata dalla funzione intellettuale. Tuttavia, il significato della parola, è un’unità di entrambe queste funzioni del linguaggio: la trasmissione razionale e intenzionale agli altri dell’esperienza e del pensiero, richiede un sistema che esplichi una funzione di mediazione il cui prototipo è il linguaggio umano nato dal bisogno di rapporti durante il lavoro. Una vera comunicazione umana presuppone un atteggiamento generalizzante che costituisce uno stadio avanzato nello sviluppo dei significati della parola. Le forme più elevate di rapporti umani sono possibili solo perché il pensiero dell’uomo riflette realtà concettualizzate.
Jean Piaget ha senza dubbio rivoluzionato gli studi sul pensiero del bambino approcciandosi alla materia in modo estremamente nuovo: si concentra non tanto sulle deficienze del ragionamento del bambino, quanto sulle sue caratteristiche distintive, arrivando a mostrare come la differenza con gli adulti sia qualitativa , e non quantitativa. Per tentare di evitare l’onnipresente dicotomia tra la materia effettiva della scienza (i fatti) e le sue premesse teoretiche (le teorie, appunto), Piaget decide di optare per un empirismo puro , presentando il suo lavoro come una semplice raccolta ed analisi di fatti e documenti. Malgrado ciò, l’approccio di Piaget non poté impedire la formulazione di nuove teorie – a partire dalla sua –, né – ancora più importante – che la sua stessa ricerca fosse implicitamente guidata da una teoria generale: Secondo Piaget il legame che unisce tutte le caratteristiche specifiche della logica infantile è l’egocentrismo del pensiero del bambino. Egli descrive l’egocentrismo come una porzione intermedia geneticamente, strutturalmente e funzionalmente, tra il pensiero autistico e il pensiero controllato.
Il pensiero controllato è:
-COSCIENTE; persegue scopi specifici
-INTELLIGENTE; è adattato alla realtà e tenta di influenzarla
-SUSCETTIBILE DI VERITA’ ED ERRORE
-COMUNICABILE TRAMITE IL LINGUAGGIO
-SOCIALE, ED INFLUENZATO DALLE LEGGI DELL’ESPERIENZA E DALLA LOGICA.
Il pensiero autistico è:
-SUBCOSCIENTE; gli scopi che persegue non sono presenti alla coscienza
-NON ADATTATO ALLA REALTA’; crea una realtà di fantasia
-TESO A SOFFISFARE DESIDERI, piuttosto che a stabilire verità
-INDIVIDUALE ED INCOMUNICABILE
-INDIVIDUALISTICO, E SEGUE LEGGI SPECIALI CHE GLI SONO PROPRIE.
Il pensiero egocentrico è a metà strada tra questi due estremi: esso è ancora proiettato verso l’appagamento dei suoi bisogni primari, ma implica già un certo adattamento nei confronti della realtà tipico del pensiero degli adulti. La concezione dello sviluppo di Piaget, è basata sulla premessa che il pensiero del bambino sia originariamente e naturalmente autistico e che si trasformi gradualmente, solo grazie ad una costante pressione sociale. Il pensiero egocentrico risulta essere, quindi, il legame tra pensiero autistico, e la logica – propria del pensiero adulto –. La base positiva di Piaget è data dal suo studio sul modo di usare il linguaggio da parte del bambino: la conclusione delle sue ricerche è che tutte le conversazioni dei bambini possono essere divise in due classi: - espressioni codificabili come linguaggio egocentrico ; -espressioni codificabili come linguaggio socializzato. Nel linguaggio egocentrico il bambino parla solo di sé stesso, non interessandosi dell’interlocutore, né di comunicare o di farsi capire; questi discorsi sono simili a monologhi. Nel linguaggio socializzato egli tenta uno scambio con gli altri – prega, minaccia, chiede informazioni. Nei suoi esperimenti egli mostra come la maggior parte di ciò che il bambino dice in età prescolare
realtà; inoltre, non esiste un adattamento che sia fine a sé stesso, visto che esso è sempre diretto a bisogni. Piaget, sembra condividere con Freud non solo la concezione di un principio del piacere che precede un principio della realtà, ma anche l’impostazione metafisica che eleva il desiderio del piacere dal suo vero stato di fattore secondario biologicamente importante, a quello di una forza vitale indipendente, il primo motore di uno sviluppo psichico. Una volta presentata tale separazione, la logica lo forza a presentare il pensiero realistico come distinto dai bisogni e dai desideri, come un pensiero puro la cui funzione è la ricerca della verità esclusivamente per sé stessa. Il pensiero autistico, è secondo Vygotskij, un ultimo sviluppo, un risultato del pensiero realistico e del suo corollario, il pensiero in concetti, che porta ad un certo grado di autonomia dalla realtà, e perciò permette di soddisfare con la fantasia i bisogni frustrati nella vita.
Il fatto più importante scoperto tramite lo studio genetico del pensiero e del linguaggio, è che il loro rapporto subisce molti cambiamenti. Il progresso nel pensiero e il progresso nel linguaggio non sono paralleli. Questo si riferisce sia alla filogenesi, che all’ontogenesi. Negli animali, il linguaggio ed il pensiero nascono da radici differenti e si sviluppano seguendo linee diverse.
Questo fatto è confermato dai lavori di Kohler – studi sulle scimmie –: questi esperimenti, hanno dimostrato che la comparsa negli animali di una forma embrionale di intelligenza – cioè del pensare
Le scimmie sono capaci di capire reciprocamente i propri gesti e di esprimere attraverso essi, desideri che sono rivolti ad altri animali: generalmente uno scimpanzé inizierà quell’azione che esso desidera che un altro animale porti a termine, o faccia insieme a lui. Queste osservazioni confermano l’opinione di Wundt che i gesti indicativi – primo stadio nello sviluppo del linguaggio
non è essenziale, ciò che conta è l’uso funzionale di segni. Tuttavia, non si è mai sentito dire che gli scimpanzé utilizzano segni. Ciò che sappiamo è che in determinate circostanze, essi sono in grado di compiere degli aggiramenti, e che queste condizioni presuppongano una situazione del tutto chiara, di cui l’animale deve avere una visione completa: in tutti i problemi che non presentavano strutture visive immediatamente percettibili, gli scimpanzé passavano dal comportamento intelligente, al trial and error. In nessun caso la scoperta del linguaggio può dipendere da una struttura ottica: essa richiede un’operazione mentale di diverso genere. Conclusione che lo scimpanzé, anche nel caso in cui possedesse le capacità del pappagallo di imitare i suoni, non sarebbe capace di un linguaggio verbale.
Come già detto, però, lo scimpanzé possiede un linguaggio abbastanza ricco. Un collaboratore di Yerkes compilò un dizionario composto da “parole” che non solo assomigliano foneticamente al linguaggio umano, ma hanno anche un significato nel senso che esse sono causate da determinate situazioni o da determinati oggetti che provocano piacere o dispiacere. Queste “parole” furono trascritte mentre le scimmie aspettavano di ricevere del cibo, in presenza di esseri umani, o quando due scimpanzé erano da soli – si tratta di reazioni vocali affettive --. Relativamente a questa descrizione del linguaggio delle scimmie Vygotskij mette in evidenza tre punti: - la coincidenza dell’emissione del suono con gesti affettivi non è limitata agli scimpanzé o agli antropoidi, ma è molto comune negli animali dotati di voce; - gli stati affettivi che determinano negli scimpanzé numerose reazioni vocali sono sfavorevoli al funzionamento dell’intelletto. Kohler riferisce che negli scimpanzé le reazioni emotive escludono un’attività intellettuale simultanea; - lo sfogo emotivo come tale, non è la sola funzione del linguaggio nelle scimmie. Come per gli animali e per l’uomo, esso è anche un mezzo di contatto psicologico con gli altri esseri della sua specie. Essa trova le sue origini nell’emozione ed è una parte che svolge una funzione specifica sia biologicamente che psicologicamente. Nonostante ciò si tratta di una reazione istintiva o di qualcosa di molto vicina ad essa. Sono state mostrate, fino ad ora, varie analisi sulle caratteristiche del linguaggio e dell’intelligenza delle scimmie, per chiarire il rapporto filogenetico di queste funzioni. Si riassumono ora le conclusioni:
-PENSIERO E LINGUAGGIO HANNO DIVERSE RADICI GENETICHE.
-LE DUE FUNZIONI SI SVILUPPANO LUNGO LINEE DIVERSE, ED INDIPENDENTEMENTE L’UNA DALL’ALTRA.
-NON VI È UNA NETTA SEPARAZIONE NÉ UNA COSTANTE CORRELAZIONE TRA DI ESSE.
-GLI ANTROPOIDI MOSTRANO UN’INTELLIGENZA SOTTO CERTI ASPETTI SIMILE A QUELLA DELL’UOMO – USO DI STRUMENTI – E UN LINGUAGGIO SIMILE A QUELLO DELL’UOMO SOTTO ASPETTI TOTALMENTE DIVERSI – ASPETTI FONETICI, FUNZIONI DI SFOGO, INIZI DI FUNZIONE SOCIALE—.
-LA CORRISPONDENZA TRA PENSIERO E LINGUAGGIO CARATTERISTICA DELL’UOMO, MANCA NEGLI ANTROPOIDI.
-NELLA FILOGENESI DEL PENSIERO E DEL LINGUAGGIO SONO DISTINGUIBILI UNA FASE PRELINGUISTICA NELLO SVILUPPO DEL PENSIERO E UNA FASE PREINTELLETTUALE NELLO SVILUPPO DEL LINGUAGGIO.
L’elemento importante di queste ricerche fu la scoperta dell’indipendenza dei processi intellettuali individuati dal linguaggio: prima che il linguaggio appaia, l’azione deve diventare soggettivamente significativa, ovvero coscientemente rivolta ad un fine. Il balbettio, il gridare, sono fasi dello sviluppo del linguaggio che non hanno nessi con lo sviluppo del pensiero. Ma la
Vygotskij afferma che possiamo immaginare il pensiero ed il linguaggio come due circoli che si intersecano; nelle parti in cui si sovrappongono, pensiero e linguaggio coincidono per dar luogo al cosiddetto pensiero verbale. Il pensiero verbale, tuttavia, non include tutte le forme del pensiero o tutte le forme del linguaggio. Vi è un’ampia area del pensiero che non ha nessun rapporto diretto col linguaggio. La fusione del pensiero e del linguaggio sia negli adulti che nei bambini è un fenomeno limitato ad un’area circoscritta.
All’inizio del lavoro, Vygotskij si era prefissato di indagare il rapporto intrinseco esistente tra pensiero e parola ai primissimi stadi dello sviluppo filogenetico ed ontogenetico. Egli ha trovato che all’inizio dello sviluppo del pensiero e del linguaggio, non esiste alcuna interdipendenza specifica tra le radici genetiche del pensiero e quelle della parola. Ne deriva, dunque che quella interrelazione non costituisce un legame originario aprioristicamente dato, ma si costituisce e si evolve soltanto nel processo dello sviluppo storico della coscienza umana: essa non è il presupposto, ma il prodotto di quel processo per cui l’uomo diviene tale. Anche nei primi stadi dello sviluppo infantile si può constatare la presenza di una fase pre-intellettuale nel processo di formazione linguistica, e di una fase pre-linguistica dello sviluppo del pensiero. Pensiero e parola, dunque, non sono originariamente legati tra loro. Sarebbe errato, tuttavia, considerare pensiero e linguaggio come due processi eterogenei, che si costituiscano ed agiscano parallelamente l’uno all’altro: l’assenza di un legame originario non significa che un rapporto tra essi possa formarsi solo in maniera meccanica. Si è già tentato di dimostrare che il metodo di analisi che prende avvio da tale concezione è destinato a fallire in partenza, poiché, per indagare le caratteristiche del pensiero verbale nella sua unità, seziona proprio questa unità negli elementi che la compongono, pensiero e linguaggio nessuno dei quali presenta, singolarmente, le proprietà inerenti al pensiero verbale.
Si è cercato, dunque, fin dall’inizio, di affrontare il problema in modo diverso e di impiegare nella ricerca un diverso metodo di analisi: l’analisi in unità di relazione. Questa unità, raggiunta tramite l’analisi, non perde le proprietà che devono essere indagate, ma le contiene in forma elementare— in questo caso si intendono le proprietà del pensiero verbale—. Questa unità che riflette nella forma più semplice l’interdipendenza di pensiero e linguaggio, è stata identificata nel significato della parola. Esso, rappresenta un’unità, ulteriormente non scomponibile, di ambedue i processi: di esso non si può dire che costituisca solo un fenomeno del linguaggio o solo un fenomeno del pensiero. Una parola privata del significato non è una parola; inoltre, il significato della parola è un fenomeno di pensiero solo in quanto il pensiero è incorporato nella parola. Esso— il significato —è un fenomeno di pensiero semantizzato, o di linguaggio concettualizzato: è unità di pensiero e parola. Risultato fondamentale di tutte le ricerche fin qui condotte, non deve essere considerata questa posizione di per sé stessa, ma quella successiva: i significati delle parole si sviluppano. È questa la scoperta fondamentale che permette di superare in modo definitivo il postulato che era stato posto a fondamento di tutte le teorie precedentemente formulate sul pensiero e sul linguaggio, circa la costanza e l’invariabilità del significato delle parole.
Secondo la vecchia scuola psicologica, il legame tra parola e significato è semplicemente un legame di tipo associativo, instauratosi in virtù del fatto che nella coscienza l’impressione di una certa parola si è ripetuta numerose volte in una coincidenza con l’impressione di una certa cosa. Considerato in questo modo, il significato della parola, una volta istauratosi, non può evolversi né mutare. Lo sviluppo dell’aspetto semantico del linguaggio si esaurisce, per la linguistica, nei mutamenti della referenza oggettiva delle parole, mentre le rimane estraneo il pensiero che, nel corso dello sviluppo storico della lingua, muta la struttura stessa del significato della parola,
muta la natura psicologica di questo significato; che da forme inferiori e primitive di generalizzazione, il pensiero linguistico progredisce verso forme più complesse che trovano la loro espressione nei concetti astratti, e che nel corso dello sviluppo storico della lingua non è cambiato soltanto il contenuto d’una parola, ma anche il modo nel quale la realtà è riflessa e generalizzata nella parola. La comprensione del linguaggio consisterebbe in una catena di associazioni che vengono alla mente per l’influenza di immagini note e di parole. L’espressione del pensiero nella parola sarebbe il movimento inverso, sempre per vie associative, dalle rappresentazioni—gli oggetti—verso il loro significante verbale. Conseguentemente la comprensione del linguaggio e l’espressione del pensiero nella parola in nulla di differenziano dal semplice atto del ricordare per associazioni. Identificando il concetto con il significato della parola, si esclude la possibilità stessa del mutamento e dello sviluppo dei concetti. Una volta stabilito, il significato della parola è fissato per sempre.
La stessa posizione si ritrova anche nella psicologia della Gestalt. La Gestalt, semplicemente, sostituisce al principio dell’associazione, quello della struttura, ma questo nuovo principio viene esteso in modo universale ed indifferenziato, a tutti i tipi di rapporto tra le cose, proprio come avveniva col vecchio principio associazionistico. Così, sia per la vecchia psicologia, che per la nuova, rimane valida l’osservazione che lo sviluppo del significato della parola si conclude nel momento del suo costituirsi.
Il significato della parola non è costante: esso muta durante lo sviluppo del bambino, come anche a seconda dei diversi modi in cui il pensiero funziona. La formulazione della variabilità dei significati è stata possibile soltanto quando è stata definita in modo corretto la natura del significato stesso. Tale natura si rivela nella generalizzazione, che è contenuta come un momento fondamentale ed essenziale, in ogni parola. Ma se il significato della parola muta nella sua stessa natura interna, deve mutare anche il rapporto tra pensiero e parola.
Per poter comprendere la dinamica di tale rapporto è indispensabile chiarire la funzione del significato della parola nell’atto del pensiero. Vygotskij, tenterà ora di ricostruire la struttura di qualsiasi processo reale di pensiero, considerato nella sua integrità dinamica e del cammino dal momento originario del suo manifestarsi, fino alla sua completa formulazione verbale. Per far questo, si deve spostare la considerazione dell’argomento dal piano genetico a quello funzionale, e delineare non il processo secondo il quale si sviluppano i significati durante lunghi periodi di tempo, ma come essi funzionano nel processo vivente del pensiero verbale. I problemi di carattere funzionale si risolvono più facilmente quando si sposta l’indagine sulle forme superiori più evolute di una qualsiasi attività. Ecco perché si accantona il problema dello sviluppo, per concentrarsi sullo studio dei rapporti tra il pensiero e la parola nella mente matura. Il rapporto tra la parola e il pensiero deve essere considerato non come qualcosa di statico, ma come un processo, un movimento continuo dal pensiero alla parola, e dalla parola al pensiero. Il rapporto tra la parola ed il pensiero subisce cioè dei cambiamenti i quali possono essere considerati come le diverse fasi di un processo di sviluppo. Non si tratta di sviluppo nel senso di crescita, quanto in quello del verificarsi di modificazioni funzionali. Il pensiero non si esprime semplicemente nella parola ma viene alla luce attraverso di essa: si potrebbe parlare di un divenire del pensiero nella parola .Ogni pensiero tende ad instaurare connessioni e relazioni tra una certa cosa e un’altra. Ogni pensiero si muove, si sviluppo, assolve ad una funzione, svolge un compito definito. Questo flusso del pensiero si sviluppa come un movimento interiore attraverso tutta una serie di piani che segnano il passaggio dal pensiero alla parola e dalla parola al pensiero.
Compito primario, di un’analisi che abbia come obiettivo lo studio dei rapporti tra pensiero e parola intesi come tensione dinamica del pensiero verso la parola, dovrà essere lo studio delle fasi in cui si articola tale movimento; tale analisi porta alla distinzione di due piani nell’ambito del linguaggio:
enunciazione verbale, non un rapporto fra due aspetti, semantico e fonetico fissati una volta per tutte, costanti, ma una interdipendenza dinamica tra la sintassi dei significati e la sintassi verbale. La differenziazione del linguaggio in semantica e fonologia non è già data allo stadio iniziale dell’acquisizione del linguaggio, ma si dà durante il suo sviluppo; il bambino deve arrivare a differenziare entrambi gli aspetti. Infatti, per il bambino, i due aspetti della parola—semantico e fonetico—rappresentino un insieme indifferenziato della quale non ha ancora preso coscienza. È altresì chiaro, circa la funzione comunicativa dei significati, che la possibilità del bambino di stabilire una comunicazione mediante il linguaggio è direttamente proporzionale alla differenziazione dei significati verbali nel suo linguaggio, e alla coscienza che egli ha di essi.
Senza una esatta comprensione della natura psicologica del linguaggio interiore non c’è alcuna possibilità di chiarire i rapporti del pensiero con la parola in maniera esaustiva. Il termine “ linguaggio interiore ” o endofasia sta ad indicare, nella letteratura psicologica, i più disparati fenomeni. Il termine endofasia stava originariamente ad indicare la memoria verbale. Posso ripetere ad alta voce una poesia studiata a memoria, ma posso anche ripeterla solo mentalmente. La parola può quindi essere sostituita, nella memoria, dalla sua rappresentazione o immagine, così come qualsiasi altro oggetto. In tal caso, il linguaggio interiore si distingue da quello esteriore così come la rappresentazione di un oggetto si distingue dall’oggetto reale.
Tuttavia, la memoria verbale rappresenta solo uno dei momenti che definiscono la natura del linguaggio, ma non esaurisce tutto il fenomeno. Il secondo significato che è stato attribuito al termine è quello di abbreviazione di un comune atto verbale. In base ad esso il linguaggio interiore viene chiamato linguaggio non pronunciato. Anche questa seconda definizione si limita ad individuare uno solo degli aspetti del concetto scientifico di linguaggio interiore, poiché il pronunciare delle parole silenziosamente non costituisce un processo tale da esaurire tutto il linguaggio interiore. Questa funzione è chiamata verbalizzazione interiore.
La terza interpretazione del termine è anche la più confusa, perché è la più comprensiva: linguaggio interiore è, secondo Goldstein, tutto ciò che precede un atto motorio verbale. In tal modo, Goldstein estende il termine di linguaggio interiore fino ad abbracciare tutto l’aspetto interno dell’attività verbale.
Per comprendere sotto la giusta luce il linguaggio interiore bisogna invece partire dall’assunto che si tratta di una attività linguistica che presenta delle caratteristiche specifiche e che si trova in rapporti complessi con gli altri aspetti di questa attività. Per poter studiare i rapporti che il linguaggio interiore ha, da un lato, con il pensiero, e dall’altro con la parola, bisogna trovare quei tratti specifici che lo differenziano sia dall’uno che dall’altra, e chiarire la sua funzione particolare. Il linguaggio interiore è linguaggio per noi stessi, quello esteriore è linguaggio per gli altri ; questa differenziazione fondamentale tra i due tipi di linguaggio, si riflette anche sulla loro struttura: il linguaggio esteriore è infatti quel processo per cui il pensiero si trasforma nelle parole, si materializza ed obiettivizza in esse ; quello interiore segue la direzione opposta, è quasi un processo di volatilizzazione del linguaggio nel pensiero.
Interpretare il linguaggio egocentrico come una prima fase nello sviluppo del linguaggio interiore. Queste considerazioni erano di tre tipi:
Se il linguaggio egocentrico può essere considerato come una forma originaria di linguaggio interiore, si sarebbe risolto il problema sul metodo d’indagine da applicare nello studio del linguaggio interiore: in questo caso, infatti, il linguaggio egocentrico sarebbe la chiave per comprendere quello interiore, con il vantaggio, su quest’ultimo, di manifestarsi come linguaggio vocalizzato, cioè esteriore quanto alla forma, ma interiore quanto a funzioni e struttura. Mentre cioè, per analizzare dei complessi processi interiori, è necessario, di solito, portarli fuori, ricostruire sperimentalmente qualche loro aspetto interiore collegandolo con una qualche attività esterna, nel caso del linguaggio egocentrico, esso stesso si rende accessibile all’osservazione diretta e all’esperimento. Il secondo vantaggio che questo metodo offre, è quello di poter studiare il linguaggio egocentrico in tutta la sua dinamicità, nel processo vivente del suo sviluppo, e di seguire la graduale scomparsa di alcune sue caratteristiche, e la progressiva apparizione di altre; in questo modo è possibile individuare la tendenza di sviluppo del linguaggio interiore e distinguere i tratti che sono essenziali e che sono destinati a rafforzarsi, da quelli che sono invece soltanto accidentali e temporanei.
Prima di intraprendere un’esposizione dei risultati ottenuti con il metodo illustrato in questo momento, Vygotskij attua un confronto delle due ipotesi sul linguaggio egocentrico—quella di Piaget, e la sua—. Secondo Piaget, il linguaggio egocentrico del bambino è la manifestazione immediata dell’egocentrismo, il quale è, a sua volta, un compromesso tra l’autismo iniziale e la progressiva socializzazione del pensiero infantile; un compromesso dinamico che varia per ogni diversa fase dello sviluppo e che perde via via gli elementi autistici, acquistando quelli tipici del pensiero socializzato, fino al momento in cui, sia nel pensiero, che nel linguaggio, l’egocentrismo scompare del tutto. Secondo la teoria di Vygotskij: il linguaggio egocentrico del bambino rappresenta uno dei fenomeni di transizione dalle funzioni interpsichiche quelle intrapsichiche, e cioè un passaggio da forme di attività sociale, a forme di attività interamente individuale. Questa transizione è condizione necessaria perché si sviluppino le funzioni psichiche superiori che sorgono originariamente come forme di attività collettiva e che soltanto in seguito vengono dal bambino trasferite alla sfera dell’attività psichica. Il linguaggio per sé stessi, ha origine per differenziazione dal linguaggio comunicativo. Non solo, dunque, una progressiva socializzazione del linguaggio verbale, ma anche una progressiva individualizzazione che si edifica sulla base della socialità. Di conseguenza, mutano anche la struttura, la funzione e il destino del linguaggio egocentrico: assumendo un nuovo significato funzionale, muta, corrispondentemente alle sue nuove funzioni, anche la sua struttura.
Funzionalmente , il linguaggio egocentrico è affine a quello interiore e non svolge una mera funzione di accompagnamento, ma una funzione che permette al bambino di orientarsi, di prendere poco per volta coscienza di certe difficoltà, e di trovare il modo di superarle: si tratta di un linguaggio “per sé stessi” strettamente connesso al più intimo pensiero infantile.
Geneticamente , il linguaggio egocentrico, si presenta come molto diverso dalla descrizione che ne fa Piaget—processi di involuzione—, ma ricorda molto più da vicino i processi della crescita infantile che tendono alla maturazione; è una forma di linguaggio interiore quanto alla sua funzione psicologica, esteriore quanto alla sua struttura: il suo destino è quello di sopravvivere nella forma di linguaggio interiore.
Secondo Piaget, il linguaggio egocentrico è destinato a scomparire, diminuendo quantitativamente con lo sviluppo del bambino; ma se così fosse, bisognerebbe aspettarsi anche una scomparsa delle sue caratteristiche strutturali, e non il loro incremento progressivo, altrimenti si sarebbe costretti ad ammettere che la diminuzione e la scomparsa del linguaggio egocentrico interessa soltanto l’aspetto quantitativo del processo, senza intaccare la sua struttura. In altre parole, il linguaggio egocentrico