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peste manzoniana e Covid19, Esercizi di Lingue e letterature classiche

analogie tra peste di Manzoni e Covid19

Tipologia: Esercizi

2020/2021

Caricato il 07/01/2021

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loredana-fioravanti-1 🇮🇹

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Peste manzoniana e Covid19
Sottovalutazione. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande
alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma
invase e spopolò una buona parte d’Italia». Quel che dapprima ci eravamo abituati a vedere da lontano ora
è fra noi con disarmante attualità. Anche allora come oggi venne sottovalutata. Fu ritenuta «effetto
consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi o dei disagi e degli strapazzi sofferti nel passaggio degli
alemanni».
La peste arriva in Italia con le truppe alemanne. Inizialmente nessuno la prende sul serio. C'è chi minimizza,
chi deride le preoccupazioni dei pochi che si accorgono che il problema è più serio di quel che si crede.
Vengono adottate misure, che però sono insufficienti e arrivano troppo tardi. Il contagio dilaga, dapprima in
Lombardia e poi in tutta la penisola. C'è anche un dottor Burioni ante litteram, che cerca di mettere in
guardia le istituzioni, ma invano
MILANO. La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande
alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, com'è noto; ed è noto parimente che non si fermò
qui, ma invase e spopolò buona parte d'Italia.
Inizia così il trentunesimo capitolo de I promessi sposi, forse uno dei capitoli più noti dell'intero
romanzo. In queste settimane se ne è sentito parlare molto (spesso anche a sproposito). Le
epidemie hanno segnato la storia, anche letteraria, del nostro Paese. Basti pensare, appunto, a I
promessi sposi e al Decameron.
La peste che colpì soprattutto l'Italia settentrionale nel XVII secolo e l'emergenza sanitaria che,
oggi, ci troviamo ad affrontare non possono essere comparate. E non possono essere
comparate per una serie di ragioni, forse banali ma che è bene ricordare: è diversa la situazione
socio-economica, diverso il contesto storico-culturale, diversa la mobilità, diverse le
conoscenze in ambito medico-scientifico. Insomma, stiamo parlando di due mondi lontani, per
certi versi contrapposti. A ben guardare, però, una cosa - un'unica cosa - che non cambia c'è: siamo
noi.
Scorrendo le pagine del capitolo (che può essere, anche, un buon esercizio in queste settimane di
isolamento), ci si imbatte infatti in un copione che conosciamo. Dalle parole di chi minimizza
l'epidemia alla noncuranza della popolazione, dai provvedimenti che arrivano troppo tardi alla
nobile missione di chi presta aiuto agli ammalati, dall'egoismo dei tanti (troppi) che fanno i
propri comodi all'opera di sensibilizzazione portata avanti da istituzioni e chiesa. Insomma, le
parole del Manzoni sono uno specchio: lì dentro ci siamo anche noi.
La peste, come riferisce lo stesso autore, arriva in Italia probabilmente con le truppe alemanne e,
in poco tempo, inizia ad espandersi a macchia d'olio. Dapprima nei territori dell'odierna
Lombardia, quindi in tutta la penisola.
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di
mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de' viventi.
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Peste manzoniana e Covid Sottovalutazione. «La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimenti che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia». Quel che dapprima ci eravamo abituati a vedere da lontano ora è fra noi con disarmante attualità. Anche allora come oggi venne sottovalutata. Fu ritenuta «effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi o dei disagi e degli strapazzi sofferti nel passaggio degli alemanni». La peste arriva in Italia con le truppe alemanne. Inizialmente nessuno la prende sul serio. C'è chi minimizza, chi deride le preoccupazioni dei pochi che si accorgono che il problema è più serio di quel che si crede. Vengono adottate misure, che però sono insufficienti e arrivano troppo tardi. Il contagio dilaga, dapprima in Lombardia e poi in tutta la penisola. C'è anche un dottor Burioni ante litteram, che cerca di mettere in guardia le istituzioni, ma invano MILANO. La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c'era entrata davvero, com'è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò buona parte d'Italia. Inizia così il trentunesimo capitolo de I promessi sposi , forse uno dei capitoli più noti dell'intero romanzo. In queste settimane se ne è sentito parlare molto (spesso anche a sproposito). Le epidemie hanno segnato la storia, anche letteraria, del nostro Paese. Basti pensare, appunto, a I promessi sposi e al Decameron. La peste che colpì soprattutto l'Italia settentrionale nel XVII secolo e l' emergenza sanitaria che, oggi, ci troviamo ad affrontare non possono essere comparate. E non possono essere comparate per una serie di ragioni, forse banali ma che è bene ricordare: è diversa la situazione socio-economica , diverso il contesto storico-culturale , diversa la mobilità , diverse le conoscenze in ambito medico-scientifico. Insomma, stiamo parlando di due mondi lontani, per certi versi contrapposti. A ben guardare, però, una cosa - un'unica cosa - che non cambia c'è: siamo noi. Scorrendo le pagine del capitolo (che può essere, anche, un buon esercizio in queste settimane di isolamento), ci si imbatte infatti in un copione che conosciamo. Dalle parole di chi minimizza l'epidemia alla noncuranza della popolazione , dai provvedimenti che arrivano troppo tardi alla nobile missione di chi presta aiuto agli ammalati, dall' egoismo dei tanti (troppi) che fanno i propri comodi all' opera di sensibilizzazione portata avanti da istituzioni e chiesa. Insomma, le parole del Manzoni sono uno specchio : lì dentro ci siamo anche noi. La peste , come riferisce lo stesso autore, arriva in Italia probabilmente con le truppe alemanne e, in poco tempo, inizia ad espandersi a macchia d'olio. Dapprima nei territori dell' odierna Lombardia , quindi in tutta la penisola. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de' viventi.

Inizialmente il morbo viene sottovalutato : c'è chi pensa sia un banale male di stagione e chi deride le preoccupazioni dei pochi che prendono l'epidemia seriamente. Tra questi c'è tale Lodovico Settalla , ex professore di medicina dell'università di Pavia e poi di filosofia morale a Milano, autore di celebri opere e stimato esperto in materia. Potremmo quasi considerarlo un Roberto Burioni ante litteram. Proprio il dottor Burioni, qualche tempo fa, disse che era meglio sopravvalutare un problema che sottovalutarlo (come, di fatto, è stato fatto con il Covid-19 ). E lo stesso fa il professor Settalla. Il protofisico Lodovico Settalla (...) che ora, in gran sospetto di questa, stava all'erta e sull'informazioni, riferì il 20 d'ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l'ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione. Insomma, il povero professor Settalla prova a gridare al lupo, ma nessuno l'ascolta. Non viene presa nessuna misura per limitare i contagi ( veruna risoluzione , dice il Manzoni). E i contagi , infatti, aumentano. Tanto che, alla fine, il "tribunale di sanità" (organo preposto alla salute pubblica ) manda dei commissari nelle zone più colpite. Oggi, quelle stesse zone, le chiameremmo " rosse " (si pensi a Codogno o a Vo' Euganeo di qualche settimana fa). Si dice, però, che l'uomo sia portato a cercare conferme delle proprie convinzioni, anche se errate. E così fanno anche i commissari mandati dal tribunale. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt'e due, "o per ignoranza o per altro si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de' mali non era Peste"; ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell'emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de' disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace. Gli esperti inviati sul luogo del contagio si lasciano, quindi, persuadere da un barbiere "vecchio e ignorante" e si convincono che, quel morbo, non sia peste ma un generico malanno. Il tribunale , rassicurato dalle loro parole (perché era quello che voleva, essere rassicurato), si mette il cuore in pace (con buona pace della peste, aggiungerei). Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e provvedere. Quando questi giunsero, il male s'era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. La peste continua la sua corsa e il tribunale invia, allora, altri due delegati nelle terre colpite. Troppo tardi , però. Quando arrivano il contagio è ormai dilagato e i delegati non possono far altro che raccoglierne le prove. I paesi iniziano a trincerarsi per evitare che "stranieri" infetti possano portarvi il contagio , le persone cercano riparo in campagna , i malati e i morti aumentano giorno dopo giorno. (...) E per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all'entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi (...) S'informarono del numero de' morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Quando il tribunale della sanità riceve le terribili notizie ( sinistre nuove , con le quali anche noi, oggi, dobbiamo fare i conti), inizia finalmente a prendere provvedimenti seri e vieta a tutti gli