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Appunti sul saggio dell'umorismo, le novelle Il treno ha fischiato e Ciaula scopre la luna di Pirandello. Tutto approfondito con cura con trama, spiegazioni, stile e tecniche narrative
Tipologia: Appunti
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Il concetto di umorismo è al centro della poetica pirandelliana ed è spiegato soprattutto nel saggio L’umorismo, pubblicato nel 1908 e poi ampliato nel 1920. Per Pirandello l’umorismo non coincide semplicemente con il comico: nasce invece da una riflessione profonda sulla realtà e ha lo scopo di mostrare le cose come sono veramente, smascherandone le illusioni e le apparenze. L’arte umoristica è infatti un’arte “disarmonica”, “fuori chiave”. Pirandello usa la metafora musicale della chiave di violino: nella musica la chiave serve a dare ordine e orientamento, mentre l’arte umoristica è “fuori chiave”, cioè priva di armonia e di un orientamento stabile. Questo perché la realtà moderna, soprattutto dopo la rivoluzione copernicana, non è più ordinata, compatta e rassicurante, ma caotica, frammentata e contraddittoria. Ogni pensiero genera il suo opposto, ogni verità contiene il contrario di sé stessa. Per questo l’umorismo si fonda sulla scomposizione del reale. L’umorista non rappresenta la realtà in maniera idealizzata e armoniosa come fanno gli scrittori tradizionali, ma mette in luce le incoerenze, i contrasti e le contraddizioni della vita quotidiana. Pirandello scrive infatti che gli scrittori comuni eliminano tutti i dettagli ordinari e banali della vita, presentando una realtà “ripulita” e perfettamente organizzata, mentre l’umorista fa esattamente il contrario: valorizza i particolari più comuni, persino volgari e triviali, perché proprio questi mostrano quanto la realtà sia complessa, incoerente e imprevedibile. Pirandello afferma: «L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi… Ma l’umorista sa che le vicende ordinarie, i particolari comuni, la materialità della vita… contradicono poi aspramente quelle semplificazioni ideali». L’umorista dunque smonta ogni costruzione ordinata e fa emergere “l’abisso che è nelle anime”, mostrando i pensieri nascosti, incoerenti e persino inconfessabili che ogni uomo porta dentro di sé. La distinzione fondamentale elaborata da Pirandello è quella tra comico e umoristico. Il comico nasce dall’“avvertimento del contrario”: vediamo qualcosa che contrasta con ciò che dovrebbe essere e reagiamo immediatamente con il riso. L’umorismo invece nasce dal “sentimento del contrario”: alla percezione iniziale si aggiunge la riflessione, che ci porta a comprendere il dolore e la sofferenza nascosti dietro ciò che sembrava solo ridicolo. L’esempio più famoso è quello della vecchia signora truccata in modo eccessivo: «Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti… tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere… Il comico è appunto un avvertimento del contrario.» La comicità nasce quindi dal contrasto tra l’età avanzata della donna e il suo tentativo goffo di apparire giovane. Ma se interviene la riflessione, tutto cambia: «Se ora interviene in me la riflessione… e mi suggerisce che quella vecchia signora… lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che… riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei… ecco che io non posso più riderne come prima»
A questo punto si passa dal semplice riso alla compassione. Questo è il “ sentimento del contrario ”: dietro l’apparenza ridicola emerge il dramma umano della paura di invecchiare e di perdere l’amore. L’umorismo quindi non si limita a deridere, ma comprende e compatisce. L’umorista smonta ogni certezza e rivela il lato tragico nascosto dietro le apparenze. Fa vedere il volto doloroso e degno di compassione che si nasconde dietro la bruttezza, la comicità o le convenzioni sociali. Un altro concetto fondamentale della poetica pirandelliana è quello dello “ strappo nel cielo di carta ”, presente ne Il fu Mattia Pascal. Nel romanzo, Anselmo Paleari immagina che durante una rappresentazione teatrale si strappi il cielo di carta del teatrino mentre Oreste sta per vendicare il padre. Se ciò accadesse, Oreste si accorgerebbe improvvisamente di trovarsi dentro una finzione e rimarrebbe paralizzato. Paleari dice infatti: «Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta… ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo… e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto.» La differenza tra tragedia antica e moderna consiste proprio in questo: gli eroi antichi agivano senza dubbi perché credevano pienamente nei loro valori; l’uomo moderno invece ha perso ogni certezza e vive continuamente la consapevolezza della finzione. Lo “strappo nel cielo di carta” rappresenta quindi il momento della presa di coscienza: il personaggio non vive più spontaneamente, ma “si vede vivere”. Acquista consapevolezza del carattere artificiale della realtà e perde così ogni sicurezza e capacità di agire. Questo concetto non riguarda soltanto il teatro, ma la condizione dell’uomo moderno in generale. Dopo aver compreso che i valori, i ruoli sociali e le identità sono solo costruzioni artificiali, l’uomo non riesce più a vivere ingenuamente come prima. Nel saggio L’umorismo Pirandello collega questa consapevolezza alla perdita delle illusioni. L’umorista è colui che non riesce più a credere ai grandi ideali del passato, che Pirandello chiama “lanternoni”, né alle piccole illusioni personali, i “lanternini”, con cui ogni individuo cerca di dare senso alla propria vita. L’umorismo pirandelliano nasce quindi dalla consapevolezza della crisi moderna: una realtà frammentata, senza punti fermi, dove ogni certezza si dissolve e ogni identità si rivela una maschera.
Il treno ha fischiato è una delle novelle più famose di Pirandello. Viene pubblicata per la prima volta sul «Corriere della Sera» il 22 febbraio 1914, poi raccolta in volume nel 1915 e infine inserita nel 1922 nel quarto volume delle Novelle per un anno, intitolato L’uomo solo. La novella racconta la storia di Belluca , un misero impiegato costretto a vivere in condizioni disumane. Deve infatti mantenere con il suo solo stipendio tre donne cieche — la moglie, la suocera e la sorella della suocera —, due figlie vedove e sette nipoti. La sua esistenza è totalmente annullata dal lavoro e dai doveri familiari: Belluca lavora continuamente, sia in ufficio sia a casa, senza alcuno spazio per sé stesso.
liberazione resta soltanto virtuale: Belluca non cambia davvero la propria condizione e continua a vivere nella stessa realtà alienante e oppressiva. Per questo la novella esprime perfettamente la visione pessimistica di Pirandello. Non esiste una vera via di uscita dalla “trappola” sociale e familiare. L’unica possibilità concessa all’uomo è una fuga interiore nella fantasia o nella follia. Belluca incarna quindi uno dei temi fondamentali della poetica pirandelliana: la crisi dell’individuo moderno soffocato dalla società e costretto a vivere una sorta di sdoppiamento. Esteriormente continua a svolgere il proprio ruolo sociale, ma interiormente si rifugia in un mondo immaginario. È una forma di “follia lucida”, una condizione schizoide che permette di sopportare una realtà altrimenti invivibile. Nella novella emergono molti temi tipici di Pirandello: la trappola della famiglia e del lavoro, l’alienazione dell’uomo moderno, il contrasto tra realtà e immaginazione, la follia come forma di evasione e il relativismo del giudizio sociale. Infatti gli altri personaggi vedono Belluca semplicemente come un pazzo, mentre il narratore comprende che dietro quella follia apparente si nasconde in realtà una profonda verità umana.
Ciaula scopre la luna è una novella di Pirandello pubblicata nel 1907 e inserita successivamente nelle Novelle per un anno. Il protagonista è Ciaula, un giovane caruso siciliano che lavora nelle miniere di zolfo. È un ragazzo semplice, quasi infantile, sfruttato duramente nel lavoro della cava. Ciaula vive nella paura del buio della miniera, soprattutto dopo aver assistito alla morte tragica di un minatore rimasto coinvolto in un’esplosione. Una notte è costretto a continuare il lavoro anche dopo il tramonto e deve risalire dalla miniera trasportando un pesante carico di zolfo. Durante la faticosa salita, terrorizzato dall’oscurità, esce improvvisamente all’aperto e vede per la prima volta con piena consapevolezza la luna nel cielo notturno. Di fronte a quella visione resta incantato e commosso: la bellezza della natura gli provoca una profonda emozione e quasi un senso di liberazione. La novella appartiene al gruppo delle novelle siciliane, ma si distingue dal Verismo di Verga. Pirandello infatti non vuole rappresentare scientificamente la realtà sociale delle miniere o denunciare in modo oggettivo le condizioni dei lavoratori. L’interesse principale non è sociale ma psicologico e simbolico. L’ambiente della miniera appare come uno spazio infernale, oscuro e soffocante, simbolo della condizione umana di oppressione e alienazione. I minatori vivono quasi disumanizzati, schiacciati dalla fatica e dalla miseria. Ciaula stesso viene descritto inizialmente quasi come una creatura animale e istintiva, priva di piena consapevolezza. Tuttavia Pirandello non si limita a una rappresentazione realistica: introduce elementi lirici, simbolici e quasi fiabeschi. La novella assume così un significato molto più profondo. Il momento centrale è la scoperta della luna. La luna rappresenta la bellezza improvvisa della natura, la possibilità di uscire per un attimo dalla prigionia della realtà materiale e della sofferenza quotidiana. Per Ciaula quella visione è una rivelazione inattesa che rompe la monotonia della sua esistenza.
La luna assume quindi il valore di una vera e propria epifania, concetto che richiama James Joyce. L’epifania è un momento improvviso di illuminazione e di rivelazione interiore, in cui un dettaglio apparentemente semplice permette al personaggio di comprendere qualcosa di profondo sulla realtà o su sé stesso. Per Ciaula la luna è proprio questo: una rivelazione improvvisa che gli fa percepire l’esistenza di una dimensione diversa rispetto alla brutalità della miniera. Per la prima volta il protagonista prova meraviglia, stupore e commozione autentica davanti alla grandezza della natura. La scena finale è infatti molto intensa e poetica: Ciaula, che aveva paura del buio, rimane quasi ipnotizzato dalla luce della luna e si mette a piangere senza sapere perché. Quel pianto esprime una liberazione emotiva e una forma di risveglio interiore. Nella novella emergono molti temi tipici di Pirandello: la condizione di oppressione dell’uomo, il bisogno di evasione dalla realtà, la possibilità di una fuga momentanea attraverso la fantasia o la contemplazione della natura. Tuttavia, a differenza di altre opere più pessimistiche, qui compare anche una dimensione quasi poetica e salvifica. Dal punto di vista stilistico, Pirandello utilizza un linguaggio ricco di elementi popolari e dialettali, ma allo stesso tempo molto espressivo e lirico. La descrizione della miniera è realistica e dura, mentre quella della luna diventa quasi visionaria e simbolica. Anche in questa novella compare la poetica dell’umorismo: Ciaula è una figura insieme grottesca e tenera, ridicola e tragica. Pirandello guarda il personaggio con pietà e comprensione, mostrando l’umanità nascosta dietro la sua apparente semplicità.