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La nozione di 'italiano comune' e la sua evoluzione nel tempo - Prof. Trifone, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Il concetto di 'italiano comune' e la sua evoluzione nel tempo, dalle varietà regionali all'italiano standard. Vengono discusse le difficoltà nella diffusione della lingua comune prima del 900 e l'importanza del nesso tra lingua e cultura. Il documento si sofferma anche sulla percezione dei dialetti come lingue straniere e sull'influenza dei dialetti sulla formazione delle varietà regionali di italiano.

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 17/02/2022

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“Pocoinchiostro” - Trifone.
Il titolo riproduce il soprannome di un ventenne pugliese – all’anagrafe Angelo Michele Ciavarella di Foggia –
che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per le bande di briganti, i quali erano in gran
parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive; le
richieste si presentavano con notevole frequenza, tanto che a Ciavarella capitava spesso di restare con il
calamaio asciutto: di qui il soprannome di “pocoinchiostro”. L’autore ha voluto alludere al principale nucleo
tematico degli effetti del deleterio rapporto che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura,
evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune; il titolo può riferirsi
anche all’attuale declino della “spada d’inchiostro” e quindi al definitivo pensionamento del cosiddetto “uomo
di penna”, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione e sistemi di videoscrittura. Di
recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito l’importanza del nesso che lega la lingua alla cultura,
Capitolo I – L’italiano comune nella storia.
Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo più a svalutare ciò
che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono gli scogli maggiori che incontrano i tentativi
di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le
condizioni delle esperienze super dialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette la
lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro dell’italiano nascosto. Testa
dice che è un tipo di lingua che rimane fuori dalla storia perché spesso sono clandestini. Un punto di vista
rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare l’italiano comune con il
tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto più liberale consente di estenderne l’ambito
fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune tiene conto di due diversi presupposti, uno di
ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che
l’istruzione ha avuto: non bisogna confondere l’italiano dei colti con quello più incerto delle persone poco
istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo si tratta dell’inadeguatezza di una visione formalistica a
rendere conto di una realtà articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale
considerazione è la necessità di ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o
presunte irregolarità del parlato. Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune
propriamente detto e un italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale
competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta competenza della lingua
scritta; il secondo configura invece una situazione di semi-italofonia, caratterizzata dalla presenza di elementi
linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie del codice grafico. L’italiano comune,
dal 500 all’800, viene usato prevalentemente dagli alfabetizzati post-elementari nello scritto, nel parlato
formale, tende a conservare tratti linguistici locali o regionali anche nell’oralità controllata di celebri letterati,
intellettuali e scienziati. Sia le persone colte sia altre dotate di una buona alfabetizzazione pervenivano
all’italofonia così intesa, i cosiddetti semicolti riuscivano invece a scrivere e parlare in una varietà di italiano
locale o regionale o comunque in una varietà intermedia tra la lingua e il dialetto, con maggiore persistenza di
forme dialettali. La sostanziale italofonia dei colti si opponeva alla semi-italofonia dei semi-colti, ed entrambe si
opponevano alla dialettofonia di gran parte degli analfabeti (maggioranza degli italiani). Gli italiani locali o
regionali sono varietà intermedie tra lingua e dialetti, precisando che si tratta di varietà marcate sia sul piano
diatopico (geografico), sia sul piano diafasico (situazionale) e diastratico (sociale), le quali si collocano dal
punto di vista del prestigio + in alto dei rispettivi dialetti e + in basso della lingua comune. Queste varietà locali
o regionali erano realmente intermedie solo per un’esigua minoranza di parlanti colti; mentre le stesse varietà
diventavano componenti di livello apicale per i semicolti, e restavano invece scarsamente accessibili e
difficilmente utilizzabili per moltissimi analfabeti. I litterati potevano avvalersi di una ricca e flessibile gamma
di registri diafasici. Gli illitterati totali o parziali riuscivano a esprimersi soltanto nelle varietà segnate in
diversa misura da un marchio di subalternità, con l’unica magra consolazione che il loro ben + umile status
sociolinguistico era condiviso da circa il 90% dell’intera popolazione, tra semi-italofoni e dialettofoni. Anche nei
decenni successivi all’unificazione nazionale l’uso del parlato della lingua comune continuerà a ristagnare. Nel
1890 Pirandello mette a fuoco con lucidità alcuni nodi fondamentali della questione, a cominciare dalla
correlazione tra i dislivelli sociolinguistici e quelli socioculturali. “I letterati non conoscono altra lingua che
quella dei libri: mentre gl’illetterati continuano a parlare quella a cui sono abituati”. Inoltre Pirandello fa
un’interessante allusione a una terza categoria di parlanti, intermedia rispetto a quelle da lui individuate dei
letterati italofoni e degli illetterati dialettofoni: la categoria dei non del tutto illetterati. “L’uso della lingua
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“Pocoinchiostro” - Trifone.

Il titolo riproduce il soprannome di un ventenne pugliese – all’anagrafe Angelo Michele Ciavarella di Foggia – che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per le bande di briganti, i quali erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive; le richieste si presentavano con notevole frequenza, tanto che a Ciavarella capitava spesso di restare con il calamaio asciutto: di qui il soprannome di “ pocoinchiostro ”. L’autore ha voluto alludere al principale nucleo tematico degli effetti del deleterio rapporto che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura, evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune; il titolo può riferirsi anche all’attuale declino della “spada d’inchiostro” e quindi al definitivo pensionamento del cosiddetto “uomo di penna”, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione e sistemi di videoscrittura. Di recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito l’importanza del nesso che lega la lingua alla cultura, Capitolo I – L’italiano comune nella storia. Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo più a svalutare ciò che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono gli scogli maggiori che incontrano i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le condizioni delle esperienze super dialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro dell’italiano nascosto. Testa dice che è un tipo di lingua che rimane fuori dalla storia perché spesso sono clandestini. Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto più liberale consente di estenderne l’ambito fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune tiene conto di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto: non bisogna confondere l’italiano dei colti con quello più incerto delle persone poco istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo si tratta dell’inadeguatezza di una visione formalistica a rendere conto di una realtà articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato. Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta competenza della lingua scritta; il secondo configura invece una situazione di semi-italofonia, caratterizzata dalla presenza di elementi linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie del codice grafico. L’italiano comune, dal 500 all’800, viene usato prevalentemente dagli alfabetizzati post-elementari nello scritto, nel parlato formale, tende a conservare tratti linguistici locali o regionali anche nell’oralità controllata di celebri letterati, intellettuali e scienziati. Sia le persone colte sia altre dotate di una buona alfabetizzazione pervenivano all’italofonia così intesa, i cosiddetti semicolti riuscivano invece a scrivere e parlare in una varietà di italiano locale o regionale o comunque in una varietà intermedia tra la lingua e il dialetto, con maggiore persistenza di forme dialettali. La sostanziale italofonia dei colti si opponeva alla semi-italofonia dei semi-colti, ed entrambe si opponevano alla dialettofonia di gran parte degli analfabeti (maggioranza degli italiani). Gli italiani locali o regionali sono varietà intermedie tra lingua e dialetti, precisando che si tratta di varietà marcate sia sul piano diatopico (geografico), sia sul piano diafasico (situazionale) e diastratico (sociale), le quali si collocano dal punto di vista del prestigio + in alto dei rispettivi dialetti e + in basso della lingua comune. Queste varietà locali o regionali erano realmente intermedie solo per un’esigua minoranza di parlanti colti; mentre le stesse varietà diventavano componenti di livello apicale per i semicolti, e restavano invece scarsamente accessibili e difficilmente utilizzabili per moltissimi analfabeti. I litterati potevano avvalersi di una ricca e flessibile gamma di registri diafasici. Gli illitterati totali o parziali riuscivano a esprimersi soltanto nelle varietà segnate in diversa misura da un marchio di subalternità, con l’unica magra consolazione che il loro ben + umile status sociolinguistico era condiviso da circa il 90% dell’intera popolazione, tra semi-italofoni e dialettofoni. Anche nei decenni successivi all’unificazione nazionale l’uso del parlato della lingua comune continuerà a ristagnare. Nel 1890 Pirandello mette a fuoco con lucidità alcuni nodi fondamentali della questione, a cominciare dalla correlazione tra i dislivelli sociolinguistici e quelli socioculturali. “I letterati non conoscono altra lingua che quella dei libri: mentre gl’illetterati continuano a parlare quella a cui sono abituati”. Inoltre Pirandello fa un’interessante allusione a una terza categoria di parlanti, intermedia rispetto a quelle da lui individuate dei letterati italofoni e degli illetterati dialettofoni: la categoria dei non del tutto illetterati. “L’uso della lingua

italiana non esiste”. Ne consegue che un siciliano e un piemontese non del tutto illetterati messi insieme a parlare dovranno accontentarsi di arrotondare alla meglio i loro dialetti. Coloro che parlavano in italiano smussando i rispettivi dialetti riuscivano però a scrivere in un discreto italiano standard. Gli aspetti residuali dell’interferenza con l’idioma nativo, sarebbero del tutto equiparabili ai fenomeni che caratterizzavano normalmente l’italiano parlato della grande maggioranza delle persone colte. Qualora escludessimo dal conto tutti coloro che conservano tracce di usi linguistici locali nel loro eloquio, la quota degli italofoni si abbasserebbe quasi fino allo zero assoluto. Una visione + realistica dell’imperfezione umana, inducendo nel contempo a graduare il rendimento linguistico dei buoni italografi. Dardano sottolinea che nella storia della lingua non si hanno contrapposizioni assolute, ma gradazioni e convivenze. Una parte rilevante della produzione in italiano assume caratteri e forme di molteplice e talora vertiginosa diversità. In effetti la policromia degli usi deflagra negli appariscenti provincialismi della fonetica e del lessico.

Nel corso del 900 i progressi sempre maggiori dell’istruzione e la comparsa sulla scena dei nuovi potenti mass media hanno ampliato le opportunità di accesso popolare all’italofonia, ma al tempo stesso hanno confermato la validità di entrambi i presupposti già messi in rilievo: un efficiente apprendistato scolastico resta la migliore arma disponibile per contrastare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale (che incide negativamente sulla qualità dell’italiano scritto e anche su quella dei registri formali del parlato) e il nuovo quadro di diffusa affermazione della lingua comune fa sì che il dialetto smetta di apparire un simbolo di sottosviluppo, accrescendo la tolleranza e la simpatia per quanto resta delle pronuncia locali e per altre tessere di analoga matrice. Serianni osserva che se oggi l’italiano scritto costituisce tutto sommato un organismo compatto si deve in primo luogo ad un livello di alfabetizzazione e di acculturazione popolare inimmaginabile anche solo in un passato recente. Tratti locali possono incrinare talvolta la sostanziale compattezza d tale organismo, ma evidenti ragioni di funzionalità comunicativa e di pertinenza sociolinguistica inducono a distinguere le idiosincrasie inavvertite. La risalita di un tratto locale fino a livello dello standard scritto determina automaticamente un significativo mutamento della fisionomia originaria del tratto stesso. Il concetto di italiano neostandard scritto e parlato accoglie in sé un primo grado di marcatezza diatopica. Nello schema di Sabatini l’italiano dell’uso medio viene inserito tra le varietà nazionali della lingua contemporanea e non tra quelle regionali o locali. Sembra difficile ricondurre l’uso scritto di elementi locai a uno standard linguistico nazionale, benché rinnovato, piuttosto che a una tendenza spontanea o consapevole del parlante a recuperare tratti sub- standard. Da un lato l’italiano scritto di media formalità tende ad accogliere alcuni dei fenomeni linguistici tipici della varietà neostandard, dall’altro continua a opporre una notevole resistenza a fenomeni diversi pur ampiamente utilizzati nel parlato comune. Si pensi in particolare al che relativo indeclinato, che trova raramente spazio nei giornali. Si tratta chiaramente di eccezioni che confermano la regola vigente nello scritto, racchiuse tra virgolette si introduce un abbassamento del registro linguistico dovuto alla riproduzione del parlato altrui. La marcatezza diatopica e l’italiano scritto sono considerati in linea di massima una coppia essenzialmente antinomica. La presenza di apporti regionali, frequenti nella fonetica, rai nel lessico e + ancora nella morfosintassi, si integra con lo standard parlato, oppure con lo standard scritto che emula quello parlato. L’inquadramento critico dell’italiano neo-standard e dello stesso italiano dell’uso medio non è privo di problemi, dal momento che queste efficaci etichette identificano + propriamente l’accresciuto livello di integrazione sociolinguistica di un registro diafasico presente nell’italiano scritto. Alla tradizione della lingua teatrale, dove i tratti censurati dai grammatici e destinati a divenire rappresentativi del neo-standard si manifestano regolarmente dal 500 in poi: il pronome LUI in funzione di soggetto compare per esempio nella Mandragola di Machiavelli, il che indeclinato o polivalente viene introdotto in un’opera del primo 600; in Nelli troviamo l’anacoluto e il tema sospeso; l’estensione già manzoniana del pronome gli al plurale ritorna nella Lupa di Verga. Scrivere commedie non è come scrivere altri tipi di testi: l’esigenza di prevedere il trasferimento dei dialoghi nel parlato degli attori spinge ad attribuire accenti inappropriati e credibili alla lingua di personaggi che sulla scena si trovano spesso a interagire in ambienti e situazione della vita quotidiana. Un italiano non assimilabile al modello letterario e analogo per molti versi all’italiano neostandard o dell’uso medio esiste da alcuni secoli, ma ha risentito negativamente del privilegio attribuito all’autorevole concorrente. Il percorso del pronome lui in funzione di soggetto in tal senso particolarmente istruttivo. Bembo condanna lui soggetto e riesce a farlo regredire almeno nell’uso colto. Non basta che la forma ricorra + volte nei testi teatrali di autori famosi appartenenti a epoche diverse. Il severo giudizio bembiano che ha continuato a far sentire la sua influenza fino al 900 inoltrato, spingendo molti insegnanti tradizionalisti a correggere il lui incriminato con il virtuoso egli. È noto che i mutamenti linguistici offrono motivi di inquietudine e pretesti di polemica ai fautori della conversazione, e si può capire che il dinamismo accelerato degli ultimi decenni abbia suscitato qualche

questa nobile visione era lontana dalla realtà del 600 e dell’800, tanto che nei procedimenti giudiziari del passato veniva spesso richiesta la nomina di un interprete ufficiale. Dovendo riferire in dialetto agli accusati e ai testimoni le domande fatte in italiano dai magistrati, e quindi tradurre dal dialetto all’italiano le risposte dei primi. Si potrebbe anzi osservare che il dialetto, mancando per lo + di una sicura codificazione e di un regolare uso scritto, pone problemi maggiori rispetto a una lingua straniera, in particolare quando si renda necessario riprodurre fedelmente, in qualsiasi atto giuridico, i discorsi tenuti nell’idioma nativo da una delle parti interessate. La diffusa percezione de dialetti come lingue straniere, invece che come altre lingua d’Italia usate in ambito locale, potrà dirsi superata di fatto solo quando nel corso del 900, l’italiano non sarà + una specie di lingua straniera per una parte considerevole degli italiani, e tutti i parlanti della comunità nazionale non avranno + bisogno di un interprete per dialogare tra di loro.

Ancora oggi, in un contesto iniziale di full immersion collettiva nell’italiano, esiste una minoranza di parlanti che sanno esprimersi quasi esclusivamente in dialetto, e che mostrano qualche difficoltà a comunicare con chi invece si esprime in lingua. Si tratta di inconvenienti della maggioranza degli analfabeti dialettofoni del’800, anche se ridotti dalla frequenza assai maggiore delle occasioni di contatto diretto o indiretto con l’italiano. L’intervistata presuppone una competenza passiva del dialetto nell’intervistatore, nella stessa misura in cui l’intervistatore presuppone una certa competenza almeno passiva dell’italiano dell’intervistata. La parlante dimostra una scarsa competenza attiva della lingua, come pure una sostanziale capacità di affrontare temi + ampi e + alti rispetto a quelli compresi nei limiti della sua immediata esperienza quotidiana. Capitolo III- Chi costruì Tebe dalle sette porte? L’Italia vi appariva non tanto come un’entità geografica, quanto piuttosto come un soggetto politico: Dante poteva dolersi che l’Italia fosse sottomessa a vari signori, sprovvista di una guida autorevole, ridotta in un grave stato di disordine civile e di corruzione morale. Dante discende la prima unificazione dell’Italia, quella linguistica: che nei secoli successivi ha dato frutti minori a causa delle condizioni politiche, sociali e culturali in cui versava la penisola. Per comprendere le conseguenze del problema linguistico sulla stessa identità del paese, è sufficiente riflette su un’affermazione come parliamo italiano, quindi siamo italiani. L’Italia non conosce al proprio interno varietà linguistiche distinte dall’italiano che siano al tempo stesso dotato di uno statuto ufficiale; né dall’altra parte l’italiano si è esteso fuori dei suoi confini in misura paragonabile allo spagnolo, anzi ha tardato ad affermarsi anche dentro i propri confini. La diffusione della lingua comune di base di toscana ha riguardato soprattutto l’uso scritto di una ristretta fascia di persone colte; la piaga dell’analfabetismo ha impedito a larghi strati della popolazione di apprendere l’italiano. Il dialetto era del resto il mezzo espressivo di cui si avvalevano anche cittadini eminenti in occasioni di vario tipo. Beccaria ricorda che un po’ in tutte le città d’Italia per la comunicazione orale ci si affidava alla vitalità + immediata del dialetto, oppure si incespicava con un italiano insicuro. La lingua è diventata gradualmente patrimonio effettivo della maggioranza degli italiani soltanto dopo l’unificazione politica. Per la storia linguistica le testimonianze dirette o indirette di parlanti e scriventi privi di particolare prestigio o di elevata cultura sono preziose, perché attraverso di esse affiorano aspetti della comunicazione verbale + ordinaria che altrimenti resterebbero del tutto sommersi.

I brani in volgare presi dai registri dell’archivio di Stato di Lucca risalgono al 300, quando l’italiano non esisteva; data la provenienza toscana, possiamo annoverarli tra i + prossimi precursori della futura lingua comune. Sebbene la legge imponesse che i resoconti delle udienze processuali fossero suffragati da elementi oggettivi di attendibilità, il trasferimento su pagina comportava comunque aggiustamenti e modifiche, non solo per la diversa cultura del giudice e dell’accusato, ma anche per la diversa natura dello scritto e del parlato: lo scritto tende a essere + ordinato e regolare, + influenzato da certi schemi tradizionali, che invece non agiscono o agiscono meno sul parlato. Prova evidente è la confessione stesa nel primo 500 da una presunta strega sabina e l’adattamento coevo realizzato dal verbalizzatore dotato di un ben maggior bagaglio culturale. L’episodio rimanda a condizioni e caratteri peculiari della cultura popolare, una cultura che per conservarsi e trasmettersi richiede necessariamente il passaggio personale di saperi, abilità ed esperienze dal maestro all’allievo. Ciò che caratterizza spesso questi documenti è la presenza di elementi che appartengono al dialetto nativo dello scrivente o che riflettono comunque aspetti del discorso orale, accanto a elementi propri della lingua scritta appresa durante un corso di studi abbastanza sommario, nel quale l’attenzione al modello del toscano poteva assottigliarsi fino a svanire. In un impasto linguistico di livello medio, la sintassi presenta un andamento simile a quello della lingua parlata; la maggiore sequenza delle scritture coordinative rispetto alle subordinative.

Lo stato pietoso dell’istruzione nell’Abruzzo dell’800 è messo in luce da uno studio del 1911 di Ranucci, che ha il pregio di utilizzare un’ampia varietà di fonti documentarie, di tipo sia normativo sia archivistico. Quale fosse il livello delle scuole si può ricavare da una testimonianza del 1816. Le irregolarità ortografiche e le forme influenzate dall’uso popolare e regionale assumono anche in questo caso un significato + grave, perché compaiono in uno scritto di carattere formale inviato da un maestro di grammatica al primo cittadino del paese. Dalla stessa zone proviene anche la lettera di una persona scarsamente istruita che mostra i tipici trattamenti delle sorde e delle sonore, con una frequenza che ci dice quanto fossero radicate queste pronunce. In queste forme si riconoscono i segnali del + ampio processo che pota alla formazione delle varietà regionali di italiano. I dialetti cominciano a intraprendere con maggiore decisione un percorso di avvicinamento alla lingua. Questo cammino passa attraverso la nascita di sistemi linguistici fortemente innovativi che fioriscono allorché gruppi sempre + numerosi di parlanti abituati al monolinguismo dialettale si sforzano di usare la lingua comun. In un primo tempo il fenomeno interessa soprattutto le grandi città, al cui interno gli idiomi in contatto tendono a stemperarsi uno nell’altro e a coagularsi in varietà delocalizzate, ognuna delle quali assume una fisionomia linguistica sostanzialmente italiana e nelle strutture fondamentali, ma con palesi tracce del dialetto di partenza. Nel corso del 900 la formazione di varietà regionali di italiano si estende progressivamente in tutte le aree del paese, divenendo la modalità principale dell’emancipazione della dialettofonia esclusiva e contribuendo all’evoluzione del repertorio linguistico nazionale. Secondo De Mauro “il momento in cui la distinzione tra lingua e dialetto ha perso il carattere d’una opposizione tra realtà mal conciliabili, va collocato nel periodo tra le due guerre mondali”. La prima esperienza collettiva di contestazione politica realizzata ricorrendo all’Italia risale agli anni del primo conflitto mondiale. Numerose persone di umile condizione sociale e di varia provenienza geografica sono in grado di far prevenire la propria voce angosciata o indignata a chi li amministra. Le lettere presentano i caratteri tipici di questo genere di testi: dalle irregolarità grafiche e interpuntive ai residui dell’uso regionale nella fonetica e nella morfologia; dalle storpiature di vocaboli difficili alle imprecisioni di una sintassi zoppicante. Tutti i mittenti hanno ricevuto almeno un primo livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione, che li mette in grado di leggere i giornali e farsi un’opinione sulle scelte del governo; poi di scrivere. La lingua degli italiani è la sintesi delle molteplici esperienze di cui si è nutrita nel tempo la loro identità, e delle diverse anime che sono scaturite da una storia accidentata, inseparabile dalle geografia politica e sociale del paese. Capitolo IV – La creazione della lingua comune. Garzoni esaltava la forza propulsiva della stampa, capace di imprimere un nuovo straordinario slancio alla circolazione della cultura e quindi allo stesso sviluppo della società. Coglieva realisticamente sia il legame tra la diffusione della stampa e l’ampliamento dell’istruzione, sia il ruolo del fattore economico nell’evoluzione coordinata di entrambi questi processi. La stampa ha cambiato il nostro modo di leggere la realtà, allargando il circuito dell’informazione e della conoscenza. Una delle maggiori implicazioni del fenomeno è stato il divorzio tra l’oralità e la codificazione, proprio in conseguenza dell’enorme progresso della scrittura: la stessa fisionomia della lingua scritta deriva da un’esigenza di razionalizzazione e di regolarizzazione non riscontrabile nel parlato, e affermatasi del tutto solo con la stampa, che ha contribuito in modo decisivo al superamento della tendenza alla scriptio continua e alla traduzione grafica della fonologia di giuntura. Il formalismo tipografico ha dato impulso alla concezione grammaticale e vocabolaristico della lingua, analizzata infatti dagli utenti nelle sue icone morfolessicali di base. La questione della lingua riguarda essenzialmente la lingua scritta. Fino al 400 il massimo di omogeneità possibile è la koinè regionale: il dialetto locale tende a smunicipalizzarsi sotto l’influsso del toscano e del latino, riflette almeno in parte la civil conversazione di determinati ambienti cortigiani. Con l’avvento del nuovo mezzo di comunicazione, la sede dell’elaborazione di un modello unitario si trasferisce definitivamente da un luogo reale com’è appunto la corte. Bembo propone un paradigma unico di natura rigorosamente libresca, il fiorentino letterario di due secoli prima. Chiedendo agli stessi fiorentini contemporanei di riesumarlo. L’industria tipografica puntava a creare un mercato panitaliano del libro e per raggiungere questo obiettivo non poteva fare a meno di identificare e promuovere una lingua comune. La letteratura del 300 offriva in tal senso campioni insuperabili: Bembo propone trionfalmente i modelli del Canzoniere di Petrarca per la lirica e del Decameron di Boccaccio per la prosa. E critica Dante per le esuberanze che hanno contribuito a farne un punto di riferimento senza confini né di generi né limiti d’uso. La riuscita creazione in vitro di una lingua comune scritta tendenzialmente unitaria era il frutto di un investimento combinato degli antichi patrimoni letterari del volgare e delle nuove risorse tecnologiche della tipografia, ma non poteva eliminare differenze esistenti nel parlato delle diverse zone d’Italia. L’eliminazione dei regionalismi

lingua comune insieme come lingua di cultura discende dai magnanimi lombi del toscano letterario, fino al punto di esservi identificata nel sentire collettivo. Questa concezione tradizionale dell’italiano si è accompagnata a una parallela svalutazione del dialetto. La fase risorgimentale e postunitaria è evidente che l’unità della lingua appariva in quegli anni come un traguardo imprescindibile, per ratificare a livello sociale l’unità politica perseguita fino a quando i dialetti avrebbero continuato a svolgere efficacemente gran parte delle funzioni comunicative utili alle popolazioni dei centri locali, la maggioranza dei parlanti italiani avrebbe potuto non avvertire affatto l’esigenza di adottare un diverso strumento linguistico al medesimo scopo. La volontà di aprirsi al resto d’Italia attraverso l’uso della lingua comune fosse un fatto tutt’altro che ovvio per molti cittadini dello stato in gestazione o appena nato. Si spiega anche così il deciso irrigidimento antidialettale di alcuni degli spiriti + illuminati nel tempo. Una penalizzazione dei dialetti era il prezzo che gli italiani avrebbero dovuto pagare per ampliare i flussi della comunicazione all’interno del paese, per tenere il passo con le lingue, le culture e le società avanzate, per accresce il proprio livello di conoscenza e di benessere. Altrimenti la naturale devozione dei parlanti nei confronti delle radici linguistiche dialettali si sarebbe convertita in una masochista idolatria. Sebbene poi la conquista della lingua comune proietti anche le parlate locali in un nuovo scenario, rimuovendo antiche inibizioni: l’esclusione del dialetto dai contesti formali si accompagna spesso a un suo rinnovato apprezzamento nel discorso di registro familiare ed espressivo, con una crescita complessiva delle opportunità di variazione di chi parla e scrive in italiano. Capitolo VI – La lingua parlata prima dell’Unità. Dopo l’unificazione politica, osserva Migliorini, “la nuova partecipazione alla vita civile di ceti sempre + ampi fa sì che l’uso della lingua scritta e parlata estenda man mano il suo àmbito.” Prima di allora, l’italiano era stato l’appannaggio esclusivo di una fascia abbastanza ristretta di persone istruite, e questi privilegiati dovevano fare continuamente i conti, nella pratica corrente della lingua, con i vari idiomi locali. Per farsi capire dal popolo non si poteva far altro che parlare dialetto. Manzoni, Leopardi e Foscolo hanno avvertito la scarsa diffusione in Italia di una lingua comune scritta e parlata e hanno sottolineato le gravi implicazioni di questo limite al dialogo tra gli individui. Leopardi nel 1821 riferisce che solo in Toscana la lingua scritta e quella parlata potrebbero ancora confondersi mentre nel resto d’Italia l’italiano non si parla. Leopardi denunciava l’assenza in Italia di una civiltà della conversazione, e metteva in rapporto tale lacune con un’attitudine tipicamente italiana all’indifferenza, al cinismo, al disprezzo di ogni forma sociale. Afferma anche che la Babele comunicativa genera disgregazione civile: mentre nelle + evolute nazioni europee la conversazione è un mezzo d’amore scambievole si nazionale che generalmente sociale, in Italia la mancanza di conversazione produce disunione. Ciò che colpisce in questa osservazione leopardiana è il forte accreditamento della lingua come vettore di unione nazionale e di armonia sociale, nel senso che la disponibilità e l’esercizio collettivo di un efficiente strumento di interazione verbale contribuiscono a far maturare l’idea del bene comune di un popolo, mentre condizioni opposte frenano questo fondamentale processo coesivo. L’incapacità o l’impossibilità di conversare rendono + difficile il superamento dei particolarismi e ostacolano la formazione di quel codice di abitudini e di regole condivise su cui si fondano le reti della convivenza pubblica. La mancanza di cultura determina la mancanza di lingua e insieme determinano la mancanza di tono sociale. L’estraneità tra norma e uso si accompagnava al rifiuto di qualsiasi compromesso o accomodamento, anche alla luce di un’interpretazione radicale dei già severi precetti di Bembo. I seguaci del pensiero bembiano si incaricarono di estenderne la portata a tutti gli ambiti della lingua, anche quelli votati alla funzionalità piuttosto che all’estetica, spargendo largamente il seme dell’interdizione verbale. È evidente che una situazione nella quale solo gli individui appartenenti ai ceti + elevati potevano avere la piena padronanza dell’uso scritto, formale e ufficiale della lingua rendeva molto difficile che si producessero fenomeni importanti di dinamica tra le classi e di partecipazione alla vita pubblica. Il protrarsi nei secoli della disgregazione linguistica non dipende solo dalla concomitante disgregazione politica del paese, ma chiama in causa precisi interessi e opzioni consapevoli dei gruppi dominanti. Migliorini sottolinea che pochissimo sentita era la necessità di porre rimedio a questo stato di cose. De Mauro registra l’atteggiamento delle classi dirigenti cattoliche e moderate, spesso indifferenti o avverse al diffondersi della istruzione tra le classi contadine e operaie. I problemi della lingua comune sono stati aggravati notevolmente dalla confluenza, all’interno della compagine sociale e delle istituzioni politiche, di spinte conservatrici e di interessi localistici. Il particolarismo dialettale e il formalismo retorico sono stati i corrispettivi linguistici del localismo e del conservatorismo che hanno caratterizzato la vita degli stati regionali preunitari. L’orientamento preferenziale dei detentori del potere è andato naturalmente a rivolgersi verso i poli alternativi del dialetto locale e dell’italiano letterario. Sul piano orizzontale la parlata locale rispondeva alle normali esigenze della comunicazione quotidiana e insieme marcava l’appartenenza dell’individuo al territorio; sul piano verticale, la lingua per eccellenza precludeva o

complicava la partecipazione attiva delle classi inferiori agli usi della sfera formale e pubblica.

Che la storia della comunicazione verbale in Italia sia stata contrassegnata a lungo da una duplicità radicale tra i piani dello scritto e del parlato. Dionisotti e De Mauro affermano che l’opposizione tra scritto e parlato nella storia linguistica italiana, e di conseguenza decreta l’inesistenza dell’italiano parlato in tutta la fase preunitaria. Partendo dal presupposto che la mera alfabetizzazione di base non bastasse a garantire una duratura padronanza dell’italiano, De Mauro ha stimato che la percentuale della popolazione in grado di affrancarsi dall’uso del dialetto fosse pari al 25%, una quota comprensiva di tutti coloro che avevano frequentato la scuola postelementare (toscani e romani). A questa stima si è opposto Castellani, il quale ha esteso ad altre zone del Lazio, dell’Umbria e delle Marche il criterio applicato da De Mauro per la Toscana e per Roma. Rifacendo i calcoli su queste nuove base, negli anni dell’unificazione gli italofoni sarebbero stati circa il 9,5% della popolazione, ovvero + di 2 milioni di parlanti. La scelta di inserire tra gli italofoni anche gli alfabetizzati che non erano andati oltre le prima classi delle elementari, purché originari delle aree indicati dell’Italia centrale, si spiega con la relativa prossimità linguistica di tali aree, al tipo toscano. L’italofonia alla Castellani è un po’ diversa da quella alla De Mauro, perché si riferisce a una varietà linguistica che rende possibile la comprensione reciproca tra parlanti, ma non esclude l’uso inavvertito di forme locali alternativa alle corrispondenti forme italiane. La tesi di un’esistenza meno stentata dell’italiano parlato prima dell’Unità è stata illustrata da Bruni, Serianni e Bianconi: la lingua comune e gli idiomi locali sono i poli estremi di un sistema + articolato, nel quale si possono distinguere con chiarezza varie soluzioni intermedie. Serianni “le relazioni delle persone comuni dovevano avvenire oltre che in dialetto anche in lingua, ovvero in un registro intermedio tra dialetto e lingua”. Si aggiunga che in alcune regione del Mezzogiorno la percentuale di analfabetismo raggiungeva e superava il 90%, sfiorando il 100% della popolazione femminile. Una nozione + ampia dell’italiano parlato, tale da includere sia la lingua comune sia una varietà di italiano regionale potremmo ipotizzare che il gruppo dei parlanti alfabetizzati, pari al 20/25% della popolazione. Se poi aggiungessimo a questo 20-25% un ulteriore 10% di analfabeti, pervenuti al traguardo della lingua comune (in quanto toscani o romani), arriveremmo al 30- 35% di italofoni o semi-italofoni. Serianni nota che la qualifica di alfabeta quale risulta da un censimento di popolazione può corrispondere alla mera capacità di disegnare la propria firma.

Al fattore della competenza passiva, cioè dell’abitudine a una determinata lingua e della capacità di intenderla, attribuiva notevole rilievo anche castellani. Le affinità strutturali tra lingua o dialetti diversi favoriscono l’intercomprensione; se si considera che la competenza passiva dell’italiano da parte di un dialettofono implica la facoltà di capire alla bell’e meglio il proprio interlocutore ma non quella di controbattere paritariamente ai suoi discorsi. Serianni “parlando con forestieri, molti italiani dialettofoni dovevano riuscire ad annacquare la propria parlata nativa, fino a dare l’impressione di esprimersi in una semplice varietà locale dell’italiano comune”. Per tutto l’800 e per i primi decenni del 900 la capacità di usare l’italiano parlato dipendeva fortemente anche se non esclusivamente, dalla parallela capacità di usare l’italiano scritto e quindi tendeva ad aumentare o a diminuire in rapporto proporzionale con il grado di cultura del parlante. Le non molte persone colte approdavano effettivamente all’italofonia, cioè a un soddisfacente italiano palato, appena venato da qualche tratto locale. I semicolti riuscivano a scrivere e parlare in una varietà di italiano regionale, con un grado crescente di marcatezza diatopica al decrescere del grado di alfabetizzazione. La massa degli incolti era costituita in grande maggioranza da dialettofoni, che erano esclusi del tutto dal processo di italianizzazione. La cesura linguistica tra colti e semicolti risulta certificata con evidenza dalle produzioni testuali delle rispettive fasce di parlanti. Manzoni osserva che l’italiano può quasi dirsi una lingua morta; a giudizio di Leopardi l’italiano non si parla fuori dalla toscana; per Foscolo è cosa risaputa che la lingua italiana non sia parlata neppur oggi. Serianni argomenta che prima dell’Unità nazionale esisteva un tipo di italiano stentato quanto si vuole ma adeguato per quella che è la prima funzione di una lingua: la comunicazione. Gli italiani di regioni diverse non comunicavano con la stessa lingua, non disponevano cioè di una varietà scritta e parlata largamente condivisa e sufficientemente standardizzata. I dialetti, le varietà regionali e l’italiano possono coesistere nell’uso e arricchirlo di registri, esprimendo l’appartenenza dei parlanti a comunità linguistiche parzialmente diverse ma al tempo stesso integrate nella comunità linguistica nazionale. Capitolo VI – Il cantiere aperto dell’italiano. Accanto alla lingua dei semicolti esisteva anche una lingua semiomologata dei colti, che la usavano intenzionalmente in determinati ambiti testuali e comunicativi come un’alternativa funzionale rispetto all’italiano omologato dalla codificazione grammaticale e lessicale. Tra le scritture di matrice colta influenzate

rilevante grazie ai contatti con italofoni istruiti che normalmente comunicavano con loro in dialetto. A riprova dell’ampia diffusione di forme linguistiche non omologate anche tra gli italiani di elevata statura intellettuale. Migliorini ricorda un passo di D’Ovidio sui vezzi fonetici meridionali caratterizzati da un’ipercorrezione. L’italiano regionale parlato presentava spesso tratti linguistici del tutto simili a quelli riscontrabili nell’italiano scritto dei semicolti e persino in quello degli stessi colti. Se questi ultimi decidevano di abbassare il registro linguistico per esigenze di natura stilistica o funzionale, erano certamente in grado di farlo, ma il percorso contrario era interdetto ai semicolti. La non trascurabile differenza tra l’italiano regionale dei colti e l’italiano popolare dei semicolti sta in fondo nella teoria dell’ascensore.

Non mancavano centri del nuovo stato gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città o regioni utilizzando una piattaforma di mediazione comunicativa che in vari casi assumeva l’inconfondibile fisionomia di un italiano regionale e dava pertanto corpo a una varietà di lingua parzialmente comune. Ramondini sottolinea che se da un lato non si può fare a meno di convenire che in Italia non si possieda una lingua effettivamente comune ed universale, dall’altro giova riconoscere che esiste un linguaggio d’uso, che non è né dialetto né la lingua letterata, ma è il crogiuolo nel quale vanno i dialetti a refluire. Già 100 anni prima della Storia linguistica dell’Italia unita di De mauro si è già in grado di delineare abbastanza chiaramente le condizioni e le modalità del successivo processo di italianizzazione linguistica, che assegnerà ai grandi centri urbani del paese un ruolo da protagonisti. Raimondini mostra in particolare una decisa ostilità nei confronti della letteratura dialettale, cui arriva ad attribuire potenziali effetti deleteri sullo sviluppo dello spirito coesivo nella giovane nazione: secondo lui essa vizia la forma logia ed il pensiero stesso di questo popolo che è chiamato oggi a vivere la vita collettiva di una grande nazione. Le annotazioni di Ramondini circa gli sforzi di tanti connazionali appartenenti alle + diverse aree del paese di parlare italianamente ci appaiono comunque tutt’altro che astratte, ma esse aggiungono una nuova testimonianza significativa su un passaggio importante della storia linguistica italiana, che anche grazie all’affermazione delle varietà regionali è riuscita a superare antiche chiusure e ad accrescere il suo dinamismo interno. Ramondini dice che è ora di prestare la dovuta attenzione allo stato vero della lingua italiana. Capitolo VII – Comune ma non troppo. “Dalla perfetta poesia italiana”, Muratori sembra sostenere la tesi a dir poco azzardata che per tutta l’Italia aveva corso uno stabile e uniforme modello di lingua comune parlata, e che tale modello era addirittura proprio di tutti gli italiani. Questa lettura della situazione linguistica è stata accolta con un certo favore da Testa nel quadro di una linea critica all’apparenza simile. Egli distingueva la lingua grammaticale acquisita con lo studio, da quella volgare, derivante dall’uso spontaneo. Il concetto di lingua comune scritta e parlata cui si riferiva Muratori era palesemente molto lontano dall’italiano di cui ragiona Testa; M. aderisce invece alla tradizionale visione dell’italiano come lingua regolata ed elevata, che i dialettofoni nativi avrebbero dovuto apprendere non attraverso la pratica comunicativa, bensì attraverso lo studio della grammatica e l’esempio degli scrittori. Il discorso muratoriano si rivela assai + corretto dal punto di vista storico-linguistica, sebbene l’oggettivo limite di trasparenza determinato dall’uso peculiare della locuzione abbia indotto a fraintenderne il senso. L’autore non intende accreditare una nozione irrealistica di italiano comune inteso come lingua scritta e parlata indistintamente da tutti gli italiani, ma circoscrive l’uso della varietà in questione a una specifica e ben + esigua classe di persone provviste di un’adeguata formazione culturale. L’approfondimento della grammatica permette di evitare alcuni errori di pronunziazione commessi dai non toscani quando vogliono servirsi della lingua comune. Muratori fornisce anche un nutrito elenco di pronunce marcate in senso regionale da correggere. Muratori distingue l’italiano comune, da lui identificato con la lingua delle grammatiche dei letterati, dalle varietà intermedie tra l’italiano e il dialetto, ovvero distingue l’italofonia da quella che abbiamo chiamato semiitalofonia. La replica di Salvini (accademico della crusca) sta anche a dimostrare che l’idea dell’esistenza di un italiano comune parlato non era affatto scontata al tempo in cui Muratori la espresse, e costituiva uno sviluppo relativamente avanzato alla riflessione sulla lingua, tendente ad ampliare i confini della nozione tradizionale dell’italiano. Muratori mostra la sua ampiezza di vedute facendo un rilievo interessante circa la generale diffusione della competenza passiva della lingua comune; in ogni zona del paese gli stessi incolti erano in grado, almeno di comprendere l’italiano. In realtà ancora nella prima metà del 900 la stessa competenza passiva dell’italiano era un traguardo proibitivo per buona parte dei parlati privi di un minimo di scolarizzazione. Nelle regioni del mezzogiorno d0’italia la situazione era del tutto analoga, se non peggiore a causa dell’arretratezza complessiva dell’area e della + alta percentuale di analfabeti. Commenti simili (non si capisce il dialetto di un anziano) esemplificano il senso di straniamento di un italofono odierno nei confronti di

un dialetto sconosciuto, e al tempo stesso danno un’idea del tipo di percezione che un dialettofono analfabeta del passato poteva avere di una lingua come l’italiano, scarsamente diffusa nel parlato e per lui parzialmente incomprensibile.

Non può essere messo in dubbio il progressivo sviluppo nell’Italia preunitaria di una sorta di embrionale lingua comune, ovvero di una forma non omologata di italiano approssimativo e spesso interferito con la realtà dialettale, ormai ampiamente attestato soprattutto nella produzione di scriventi di livello culturale medio basso. La metafora dell’italiano nascosto non mira tanto a definire dal punto di vista linguistico i tratti pertinenti della varietà o dell’insieme di varietà cui si riferisce, quanto piuttosto a sottolineare la relativa latenza degli stessi tratti. Tale condizione di latenza è in rapporto con la particolare tipologia delle scrittura che, dal 500 in poi, Testa prende in esame. Ne consegue che il genere di italiano comune identificato da Testa comprende alcune varietà apparentate tra loro dalla riduzione del gradiente letterario della lingua e dalla parallela crescita del gradiente regionale di quello popolare. Al momento dell’unità gli italiani erano per circa 75- 80% analfabeti, i quali reclamano il riconoscimento del proprio ruolo linguistico. Nel confronto con la lingua codificata e con i dialetti, l’italiano dei semicolti fa n po’ la parte in cui da un lato la lingua codificata tendeva a imporsi con sistematicità nella maggioranza de testi scritti; dall’altro, i dialetti trovavano impiego in modo pressoché abituale nel parlato corrente. Non solo la lingua codificata ma anche i dialetti erano generalmente + apprezzati dell’ibridismo linguistico dei semicolti. In nessun momento l’italiano semipopolare o semicolto è diventato comune quanto lingua codificata nello scritto e, a maggior ragione, quanto i dialetti nel parlato. Le varietà di italiano documentati dai testi popolari o semicolti erano marcate diatopicamente, erano cioè i precursori degli odierni italiani locali o regionali di varietà diastraticamente e diafasicamente più basse dell’italiano comune, tanto che in certi tipi di testi scritti o di contesti formali i parlanti colti evitavano di impiegarle e le sostituivano appunto con la varietà codificata. La lingua di riferimento dei semicolti era invece costituita da un coacervo di varietà parzialmente diverse, non codificato a causa appunto della sua identità eterogenea. È significativo che gli stessi semicolti mostrino spesso di rendersi conto delle forti carenze del loro italiano, alludendo alle sensazioni di inferiorità e di forte disagio provate in molte circostanze, soprattutto quando occorreva confrontarsi con persone di livello superiore.

La formula per un italiano per capirsi proposta da Testa potrebbe quindi essere applicata anche al dialetto romanesco del 300, in quanto enfatizza i fattori di similarità o intelligibilità, mentre annulla o minimizza tutti gli indici di variazione linguistica. In questo modo non significa ancora impiegare una lingua comune. In realtà il romanesco del trecento era uno dei volgari italiani e non l’italiano comune, che del resto a quell’epoca neppure esisteva. La serie di affinità strutturali di carattere ereditario che agevolano l’intercomprensione tra parlanti di varietà diverse va distinta dal sistema organico che caratterizza l’italiano comune, patrocinato dalla potente centrale di codificazione dell’editoria e dall’attività delle strutture educative. Manzoni paragona questo italiano impiegato per intendersi a un vestito pieno di toppe, esprimendo dubbi riguardo alla possibilità che un intendersi così incerto e lacunoso fosse proprio il medesimo di quelli che possiedono una lingua comune. Nel regime di dominante e plurima dialettofonia dell’Italia di metà 800 l’adozione della lingua comune poteva costituire una scelta decisamente impegnativa anche per le stesse persone istruite. Testa sottolinea l’importanza di una linea alternativa all’aristocratico modello linguistico di matrice bembiana, evidenziandone alcuni dei contrassegni fonomorfologici comuni + ricorrenti, come: la conservazione della e protonica e il suffisso aro che sono in realtà tratti non toscani comuni a molti dialetti italiani. Mentre la promozione del toscano letterario corrisponde a una precisa e univoca scelta di politica culturale della società italiana nel suo complesso, le pur significative spinte centripete prodotte da convergenze al sistema linguistico italo-romanzo sono state combattute, mentre quelle spinte centripete sono state sempre accompagnate da non minori spinte centrifughe, addirittura soverchianti nel parlato e ben avvertibili nello scritto. Il riferimento alla stampa non è casuale, perché l’articolato insieme di varietà testuali patrocinato dall’unico mezzo di comunicazione di massa esistente dal 500 all’800 è l’italiano comune, per il suo diffondersi e incidere sull’uso linguistico e per l’accoglienza offerta a opere del + vario genere. Questo italiano tipografico è tutt’altro che monolitico, non andava soggetto in linea di massima alle marcate peculiarità diatopiche e diastratiche frequenti nella produzione scritta dei semicolti, e talora anche degli stessi colti in contesti informali. Sembra + ragionevole assegnar la qualifica di comune, medio e semplice all’italiano di Goldoni. Montuori ha notato con acutezza pur sempre all’interno di un giudizio positivo che gli stessi testi analizzati da Testa, anziché dimostrare l’esistenza di un solo tipo di italiano, finiscono per rivelarsi piuttosto il sedimento di dinamiche di negoziazione linguistica in una comunità plurilingue. Non esisteva un registro medio dell’italiano, comune alle diverse classi sociali, ma

psicologico assume forme estreme nella lettera di ricatto che si finge inviata all’ombra di un brigante già morto, e tuttavia capace di mettere paura anche dall’altro mondo. Capitolo IX – Lingua comune e comunità linguistica. Guazzo afferma che ciascuno deve ragionare secondo la lingua del suo paese, sia pur riconoscendo che lo studio del toscano è servito e serve a scrivere. De Blasi rileva che la tendenza dei parlanti di oggi a dare una valutazione positiva degli elementi regionali e a impiegarli per aggiungere una consapevole coloritura espressiva al discorso. L’italiano e i dialetti non vivano isolati in mondi separati ma diano sempre luogo in un modo o nell’altro a forme di varietà intermedie. La realtà linguistica del nostro paese si configura come un repertorio complesso, al cui interno possono distinguersi due punti di riferimento, l’italiano e i dialetti, che entrano continuamente in relazione tra loro e quindi tendono a riorganizzarsi in alcune varietà intermedie. L’angolazione di una prospettiva del genere ha un carattere accentuatamente variazionale: l’italiano è un’entità tutt’altro che monolitica; d’altra parte i dialetti presentano delle articolazioni interne; le varietà intermedie si collocano in segmenti mutevoli e non sempre prevedibili dei molteplici continua (pl continum) tra l’italiano e il dialetto. De Blasi insiste sugli elementi di convergenza dell’uso linguistico: la prospettiva variazionale permette di abbandonare definitivamente la tendenza a considerare la realtà linguistica come se fosse costituita da blocchi non comunicanti. La prospettiva variazionale permette in primo luogo di abbandonare la tendenza a sottovalutare le variazioni esistenti all’interno della realtà linguistica. Proprio all’interesse per gli elementi dinamici della lingua, discende la particolare attitudine di tale prospettiva di ricerca a cogliere relazioni e nessi superando così il rigido modello critico dei blocchi non comunicanti. Nella vicenda linguistica dell’Italia preunitaria i fato di mediazione e di livellamenti non sono certo mancati, ma la loro capacità di competere con i fattori di differenziazione e di divisione non è paragonabile a quella acquisita nel periodo successivo. Il fatto stesso che parliamo di lingua italiana e di dialetti italiani, mantenendo il riferimento all’italianità di fondo, tra queste varietà possono esserci coincidenze, affinità, contatti; e naturalmente le loro rispettive differenze con gli italiani regionali sono ancora minori. Al tempo stesso l’italiano e il dialetto possono coesistere in uno stesso scambio comunicativo mantenendo la loro identità specifica. L’eventuale intercomprensione tra parlanti può ì agevolare forme basiche di comunicazione, ma non costituisce un criterio sufficiente per diagnosticare la presenza di una medesima varietà linguistica, lingua o dialetto che sia. La storia della lingua ci insegna che in origine tutti i dialetti erano a ben vedere lingue comuni, vale a dire varietà proprie di una determinata comunità linguistica, e svolgevano il ruolo che sarebbe stato assunto + tardi dall’italiano rispetto ad una comunità + vasta. Nelle regioni d’Italia tutti gli abitanti conversavano quotidianamente ne rispettivi dialetti, ma esistevano comunque dei gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città in una sorta di lingua tendenzialmente comune, che in molti casi sarà stata una piattaforma di mediazione linguistica definibile come italiano locale. La preferenza accordata spesso a italiano regionale è connessa alla volontà di evidenziare l’estensione territoriale relativamente ampia di molti tratti condivisi da tale varietà linguistica, anche se poi non mancano tratti arealmente + specifici all’interno delle regioni. Gli italiani locali possono essere

  • o meno marcati dal punto di vista diatopico, ma è anche sotto il profilo diastratico e diafasico che si precisa in particolare il loro rapporto con l’italiano comune. Nella storia della lingua, l’italiano locale si situa a un livello da cui il parlante colto è potenzialmente in grado sia di scendere verso il basso che di salire verso l’alto, mentre il parlante incolto è in grado solo di scendere. Dal 500 in poi il fondamentale polo di riferimento dell’intera comunità italiana per quanto riguarda la lingua scritta coincide con la stampa che mette in circolo le forme della poesia ma anche quelle del teatro. Sarebbe un errore appiattire la realtà dell’italiano tipografico sui postulati teorici del programma linguistico iperletterario di matrice bembiana.

L’italiano comune a cui Testa fa riferimento viene definito con attributi che lo qualificano sia come diastraticamente e diafasicamente basso, sia come diatopicamente differenziato. Testa vede giustamente tale tipo in italiano un significativo terreno d’incontro tra le diverse classi sociali, e lo definisce quindi comune, proprietà che però sarebbe opportuno circoscrivere, date le peculiarità diatopiche ravvisate nei testi, a una porzione limitata dell’intera comunità linguistica italiana. L’integrazione in questa comunità più estesa era consentita al nobile o borghese colto, ma non al popolano incolto o semicolto. Wilhelm osserva che l’individuo di solito fa parte contemporaneamente di in più comunità linguistiche, come quella più ristretta dei parlanti di un dialetto e quella più estesa dei parlanti dell’italiano. In più l’individui fa parte di più comunità discorsive. Di conseguenza l’italiano locale non né sempre rozzo, perché può corrispondere alla lingua media di una determinata area. Accanto alla lingua omologata dalle grammatiche e dai dizionari, gli stessi colti utilizzano anche una lingua semiomologata, preferita in vari ambiti testuali e comunicativi per ragioni di ordine

funzionale. L’italiano locale è per sua natura variegato dal punto di vista diatopico, e di conseguenza può essere considerato comune soltanto alla condizione di ridurre fortemente l’incidenza della variazione diatopica nella storia linguistica del nostro paese, e di sacrificare proporzionalmente la policrona pluralità degli esiti intermedi tra la lingua e i dialetti. Tra i continua di lingua-dialetto si collocano gli italiani diatopicamente variegati o italiani locali, mentre l’italiano comune è quello tendenzialmente privo di contrassegni linguistici riferibili a una determinata area, per esempio la sonorizzazione delle consonanti sorde dopo nasale nei dialetti meridionali o la degeminazione delle consonanti doppie nei dialetti settentrionali. Lo sviluppo di varietà linguistiche conguagliate, è un fenomeno che fi da epoca antica interessa numerosa zone, rientrando del resto nelle normali dinamiche di relazione tra dialetti geograficamente e strutturalmente vicini. Ma la stesa accentuata frammentazione dialettale del paese permette di escludere che un fenomeno simile sarebbe stato capace di produrre effetti risolutivi nel processo di italianizzazione dell’intera penisola e delle isole.

Attualmente tutti i parlanti del paese dispongono di un repertorio linguistico esteso fino ai domini centrali semicentrali dell’italiano. Le peculiarità locali sono che la punta visibile di un enorme iceberg mistilingue e pluridialettale, la cui parte sommersa è costituita dagli usi correnti nel parlato, dove naturalmente le esigenze e le opportunità di ricorrere all’italiano erano minori che nello scritto. Che l’Italia preunitaria fosse politicamente divisa, culturalmente depressa in vaste porzione del suo territorio, linguisticamente disomogenea e pluri- dialettofona è un dato storico inconfutabile. Si trattava di una consistenza fortemente differenziata dal punto di vista sociale, che solo i parlanti adeguatamente istruiti fossero in grado di comunicare in tutte le diverse varietà compresenti in una determinata zona, mentre i semicolti riuscivano a farlo nei rispettivi idiomi nativi e in varie miscele di lingua e dialetto. Sulla situazione dell’italofonia negli anni dell’Unità nazionale, arrivando a concludere che circa 2/3 della popolazione erano solo dialettofoni o avevano gravi difficoltà a usare una varietà anche approssimativa della lingua comune; si trovavano cioè in una situazione di incompetenza funzionale dell’italiano abbastanza simile a quella riscontrabile in una anziana di oggi. Capitolo X – L’italiano al tempo del Web. La scrittura conserva un ruolo fondamentale nella comunicazione telematica e lo esercita in forme rinnovate, ma non del tutto diverse dalla tradizione. Da un lato la rivoluzione digitale riflette e amplifica la fortuna goduta nelle attuali società, liquida da linguaggi eterogenei e non pienamente condivisi, dall’altro generalizza la possibilità di osservare i loro eventuali limiti, permettendo agli stessi utenti di riconoscerli e correggerli. Oggi forme del genere si incontrano marginalmente in testi poco controllati, suscitando a volte commenti critici o ironici di alcuni utenti della rete nei confronti di chi le adopera. Le frecciate mediatiche della grande comunità virtuale portano dell’attenzione per la lingua, mostrando che internet contiene dentro di sé anche gli anticorpi del discernimento. Il web ci mostra i problemi della scrittura. Le preoccupazioni iniziano quando gli scriventi estendono queste modalità ad ambiti comunicativi diversi, o quando rivelano la difficoltà in elaborazioni testuali; come accade con gli studenti con esempi tipo l’assenza dell’articolo, l’uso delle virgole sbagliato, ricorso alla virgola prima di una parentesi, comparsa dell’h davanti alla preposizione a, scarsa coerenza dell’argomentazione, imperfetto al posto del condizionale, dislocazione a sinistra. La scuola non dà ai giovani una formazione linguistica adeguata.

Esistono dei generi di lingua in rete, i caratteri più tipici e ricorrenti sono: la dialogicità, la frammentarietà e la brevità, che si manifestano specialmente quando la dimensione interattiva del messaggio acquista un rilievo maggiore. Un caso di Twitter che si ispira dichiaratamente a un modello delle battute concise e veloci di una conversazione in tempo reale. Sono tratti caratteristici della lingua parlata. Caratteristiche: l’esigenza dei stringatezza riduce fortemente l’effetto sorpresa; la narrativa twitteriana tende spesso a sfruttare il meccanismo della rottura in extremis di una cornice testuale apparentemente positiva; l’improvvisa modifica della densità informativa, bassa all’inizio e alta alla fine, determina una forte rivalutazione semantica del testo; anfibologie (che permettono agli autori dei racconti di spaziare da luoghi comuni a temi + complessi). Uno degli inevitabili limiti della micro-narrativa twitteriana, da ravvisarsi nella congenita impossibilità di ritardare + di tanto l’informazione principale. L’adozione di forme telegrafiche rischia di produrre un’informazione oscura o equivoca: non è un caso che Twitter goda di una fortuna nella comunicazione politica dove abbonda il ricorso a slogan generici e fumosi. La ricerca della massima concisione mal di adatta a intrecci complessi. D’altra parte alcuni dei testi citati confermano l’essenzialità ha a sua volta delle buone carte da giocare. Nella disinibita scrittura del web non mancano affatto gli esempi di un uso consapevole dell’italiano, che danno vita a sperimentazioni ingegnose e stimolanti.