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Pollution Haven Hypothesis, Tesi di laurea di Economia Internazionale

Tesi di laurea in Economia e Commercio riguardante la Pollution Haven Hypothesis, il fenomeno dei "paradisi dell'inquinamento".

Tipologia: Tesi di laurea

2013/2014

Caricato il 30/11/2014

paolovain
paolovain 🇮🇹

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UNIVERSITA DEGLI STUDI DI GENOVA
FACOLTA DI ECONOMIA
REGOLAMENTAZIONE AMBIENTALE E
BARRIERE AL COMMERCIO, LA
POLLUTION HAVEN HYPOTHESIS
Relatore: Barbara Cavalletti
Candidato: Paolo Schiavi
Anno accademico 2012-2013
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UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI GENOVA

FACOLTA’ DI ECONOMIA

REGOLAMENTAZIONE AMBIENTALE E

BARRIERE AL COMMERCIO, LA

POLLUTION HAVEN HYPOTHESIS

Relatore: Barbara Cavalletti

Candidato: Paolo Schiavi

Anno accademico 2012-

INTRODUZIONE

Al giorno d’oggi tutti i paesi del mondo hanno intrapreso o stanno intraprendendendo politiche di liberalizzazione per promuovere il commercio e gli investimenti diretti esteri, vere e propire rampe di lancio per lo sviluppo di una nazione. Nel processo di liberalizzazione, alcune nazioni meno sviluppate o in via di sviluppo sembrano molto poco interessate all’integrità e alla qualità dell’ambiente, ambito che, invece, sta subendo moltissime restrizioni nelle nazioni sviluppate dove si sono diffuse e stanno continuando a diffondersi rigorosissime regolamentazioni. Queste regolamentazioni ambientali rappresentano vere e prorie barriere al commercio e le cosiddette industrie “pollution intensive” (il cui processo produttivo si traduce in un elevato livello di emissioni inquinanti) cercano ovviamente di aggirarle. La Pollution Haven Hypothesis sostiene che le industrie ad altissimo inquinamento stanno letteralmente migrando dalle nazioni sviluppate a quelle in via di sviluppo. Un fenomeno che assomiglia molto a quello dei paradisi fiscali: le grandi industrie delle nazioni sviluppate, trovandosi di fronte a degli standard di regolamentazione ambientale sempre più alti e restrittivi, tendono a trasferire i propri impianti inquinanti nelle nazioni a basso sviluppo che si potrebbero contestualmente definire dei “paradisi dell’inquinamento”. Queste regolamentazioni più restrittive in ambito ambientale si traducono in costi di produzione sempre più alti per le grandi industrie, le quali si vedono costrette ad abbandonare la loro nazione. Nei paesi in via di sviluppo gli standard di regolamentazione ambientale, invece, si mantengono bassi e di conseguenza le industrie straniere altamente inquinanti sono molto attratte da queste “oasi” dell’inquinamento.

Chiaramente non ci si può limitare a giustificare la delocalizzazione industriale attraverso la crescita della regolamentazione ambientale, dunque non può essere trascurato il fatto che i paesi in via di sviluppo offrono una ingente forza lavoro, disponibile a percepire salari molto più bassi, contribuendo a rendere il costo della pruduzione nettamente inferiore rispetto a quello nei paesi sviluppati.

Va pur chiarito che una volta azionato questo processo di delocalizzazione, allo stesso tempo, a beneficiare di tale situazione sono anche gli stessi paesi in via di sviluppo: questi, infatti, ottengono le grandi risorse finanziarie di cui hanno bisogno per sostenere il loro sviluppo industriale.

1.1 Gli effetti del commercio sull’ambiente

Secondo Grossman e Krueger gli effetti del commercio sull’ambiente possono essere suddivisi in tre categorie indipendenti :

  • L’effetto scala : si tratta del concetto più immediato. L’aumento del commercio

implica un’espanione delle attività economiche, che, se restano invariate,

portano ad un conseguente aumento dell’inquinamento. Ciò spiega la stretta

relazione che c’è tra il commercio e l’inquinamento.

  • L’effetto di composizione : riguarda il vantaggio comparato delle pratiche

commerciali. Ogni paese che commercia si specializza nel settore in cui ha un

vantaggio comparato. I paesi sviluppati applicano regolazioni molto strette e

sono quindi meno competitivi nella produzione di prodotti intensivi in

inquinamento. Nel caso dei paesi in via di sviluppo, invece, quello della

regolamentazione ambientale è un ambito molto più trascurato, di conseguenza

tali paesi hanno molte più possibilità di guadagnare un vantaggio competitivo

nel settore dei prodotti delle industrie più inquinanti. Ma il vantaggio comparato

è anche generato dal capitale. Se i prodotti inquinanti sono “capital intensive”,

allora i paesi sviluppati hanno un vantaggio competitivo basato sulla loro grande

disponibilità di capitale. Accrescere il commercio implica il deteriorarsi

dell’ambiente, tuttavia non possiamo dire che se un paese ha un bene la cui

produzione è poco inquinante, allora di conseguenza avrà un vantaggio

comparato su quel bene, né possiamo affermare l’esatto opposto. L’effetto di

composizione è legato in maniera ambigua all’inquinamento.

  • L’effetto tecnico : l’inquinamento per unità di prodotto potrebbe diminuire con

l’aumento del commercio. Questo avverrebbe per varie ragioni:

  • In primo luogo perché attraverso il commercio tra le nazioni sviluppate e

quelle in via di sviluppo, queste ultime guadagnano in termini diconoscenze

tecnologiche. Tali conoscenze moderne riguardano tecnologie sempre più

efficienti e pulite rispetto ai sistemi tradizionali di produzione. Quindi i paesi

in via di sviluppo possono produrre lo stesso prodotto ma con meno

inquinamento.

  • Secondariamente, le multinazionali si attengono alle regolazioni ambientali

più strette e hanno una grande facilità nell’utilizzo delle stesse tecnologie e

le stesse modalità di produzione in tutte le diverse nazioni in cui operano,

senza fare alcun tipo di differenza con la loro madre patria anche per il fatto

che agire in modo uniforme risulta conveniente sotto vari aspetti.

  • Un altro aspetto da considerare è il fatto che l’aumento della globalizzazione

porta all’aumento della competizione. Tale aumento dei competitori porta le

imprese ad adottare tecnologie più efficienti e di conseguenza diminuzione

dell’inquinamento.

  • Infine, alimentare il commercio porta ad un incremento delle entrate per

tutte le nazioni. Il maggiore profitto, come universalmente noto, attira

grande interesse ed in questo caso specifico rende più attrattivo un ambiente

più pulito.

In conclusione l’effetto tecnica porta alla crescita della qualità ambientale

attraverso la crescita del commercio.

1.2 La curva di Kuznets ambientale

determinato livello di benessere. Nelle società più ricche la qualità ambientale si

trasforma in un bene scarso e la società è quindi disposta a scambiare una parte della

propria crescita economica per ottenere un miglioramento della qualità ambientale. La

società adotta una politica ambientale per ridurre il livello di inquinamento delle proprie

attività di consumo e di produzione. Le attività produttive vengono delocalizzate in altri

paesi, mentre il sistema economico nazionale si specializza nel settore terziario ad

elevato valore aggiunto. Nel punto di massimo la relazione tra il degrado ambientale e il

reddito pro-capite si inverte e la curva di Kuznets assume un andamento decrescente. In

conclusione, secondo Kuznets la crescita economica riduce la qualità ambientale fino a

un determinato punto, a partire dal quale la relazione si inverte e ogni ulteriore aumento

del reddito pro-capite riduce il degrado ambientale.

La forma ad U rovesciata è stata spiegata da Nordstrom e Vaughan:

  • Un ambiente pulito è da considerarsi un bene normale, quindi la domanda

per un ambiente pulito è elastica. L’inquinamento inizialmente cresce con

l’aumentare del PIL pro capite, ma da un certo punto in avanti comincia a

scendere. Questo avviene poichè più è alto il PIL pro capite, più sono le

persone interessate riguardo un ambiente pulito.

  • Vi sono anche alcuni cambiamenti strutturali con l’aumento del commercio.

Infatti, i paesi in via di sviluppo, inizialmente si spostano dal settore agricolo

a quello industriale (provocando un forte aumento dell’inquinamento), ma

successivamente, raggiunti determinati livelli di PIL pro capite si spostano

dal settore industriale a quello dei servizi (con conseguente calo

dell’inquinamento).

Tuttavia l’evidenza empirica ha mostrato che alcuni inquinanti seguono la curva ambientale di Kuznets mentre altri no.

  • Mani e Wheeler, ad esempio, hanno dimostrato che l’inquinamento

dell’acqua dovuto a cause industriali sale in modo evidente con l’aumento

del reddito, ma, una volta raggiunto un determinato livello di PIL pro capite,

si mentiene costante.

Rothman invece mostra come, nel caso si parli di inquinamento dovuto ad “emissioni da consumo” come CO2 o rifiuti urbani, l’andamento non segua la curva di Kuznets.

Inoltre una successiva “critica” nei confronti di tale modello fa riferimento alla mancata distinzione tra inquinamento locale e globale. La curva di Kuznets, infatti, interpreta la relazione tra economia e ambiente nei casi di inquinamento locale, dove il degrado ambientale è un fattore negativo della funzione di utilità della popolazione. Ad esempio, lo smog in una città (inquinamento atmosferico urbano) riduce la qualità della vita a tutta la popolazione locale, la distruzione di un bosco o di un parco elimina la possibilità degli abitanti del posto di godere delle passeggiate nel verde, ecc. In questi casi le persone percepiscono il degrado ambientale come un danno diretto. Nei casi di inquinamento globale e di inquinamento transnazionale, invece, l'inversione della relazione tra economia e ambiente non si verifica fin quando le conseguenze non sono tangibili a tutti. Ad esempio, l'effetto serra o il buco nell'ozono non sono considerati come dei fattori negativi delle funzioni di utilità individuali, in quanto non sono percepiti dalle persone come un danno diretto nei loro confronti.

Sono state recentemente formulate nuove teorie riguardo la curva ambientale di Kuznets. E’ empiricamente provato che le emissioni di molti inquinanti per unità di output diminuiscono man mano che i paesi raggiungono maggiori livelli di sviluppo. Tuttavia le nazioni più sviluppate hanno generato, a causa dei nuovi processi produttivi, nuovi inquinanti che accompagnano la crescita. Di conseguenza l’inquinamento complessivamente non risulta di fatto ridotto, bensì aumentato, dando luogo ad una nuova interpretazione che vede la curva avere un andamento a N.

Figura 2. Un possibile andamento a N della curva di Kuznets ambientale

INQUINAMENTO

t

  • In primo luogo, evidenzia il fatto che la stretta regolamentazione ambientale

dei paesi sviluppati spinge le grandi industrie inquinanti a spostare i propri

impianti nei paesi in via di sviluppo dove gli standard ambientali sono molto

più bassi.

  • Secondariamente, gli stessi paesi in via di sviluppo, avendo grande bisogno

degli investimenti diretti esteri per la loro crescita industriale, cercano di

attrarre tali industrie.

  • Secondo Liddle per Pollution Haven Hypothesis si può intendere la situazione

nella quale i bassi standard ambientali diventano la fonte di vantaggio

comparato che porta a questo spostamento nello schema di commercio.

  • Fredriksson sostiene che l’abbassamento delle barriere al commercio porta ad

una specializzazione in industrie ad alto inquinamento da parte dei paesi in via

di sviluppo.

1.3.1 Evidenze empiriche per la Pollution Haven Hypothesis

Uno dei modelli principali che crea dei collegamenti tra ambiente e commercio è senza dubbio il modello HECKSCHER-OHLIN sul commercio internazionale. In breve, tale modello sostiene che un paese tende ad avere un vantaggio comparato sui beni prodotti con i fattori di cui il paese è dotato in abbondanza. Il risultato principale, conosciuto anche come teorema HO, dice che i paesi esporteranno i prodotti che utilizzano in maniera più intensiva il fattore di produzione di cui sono più dotati ed importeranno i prodotti intensivi del fattore di cui sono meno dotati. Ciò significa che un paese che ha grandi disponibilità di capitale si specializzerà nella produzione di beni intensivi in capitale (come ad esempio le automobili), mentre un paese che ha una grande forza lavoro si specializzerà nei settori la cui produzione è intensiva in lavoro come ad esempio l’abbigliamento.

In maniera del tutto similare, un paese che avrà grande capacità di assorbire inquinamento (grazie ad una regolamentazione ambientale meno restrittiva) si specializzerà nella produzione di beni il cui processo produttivo è altamente inquinante.

Ma non è questa l’unica ragione per cui le industrie inquinanti sono attratte dai paesi in via di sviluppo. Ha grande rilievo anche il reddito. Come abbiamo già evidenziato, più il reddito è alto, più le persone tendono ad essere interessate ad un ambiente pulito.

Dunque ci sono due fattori che condizionano il livello di restrittività delle regolamentazioni ambientali: uno è la capacità di assimilare l’inquinamento da parte di un paese, l’altro è il livello di reddito pro capite.

Possiamo utilizzare il modello HO per spiegare l’effetto delle variabili ambientali sul commercio dei beni “pollution intensive”.

Dove:

X (^) ij = esportazioni nette dell’industria i verso il paese j.

Ejk = dotazioni del fattore k nel paese j. Ci sono k diversi fattori quali il capitale, le risorse naturali, il lavoro ecc.

Rj = restrittività delle regolamentazioni ambientali nel paese j.

Attraverso questo modello possiamo notare quali fattori incidono significativamente sul commercio, inoltre il segno di ∂i ci dirà se il commercio sarà positivamente correlato con il rigore delle regolamentazioni ambientali.

  • Usando tale modello, James A Tobey ha esaminato l’impatto delle politiche

ambientali sui pattern di commercio. Tobey, nella sua ricerca, prese in

considerazione cinque industrie inquinanti: chimica, dell’acciaio, degli altri

metalli, della carta e mineraria. Il campione esaminato fu composto da 23 paesi

con 11 diversi fattori di dotazione. L’esito della ricerca di Tobey fu però in

controtendenza con l’ipotesi di partenza. Egli infatti non riscontrò una relazione

significativa tra il rigore delle politiche ambientali ed il pattern di commercio.

La sua conclusione fu supportata dal fatto che i costi per la riduzione

dell’inquinamento sono molto piccoli se comparati con il costo totale della

21 paesi sviluppati e 32 in via di sviluppo e si analizzò il vantaggio

comparato rivelato al posto delle esportazioni.

*RCA = Revealed comparative advantage. Il vantaggio comparato

rivelato è un indice utilizzato in economia internazionale per calcolare il

vantaggio o lo svantaggio relativo di un dato paese nella produzione di

determinati beni o servizi.*

La ricerca portò alla luce il fatto che vi è un incremento dell’indice RCA

per i paesi in via di sviluppo e un decremento per i paesi sviluppati per

quanto riguarda le industrie altamente inquinanti. Ma l’analisi andò oltre:

esaminando la relazione tra commercio di prodotti inquinanti e reddito

pro capite fu riscontrata la forma a U invertita tipica della curva di

Kuznets.

  • Mani e Wheeler in uno studio del 1999 suggerirono un miglioramento

che consiste nell’utilizzo di criteri multidimensionali. Secondo questi

ricercatori, invece di considerare solo la riduzione dei costi di una

nazione, dovremmo considerare diverse intensità di emissione per i vari

inquinanti. Mani e Wheeler trovarono anche che i settori inquinanti sono

intensivi in capitale, energia e terra. L’esempio menzionato nella ricerca

fece riferimento ad un caso specifico in Giappone, dove la quota di

industrie altamente inquinanti diminuì fortemente nel trentennio fra in

1963 ed il 1993 a causa degli aumenti nei prezzi dell’energia e della

terra. La conclusione dell’analisi di Mani e Wheeler li portò ad affermare

che se i cosiddetti Pollution Havens fossero esistiti, sarebbero stati tali

solo nel brevissimo termine.

Dopo quest’analisi primaria si nota come ci sia un’effettiva correlazione tra la regolamentazione ambientale e la delocalizzazione industriale, ma si può altresì intuire come tale correlazione non sembri sufficientemente significativa. Entrambe le tipologie di paesi, sviluppati e in via di sviluppo, trovano vantaggio dallo spostamento di questi settori industriali e, senz’altro, vi è un riscontro empirico nell’effettivo trasferimento degli impianti industriali. Tuttavia non sembra

adeguato affidare la responsabilità di tale fenomeno di delocalizzazione alla sola Pollution Haven Hypothesis.

CAPITOLO 2

STUDIO DEL CASO: TRE PAESI A CONFRONTO

Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).

Figura 5. Andamento della curva del consumo relativo di PP

Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).

Ora passiamo ad analizzare il rapporto tra importazioni ed esportazioni di prodotti inquinanti (PP). Se tale valore è maggiore di 1, il paese è un importatore netto di PP, se invece il valore è inferiore a 1 il paese è un esportatore netto. Come si può ben notare dal grafico, la Malesia è un importatore netto di beni inquinanti durante l’intero periodo preso a campione. In alcuni setturi industriali ,escluso quello dei metalli non ferrosi (vedere Fig. 7), si può riscontrare un calo a partire dal 1980 del rapporto importazioni-esportazioni. Mentre per “carta e prodotti cartacei”, per i “prodotti chimici industriali” e per “ferro ed acciaio” la Malesia si è mantenuta un importatore netto, il paese asiatico si è trasformato in un esportatore netto nel settore degli “altri prodotti minerari non metallici” nei periodi 1987-1990 e di nuovo nel 1998 (Fig. 6).

Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).

Complessivamente il pattern di questi quattro settori potrebbe essere visto in effetti come una delocalizzazione delle industrie inquinanti verso la Malesia, come conseguenza della globalizzazione e quindi potrebbe rappresentare una prova della PHH (Pollution Haven Hypothesis).

Proseguendo nell’analisi osserviamo il rapporto tra consumo e produzione. Un riscontro con la PHH dovrebbe manifestarsi attraverso una diminuzione di tale indice nel tempo. Come si vede nella Fig. 8, nel caso del settore industriale della “carta e dei prodotti cartacei” il rapporto consumo-produzione è diminuito costantemente lungo tutto il periodo di riferimento. Invece, per quanto riguarda l’industria dell’acciaio e del ferro (Fig. 9), l’indice ha avuto un andamento decisamente altalenante, diminuendo fino al 1986 per poi assumere un andamento crescente fino al 1995 e, infine, riprendere a calare fino ad un livello, quello del 1998, nettamente inferiore a quello di partenza.

Figura 8. Andamento del rapporto consumo-produzione di prodotti cartacei

Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).

Figura 9. Andamento del rapporto consumo-produzione di ferro ed acciaio