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Tesi di laurea in Economia e Commercio riguardante la Pollution Haven Hypothesis, il fenomeno dei "paradisi dell'inquinamento".
Tipologia: Tesi di laurea
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Al giorno d’oggi tutti i paesi del mondo hanno intrapreso o stanno intraprendendendo politiche di liberalizzazione per promuovere il commercio e gli investimenti diretti esteri, vere e propire rampe di lancio per lo sviluppo di una nazione. Nel processo di liberalizzazione, alcune nazioni meno sviluppate o in via di sviluppo sembrano molto poco interessate all’integrità e alla qualità dell’ambiente, ambito che, invece, sta subendo moltissime restrizioni nelle nazioni sviluppate dove si sono diffuse e stanno continuando a diffondersi rigorosissime regolamentazioni. Queste regolamentazioni ambientali rappresentano vere e prorie barriere al commercio e le cosiddette industrie “pollution intensive” (il cui processo produttivo si traduce in un elevato livello di emissioni inquinanti) cercano ovviamente di aggirarle. La Pollution Haven Hypothesis sostiene che le industrie ad altissimo inquinamento stanno letteralmente migrando dalle nazioni sviluppate a quelle in via di sviluppo. Un fenomeno che assomiglia molto a quello dei paradisi fiscali: le grandi industrie delle nazioni sviluppate, trovandosi di fronte a degli standard di regolamentazione ambientale sempre più alti e restrittivi, tendono a trasferire i propri impianti inquinanti nelle nazioni a basso sviluppo che si potrebbero contestualmente definire dei “paradisi dell’inquinamento”. Queste regolamentazioni più restrittive in ambito ambientale si traducono in costi di produzione sempre più alti per le grandi industrie, le quali si vedono costrette ad abbandonare la loro nazione. Nei paesi in via di sviluppo gli standard di regolamentazione ambientale, invece, si mantengono bassi e di conseguenza le industrie straniere altamente inquinanti sono molto attratte da queste “oasi” dell’inquinamento.
Chiaramente non ci si può limitare a giustificare la delocalizzazione industriale attraverso la crescita della regolamentazione ambientale, dunque non può essere trascurato il fatto che i paesi in via di sviluppo offrono una ingente forza lavoro, disponibile a percepire salari molto più bassi, contribuendo a rendere il costo della pruduzione nettamente inferiore rispetto a quello nei paesi sviluppati.
Va pur chiarito che una volta azionato questo processo di delocalizzazione, allo stesso tempo, a beneficiare di tale situazione sono anche gli stessi paesi in via di sviluppo: questi, infatti, ottengono le grandi risorse finanziarie di cui hanno bisogno per sostenere il loro sviluppo industriale.
Secondo Grossman e Krueger gli effetti del commercio sull’ambiente possono essere suddivisi in tre categorie indipendenti :
La forma ad U rovesciata è stata spiegata da Nordstrom e Vaughan:
Tuttavia l’evidenza empirica ha mostrato che alcuni inquinanti seguono la curva ambientale di Kuznets mentre altri no.
Rothman invece mostra come, nel caso si parli di inquinamento dovuto ad “emissioni da consumo” come CO2 o rifiuti urbani, l’andamento non segua la curva di Kuznets.
Inoltre una successiva “critica” nei confronti di tale modello fa riferimento alla mancata distinzione tra inquinamento locale e globale. La curva di Kuznets, infatti, interpreta la relazione tra economia e ambiente nei casi di inquinamento locale, dove il degrado ambientale è un fattore negativo della funzione di utilità della popolazione. Ad esempio, lo smog in una città (inquinamento atmosferico urbano) riduce la qualità della vita a tutta la popolazione locale, la distruzione di un bosco o di un parco elimina la possibilità degli abitanti del posto di godere delle passeggiate nel verde, ecc. In questi casi le persone percepiscono il degrado ambientale come un danno diretto. Nei casi di inquinamento globale e di inquinamento transnazionale, invece, l'inversione della relazione tra economia e ambiente non si verifica fin quando le conseguenze non sono tangibili a tutti. Ad esempio, l'effetto serra o il buco nell'ozono non sono considerati come dei fattori negativi delle funzioni di utilità individuali, in quanto non sono percepiti dalle persone come un danno diretto nei loro confronti.
Sono state recentemente formulate nuove teorie riguardo la curva ambientale di Kuznets. E’ empiricamente provato che le emissioni di molti inquinanti per unità di output diminuiscono man mano che i paesi raggiungono maggiori livelli di sviluppo. Tuttavia le nazioni più sviluppate hanno generato, a causa dei nuovi processi produttivi, nuovi inquinanti che accompagnano la crescita. Di conseguenza l’inquinamento complessivamente non risulta di fatto ridotto, bensì aumentato, dando luogo ad una nuova interpretazione che vede la curva avere un andamento a N.
Figura 2. Un possibile andamento a N della curva di Kuznets ambientale
Uno dei modelli principali che crea dei collegamenti tra ambiente e commercio è senza dubbio il modello HECKSCHER-OHLIN sul commercio internazionale. In breve, tale modello sostiene che un paese tende ad avere un vantaggio comparato sui beni prodotti con i fattori di cui il paese è dotato in abbondanza. Il risultato principale, conosciuto anche come teorema HO, dice che i paesi esporteranno i prodotti che utilizzano in maniera più intensiva il fattore di produzione di cui sono più dotati ed importeranno i prodotti intensivi del fattore di cui sono meno dotati. Ciò significa che un paese che ha grandi disponibilità di capitale si specializzerà nella produzione di beni intensivi in capitale (come ad esempio le automobili), mentre un paese che ha una grande forza lavoro si specializzerà nei settori la cui produzione è intensiva in lavoro come ad esempio l’abbigliamento.
In maniera del tutto similare, un paese che avrà grande capacità di assorbire inquinamento (grazie ad una regolamentazione ambientale meno restrittiva) si specializzerà nella produzione di beni il cui processo produttivo è altamente inquinante.
Ma non è questa l’unica ragione per cui le industrie inquinanti sono attratte dai paesi in via di sviluppo. Ha grande rilievo anche il reddito. Come abbiamo già evidenziato, più il reddito è alto, più le persone tendono ad essere interessate ad un ambiente pulito.
Dunque ci sono due fattori che condizionano il livello di restrittività delle regolamentazioni ambientali: uno è la capacità di assimilare l’inquinamento da parte di un paese, l’altro è il livello di reddito pro capite.
Possiamo utilizzare il modello HO per spiegare l’effetto delle variabili ambientali sul commercio dei beni “pollution intensive”.
Dove:
X (^) ij = esportazioni nette dell’industria i verso il paese j.
Ejk = dotazioni del fattore k nel paese j. Ci sono k diversi fattori quali il capitale, le risorse naturali, il lavoro ecc.
Rj = restrittività delle regolamentazioni ambientali nel paese j.
Attraverso questo modello possiamo notare quali fattori incidono significativamente sul commercio, inoltre il segno di ∂i ci dirà se il commercio sarà positivamente correlato con il rigore delle regolamentazioni ambientali.
Dopo quest’analisi primaria si nota come ci sia un’effettiva correlazione tra la regolamentazione ambientale e la delocalizzazione industriale, ma si può altresì intuire come tale correlazione non sembri sufficientemente significativa. Entrambe le tipologie di paesi, sviluppati e in via di sviluppo, trovano vantaggio dallo spostamento di questi settori industriali e, senz’altro, vi è un riscontro empirico nell’effettivo trasferimento degli impianti industriali. Tuttavia non sembra
adeguato affidare la responsabilità di tale fenomeno di delocalizzazione alla sola Pollution Haven Hypothesis.
Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).
Figura 5. Andamento della curva del consumo relativo di PP
Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).
Ora passiamo ad analizzare il rapporto tra importazioni ed esportazioni di prodotti inquinanti (PP). Se tale valore è maggiore di 1, il paese è un importatore netto di PP, se invece il valore è inferiore a 1 il paese è un esportatore netto. Come si può ben notare dal grafico, la Malesia è un importatore netto di beni inquinanti durante l’intero periodo preso a campione. In alcuni setturi industriali ,escluso quello dei metalli non ferrosi (vedere Fig. 7), si può riscontrare un calo a partire dal 1980 del rapporto importazioni-esportazioni. Mentre per “carta e prodotti cartacei”, per i “prodotti chimici industriali” e per “ferro ed acciaio” la Malesia si è mantenuta un importatore netto, il paese asiatico si è trasformato in un esportatore netto nel settore degli “altri prodotti minerari non metallici” nei periodi 1987-1990 e di nuovo nel 1998 (Fig. 6).
Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).
Complessivamente il pattern di questi quattro settori potrebbe essere visto in effetti come una delocalizzazione delle industrie inquinanti verso la Malesia, come conseguenza della globalizzazione e quindi potrebbe rappresentare una prova della PHH (Pollution Haven Hypothesis).
Proseguendo nell’analisi osserviamo il rapporto tra consumo e produzione. Un riscontro con la PHH dovrebbe manifestarsi attraverso una diminuzione di tale indice nel tempo. Come si vede nella Fig. 8, nel caso del settore industriale della “carta e dei prodotti cartacei” il rapporto consumo-produzione è diminuito costantemente lungo tutto il periodo di riferimento. Invece, per quanto riguarda l’industria dell’acciaio e del ferro (Fig. 9), l’indice ha avuto un andamento decisamente altalenante, diminuendo fino al 1986 per poi assumere un andamento crescente fino al 1995 e, infine, riprendere a calare fino ad un livello, quello del 1998, nettamente inferiore a quello di partenza.
Figura 8. Andamento del rapporto consumo-produzione di prodotti cartacei
Fonti: “Economic Reform and the Process of Global Integration” di Sachs e Warner (1995).
Figura 9. Andamento del rapporto consumo-produzione di ferro ed acciaio