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Seminario sul teatro e presentazione del libro "Teatri/libro" di E.Massarese
Tipologia: Sintesi del corso
Caricato il 26/06/2018
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Roberto Tessari
Il libro di Ettore Massarese Teatri/libro consiste in un’analisi centrata su una parte della produzione di Ronconi, Bene e su tutta la produzione di Vasilicò, prendendo in esame opere che sono nate come romanzo o poema e hanno avuto una trasposizione scenica. L’intento del libro è quello di tradurre le opere con un linguaggio teatrale, permettendo allo spettatore di immergersi nel processo genetico che ha messo in vita queste stesse opere, compreso il travaglio creativo che ne ha preceduto la realizzazione (trasmigrazione del personaggio del romanzo nel corpo teatrale). Essi intendono così rendere gli spettatori lettori partecipi dello sguardo creativo da cui il libro ebbe origine. Tuttavia la grossa difficoltà del teatro è rappresentata proprio dal fatto che manchi un pubblico che abbia una qualche cultura del fatto teatrale, che abbia delle attese e pretese e non rappresenti unicamente una raccolta a caso di presenti a uno spettacolo. Per tale motivo è indispensabile proporre delle nuove condizioni di ricezione dello spettacolo che stimolino il pubblico al fatto teatrale in qualche direzione, ovvero uscire, secondo Massarese, dall’abitudine di avere una platea che semplicemente assiste ad un qualcosa per creare una reazione parallela a quella che può avere il lettore di un libro, parallela a livello di mobilità e frammentarietà di ricezione con cui ognuno di noi si rapporta ad un libro. Ad esempio nell’ Orlando Furioso del Ronconi, lo spostamento dello spettatore, la sua scelta tra momenti del’evento in contemporanea, dislocati in punti diversi del teatro, invitano lo spettatore a reagire con curiosità e libera scelta, a non limitarsi al ruolo di vojeur, ma di agire come un individuo che percorre la sua esperienza. Il teatro non è solo arte, ma un meraviglioso territorio di confine, una zona molto equivoca, ma rigorosa di incontro, come suggerisce la stessa endiadi iniziale, l’arte di saper sfumare le cose, di compenetrarle e renderle irriconoscibili per la loro autonoma pregnanza e pretesa di significato.
Giuliano Vasilicò
Egli ritiene che il grande onere ed onore del teatro sia che per le sue caratteristiche faccia un passo in avanti rispetto alla pagina scritta della letteratura, in quanto nel gioco della finzione si avvicina molto di più alla realtà, perché sul palcoscenico ci sono esseri umani veri, che si toccano in carne ed ossa, molto vicino all’uomo che rappresentano, quello reale. Dopo l’arte per avvicinarsi alla realtà ci sono gli spettatori e la finzione deve cercare di approssimarsi alla realtà quanto più possibile, andare oltre il teatro (in bilico tra ragione e realtà, per giungere infine ad uno strato sottile di differenza tra finzione e realtà). Infatti Vasilicò, nella sua compagnia, quando cercava di mettere in scena un romanzo, un’opera letteraria, non metteva in scena il racconto, bensì il passaggio dalla vita del romanziere all’opera scritta, passaggio talvolta oscuro e doloroso, perché l’autore stesso ha cercato di collegare vicende della storia e fatti autobiografici, senza che però questi venissero riconosciuti. Il passaggio dalla vita dell’autore all’opera può essere intesa come liberazione, a volte anche dura quanto necessaria. Nella messa in scena de “le 120 Giornate di Sodoma” del marchese de Sade, Vasilicò portò davanti al pubblico persino la convinzione dell’autore che il mondo fosse diviso in carnefici e vittime, senza possibilità di scampo né cambio, una società immobile e senza speranze. Per tradurre l’inevitabilità di questa visione e condizione, sulla scena le vittime erano rappresentate sempre spaventate, terrorizzate, in movimento sospeso per significare l’eternità di quella loro condizione (sottrazione del gesto). Vasilicò, contrariamente a chi ritiene l’avanguardia nemica della tradizione, pensa che essa in realtà la difenda a spada tratta, poiché nel momento in cui la tradizione si sgretola divenendo ‘convenzione’, l’avanguardia emerge e lavora, affinché la
tradizione riprenda le redini e così le origini dell’arte teatrale. Si tratta di un sacrificio che l’avanguardia compie, per poi sparire una volta terminato il proprio lavoro.
Luca Ronconi
Per Ronconi è possibile pensare al pubblico solo a condizione che sia intermittente, che sia come un lettore, cioè libero di scegliere. Il vero spettacolo è infatti quello che si deposita nella mente del pubblico e non quello che si rappresenta sul palcoscenico. Egli non immagina un teatro come un’attività solitaria, ma come una com-partecipazione di attori e pubblico, perché solo in questo modo si possono attuare le forme dirette di conoscenza e comunicazione. Racconta di un aneddoto della sua vita, quando intorno ai 13/14anni, durante il coprifuoco a Roma (1944-45) lesse il Goethe, precisamente “La missione teatrale di Wilhlem Meister”, in cui il protagonista trasformava tutto ciò che leggeva in teatro, e probabilmente questa suggestione giovanile influì sulle scelte artistiche future.
Il rapporto fra teatro e libro non deve essere declinato come banale evoluzione scenica di un'opera drammaturgica o letteraria, ma come possibilità altra dell'idea (e della prassi) teatrale. Gli spettacoli di Ronconi ( Orlando furioso , il Pasticciaccio e Infinities ), i ‘laboratori’ di Vasilicò (attorno a Sade, Proust e Musil) e il Pinocchio di Bene sono oggetto di un'analisi che li accomuna attorno alla proposta di una ridefinizione di quelle opere come "teatro/libro", che Massarese avanza, consapevole del possibile fraintendimento di "teatro che mette in scena un libro". In realtà, per l'autore, la questione è più complessa e stimolante, perché apparenta il concetto di "teatro/libro" a una nuova o diversa impostazione dello spettacolo, che parte sì da suggestioni letterarie, per poi riconcepirle alla luce di una teatralità da recepire nella stessa modalità esperienziale della lettura. Il punto discriminante sembra stare proprio nella fruizione: il rapimento che il testo letterario esercita sul lettore, trascinandolo nella sua dimensione fantastica e soggettiva, è lo stesso che gli spettacoli classificabili come "teatri/libro" riescono a esercitare: come se lo spettatore fosse condotto di fronte a un'esperienza di lettura fisica. Come scrive lo stesso autore, “una scena che assume i tempi 'altri' ed estesi del libro, una scena che s'apparenti ad una lettura visionaria, che organizzi una sorta di lettura collettiva per corpi, voci, suoni e luci, dove l'assemblea degli astanti provi lo spiazzamento onirico che, spesso, solo la lettura individuale consente”. Si può percepire uno spettacolo smarrendosi nell’andirivieni della durata spazio-temporale di un romanzo? Possono i corpi teatrali caricare (nello spazio provvisorio del loro apparire) su di sé gli abissi di memoria, le centrifughe avventure, i cicloni della coscienza dei personaggi di un romanzo o di un poema epico? In alcuni spettacoli di Luca Ronconi, Giuliano Vasilicò e Carmelo Bene ciò avviene. L’autore analizza i processi che portano questi artisti a mettere in scena il concepimento stesso dell’opera che scelgono di “traghettare” sul palcoscenico. Essi intendono rendere gli spettatori/lettori partecipi dello sguardo creativo da cui il libro ebbe origine: è l’esperienza di un vissuto, di uno spazio-tempo non comprimibile nella stretta griglia retorica del tradizionale teatro prospettico che si affida alla consunzione dialogica dell’ hic et nunc , il teatro deve diventare un libro quasi fatto uomo. Questo percorso dello spettatore-lettore diventa irripetibile, mistico, capace di vedere in scena il disvelamento dell’opera e di chi l’ha concepita, trasferendo, cioè l’invisibile nel visibile.