

























Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
libro unito storia della marginalità e dell'assistenza
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 33
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!


























Il primo capitolo analizza il periodo che va dagli anni 50 fino al 1968, quando il ministro della sanità, Luigi Mariotti, riuscirà a far approvare una prima Legge 431 del 1968. Per tutti gli anni 50 in Italia non si producono innovazioni assistenziali, solo negli anni 60 si inizia ad assistere all’avvio di un mutamento, che può essere datato con l’arrivo nel 1961 di Franco Basaglia alla direzione dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove decise di avviare una “comunità terapeutica” di tipo anglosassone. Negli anni successivi nascono anche altre esperienze e si assiste all’introduzione di un ulteriore modello di intervento: il settore psichiatrico di derivazione francese. A queste prime esperienze segue l’intervento legislativo voluto dal ministro Luigi Mariotti, che modifica alcuni aspetti della legislazione dei manicomi e arriva nel 1968, quando il problema degli ospedali psichiatrici inizia a emergere nella società italiana.
1. Crisi e aggiornamento dell’istituzione psichiatrica L’idea che il manicomio sia un luogo dove non è possibile alcun tipo di cura inizia diffondersi a partire dagli anni 40 del ‘900. Nel 1941 nel Regno Unito lo psichiatra scozzese Maxwell Jones diede vita a delle sperimentazioni volte alla riorganizzazione dei reparti ospedalieri in forma comunitaria: in un primo momento si trattava di reparti per reduci ed ex prigionieri di guerra, poi a partire dal 1947 ha esteso questo modello organizzativo all’interno di un ospedale psichiatrico, il Mental hospital, del sud di Londra. Gli esperimenti di Jones e quelli analoghi realizzati da Bion e Rickman nell’ospedale di Northfield verranno definiti con il nome di “ comunità terapeutica” e saranno di ispirazione per l’innovazione degli interventi psichiatrici in altri paesi occidentali. La comunità terapeutica si fonda su alcuni principi basilari: la libertà di comunicazione interna, la tendenza a rimuovere i rapporti di autorità, la realizzazione di momenti di apprendimento sociale attraverso riunioni giornaliere. Se dal punto di vista dell’intervento la comunità terapeutica rappresenta un ribaltamento di alcuni caratteri custodialistici del manicomio, dal punto di vista legislativo, con il Mental Health Act del 1959 , l’assistenza psichiatrica viene inserita nell’assistenza sanitaria. La nuova legislazione da ampio spazio al ricovero informale-volontario, riduce a situazioni limitate l’intervento coatto, abolisce le restrizioni legali nei confronti dei malati di menti e diversifica le tipologie delle strutture assistenziali. Le esperienze e le istanze di cambiamento vengono accolte sul piano amministrativo nel decreto ministeriale del 15 marzo 1960, che istituisce il “ settore” psichiatrico : rappresenta un modello di intervento che prevede la divisione del territorio di riferimento del manicomio in aree di competenza, dotate di ambulatori, day-hospital e appartamenti, dove è possibile intervenire direttamente per prevenire i ricoveri. Negli Stati Uniti, l’anno cruciale è il 1963 , quando viene approvato il Community Mental Health Act che istituisce i centri di salute mentale territoriali di assistenza psichiatrica, ovvero i cosiddetti Mental Health Centrers, I quali si devono occupare di una specifica area in cui lavoreranno équipe multiprofessionali per rispondere alla complessità dei problemi della malattia mentale. La crisi che investe i manicomi, coinvolge in modo globale l’istituzione psichiatrica, ovvero tutto l’insieme dei saperi, delle norme e delle organizzazioni di assistenza o di custodia che si raccolgono
intorno alla malattia mentale. L’istituzione psichiatrica aveva iniziato a prendere forma nel XIX secolo. In Italia, la riforma della psichiatria arriva solo con la L. n. 180 del maggio 1978. L’Italia è il primo paese occidentale a stabilire la chiusura del manicomio e la sua completa sostituzione con altri servizi. La riforma ridisegna lo statuto delle persone con disturbo mentale, eliminando nella normativa ogni riferimento alla pericolosità sociale. Per comprendere il processo che porta alla riforma occorre osservare le istituzioni psichiatriche a partire dalla difficile ricostruzione demografica del primo dopo guerra: nonostante la costituzione del 1948 rappresenti per l’Italia un nuovo patto sociale politico tra le forze che avevano fatto la resistenza e ricomponga l’intero catalogo dei diritti che fascismo aveva abolito, ancora per molto tempo alcune istituzioni continuano essere in contrasto con i diritti costituzionali, sia con quelli civili e sociali, sia con una definizione avanzata di diritto alla salute che la stessa costituzione aveva istituito. Il campo dell’istituzioni psichiatriche è emblematico di questo mancato adattamento alla costituzione.
2. L’immobilismo italiano Nell’Italia del secondo dopo guerra, le organizzazioni sanitarie e assistenziali, si presentano come un lascito del periodo fascista, con una scarsa organicità dei rispettivi sistemi di servizi, i quali sono regolati dalla legge Crispi del 1890, la quale è rimasta in vigore fino al 1968, quando finalmente si giunge a una separazione tra i due settori con la Legge 132 : che prevede l’istituzione degli enti ospedalieri. Per quanto riguarda l’assistenza sociale, la frammentazione del sistema viene sottolineato dalla Commissione di inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatter la del 1954: istituita dal parlamento nel corso della prima legislatura, che evidenzia la mancanza di un coordinamento tra le varie istituzioni (istituti pubblici di assistenza e beneficenza, enti comunali di assistenza) che avrebbero dovuto intervenire per contrastare le condizioni di estrema povertà diffuse nel paese. Per l’assistenza sanitaria esistevano una pluralità di enti mutualistici, basati su modelli assicurativi che lasciavano scoperte ampie fasce della popolazione. Gli ospedali erano di titolarità dei prefetti mentre, fino all’istituzione del ministero della sanità nel 1958, l’alto commissariato per l’igiene e la sanità pubblica, fondato nel 1945 alle dirette dipendenze della presidenza del consiglio, non aveva nessuna funzione di governo del sistema. La creazione del ministero della sanità e l’estensione delle mutue ad altre categorie professionali rappresentavano le uniche novazione del dopo guerra. Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica, questo settore è apparso più omogeneo: I manicomi provinciali pubblici, regolati dalla Legge 36 del 1904 , erano al centro dell’istituzioni deputate alla cura e alla custodia dei malati di mente. A questi si affiancavano dei dispensari esterni di psichiatria, cioè dei piccoli ambulatori istituiti a partire dall’epoca fascista secondo il modello di dispensari antitubercolari, con il compito prioritario di monitorare le dimissioni in esperimento dall’ospedale. Infine, in alcune province, operavano strutture private convenzionate, che completavano l’assenza di ospedali pubblici o la mancanza di posti letti nei manicomi. Questo è ciò che viene definito come psichiatria manicomiale o “la grande psichiatria”, che si occupava prevalentemente dei malati poveri e l’unica innovazione fu rappresentata dall’introduzione degli psicofarmaci.
sostituita con una nuova legge, la quale non deve tenere soltanto conto della pericolosità dei malati di mente, ma che avendo di mira la sanità mentale di tutto il popolo, detti le norme per potenziare al massimo la lotta contro le malattie mentali: sia mediante la trasformazione dei manicomi in ospedali di cura e di assistenza per malati di mente pericolosi e non pericolosi, sia mediante l’istituzione di servizi extra ospedalieri, centri di propaganda, per la cura dei malati non ricoverati e per la profilassi e l’igiene mentale. Il disegno di legge e l’aggiornamento dell’assistenza psichiatrica diventano argomento di discussione al centro nazionale prevenzione e difesa sociale, che il sette e l’8 ottobre 1955 organizza il “convegno nazionale di studio per la riforma della legislazione sugli ospedali psichiatrici”, con la collaborazione della provincia di Milano e dell’unione province italiane. Il convegno, al quale partecipano psichiatri, giuristi e politici, evidenzia alcuni dei limiti più evidenti della legislazione italiana. Tra i partecipanti al convegno è presente il senatore socialista Arialdo Banfi: lui richiedeva un adeguamento delle istituzioni ospedalieri, hai evidenziato come i principi ispiratori della legge del 1904 siano da ritenersi del tutto superati, in quanto “una moderna società deve avere come prima preoccupazione quella di curare gli ammalati e di restituirli, guariti, alla collettività senza che su di essi pesi un giudizio negativo”. Un aspetto che Banfi riprende dalla proposta di Ceravolo è l’abolizione dell’art. 604 del codice penale, che prevede l’iscrizione di ricoverati nel casellario giudiziario A questa proposta seguono negli anni altre proposte, ma nessuna di queste proposte di legge, che mirano a intervenire sulle incoerenze più evidenti della legislazione manicomiale, viene discussa in parlamento il riferimento comune di questi disegni di legge è l’ormai scientificamente appurata possibilità di guarigione per i malati mentali, che invece la legge del 1904 sembrava ritenere impossibile. 3.Il lento avvio di un mutamento A partire dai primi anni 60, 2 elementi cominciano a scuotere l’immobilismo che pervade il campo psichiatrico:
Entusiasta dell’esperienza, Cennamo vorrebbe importarla a Bologna, e il convegno è un’occasione per discutere delle possibilità di cambiamento nell’assistenza, che si conclude con il riconoscimento del valore dell’ospedale psichiatrico, ma con un sostanziale appoggio all’idea di un’organizzazione di servizi psichiatrici sul modello del settore francese. Il 1 964 è l’anno in cui il “settore” approda in Italia non solo come modello teorico, ma anche nella realtà operativa di un ospedale psichiatrico. In quell’anno infatti, Edoardo Balduzzi succede a Mario Fiamberti nella direzione dell’ospedale psichiatrico di Varese e inizia introdurre elementi del settore all’interno di un’organizzazione ospedaliera. Nell’esperienza di Varese non è presente nessun elemento di critica dell’istituzione manicomiale, mentre esiste l’intenzione di ampliare l’intervento psichiatrico al di fuori del ristretto ambito ospedaliero. L’équipe di Varese mantiene stretti contatti con il mondo psichiatrico francese e include al suo interno un gruppo di medici influenzati da impostazioni tecnico-culturali di tipo psicoanalitico. Il progetto e la realizzazione dell’organizzazione settoriale vengono discussi e proposti all’attenzione del mondo psichiatrico italiano in un convegno, che ha luogo a Varese nel marzo del 1965, dal titolo “realizzazioni e prospettive in tema di organizzazione unitaria dei servizi psichiatrici”. Un’altra amministrazione provinciale, quella di Perugia, governata dalla sinistra fin dal dopo guerra, avvia in quello stesso anno un intervento sull’ospedale psichiatrico: qui il principio del rinnovamento dell’assistenza psichiatrica coincide con l’insediamento di una nuova giunta provinciale il 25 gennaio 1965. Il presidente della nuova giunta, Ilvano Rasimelli, È legato da un rapporto di amicizia con Carlo Manuali, psichiatra che opera in un padiglione dell’ospedale neuropsichiatrico di Perugia. Il manicomio di Santa Margherita ospita all’epoca circa 1200 ricoverati e comprende tre sezioni distaccate: una a città di castello, diretta dallo stesso Manuali, una a Foligno e una a Spoleto. Su suggerimento di Manuali, Rasimelli va a verificare di persona le condizioni in cui versa l’ospedale. Lo aspetta una visione sconvolgente che lo porta intervenire in modo deciso: nel giro di pochi mesi il direttore dell’ospedale, che dirige il manicomio vai in pensione e viene sostituito da Francesco Sediari, che instaura un rapporto di collaborazione con l’amministrazione rendendo possibile l’avvio di una fase di umanizzazione dell’ospedale. Sono 2 le prime azioni che vengono portate avanti e che sanciscono l’inizio di una modifica organizzativa:
Lo spettacolo lo sconvolse: i malati ammassati in gruppi di 50 nei cameroni, nudi o seminudi, legati, in mezzo alle feci e maltrattati. Una delle cose che colpì Tommasini fu trovare fra i ricoverati alcuni ex partigiani e compagni di partito. Da quel momento Tommasini decide di intervenire per dimettere gli internati, incontrando però l’ostilità dei dirigenti locali del partito. Alla ricerca di una soluzione per affrontare le drammatiche condizioni dell’ospedale di Colorno, Tommasini segue il suggerimento dell’assessore alla psichiatria della provincia di Bologna, che gli propone un incontro con Fabio Visentini e Gianfranco Minguzzi. Visentini, che dirige la clinica universitaria di Parma, gli espone il funzionamento della politica di settore francese, ma l’idea non convince Tommasini, che vorrebbe intervenire direttamente sull’ospedale. Su suggerimento di Minguzzi, decide all’ora di incontrare Basaglia, con il quale inizia un lungo rapporto di collaborazione. Il primo frutto di questa collaborazione è la pubblicazione del libro “che cos’è la psichiatria? ”, che racconta la nuova pratica di intervento che si sta realizzando a Gorizia. Il volume, pubblicato nel 1967 con il patrocinio dell’amministrazione provinciale di Parma, ha in copertina un autoritratto di Hugo Pratt in divisa da internato con una scritta a forma di timbro che riporta testualmente il testo della legge psichiatrica del 1904: “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo”. Il ricavato dalle vendite è devoluto all’associazione per la lotta contro le malattie mentali costituitasi a Firenze nel 1966 intorno al gruppo della rivista “assistenza psichiatrica e vita sociale”, di cui Basaglia è socio fondatore. Questa opera fotografa una realtà in movimento: un manicomio tradizionale che sta aprendo le porte, sbarre e cancelli, che ha eliminato violenza, che sta ragionando sulla propria storia, sulla qualità delle terapie che offrono, sul significato dell’istituzione chiusa, Sulla necessità della propria esistenza. In particolare è Franco Basaglia a sottolineare come la comunità terapeutica di Gorizia sia qualcosa in continua evoluzione. Nel 1967 un altro psichiatra, Sergio Piro, avvia il secondo tentativo italiano di comunità terapeutica presso il Materdomini di Nocera Superiore, un manicomio privato che serve in modo consortile le aree delle province di Avellino, Cosenza, Bari, Foggia, Campobasso e Chieti. Piro, che dirige l’ospedale psichiatrico, a cercato di umanizzare le cure introducendo metodi non costrittivi. In seguito, fu ispirato da ciò che Franco stava realizzando a Gorizia, e ha iniziato una riorganizzazione dell’ospedale secondo il modello della comunità terapeutica. Il rapporto tra Sergio e Franco è alla base della costruzione di un nucleo di operatori orientati al cambiamento anche in provincia di Salerno. Il tentativo di intervento al Materdomini a però una durata limitata, dopo 2 anni di lavoro, l’amministrazione dell’ospedale decide di licenziare Piro. Dopo il suo allontanamento la comunità terapeutica viene abolita e viene restaurato un clima di segregazione: il lavoro al Materdomini è alla base della nascita del movimento campano di critica al manicomio, che negli anni successivi riuscirà a far passare l’ospedale sotto la gestione della provincia, che subentrerà così alla gestione privata. 5.La prima riforma: la legge Mariotti Insieme alla nascita di queste nuove pratiche di intervento nei manicomi, si avvia un processo che conduce a una modifica parziale della legge manicomiale del 1904. La quarta legislatura, dal 1963 al 1968, vede per la prima volta la partecipazione del partito socialista italiano al governo del paese: sono gli anni in cui si ottengono grandi riforme: misure per
la costruzione di case scuole, modernizzazione del sistema educativo, creazione di un servizio sanitario nazionale. La stagione si chiude senza che queste riforme siano realizzate, tuttavia, verso la fine della legislatura, si arriva a una riforma degli enti ospedalieri con la legge 132 del 1968, con il decentramento delle funzioni sanitarie alle regioni e soprattutto in ambito di assistenza psichiatrica sono state modificate alcune parti della legge del 1904. La prima proposta di legge di intervento sull’assistenza psichiatrica arriva il 5 dicembre 1963: il suo estensore è il deputato democristiano Beniamino De Maria (ddl n. 803): lui propone un disegno di legge che prevede la realizzazione di una rete di strutture per accogliere non solo i malati gravi e pericolosi ma per affrontare il problema della necessità di modificare le possibilità di ricovero permettendo i ricoveri volontari. Due anni più tardi, nel marzo 1965, per la prima volta anche il partito comunista italiano presenta un suo disegno di legge orientato a riformare gli ospedali psichiatrici, che ricalca il modello della “psichiatria di settore” francese, proponendo l’estensione dell’assistenza a tutti i cittadini, con ospedali psichiatrici di 300 posti letto al massimo e l’abolizione dell’intervento dell’autorità giudiziaria. La prima firmataria è la neuropsichiatra Marcella Balconi (ddl n. 2185). La spinta maggiore per il rinnovamento della legislazione arriva però con l’azione del ministro della sanità, il socialista Luigi Mariotti, che presenta un suo disegno di legge sull’assistenza psichiatrica nel luglio 1965. Con la crescita dell’attenzione pubblica e dell’intervento politico arriva finalmente la nuova legge , che ridefinisce alcuni aspetti dell’assistenza psichiatrica: la legge 431 del 1968 , nota anche come “legge Mariotti”: accorpa i progetti di legge presentati da Marcella Balconi e da Beniamino De Maria.
che l’amministrazione democristiana sembrava poco favorevole a questi progetti, Basaglia cominciò a pensare di abbandonare la direzione dell’ospedale anche perché, l’assessore provinciale alla psichiatria di Parma, Mario Tommasini, inizia a prospettare a Basaglia la possibilità di andare a lavorare al manicomio di Colorno sarà un episodio drammatico ad accelerare i tempi: verso la fine del 68 un delegante dell’ospedale, che aveva avuto un permesso per tornare a casa, uccide la moglie e vengono incriminati: Basaglia, in qualità di direttore dell’ospedale e il medico che aveva autorizzato il permesso Basaglia lasciò la direzione dell’ospedale. Pur rimanendo in piedi la comunità terapeutica, a Gorizia l’amministrazione provinciale continua a ostacolare l’avvio di un lavoro nel territorio. Nel 1972, quando si prepara il concorso per il nuovo posto di direttore del manicomio, comincia a essere evidente che gli amministratori provinciali non vogliono che la direzione venga assunta da una persona dell’équipe che sta lavorando al progetto di apertura; per questa ragione l’intera équipe ha presentato le proprie dimissioni. Nel frattempo si era avviata e conclusa la breve esperienza di Basaglia alla direzione dell’ospedale psichiatrico di Parma: questo breve periodo di lavoro a Parma costituisce un punto di osservazione interessante per capire il rapporto tra il partito comunista e il movimento di riforma psichiatrica dei primi anni 70 si parla di “occasione mancata”: intendendo il mancato incontro tra le proposte di Basaglia e la posizione del partito comunista nel momento in cui lui è arrivata a Parma, deciso nel superare l’esperienza della comunità terapeutica di Gorizia, le possibilità concrete di avviare una trasformazione complessiva si è mostrata particolarmente difficile. Quando Basaglia arriva a Colorno, trova già avviato un processo di apertura dell’ospedale, cerca di rinnovare il lavoro all’interno del manicomio e di sperimentare le possibilità aperte dalla legge Mariotti, in particolare trasformando i ricoveri da coatti a volontari, cosa che facilita il processo di dimissione degli internati. Allo stesso tempo comincia a formare un’équipe che, in parte, continuerà a lavorare con lui anche negli anni successivi, quando si trasferirà a Trieste. Tra i suoi collaboratori c’è Franco Rotelli: psichiatra e ci andò con lui a Trieste e diventò direttore dei servizi di salute mentale.
3. Perugia: tra deospedalizzazione e territorio Il caso di Perugia presenta una particolarità: a Perugia l’avvio del processo di trasformazione dell’istituzione avviene a partire dal 1965, con l’azione dell’amministrazione provinciale di sinistra guidato da Ilvano Rasimelli, che aveva messo al centro della propria attività politico-amministrativa l’intervento sul manicomio. Questo processo portò alla costruzione di una rete di servizi psichiatrici diffusa in tutto il territorio della provincia: nel primo periodo l’amministrazione realizza un’azione tesa a modificare l’organizzazione interna dell’ospedale e a mobilitare la cittadinanza sui temi della malattia mentale e dell’esclusione sociale. L’intervento sull’ospedale si consolidò dopo il 1968, in quanto a Perugia venne colta immediatamente la possibilità aperta della legge Mariotti di trasformare il ricovero in volontario, consentendo in questo modo le dimissioni dei degenti. Nel febbraio 1970, con l’apertura di un primo centro di gene mentale, ebbe avvio una nuova fase dell’intervento in campo psichiatrico, quella che Giuseppe Micheli ha definito “dell’ideologia del territorio”: ovvero lo spostamento progressivo del lavoro nel territorio collegata all’ipotesi che il manicomio si possa superare solo “annegando l’identità del tecnico nella realtà del sociale” Micheli sosteneva che alla fine del loro ciclo amministrativo volevano lasciare a tutta la città il loro ideale di lotta contro l’internamento psichiatrico, per una società più giusta e più civile e per una dignità diversa di tutti gli uomini
Da quel momento spetta al nuovo assessore alla psichiatria, Pino Pannacci, il compito di mediare tra le posizioni divergenti degli operatori psichiatrici, la funzione di mediazione insieme a quella più operativa di elaborazione delle soluzioni pratiche per la realizzazione dei nuovi servizi e a quella di sensibilizzazione e attivazione del corpo sociale, rappresentano un elemento distintivo dell’azione degli amministratori perugini nel processo di superamento del manicomio. Questa funzione diventa particolarmente importante di fronte alla conflittualità degli operatori, che si scontrano intorno a 2 linee di pensiero:
consorzi, contribuendo così allo svuotamento dei manicomi attraverso specifici progetti di dimissione degli internati. L’organizzazione ospedaliera venne rivoluzionata contestualmente allo sviluppo dei servizi territoriali, già dal 1971 l’ospedale venne riorganizzato con una divisione interna in due aree: lungo degenti e degenti brevi. Sulla base di questa divisione si arriverà alla chiusura dei reparti cronici e dell’infermeria. A seguito venne chiuso il reparto di neurologia. Nel 1976 vennero realizzate le prime case-famiglia all’interno dell’ospedale per accogliere ex ricoverati e all’interno dell’ospedale vennero anche aperte tavole calde che funzionavano come circolo ricreativo per i lavoratori. 5.Trieste: le istituzioni inventate Franco Basaglia assume la direzione dell’ospedale psichiatrico di Trieste nel 1971. In quel momento il manicomio della città, San Giovanni, a circa 1200 persone internate, 6 anni dopo l’amministrazione ha annunciato che l’ospedale può cessare le sue funzioni nel corso di questi pochi anni l’istituzione non venne semplicemente svuotata, ma smontata pezzo dopo pezzo. Un’altra ragione che rende interessante il caso di Trieste è che la maggior parte delle esperienze nel campo della trasformazione che investiva in quegli anni le istituzioni psichiatriche venivano portata avanti in contesti locali amministrati dalle sinistre che tradizionalmente erano caratterizzati da un maggior interventismo nelle politiche sociali. Viceversa ad attivare il percorso di cambiamento nella provincia di Trieste fu una maggioranza guidata dalla democrazia cristiana, che divenne protagonista di uno dei più significativi e radicali esperimenti di trasformazione dell’istituzione psichiatrica e dei suoi meccanismi. La provincia di Trieste presenta un ulteriore particolarità, in quanto si tratta della provincia più piccola d’Italia. Infine c’è un ultimo elemento che non va trascurato: nel primo dopo guerra a Trieste non era diventata immediatamente italiana, l’ONU aveva infatti istituito il territorio libero di Trieste, il quale era suddiviso in una zona a, amministrata dagli alleati, e in una zona B, affidata alla Jugoslavia. La città di Trieste era italiana solo dal 1954, mentre la zona B continuava a restare della jugoslava. Queste particolarità aveva segnato la struttura del welfare locale di Trieste, che si contraddistingueva per l’esistenza di forme di assistenza che si erano stratificate nel tempo generando la presenza di circa 132 enti tra fondazioni e patronati che garantivano assistenza. A Trieste il lavoro di Basaglia era conosciuta apprezzato fin dal periodo di Gorizia e, quando Basaglia aveva lasciato la direzione di quello spedale, l’amministrazione provinciale di Trieste aveva espresso il suo sostegno alla comunità terapeutica goriziana. Tra le prime azioni che l’amministrazione concorda con Basaglia ce la realizzazione di quei progetti che erano stati ostacolati dall’amministrazione provinciale di Parma. In modo particolare: una nuova organizzazione interna dell’ospedale; agevolazioni di vario tipo per i volontari, l’istituzione di borse di studio per giovani medici; la sperimentazione di soluzioni che consentivano una graduale restituzione dei diritti di cittadinanza alle persone internate e la costruzione di servizi sostitutivi all’ospedale psichiatrico. Insieme a questi interventi la direzione dell’ospedale e gli amministratori ne impostarono alcuni per umanizzare il manicomio, come la costruzione di una nuova lavanderia e di una nuova mensa all’interno dell’ospedale. Questi interventi saranno completati solo alcuni anni dopo, quando l’ospedale sarà ormai svuotato e la mensa non verrà mai fatta.
Il processo di de istituzionalizzazione si attiva fin da subito, grazie al fatto che l’amministrazione provinciale accetti interventi sui generis, innovazioni che dal punto di vista organizzativi trasformano l’istituzione, non che veri e propri interventi da un punto di vista terapeutico e riabilitativo. Si trattava nel complesso di trasformazioni che avvenivano inizialmente per migliorare le condizioni dei degenti dell’ospedale, senza un modello preformata a cui riferirsi. Se a Parma l’amministrazione provinciale non aveva permesso la costruzione di una nuova divisione interna dell’ospedale, a Trieste questo è uno dei primi atti della nuova gestione che, attraverso una deliberazione dell’amministrazione provinciale, divide l’ospedale in cinque zone interne affidandone la gestione ad altrettanti responsabilità a ciascun équipe che lavora secondo la nuova suddivisione viene affidata, in un primo momento solo idealmente, la gestione di una parte del territorio della provincia e fin da subito la gestione di una zona dell’ospedale. Basaglia favorì l’arrivo nel manicomio di Trieste di un numero importante di volontari che arrivavano da tutte le parti del mondo mentre a Parma l’amministrazione provinciale aveva considerato la questione dei volontari come un problema. A Trieste si decise inoltre di stabilire borse di studio per i giovani medici che venivano a lavorare nel manicomio e queste borse di studio determinarono la protesta dei sindacati degli infermieri dell’ospedale, che sostenevano che se l’amministrazione aveva fondi da investire nell’ospedale, dovevano essere utilizzati per aumentare gli stipendi del personale. Se si vuole analizzare l’innovazione che viene realizzata a Trieste in quegli anni occorre ricordare tre azioni precise: l’invenzione della figura dell’ospite; la costruzione di una cooperativa costituita da ex internati dell’ospedale; e la creazione di servizi territoriali con assistenza sulle 24 ore. La figura di ospite venne pensata per restituire i diritti di cittadinanza a quelle persone che, seppure ricoverati nell’ospedale, secondo la valutazione dei medici erano guarite, ma per le quali era difficile immaginare un percorso di reinserimento, perché la lunga ospedalizzazione aveva cancellato i loro rapporti sociali. L’amministrazione provinciale accettò questa impostazione e predispose una delibera che consentiva di accogliere dentro l’ospedale persone che formalmente ne erano state dimesse: gli ospiti. Parallelamente all’invenzione della figura di ospite, vennero modificati gli spazi di accoglienza interni all’ospedale: gli alloggi del direttore e dell’economo vennero trasformati in residenze simili ad appartamenti, in cui le persone che stavano nei padiglioni potevano vivere un’esistenza simile a quella di un’abitazione; solo in secondo momento si diede inizio alla ricerca degli alloggi esterni al manicomio. Un altro atto decisivo nella trasformazione dell’istituzione fu la costruzione della prima cooperativa di lavoro che aveva tra i suoi soci ex internati del manicomio.si tratta di un fatto importante che rappresenta l’atto di nascita di tutte quelle cooperative che hanno come scopo l’inserimento al lavoro di persone con disturbo mentale, di persone disabili, di detenuti. Questi gruppi di degenti svolgevano differenti lavori, che andavano dalla cura del parco ai lavori di lavanderia, si tratta di lavori indispensabili per il funzionamento dell’ospedale ma che venivano retribuiti con una somma simbolica o con particolari privilegi all’interno dell’istituzione, come un pacchetto di sigarette o il permesso di andare a dormire più tardi. Nel 1972, all’interno del manicomio, venne costituita una vera e propria cooperativa che prese il nome di “cooperativa lavoratori uniti”, a cui l’amministrazione decide di affidare i lavori di pulizia e lavanderia che prima venivano svolti gratuitamente dagli internati. Quest’idea ribalta lo statuto delle persone malate all’interno dell’ospedale: la loro condizione passa in questo modo da quella di assistito a quella di lavoratore.
1. Trasformazioni eterogenee Nel corso degli anni 70 gli interventi che modificano il funzionamento dell’istituzioni psichiatriche appaiono come un fenomeno diffuso. Questo non deve far dimenticare che una buona parte dei manicomi italiani, specialmente quelli privati del sud Italia, rimanevano ancorati a una gestione di tipo tradizionale. Da questo punto di vista, Perugia, Arezzo e Trieste rappresentano la punta dell’iceberg di un mutamento che si realizza attraverso fenomeni tra loro molto diversi, che vanno da interventi volti alla riduzione degli aspetti coercitivi e dello stato di degrado dei manicomi fino ai tentativi di realizzazione di servizi alternativi all’ospedale psichiatrico tradizionale. Accanto alle pratiche che si sviluppano in quegli anni, si assiste anche alla diffusione di iniziative tese a denunciare le condizioni dei ricoverati. Queste mettono fine alla separazione che esisteva tra manicomio e corpo sociale in tutto il paese, facendo dell’ospedale psichiatrico una questione sulla quale si cerca di intervenire o della quale si discute. Nonostante sia difficile rendere conto dell’eterogeneità dei processi in atto, occorre presentare attenzione all’esistenza di questo repertorio di interventi, allargando lo sguardo verso un insieme composito di esperienze è possibile portare ulteriori elementi che attestano la centralità dell’azione degli psichiatri e degli amministratori nel promuovere o nel bloccare il cambiamento e nella predisposizione a situazioni alternative al manicomio. Pur essendo diffusi in tutto il paese i cambiamenti che si verificano a livello delle singole province, assumono forme differenti a seconda di come si combina l’impegno di amministratori e psichiatri con i diversi orientamenti che indirizzano gli interventi. In primo luogo, va qui considerato l’uso dei poteri istituzionali nelle mani di amministratori e psichiatri: in questo senso la questione del potere, intesa come possibilità di produrre effetti all’interno dell’assetto istituzionale, va assunta come centrale nello sviluppo di sistemi di intervento e progetti alternativi al manicomio. E attraverso l’agire di singoli soggetti, dagli psichiatri agli infermieri, che si avviano alcuni cambiamenti dell’assetto manicomiale. Ciò che più pesa sulla direzione di questi processi è soprattutto la concentrazione di potere legata ai diversi ruoli istituzionali dei soggetti agenti. In questo senso, la posizione e l’orientamento delle figure degli amministratori e dei direttori psichiatri, e il loro agire congiunto, appare ancora una volta uno dei essenziale. La presenza del sostegno politico-amministrativo a quelle azioni che modificano l’istituzione risulta un gradiente della possibilità che i cambiamenti proseguono nel loro corso o viceversa vadano incontro a un’impasse. In secondo luogo è necessario cogliere l’esistenza di orientamenti culturali che intendono innovare i servizi attraverso l’introduzione della politica di settore francese oppure con la realizzazione di nuovi servizi nel territorio scollegati dall’intervento nell’ospedale psichiatrico: la cosiddetta psichiatria territoriale si tratta di modelli contrapposti che almeno per tutta la prima metà degli anni 70 vengono sostenuti dalla società italiana di psichiatria, il settore, e dal partito comunista, la psichiatria territoriale. I casi delle province di Venezia, Firenze e Torino permettono di osservare il tentativo di far sviluppare il settore in Italia, mentre il caso di Reggio Emilia rappresenta il modello di realizzazione concreto di “psichiatria territoriale”. Inoltre, anche la stessa azione dell’associazione psichiatrica democratica, influenza e diversi processi di cambiamento: da questa prospettiva si osserveranno i casi di 2 province legate a psichiatria democratica, Ferrara e Terni, dove amministratori psichiatri collaborano alla
costruzione di sistemi di servizi che vanno a regime prima dell’approvazione della riforma del
decise di non intervenire sul manicomio e per tutte queste ragioni nel 1977 Jervis decise di lasciare il lavoro nell’ SPP e l’opera pia San Lazzaro continuerà a rimanere attiva fino al 1996.
4. Ferrara: dal territorio all’ospedale Negli stessi anni in cui la provincia di Reggio Emilia sviluppa il suo servizio territoriale, anche l’assessore comunista ai servizi sociali della provincia di Ferrara, Carmen Capatti, decide di realizzare un servizio psichiatrico territoriale e comunque non pensa in un primo momento di effettuare un intervento diretto sull’ospedale psichiatrico. La direzione del servizio psichiatrico territoriale era affidata ad Antonio Slavich. Il nuovo centro di gene mentale diretto da Slavich viene collocato all’interno dell’ospedale in modo da poter svolgere una funzione di filtro per i ricoveri psichiatrici. Inoltre, passano sotto la direzione del centro di gene mentale anche alcuni dispensari psichiatrici esterni, che fino a quel momento avevano avuto il compito principale di erogare sussidi e terapie farmacologiche. Una delle prime azioni del centro di gene mentale è l’eliminazione dell’attività più negativa di dispensare, che vengono accorpati in ambiti territoriali più vasti. Inizialmente il personale impegnato nell’attività territoriale è molto ridotto: solo 4 assistenti sanitarie e 1 assistente sociale, ai quali si aggiunge il servizio prestato dai medici dell’ospedale nel dispensare per un arco temporale ridotto. E questo nucleo operativo ad avviare un lavoro a partire dal territorio provinciale, nel corso degli anni viene reclutato del nuovo personale e vengono formate équipe multidisciplinari, alle quali si accompagna l’ingresso di volontari nei servizi. Sempre a partire dei primi anni il centro di gene mentale sviluppa la collaborazione con diverse realtà che operano nel territorio, collegandosi con la lotta alle classi differenziali nelle scuole, con il modello di cooperazione educativa contribuendo anche allo sviluppo di alcuni programmi di salute mentale in fabbrica la lotta alle classi differenziali inizia nel 1971 quando, il centro di gene mentale diventa responsabile delle équipe scolastiche medico-pedagogiche. Queste, hanno il compito di individuare precocemente i minori da inviare nelle classi speciali (profondo processo di rinnovamento degli istituti per minori). In quegli anni il centro di gene mentale contribuisce anche alla realizzazione dei centri educativi assistenziali: strutture diurne che forniscono il servizio di assistenza e formazione per ragazzi con disabilità.si aggiungono a questi quattro gruppi di cooperazione educativa: ovvero appartamenti costituiti per essere luoghi di abitazione alternativi agli istituti per quei minori che, per varie ragioni, non possono stare a casa. In questo caso specifico la funzione del centro di gene mentale è quella di formare e selezionare il personale educativo che devo operare in queste strutture. Nel 1972 iniziano anche i primi interventi in fabbrica: si tratta di interventi frammentati che hanno l’obiettivo di fornire al consiglio di fabbrica delle rilevazioni ambientali oggettivi utili alla costruzione aziendale. Questi interventi poco strutturati si amplieranno a partire dal 1975, quando in Emilia-Romagna vengono realizzati i consorzi socio-sanitari, ovvero i consorzi tra province e comuni che vogliono anticipare l’unità sanitarie locali. L’attività del centro di gene mentale si integra da quel momento con quella degli stessi consorzi, che intervengono in attività di prevenzione nelle scuole, nelle fabbriche ovvero negli stessi ambiti in cui il CIM aveva precedentemente iniziato a lavorare. In quegli anni Slavich svolse anche un lavoro di natura prettamente politica: particolarmente importante in questo senso è il collocamento che si riesce a creare tra il centro di igiene mentale di Ferrara e le altre realtà che propongono un cambiamento dell’istituzioni psichiatriche questo collegamento si realizza con la partecipazione dell’équipe di Ferrara e dell’assessore al convegno
“la salute mentale delle strutture segreganti a un’organizzazione territoriale di sicurezza sociale”, tenutasi ad Arezzo nel 1972. Nel corso del convegno venne ribadita la necessità di un intervento contestuale tra territorio e manicomio, con una posizione in merito da parte dello stesso centro di igiene mentale di Ferrara. Nel 1975 la provincia affida la direzione del manicomio a Slavich: si avvia così una nuova fase dell’esperienza di Ferrara, incentrata sulle dimissioni degli internati dall’ospedale, il processo di dimissioni avveniva presso il centro Frantz Fanon: questo centro viene utilizzato come una sorta di struttura intermedia dove da un lato si svolgono attività di riabilitazione e socializzazione, e dall’altro si favorisce lo svuotamento dell’ospedale preparando il ritorno dei degenti nel territorio.
5. La primavera a Terni Fino agli anni 70, per i ricoveri psichiatrici delle persone che vivevano nella provincia di Terni venivano utilizzati gli ospedali psichiatrici di Siena, Rieti e di Perugia. L’unico servizio di psichiatria esistente a Terni era stato un dispensario di igiene e profilassi mentale, istituito essenzialmente per l’erogazione di sussidi e medicinali, dove lavoravano un direttore, un medico, un infermiere e un assistente sociale. A partire dal 1968 l’amministrazione provinciale decise di intervenire nel campo dell’assistenza psichiatrica affidando a una commissione di esperti un progetto innovativo per la creazione di nuovi servizi. La commissione era composta da: Severino Delogu, docente di organizzazione sanitaria presso l’università di Roma ed esponenti di spicco del partito comunista. Il progetto elaborato dalla commissione prevedeva la costruzione di 3 complessi sanitari, chiamati “centri di salute mentale, da istituire ex novo nel territorio provinciale: