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PRIMA GUERRA MONDIALE, Dispense di Storia

SPIEGAZIONE ACCURATA DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE,IDEALE PER COMPRENDERE I FATTORI SCATENANTI DELLA GUERRA, IL SUO SVILUPPO E LE CONSEGUENZE CON TRATTATI DI PACE. PERFETTA PER INTERROGAZIONE/VERIFICA

Tipologia: Dispense

2025/2026

In vendita dal 25/01/2026

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LA PRIMA GUERRA MONDIALE
1.L’EUROPA ALLA VIGILIA DELLA GUERRA
LA GERMANIA E L’ANTAGONISMO CON FRANCIA E GRAN BRETAGNA
All’inizio del XX secolo l’Europa viveva una situazione di forte tensione politica. Le grandi potenze
erano divise da rivalità profonde, nate già nella seconda metà dell’Ottocento, che rendevano
l’equilibrio internazionale molto instabile. In questo contesto, la Germania si trovava al centro di
due principali antagonismi: quello con la Francia e quello con la Gran Bretagna.!
Il conflitto con la Francia ebbe origine dalla guerra franco-prussiana del 1870, conclusasi con la
sconfitta francese. Le conseguenze furono gravissime: la Francia dovette pagare una pesante
indennità di guerra e perdere territori importanti come l’Alsazia e la Lorena. Oltre al danno
economico, la sconfitta rappresentò una profonda umiliazione nazionale, che alimentò un forte
sentimento antitedesco e un desiderio di rivincita, noto come revanscismo. Questo clima rese i
rapporti tra i due Stati estremamente tesi.!
A tale rivalità si aggiunse quella, sempre più accesa, tra la Germania e la Gran Bretagna. Alla fine
dell’Ottocento il Reich era diventato una grande potenza industriale e, con l’ascesa al trono di
Guglielmo II, abbandonò la politica di equilibrio seguita da Bismarck. Il nuovo imperatore adottò la
Weltpolitik (“politica mondiale”), una strategia ambiziosa volta a far primeggiare la Germania tra le
potenze internazionali. Essa mirava, da un lato, alla costruzione di un impero coloniale da cui
ottenere risorse economiche e, dall’altro, a mettere in discussione il dominio britannico sui mari.!
Per realizzare questi obiettivi, la Germania aumentò notevolmente le spese militari e potenziò la
propria flotta navale, arrivando a triplicare gli investimenti nel settore militare. Questo
raorzamento suscitò grande allarme in Gran Bretagna, decisa a difendere a ogni costo il proprio
primato marittimo. Ne derivò una vera e propria corsa agli armamenti, soprattutto navale, che
comportò ingenti sforzi economici e contribuì a rendere il clima politico europeo sempre più teso,
preparando il terreno ai conflitti del Novecento.!
LA “POLVERIERA BALCANICA”
Oltre alle tensioni tra le grandi potenze occidentali, un’area particolarmente instabile dell’Europa
era la penisola balcanica, definita infatti una vera e propria “polveriera”. Dopo le guerre balcaniche
del 1912-1913, i confini della regione erano stati ridisegnati e dall’Impero ottomano erano nati
nuovi Stati indipendenti. Tuttavia, invece di portare stabilità, questi cambiamenti aumentarono le
tensioni, perché i Balcani divennero il centro degli interessi contrastanti di grandi potenze come
Austria-Ungheria e Russia.!
L’Austria-Ungheria, indebolita dalla sconfitta subita contro la Prussia nel 1866 e dalla perdita dei
territori italiani durante il Risorgimento, aveva deciso di concentrare la propria espansione proprio
nei Balcani, per raorzare il proprio ruolo internazionale. La Russia, invece, aspirava da tempo a
ottenere uno sbocco sul Mediterraneo e cercava di estendere la sua influenza sulla regione
appellandosi alla fratellanza tra i popoli slavi, sostenendo in particolare la Serbia.!
Anche l’Italia era coinvolta in questo delicato equilibrio: guardava con interesse ai territori
dell’Albania, divenuta Stato indipendente nel 1912. La nascita dell’Albania avvenne con l’accordo
dell’Austria-Ungheria anche per impedire alla Serbia, potenza regionale ambiziosa e appoggiata
dalla Russia, di ottenere uno sbocco sul mare Adriatico.!
Le tensioni erano ulteriormente aggravate dalla diusione del nazionalismo tra le popolazioni slave
soggette all’Impero austro-ungarico. I Balcani erano infatti caratterizzati da un forte pluralismo
etnico, linguistico e religioso, che rendeva la regione particolarmente esposta ai conflitti
nazionalistici. La situazione era particolarmente esplosiva in Bosnia-Erzegovina, territorio che nel
1908 l’Austria-Ungheria aveva annesso unilateralmente, dopo trent’anni di amministrazione
stabiliti dal Congresso di Berlino del 1878.!
In Bosnia-Erzegovina una parte della popolazione, di fede ortodossa e di sentimenti filo-serbi,
desiderava liberarsi dal dominio asburgico per unirsi al Regno di Serbia; allo stesso tempo, era
presente una consistente comunità musulmana, ancora legata all’Impero ottomano. L’annessione
austriaca provocò inoltre la forte irritazione delle altre potenze europee, con l’unica eccezione
della Germania, che sostenne l’azione dell’Austria-Ungheria. Tutti questi elementi contribuirono a
rendere i Balcani uno dei principali fattori di instabilità alla vigilia della Prima guerra mondiale.!
LA COMPETIZIONE IMPERIALISTA
Le rivalità tra le grandi potenze non riguardavano solo l’Europa, ma si estendevano anche ai
territori extraeuropei, soprattutto in Asia e in Africa, dove era in corso una intensa corsa alle
colonie. All’inizio del Novecento gli Stati erano in competizione per il controllo di queste aree e più
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LA PRIMA GUERRA MONDIALE

1.L’EUROPA ALLA VIGILIA DELLA GUERRA

LA GERMANIA E L’ANTAGONISMO CON FRANCIA E GRAN BRETAGNA

All’inizio del XX secolo l’Europa viveva una situazione di forte tensione politica. Le grandi potenze erano divise da rivalità profonde, nate già nella seconda metà dell’Ottocento, che rendevano l’equilibrio internazionale molto instabile. In questo contesto, la Germania si trovava al centro di due principali antagonismi: quello con la Francia e quello con la Gran Bretagna. Il conflitto con la Francia ebbe origine dalla guerra franco-prussiana del 1870, conclusasi con la sconfitta francese. Le conseguenze furono gravissime: la Francia dovette pagare una pesante indennità di guerra e perdere territori importanti come l’Alsazia e la Lorena. Oltre al danno economico, la sconfitta rappresentò una profonda umiliazione nazionale, che alimentò un forte sentimento antitedesco e un desiderio di rivincita, noto come revanscismo. Questo clima rese i rapporti tra i due Stati estremamente tesi. A tale rivalità si aggiunse quella, sempre più accesa, tra la Germania e la Gran Bretagna. Alla fine dell’Ottocento il Reich era diventato una grande potenza industriale e, con l’ascesa al trono di Guglielmo II, abbandonò la politica di equilibrio seguita da Bismarck. Il nuovo imperatore adottò la Weltpolitik (“politica mondiale”), una strategia ambiziosa volta a far primeggiare la Germania tra le potenze internazionali. Essa mirava, da un lato, alla costruzione di un impero coloniale da cui ottenere risorse economiche e, dall’altro, a mettere in discussione il dominio britannico sui mari. Per realizzare questi obiettivi, la Germania aumentò notevolmente le spese militari e potenziò la propria flotta navale, arrivando a triplicare gli investimenti nel settore militare. Questo rafforzamento suscitò grande allarme in Gran Bretagna, decisa a difendere a ogni costo il proprio primato marittimo. Ne derivò una vera e propria corsa agli armamenti, soprattutto navale, che comportò ingenti sforzi economici e contribuì a rendere il clima politico europeo sempre più teso, preparando il terreno ai conflitti del Novecento. LA “POLVERIERA BALCANICA” Oltre alle tensioni tra le grandi potenze occidentali, un’area particolarmente instabile dell’Europa era la penisola balcanica, definita infatti una vera e propria “polveriera”. Dopo le guerre balcaniche del 1912-1913, i confini della regione erano stati ridisegnati e dall’Impero ottomano erano nati nuovi Stati indipendenti. Tuttavia, invece di portare stabilità, questi cambiamenti aumentarono le tensioni, perché i Balcani divennero il centro degli interessi contrastanti di grandi potenze come Austria-Ungheria e Russia. L’Austria-Ungheria, indebolita dalla sconfitta subita contro la Prussia nel 1866 e dalla perdita dei territori italiani durante il Risorgimento, aveva deciso di concentrare la propria espansione proprio nei Balcani, per rafforzare il proprio ruolo internazionale. La Russia, invece, aspirava da tempo a ottenere uno sbocco sul Mediterraneo e cercava di estendere la sua influenza sulla regione appellandosi alla fratellanza tra i popoli slavi, sostenendo in particolare la Serbia. Anche l’Italia era coinvolta in questo delicato equilibrio: guardava con interesse ai territori dell’Albania, divenuta Stato indipendente nel 1912. La nascita dell’Albania avvenne con l’accordo dell’Austria-Ungheria anche per impedire alla Serbia, potenza regionale ambiziosa e appoggiata dalla Russia, di ottenere uno sbocco sul mare Adriatico. Le tensioni erano ulteriormente aggravate dalla diffusione del nazionalismo tra le popolazioni slave soggette all’Impero austro-ungarico. I Balcani erano infatti caratterizzati da un forte pluralismo etnico, linguistico e religioso, che rendeva la regione particolarmente esposta ai conflitti nazionalistici. La situazione era particolarmente esplosiva in Bosnia-Erzegovina, territorio che nel 1908 l’Austria-Ungheria aveva annesso unilateralmente, dopo trent’anni di amministrazione stabiliti dal Congresso di Berlino del 1878. In Bosnia-Erzegovina una parte della popolazione, di fede ortodossa e di sentimenti filo-serbi, desiderava liberarsi dal dominio asburgico per unirsi al Regno di Serbia; allo stesso tempo, era presente una consistente comunità musulmana, ancora legata all’Impero ottomano. L’annessione austriaca provocò inoltre la forte irritazione delle altre potenze europee, con l’unica eccezione della Germania, che sostenne l’azione dell’Austria-Ungheria. Tutti questi elementi contribuirono a rendere i Balcani uno dei principali fattori di instabilità alla vigilia della Prima guerra mondiale. LA COMPETIZIONE IMPERIALISTA Le rivalità tra le grandi potenze non riguardavano solo l’Europa, ma si estendevano anche ai territori extraeuropei, soprattutto in Asia e in Africa, dove era in corso una intensa corsa alle colonie. All’inizio del Novecento gli Stati erano in competizione per il controllo di queste aree e più

volte si arrivò vicino allo scontro armato, soprattutto perché non esistevano regole precise per stabilire le rispettive zone di influenza. La competizione era particolarmente forte tra le due principali potenze coloniali, Francia e Gran Bretagna, ma non mancavano gravi tensioni anche tra Gran Bretagna e Russia, entrambe interessate alle stesse regioni asiatiche, come India, Persia e Afghanistan. Inoltre, le crisi marocchine del 1905 e del 1911 contribuirono ad aggravare ulteriormente i rapporti già molto tesi tra Francia e Germania: in entrambe le occasioni lo scontro armato fu evitato solo con grande difficoltà.

2.L’EUROPA IN GUERRA

L’ATTENTATO DI SARAJEVO E L’ULTIMATUM ALLA SERBIA

Nell’estate del 1914 il fragile equilibrio tra le potenze europee si ruppe e il continente precipitò rapidamente in una guerra di dimensioni e durata imprevedibili. L’evento scatenante avvenne il 28 giugno 1914 a Sarajevo , capitale della Bosnia, quando l’ arciduca Francesco Ferdinando , nipote dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e suo erede al trono, fu assassinato insieme alla moglie durante una visita ufficiale. L’attentato fu compiuto da Gavrilo Princip , uno studente serbo-bosniaco di diciannove anni, membro dell’organizzazione nazionalista Mlada Bosna (“Giovane Bosnia”). Dal 1878, anno della sua indipendenza, la Serbia conduceva una politica autonoma nei Balcani ed era per questo da tempo sospettata dall’Austria-Ungheria di sostenere gruppi terroristici come quello di Princip, che miravano a riunire tutti gli slavi del sud in un unico Stato. Il governo asburgico sfruttò quindi l’attentato come pretesto per eliminare il principale ostacolo alla propria espansione nei Balcani e inviò alla Serbia un ultimatum con condizioni così dure che, se accettate, avrebbero comportato di fatto la rinuncia alla sovranità serba. LO SCOPPIO DEL CONFLITTO E IL GIOCO DELLE ALLEANZE L’ultimatum austriaco fu respinto e il 28 luglio 1914, a un mese esatto dall’attentato di Sarajevo, l’Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia. I serbi sapevano di poter contare sull’appoggio della Russia, che aveva più volte garantito la propria protezione allo Stato balcanico: pochi giorni dopo, infatti, lo zar ordinò la mobilitazione dell’esercito russo. Da quel momento entrò in funzione il sistema delle alleanze militari costruito all’inizio del Novecento, che trascinò rapidamente in guerra le grandi potenze europee. La Germania, alleata dell’Austria-Ungheria, dichiarò guerra alla Russia il 1º agosto e alla Francia il 3 agosto, poiché quest’ultima, alleata dello zar, aveva già mobilitato le proprie truppe. La Gran Bretagna tentò inizialmente di restare fuori dal conflitto, ma quando l’esercito tedesco invase il Belgio, Stato neutrale la cui indipendenza era garantita da Londra, anche il Regno Unito entrò in guerra. Si formarono così due schieramenti contrapposti: da un lato l’Intesa o Alleati (Francia, Gran Bretagna e Russia), dall’altro gli Imperi centrali (Germania e Austria-Ungheria). Alla fine di agosto 1914 si unì all’Intesa anche il Giappone, interessato alle colonie tedesche in Estremo Oriente, mentre nel novembre 1914 entrò in guerra a fianco degli Imperi centrali l’Impero ottomano, legato alla Germania da un trattato di alleanza precedente allo scoppio del conflitto. In questo modo, una guerra nata come scontro locale tra Austria-Ungheria e Serbia si trasformò rapidamente in un conflitto mondiale. L’ENTUSIASMO PER LA GUERRA Le dichiarazioni di guerra furono accolte con entusiasmo e persino con gioia dalle popolazioni dei paesi coinvolti nel conflitto. Nei giorni di agosto successivi allo scoppio della guerra, molte persone, accomunate dall’esperienza bellica al di là delle differenze di età, classe sociale e professione, vissero un forte sentimento di esaltazione nazionale, alimentato a lungo dalle istituzioni scolastiche e statali. Secondo l’ideologia imperialista diffusa in Europa, ogni nazione aveva una “missione storica” da compiere, cioè affermare la superiorità della propria civiltà anche attraverso l’uso della forza. L’entusiasmo fu particolarmente forte tra i giovani della classe media e soprattutto tra gli studenti, che vedevano nella guerra la fine dei controlli sociali e la nascita di un egualitarismo cameratesco tra soldati uniti da una causa comune. Questa visione spinse molti uomini a partire volontariamente per il fronte. Tali impulsi collettivi portarono anche la maggior parte dei partiti socialisti europei ad abbandonare il pacifismo internazionalista, secondo cui le guerre dovevano essere rifiutate perché espressione dei conflitti tra Stati borghesi, e a sostenere invece i rispettivi governi nella scelta di entrare in guerra. La Seconda Internazionale, che riuniva i partiti socialisti e laburisti europei, si sciolse proprio a causa delle divisioni tra chi aderì all’appello all’unità patriottica contro il nemico e chi rimase contrario alla guerra, difendendo la linea internazionalista. Questi ultimi, ormai minoritari, ribadirono le loro posizioni nei congressi di

dall’uso di mezzi di distruzione di massa: la mitragliatrice decimava gli attaccanti in campo aperto, mentre la artiglieria era responsabile della maggior parte delle perdite, con bombardamenti che duravano giorni e precedevano ogni offensiva. Un’altra terribile arma furono i gas, frutto dei progressi dell’industria chimica. I tedeschi li usarono per primi nella seconda battaglia di Ypres (22 aprile-24 maggio 1915), generando nuvole velenose che soffocavano, ustionavano o accecavano le vittime. Gli altri eserciti imitarono immediatamente questa tecnica, rendendo la maschera antigas un accessorio indispensabile. L’uso dei gas non produsse grandi vittorie, ma rese la guerra ancora più cruenta. Già nel 1918 la Croce Rossa lanciò un appello contro le armi chimiche e, alla fine del conflitto, fu raggiunto un primo accordo internazionale per bandirle, anche se il loro impiego continuò nei conflitti successivi. IL "FRONTE INTERNO" E L'INTERVENTISMO STATALE Oltre al fronte militare, che assorbiva gran parte degli uomini e dei mezzi a disposizione degli Stati belligeranti, si sviluppò un vero e proprio “fronte interno”. Con questo termine si indicava l’impegno della popolazione civile e dell’economia nel sostenere la guerra, attraverso un incremento della produzione industriale, il mantenimento del morale e l’adesione ai sacrifici richiesti dalla guerra, favorita dalla propaganda. Durante il conflitto l’industria conobbe una crescita esponenziale, soprattutto nei settori legati alla produzione bellica, come meccanica, siderurgica e chimica, trasformando la guerra in una vera e propria incubatrice industriale. I ritmi dell’economia vennero stravolti: era essenziale aumentare e coordinare la produzione per garantire risorse continue agli eserciti. Furono creati organi di governo e ministeri speciali per diversi compiti: controllare prezzi e livelli di produzione, finanziare nuove industrie e reclutare forza lavoro. Questo interventismo statale comportava un enorme sforzo organizzativo e finanziario e favorì soprattutto le grandi industrie, che videro nello Stato il loro principale committente, decidendo cosa produrre e ricevendo finanziamenti diretti. LA MOBILITAZIONE DEI CIVILI Per mantenere alti i ritmi produttivi, era necessario disciplinare la forza lavoro secondo criteri militari e sostituire chi era al fronte. Le donne entrarono così massicciamente nelle fabbriche, diventando una presenza numericamente rilevante, soprattutto nei settori legati alla produzione bellica, come acciaio, carbone e munizioni. Svolsero anche mansioni tradizionalmente riservate agli uomini, comprese quelle che richiedevano forza fisica. Oltre alle fabbriche, le donne sostituirono gli uomini in altre funzioni civili, lavorando come poliziotte, autiste di tram e ambulanze, nonché come medici e ingegneri, professioni precedentemente loro precluse dall’accesso limitato all’istruzione universitaria. I civili furono inoltre chiamati a servire la patria sottoscrivendo prestiti di guerra, ovvero buoni del tesoro destinati a finanziare le ostilità. Dopo alcuni anni, divennero comuni anche il razionamento dei beni primari e le requisizioni di prodotti agricoli. Tutte queste iniziative furono sostenute da una propaganda massiccia e spesso imposte con metodi polizieschi, per assicurare la piena partecipazione della popolazione al sostegno dello sforzo bellico. UNA GUERRA GLOBALE L’andamento del conflitto dimostrò come la politica e l’economia fossero ormai globali. I paesi belligeranti controllavano gran parte del mondo attraverso le colonie, quindi la guerra non si combatté solo in Europa, ma anche in Africa, Asia e Medio Oriente. I primi due teatri coloniali furono relativamente secondari: le colonie tedesche del Togo, Camerun, Africa sud-occidentale tedesca (attuale Namibia) e dell’Africa orientale tedesca (attuali Ruanda, Burundi e Tanzania) furono attaccate dalle truppe dell’Intesa e, con l’eccezione dell’Africa orientale tedesca, passarono di mano rapidamente, senza grandi spargimenti di sangue. In Cina, il Giappone occupò i possedimenti tedeschi nella provincia dello Shandong e diversi territori tedeschi del Pacifico, come gli arcipelaghi delle Marshall, Caroline e Marianne, in breve tempo. Più complessa fu la situazione in Medio Oriente, dove le truppe britanniche occuparono parte della Mesopotamia, fino ad allora controllata dall’Impero ottomano, e favorirono le rivolte dei nazionalisti arabi contro i turchi. Un altro fattore che rese la guerra globale fu l’impiego di truppe coloniali: nell’esercito britannico furono inquadrati soldati indiani, in quello francese truppe maghrebine, senegalesi e indocinesi. In Europa, l’uso di soldati non bianchi suscitò dibattiti accesi e connotazioni razziste, mentre per le popolazioni extraeuropee la partecipazione al conflitto fu traumatica, ma anche un’opportunità per acquisire diritti e consapevolezza del proprio ruolo. La guerra ebbe conseguenze economiche mondiali. La richiesta continua di rifornimenti, come armi e alimenti, favorì lo sviluppo industriale in paesi lontani dal teatro europeo, come India, Cina, Giappone, Brasile e Argentina. L’impulso industriale derivava anche dal fatto che l’Europa, assorbita dallo sforzo bellico, non poteva più esportare i propri manufatti, lasciando spazio alle imprese statunitensi per affermarsi a livello internazionale.

UNA GUERRA CONTRO IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Durante la Prima guerra mondiale furono infrante sistematicamente alcune norme del diritto internazionale, condivise da tempo. Tra queste vi era il rispetto della distinzione tra paesi belligeranti e neutrali: la violazione della neutralità del Belgio da parte della Germania suscitò grande scandalo e contribuì a indicare il Reich come principale responsabile della guerra. Violazioni riguardarono anche i prigionieri di guerra, catturati durante le azioni militari e che, secondo la Convenzione dell’Aja del 1907, dovevano essere trattati con umanità. Spesso però le norme rimasero solo sulla carta: i prigionieri erano ammassati in campi con filo spinato, in condizioni igieniche precarie, con poco spazio e razioni inferiori a quelle degli eserciti catturanti. La distinzione tra militari e civili fu spesso ignorata. La violenza contro i civili, in particolare le donne, non era nuova, ma durante la Prima guerra mondiale fu incentivata e pianificata dalle gerarchie militari per fiaccare la resistenza o interrompere la produzione nemica. Si verificarono numerosi casi di stupro, impiccagione e fucilazione di civili in Belgio, Francia, Serbia e Galizia. Anche sui mari i civili furono vittime della guerra, come nel caso del transatlantico Lusitania, colpito da un sommergibile tedesco il 7 maggio 1915, che provocò oltre mille morti tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Anche gli aerei da bombardamento colpirono centri abitati lontani dal fronte, con l’obiettivo di abbattere il morale della popolazione nemica, mostrando come la guerra moderna coinvolgesse interi popoli, civili e militari, in un conflitto globale.

4.L’ITALIA ENTRA IN GUERRA (1915)

DALL’INIZIALE NEUTRALITÀ AL DIBATTITO SULL’INTERVENTO

All’inizio della Prima guerra mondiale, il governo italiano guidato da Antonio Salandra dichiarò la neutralità, nonostante l’Italia fosse legata alla Germania e all’Austria-Ungheria dalla Triplice alleanza. La decisione era giustificata dal fatto che l’alleanza era difensiva e che l’Austria- Ungheria aveva attaccato la Serbia senza consultare l’Italia: quindi lo Stato italiano non aveva obblighi verso gli alleati. All’inizio la neutralità fu accettata dalla maggioranza degli italiani, ma presto alcune forze politiche e parte dell’opinione pubblica premevano per l’intervento a fianco delle potenze dell’Intesa, dando vita a un acceso dibattito tra interventisti e neutralisti. DUE FRONTI ETEROGENEI Lo schieramento interventista era molto vario. Comprendeva innanzitutto i nazionalisti, convinti che la guerra fosse un’occasione per affermare l’Italia come grande potenza imperialistica. Questi non criticavano l’imperialismo di Austria-Ungheria e Germania, ma ritenevano che gli interessi austro-ungarici fossero in contrasto con quelli italiani, rendendo inevitabile il conflitto. I nazionalisti erano sostenuti anche da settori industriali come Ansaldo, che vedevano nella guerra la possibilità di aumentare i profitti e rafforzare l’industria pesante. La loro voce era amplificata da intellettuali e artisti come Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo, e Gabriele D’Annunzio, che attraverso scritti e interventi pubblici sostenevano l’entrata in guerra. Accanto ai nazionalisti c’era un interventismo di segno democratico, formato da figure come il socialista riformista Leonida Bissolati, lo storico Gaetano Salvemini e il socialista trentino Cesare Battisti. Essi ritenevano che la guerra contro l’Austria-Ungheria avrebbe permesso all’Italia di conquistare le terre irredente (Trento e Trieste) non annesse al Risorgimento, e che una vittoria avrebbe favorito la caduta di due imperi autoritari, Germania e Austria-Ungheria, liberando i popoli oppressi. A sostegno dell’intervento erano anche i liberali conservatori, tra cui il presidente del Consiglio Antonio Salandra e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, appoggiati dalla maggior parte della stampa, in particolare dal «Corriere della Sera» diretto da Luigi Albertini, che diffondeva un forte messaggio patriottico. Lo schieramento neutralista era anch’esso eterogeneo. Comprendeva i liberali giolittiani, convinti che l’Italia non fosse pronta per la guerra e che la neutralità avrebbe consentito di ottenere almeno una parte delle terre irredente attraverso trattative diplomatiche. Il mondo cattolico si oppose alla guerra, ribadendo la propria posizione pacifista e mostrando simpatia per un paese cattolico come l’Austria. Il papa Benedetto XV, eletto il 3 settembre 1914, definì la guerra una «inutile strage» e si pronunciò più volte contro il conflitto. L’atteggiamento più coerente fu quello dei socialisti italiani, che, a differenza dei socialisti degli altri paesi europei, mantennero l’impegno per la pace. L’unica eccezione di rilievo fu Benito Mussolini, che inizialmente era contrario alla guerra e aveva manifestato le sue posizioni pacifiste, come nel 1911 contro la guerra di Libia e nel luglio 1914 con l’editoriale «Abbasso la guerra!» sul giornale «Avanti!». Tuttavia, nell’ottobre 1914 Mussolini cambiò radicalmente idea, sostenendo

Brusilov, fu però rapidamente sconfitto, mentre il Portogallo decise di intervenire a causa dei continui siluramenti di navi mercantili portoghesi da parte della Germania, che mettevano a rischio il commercio marittimo del paese. LA GUERRA SUI MARI Sin dall’inizio, Gran Bretagna e Germania si confrontarono anche sul mare. Nonostante gli ingenti investimenti tedeschi, i britannici riuscirono a mantenere la supremazia navale, imponendo un blocco che impediva agli Imperi centrali di ricevere rifornimenti da colonie e paesi neutrali. Nel maggio 1916, la flotta tedesca tentò di sfidare quella britannica nello stretto dello Skagerrak, al largo della Danimarca, nella battaglia dello Jutland. Nessuna delle due flotte ebbe la meglio, ma la Germania comprese che non sarebbe stata in grado di rompere il blocco navale. Per questo motivo, intensificò la guerra sottomarina: dal 1917, i sommergibili tedeschi affondavano senza distinzioni sia navi da guerra sia mercantili, anche se trasportavano passeggeri civili, rendendo ancora più dura la guerra e colpendo direttamente il commercio e le popolazioni neutrali.

6.LA SVOLTA NEL CONFLITTO E LA SCONFITTA DEGLI

IMPERI CENTRALI (1917-1918)

IL LOGORAMENTO DEGLI ESERCITI

Dopo quasi tre anni dall’inizio della guerra, era evidente che nessuno schieramento fosse preparato al nuovo tipo di conflitto, combattuto soprattutto sulla difensiva. Ai vertici militari sembrava impossibile che un attacco ben organizzato e condotto con grandi forze potesse fallire, quindi i generali continuavano a lanciare gigantesche offensive, impiegando migliaia di cannoni e pagando un altissimo costo umano. Le perdite sembravano irrilevanti a patto che anche il nemico ne subisse altrettante: l’obiettivo era logorare l’avversario fino al collasso. Tuttavia, la volontà di combattere dei soldati, stremati dagli anni di trincea, cominciava a vacillare. Le condizioni di vita dei militari provocarono ribellioni e ammutinamenti. La rivolta più clamorosa fu quella dei soldati russi nel 1917, che si rifiutarono in massa di combattere. Anche nell’esercito francese interi reparti disobbedirono agli ordini di attacco. Per reprimere le insubordinazioni, i comandi ricorsero al terrore e alle fucilazioni. In Italia, il generale Cadorna, ritenendo i soldati “codardi”, applicò la pratica della decimazione, cioè l’esecuzione sommaria di un soldato estratto a sorte ogni dieci nei plotoni dove si erano verificati atti di ribellione. LA PROTESTA SUL FRONTE INTERNO Anche sul fronte interno la protesta cresceva, nonostante il clima poliziesco di sorveglianza e caccia alle spie. Le continue perdite e il lutto che colpiva milioni di famiglie abbassavano il morale della popolazione. Gli operai e le operaie, costretti a turni massacranti nelle fabbriche di armi e munizioni, vivevano condizioni insostenibili. In paesi come Russia, Germania e Austria-Ungheria, isolati dal commercio internazionale per via della guerra o del blocco navale imposto dagli Alleati, scarseggiavano risorse e cibo; negli altri stati, i prezzi aumentavano e i beni venivano razionati. Nel 1917, in tutta Europa, scioperi e manifestazioni si moltiplicarono, ma furono duramente repressi dalla polizia e dall’esercito, poiché i governi consideravano tali proteste tradimento verso la nazione. In Italia, la rivolta più violenta scoppiò a Torino il 22 agosto 1917, con operai e molte donne che saccheggiarono negozi e caserme in cerca di cibo e armi. Dopo una settimana di scontri, si contarono centinaia di feriti e circa cinquanta morti. Anche tra i partiti socialisti europei cresceva l’opposizione alla guerra: in particolare, i socialisti rivoluzionari esortavano soldati e operai a insorgere insieme per far cadere i governi borghesi, ritenuti responsabili della carneficina. L’INGRESSO DEGLI STATI UNITI IN GUERRA Il 1917 segnò un punto di svolta nella Prima guerra mondiale anche a causa dell’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America, avvenuta il 6 aprile. All’epoca, gli USA rappresentavano la più grande potenza industriale mondiale e decisero di intervenire contro la Germania per diverse ragioni. Il presidente Woodrow Wilson e il Congresso furono motivati dai continui attacchi tedeschi alle navi mercantili americane impegnate nel commercio con la Gran Bretagna, azioni che gli statunitensi consideravano illegali e inaccettabili. Inoltre, la prosperità economica americana dipendeva in larga misura dalle forniture di armi e altri beni ai paesi dell’Intesa, e ogni interruzione di questi traffici avrebbe potuto minacciare gravemente l’economia nazionale. L’ingresso degli Stati Uniti fu decisivo per le sorti del conflitto: l’arrivo di nuove truppe, rifornimenti e risorse fresche rafforzò sensibilmente l’Intesa, soprattutto dopo l’uscita della Russia dalla guerra. Subito dopo, altri paesi si unirono al fronte degli Alleati: la Grecia nel luglio 1917, desiderosa di conquistare territori contesi con Bulgaria e Impero ottomano, e il Brasile nell’ottobre dello stesso anno.

LE CONSEGUENZE DELL’USCITA DELLA RUSSIA

L’evento più significativo del 1917 fu però l’uscita della Russia dal conflitto, conseguenza di due rivoluzioni interne. La prima, avvenuta a febbraio, causò la caduta dell’impero zarista e paralizzò in maniera irreversibile lo sforzo bellico russo. La seconda, nell’ottobre dello stesso anno, portò al potere i Bolscevichi guidati da Lenin, che intrapresero immediatamente il percorso previsto dal loro programma politico, cioè smobilitare l’esercito e raggiungere rapidamente la pace. Il disimpegno russo dal fronte orientale permise a Germania e Austria-Ungheria di concentrare le proprie forze su altri fronti. Gli eserciti centrali approfittarono della nuova situazione per lanciare un’offensiva contro l’Italia, culminata nella battaglia di Caporetto, il 24 ottobre 1917. La battaglia fu un disastro per le truppe italiane: circa 300.000 soldati furono fatti prigionieri, mentre i superstiti si ritirarono in completo disordine per oltre cento chilometri. Questo permetteva al nemico di avanzare rapidamente e occupare vaste zone del Friuli e del Veneto, segnando una delle più gravi sconfitte italiane della guerra. DOPO CAPORETTO: IL PIAVE E VITTORIO VENETO Nell’estate del 1918, gli austro-ungarici concentrarono tutte le loro forze sul fronte italiano con l’intento di lanciare un attacco decisivo. L’obiettivo era far crollare l’esercito italiano, ormai scosso dalla disfatta di Caporetto, e spingere l’Italia a chiedere un armistizio, come era già avvenuto con la Russia. Tuttavia, il paese reagì in maniera diversa: nonostante la tragedia e il senso di sconforto diffuso, gli italiani riuscirono a raccogliere le forze necessarie per cambiare il corso del conflitto. La sconfitta aveva determinato anche un cambio ai vertici politici e militari: alla presidenza del Consiglio fu nominato Vittorio Emanuele Orlando, mentre il generale Cadorna, accusatore dei soldati di viltà, fu sostituito da Armando Diaz, il quale adottò metodi più moderni e umani, capaci di motivare nuovamente le truppe. Un ulteriore stimolo a combattere derivò dall’impegno del nuovo governo a distribuire la terra ai contadini al termine della guerra. Grazie a un enorme sforzo industriale, l’esercito italiano poteva ora contare su pezzi di artiglieria superiori a quelli nemici, e le truppe furono rinforzate dai cosiddetti "ragazzi del ’99", giovani di diciotto anni richiamati alle armi. Così, l’attacco austro-ungarico sul fiume Piave, dove si era stabilita la nuova linea difensiva italiana, fu respinto con successo. Nell’autunno del 1918, gli italiani passarono al contrattacco, che prese il nome di battaglia di Vittorio Veneto, concentrandosi nella zona tra il Piave e il Monte Grappa. La resistenza austro-ungarica si rivelò breve: all’interno dell’impero cresceva la disgregazione, e i popoli soggetti agli Asburgo comprendevano che la sconfitta avrebbe portato alla loro indipendenza. Gli italiani, inseguendo un nemico in disordine, catturarono mezzo milione di prigionieri, liberarono Trento e Trieste e avanzarono ulteriormente, occupando territori abitati da popolazioni non italiane con l’obiettivo di rafforzare la posizione italiana nelle future trattative di pace. Il 4 novembre 1918, il comando austriaco firmò l’armistizio, sancendo la fine della guerra sul fronte italiano. LA SCONFITTA DELLA GERMANIA E LA FINE DEL CONFLITTO Sul fronte occidentale, la Germania, liberata dal peso del fronte orientale dopo l’uscita della Russia dalla guerra, tentò una serie di offensive nella primavera del 1918. Queste operazioni, ideate dal generale Erich Ludendorff, inizialmente ottennero risultati, ma furono poi fermate dalla resistenza degli Alleati. L’ultimo attacco tedesco, scattato il 15 luglio 1918e denominato Friedensturm ("assalto per la pace"), si risolse in un disastro: gli Alleati, rinforzati dall’arrivo dell’esercito americano, passarono al contrattacco. La battaglia di Amiens (8-12 agosto) segnò il punto di svolta: l’esercito tedesco, affamato e demoralizzato, fu costretto a ritirarsi dalla Francia occupata, lasciando nelle mani nemiche migliaia di prigionieri. Anche in Germania, la popolazione civile era allo stremo a causa della fame e delle privazioni: scoppiarono rivolte, cui si unirono soldati ammutinati, come a Kiel, dove alcuni equipaggi della Marina si ribellarono. Il 9 novembre 1918, l’imperatore Guglielmo II fuggì in Olanda, e il nuovo governo proclamò la costituzione di una repubblica, firmando l’armistizio l’11 novembre 1918. Con la resa della Germania e, poco prima, dell’Impero ottomano (30 ottobre 1918), tutti gli Imperi centrali furono sconfitti. Si concluse così la Prima guerra mondiale, un conflitto che per cinque anni aveva devastato l’Europa, provocando distruzione, privazioni e circa 13 milioni di morti. UN’EPIDEMIA MICIDIALE NELLE FASI FINALI DELLA GUERRA Negli ultimi mesi della Prima guerra mondiale, un flagello imprevisto contribuì a rendere ancora più drammatiche le condizioni di vita sia dei soldati sia della popolazione civile: tra l’estate e l’inverno del 1918 iniziò a diffondersi un’epidemia influenzale di origine virale estremamente aggressiva, conosciuta come influenza "spagnola". Chi veniva colpito sviluppava gravi patologie respiratorie come bronchiti, broncopolmoniti e pleuriti, spesso con esito letale.

gli Stati Uniti non aderirono all’organizzazione e, con la fine del mandato di Wilson nel 1921 e l’arrivo del presidente repubblicano Warren G. Harding, tornarono a seguire una politica di distacco dai problemi europei. LA CONFERENZA DI PARIGI Il 18 gennaio 1919 i rappresentanti dei paesi vincitori della Prima guerra mondiale si riunirono a Parigi per definire il nuovo assetto politico e territoriale dell’Europa. Tra i protagonisti principali vi furono il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, il francese Georges Clemenceau e l’inglese David Lloyd George, mentre l’Italia era rappresentata da Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio. Tuttavia, il ruolo dell’Italia fu secondario: Orlando non riuscì a ottenere tutti i territori promessi dal patto di Londra, trovandosi spesso in difficoltà di fronte alle pressioni delle altre potenze. Le trattative furono lunghe e complesse, protratte per molti mesi, e mostrarono le profonde divergenze tra i vincitori. Wilson, coerentemente con i suoi Quattordici punti, auspicava una pace “senza vincitori”, non punitiva nei confronti dei paesi sconfitti. Tuttavia, Francia e Gran Bretagna, e in misura minore anche la Gran Bretagna, riuscirono a imporre una pace punitiva, volta a far pagare alla Germania e ai suoi alleati l’intero costo della guerra. La Francia, in particolare, insisteva affinché la Germania subisse dure sanzioni e limitazioni, per ridurne la capacità militare futura e garantire la propria sicurezza. IL TRATTATO DI VERSAILLES La questione tedesca fu formalmente risolta con il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919. Il trattato comportò importanti perdite territoriali e limitazioni militari per la Germania:

  1. L’Alsazia e la Lorena furono restituite alla Francia;
  2. La Renania fu smilitarizzata;
  3. La Polonia, ricostituita come Stato indipendente dopo oltre un secolo, ottenne un corridoio territoriale fino a Danzica, separando la Prussia orientale dal resto della Germania;
  4. Le colonie africane tedesche furono affidate alla Francia e alla Gran Bretagna come mandati, mentre quelle asiatiche passarono al Giappone. Il trattato impose anche limitazioni militari severe: la Germania non poteva possedere una flotta né un’aviazione militare e il suo esercito fu ridotto al minimo indispensabile, solo per mantenere l’ordine interno. Infine, fu obbligata a riconoscere la propria responsabilità nello scoppio della guerra e a pagare ingenti riparazioni economiche, scaricando sulle spalle della nuova Repubblica democratica tedesca il peso delle scelte militari del vecchio impero guglielmino. I TRATTATI DI SAINT-GERMAIN, DEL TRIANON E DI NEUILLY La questione dell’Impero austro-ungarico fu risolta con diversi trattati:
  5. Il trattato di Saint-Germain (10 settembre 1919) con l’Austria;
  6. Il trattato del Trianon (4 giugno 1920) con l’Ungheria. Questi accordi portarono alla nascita di Stati indipendenti e alla drastica riduzione dei territori di Austria e Ungheria. Vennero creati nuovi Stati come la Cecoslovacchia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (futuro Regno di Iugoslavia, 1929), caratterizzati dalla convivenza di popolazioni di diverse nazionalità. All’Italia furono assegnati il Trentino, l’Alto Adige, Trieste e l’Istria, ma le richieste relative alla Dalmazia non furono soddisfatte, contrariamente a quanto previsto dal patto di Londra. La Bulgaria, con il trattato di Neuilly (27 novembre 1919), dovette cedere territori alla Grecia (Tracia), alla Romania (Dobrugia) e al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (parte della Macedonia). L’Ungheria perse inoltre la Transilvania, popolata in maggioranza da rumeni, che passò sotto il controllo della Romania. IL TRATTATO DI SÈVRES (E L'ACCORDO SYKES-PICOT) La cosiddetta “questione orientale”, che per lungo tempo aveva agitato le relazioni tra le grandi potenze, si risolse il 10 agosto 1920 con il trattato di Sèvres, che sancì lo smembramento dell’Impero ottomano, ridotto praticamente alla sola penisola anatolica. In base a un accordo segreto stipulato durante la guerra dai diplomatici britannici e francesi, noto come accordo Sykes-Picot (1916), il Medio Oriente finì sotto il controllo di Francia e Gran Bretagna: la Francia ottenne come mandati Siria e Libano, mentre la Gran Bretagna ricevette Iraq, Palestina e Transgiordania. Il trattato prevedeva inoltre:
  • La nascita di uno Stato autonomo curdo;
  • La perdita di territori a favore dell’Armenia;
  • La cessione alla Grecia della Tracia occidentale e di alcune aree costiere dell’Egeo, tra cui la città di Smirne;
  • Ampie regioni dell’odierna Turchia come zone d’influenza economica italiana e francese;
  • La demilitarizzazione degli stretti dei Dardanelli e del Bosforo. Queste clausole, estremamente punitive e di carattere imperialista, furono accettate passivamente dal sultano, suscitando però la ferma opposizione dei nazionalisti turchi. Questi ultimi destituirono il sultano e diedero vita a un governo d’opposizione con sede ad Ankara, guidato dal generale Mustafà Kemal, già noto per la sua partecipazione alla battaglia di Gallipoli. Nel 1922 Kemal sconfisse i greci, che avevano approfittato della situazione per occupare Smirne e altre aree della penisola anatolica. IL TRATTATO DI LOSANNA E LA NASCITA DELLA TURCHIA I successi militari e politici di Mustafà Kemal permisero di ottenere la revisione del trattato di Sèvres, sancita con il trattato di Losanna (1923). L’accordo riconobbe formalmente la Repubblica di Turchia, nata dalle ceneri dell’Impero ottomano, conferendole la piena sovranità sulla penisola anatolica. Il trattato di Losanna stabilì anche uno scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia, in applicazione del principio dello Stato etnico:
  • Più di 1,5 milioni di greci emigrarono dalla Turchia verso la Grecia;
  • Circa 300.000 musulmani (non tutti turchi) si trasferirono dalla Grecia nei territori turchi. Kemal, soprannominato Atatürk (“Padre dei turchi”), avviò una serie di riforme fondamentali per trasformare la Turchia in uno Stato laico sul modello europeo:
  • Abolizione della poligamia e divieto dell’uso del velo islamico;
  • Introduzione dell’istruzione elementare obbligatoria e gratuita;
  • Adozione dell’alfabeto latino al posto di quello arabo e del calendario gregoriano, per integrare la Turchia nel contesto internazionale. IL PRINCIPIO DELL'UNIFORMITÀ ETNICO-RELIGIOSA E LE SUE CONSEGUENZE Lo scambio di popolazioni fra turchi e greci, sancito dal trattato di Losanna, mise in luce aspetti imprevisti e drammatici dell’idea dei “Quattordici punti” di Wilson, secondo cui gli Stati dovevano essere espressione del diritto di autodeterminazione dei popoli, cioè rispecchiare la volontà di una comunità omogenea (etnica, linguistica o religiosa) di creare un’entità statale unica. In tutta l’Europa orientale si verificarono massicci spostamenti di popolazioni:
  • Dopo la riformulazione dei confini decisa a Versailles, molti tedeschi residenti nei territori del ricostituito Stato polacco o in Cecoslovacchia (in deroga al principio di autodeterminazione) preferirono trasferirsi all’interno dei confini della Germania;
  • La ridefinizione delle frontiere dell’ex Impero zarista spinse polacchi, russi e ungheresi a lasciare le proprie case per spostarsi in altri Paesi. Disegnare Stati etnicamente “puri” si rivelò tuttavia impossibile in un’Europa dove i popoli convivevano da secoli, e per raggiungere tale obiettivo si ricorse spesso a spostamenti forzati e deportazioni di massa, una pratica drammatica inaugurata già all’inizio della guerra dall’Impero zarista e dall’Impero ottomano. In quest’ultimo caso le deportazioni colpirono la popolazione cristiana degli armeni, configurando un vero e proprio genocidio. IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI La persecuzione degli armeni risaliva a prima della guerra, precisamente all’ascesa dei Giovani Turchi nel 1908. Il movimento nacque con l’obiettivo di superare le divisioni fra le diverse nazionalità, che avevano indebolito l’Impero ottomano, ma sin dall’inizio della presa del potere il governo si caratterizzò per un nazionalismo estremo: il turcodivenne l’unica lingua ufficiale e le richieste delle minoranze (greci, armeni, curdi, arabi) furono respinte con durezza. Dopo le guerre balcaniche (1912-1913), che privarono l’Impero ottomano dei territori europei, la comunità armena divenne la più rilevante minoranza non musulmana, aspirando da tempo all’indipendenza e contando sul sostegno della Russia, grande potenza cristiana. Allo scoppio della Prima guerra mondiale, l’Impero ottomano era guidato dalla frangia più estremista dei Giovani Turchi. Nel 1915, temendo che gli armeni tradissero l’Impero alleandosi con i russi, il governo decise di risolvere la “questione armena” definitivamente. La persecuzione si svolse in due fasi:
  1. Eliminazione dei soldati armeni arruolati nell’esercito e degli intellettuali;
  2. Deportazione delle comunità armene verso Siria e Mesopotamia. Le condizioni in cui avvennero le deportazioni determinarono una vera e propria operazione di sterminio: su circa 1.800.000 armeni, almeno 1.200.000 persero la vita, con l’annientamento di un’intera comunità. Nel 1973, la Commissione per i diritti umani dell’ONU definì il genocidio armeno come il primo genocidio del XX secolo, ma ancora oggi il governo turco rifiuta questa definizione, negando l’avvenuto genocidio e punendo chi ne parla.