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Primo Levi - I sommersi e i salvati, Sintesi del corso di Letteratura

Riassunto del libro di Primo Levi, I Sommersi e i Salvati

Tipologia: Sintesi del corso

2016/2017

Caricato il 22/01/2017

Chiara.Montesano
Chiara.Montesano 🇮🇹

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I SOMMERSI E I SALVATI
1942: iniziato a trapelare le prime notizie sui campi di sterminio
CAP 1
La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace, con il tempo i ricordi si modificano e
si degradano. Mantenendo in esercizio la mente e portando alla luce alcuni ricordi si può far sì che
non vengano dimenticati, ma ricordare troppo spesso un avvenimento può diventare uno stereotipo
e può venir perfezionato.
Vittima e carnefice possono soffrire del ricordo ma non è giusto che sia la vittima a farlo, quanto
all’oppressore si spera che possa soffrirne.
Jean Amery “chi è stato torturato rimane torturato. Chi ha subito il tormento non potrà più
ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità,
già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”.
Vittima e carnefice cercheranno per tutta la vita un rifugio e una difesa dal fatto che è stato
commesso.
Quando si chiede al carnefice perché ha agito in quel modo le risposte sono tutte molto simili tra di
loro (Speer, Eichmann, Stangl o Hoss): l’ho fatto perché mi è stato comandato, data l’educazione
che ho ricevuto, se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto un altro con maggiore durezza, non potevo
fare altro. Si sono fabbricati una realtà di comodo per non impazzire, provano ripugnanza per le
cose fatte e subito e le sostituiscono. Iniziano in modo consapevole fino a far diventare il racconto
reale e ci credono anche loro. Louis Darquier de Pellepoix, commissario addetto alle questioni
ebraiche, ha dichiarato che le foto dei cadaveri erano montaggi, che le statistiche sugli ebrei morti
erano state create dagli ebrei, non sapeva verso dove erano mandati i deportati e le camere a gas
servivano per uccidere i pidocchi. Eichmann e Hoss invece dichiarano di aver agito così a causa del
contesto e dell’educazione ricevuta, non avevano la possibilità di decidere quindi dovevano
comportarsi per forza così.
Uno stato totalitario può esercitare pressione sui cittadini in tre modi: propaganda diretta,
sbarramento al pluralismo di informazioni e terrore. Entrambi i sopracitati erano nati ed erano stati
educati prima del regime totalitario di Hitler quindi hanno modificato i ricordi. Vengono alterate le
motivazioni che hanno spinto a commettere determinate azioni e non le azioni stesse che sono
facilmente dimostrabili. Spesso i ricordi troppo dolorosi non vengono registrati dal cervello, in
questo modo non c’è il rischio di soffrire. Per fare ciò veniva distribuito alcool a volontà e i nomi
come soluzione finale servivano anche come difesa in modo da non allarmare i condannati e per
non far sapere agli altri quello che stava realmente accadendo.
Alberto cambia nel giro di poche ore quando il padre viene scelto per la selezione. Dal non
raccontarsi bugie si convince che quella selezione era differente e che il padre non era stato
mandato nelle camere a gas. Durante la marcia del 1945 anche Alberto scompare e i familiari in
Italia si sono creati una verità consolatoria.
CAP 2
Per farci comprendere semplifichiamo la storia e la riduciamo a uno schema e di dividerci in due:
noi e loro. Nel lager non c’erano solo due fazioni ma era tutto confuso. I prigionieri non si
aiutavano tra di loro, non esisteva un noi. I nuovi venivano invidiati dai vecchi, in modo illogico
perché i nuovi soffrivano di più dato che non erano abituati. Veniva deriso e sottoposto a scherzi
crudeli. C’era anche la volontà di alzare il proprio rango e di diventare “qualcuno”, di avere
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I SOMMERSI E I SALVATI

1942 : iniziato a trapelare le prime notizie sui campi di sterminio

CAP 1

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace, con il tempo i ricordi si modificano e si degradano. Mantenendo in esercizio la mente e portando alla luce alcuni ricordi si può far sì che non vengano dimenticati, ma ricordare troppo spesso un avvenimento può diventare uno stereotipo e può venir perfezionato.

Vittima e carnefice possono soffrire del ricordo ma non è giusto che sia la vittima a farlo, quanto all’oppressore si spera che possa soffrirne.

Jean Amery “chi è stato torturato rimane torturato. Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più”.

Vittima e carnefice cercheranno per tutta la vita un rifugio e una difesa dal fatto che è stato commesso.

Quando si chiede al carnefice perché ha agito in quel modo le risposte sono tutte molto simili tra di loro (Speer, Eichmann, Stangl o Hoss): l’ho fatto perché mi è stato comandato, data l’educazione che ho ricevuto, se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto un altro con maggiore durezza, non potevo fare altro. Si sono fabbricati una realtà di comodo per non impazzire, provano ripugnanza per le cose fatte e subito e le sostituiscono. Iniziano in modo consapevole fino a far diventare il racconto reale e ci credono anche loro. Louis Darquier de Pellepoix, commissario addetto alle questioni ebraiche, ha dichiarato che le foto dei cadaveri erano montaggi, che le statistiche sugli ebrei morti erano state create dagli ebrei, non sapeva verso dove erano mandati i deportati e le camere a gas servivano per uccidere i pidocchi. Eichmann e Hoss invece dichiarano di aver agito così a causa del contesto e dell’educazione ricevuta, non avevano la possibilità di decidere quindi dovevano comportarsi per forza così.

Uno stato totalitario può esercitare pressione sui cittadini in tre modi: propaganda diretta, sbarramento al pluralismo di informazioni e terrore. Entrambi i sopracitati erano nati ed erano stati educati prima del regime totalitario di Hitler quindi hanno modificato i ricordi. Vengono alterate le motivazioni che hanno spinto a commettere determinate azioni e non le azioni stesse che sono facilmente dimostrabili. Spesso i ricordi troppo dolorosi non vengono registrati dal cervello, in questo modo non c’è il rischio di soffrire. Per fare ciò veniva distribuito alcool a volontà e i nomi come soluzione finale servivano anche come difesa in modo da non allarmare i condannati e per non far sapere agli altri quello che stava realmente accadendo.

Alberto cambia nel giro di poche ore quando il padre viene scelto per la selezione. Dal non raccontarsi bugie si convince che quella selezione era differente e che il padre non era stato mandato nelle camere a gas. Durante la marcia del 1945 anche Alberto scompare e i familiari in Italia si sono creati una verità consolatoria.

CAP 2

Per farci comprendere semplifichiamo la storia e la riduciamo a uno schema e di dividerci in due: noi e loro. Nel lager non c’erano solo due fazioni ma era tutto confuso. I prigionieri non si aiutavano tra di loro, non esisteva un noi. I nuovi venivano invidiati dai vecchi, in modo illogico perché i nuovi soffrivano di più dato che non erano abituati. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli. C’era anche la volontà di alzare il proprio rango e di diventare “qualcuno”, di avere

qualcuno in una posizione peggiore della sua. La maggior parte dei sopravvissuti era un privilegiato, pochi all’interno del campo ma molti finita la guerra; per sopravvivere infatti serviva un sovrappiù alimentare altrimenti si sarebbe morti di fame. Zona grigia della protekcja e della collaborazione. Per legare a sé i “privilegiati” serve fargli fare compiti sanguinari e compromettenti, inoltre più l’oppressione è dura e più gli oppressi vorranno collaborare con il potere. C’erano funzionari di basso rango che controllavano pidocchi e scabbia, erano lava-marmitte o altro e lo facevano per poter avere un mezzo litro di zuppa in più. Non erano violenti ma difendevano ad ogni costo il loro lavoro da qualsiasi persona potesse portarglielo via. I più pericolosi erano i Kapos che occupavano posizioni di comando nelle squadre di lavoro, capibaracca, scritturali e altri avevano addirittura posizioni presso gli uffici amministrativi del campo. Alcuni di loro (Langbein, Kogon, Marsalek) sono riusciti ad aiutare i compagni nel campo studiando le SS o trovando documenti importanti. A parte questi pochi casi, gli altri erano corrotti dal potere, venivano picchiati solo se si dimostravano poco violenti, mentre non c’erano punizioni nel caso contrario. Dal 1943 in poi viene introdotta la regola che i prigionieri potevano essere picchiati ma non uccisi, perché serviva la manodopera. Diventavano Kapos coloro in cui il comandante del Lager o i suoi delegati vedevano buone possibilità oppure altri lo cercavano spontaneamente. Anche alcuni ebrei sono riusciti a diventare Kapos per cercare di sfuggire alla soluzione finale. Alcuni oppressi si identificavano negli oppressori e cercavano di somigliare a loro.

Caso diverso sono i Sonderkommandos. La squadra speciale era formata da prigionieri e si occupava dei forni crematori. Erano dai 700 ai 1000 uomini e avevano il compito di estrarre i denti d’oro dai corpi, smistare le valigie, mantenere l’ordine tra i prigionieri nelle camere a gas, trasportare i cadaveri nei forni e togliere la cenere. Ogni squadra, ad A. ce ne sono state 12, rimaneva in funzione qualche mese, poi venivano tutti uccisi per non avere testimoni. Nel 1944 una delle squadre si ribellò facendo saltare uno dei crematori, vennero sterminati tutti. Inizialmente venivano scelti dalle SS sulla base del fisico, altre volte per punizione, poi si è passati a sceglierli appena scesi dal treno perché disorientati.

Il peso della colpa veniva spostato sulle vittime che non potevano più neanche consolarsi del fatto di essere innocenti.

CAP 3

Nella maggior parte dei casi l’ora della liberazione non è mai stata né lieta né spensierata come diceva invece Leopardi. Dopo la liberazione, con il ritorno ad essere uomini, tornavano anche le pene come quella della famiglia dispersa, del non avere una casa o un posto dove tornare. Chi è stato felice della liberazione sono stati i soldati, i politici o chi ha sofferto per poco tempo o solo per sé e non per i propri amici/familiari. Filip Muller nel suo Eyewitness Auschwitz – Three years in the gas chamber, dichiara di non aver provato niente dopo la liberazione ma di aver semplicemente dormito. Vergogna provata verso il comportamento di altri, provata dai soldati russi quando sono entrati nei Lager e dai prigionieri stessi che sono riusciti a sopravvivere.

Ci furono dei prigionieri, principalmente politici, che agirono dall’interno come nel maggio 1944 anno in cui un Kapos particolarmente violento venne “fatto sparire” dopo una settimana dal suo arrivo. Gli addetti all’ufficio del lavoro all’interno del campo avevano inserito il suo numero tra quelli destinati al gas. Per queste persone il senso di vergogna non esiste, o esiste in modo diverso, come per Sivadjan, citato nel Canto di Ulisse.

Per mesi o anni avevano rubato, sofferto la fame, la sporcizia e alcuni sono arrivati anche a rubare il pane al proprio compagno. Quando riuscivano ad uscire da questa condizione soffrivano perché si rendevano conto della propria diminuzione. Per questo motivo i suicidi sono avvenuti maggiormente dopo la liberazione, vi era un’ondata di ripensamento e di depressione. Durante la

I superstiti si ricordano ancora alcune frasi o parole di altre lingue che sentivano ogni giorno nel campo, Levi si ricorda la pronuncia polacca del numero di matricola del prigioniero davanti a lui.

Un caso di comunicazione mancata è il bambino di cui si parla in La tregua, Hurbinek.

Levi ha imparato qualche parola di tedesco grazie ai suoi studi di chimica su libri tedeschi, grazie a quelle poche parole è riuscito a capire i comandi e a salvarsi. Gli italiani si sono fatti aiutare dagli spagnoli e dai francesi presenti nel campo, le cui lingue erano più capibili del tedesco. Un alsaziano ha dato lezioni di tedesco a Levi in cambio di pane; grazie a quelle lezioni si è reso conto che il tedesco parlato nel lager era una variante rozza del vero tedesco.

Nei vari lager si era creato un dialetto, il lagerjargon, diverso da campo a campo. Il termine mussulmano si riferiva a un prigioniero stanco e vicino alla morte mentre nel campo femminile si diceva Schmutzstuck (immondizia) o Smuckstuck (gioiello). Mangiare era diventato fressen (invece di essen) che si usava solo con gli animali e per dire vattene si diceva hau’ab. Levi ha utilizzato alcune di queste espressioni durante un colloquio d’affari dopo la guerra.

La seconda lingua più parlata nel campo era lo jiddish, il dialetto degli ebrei derivante dal tedesco.

Chi non soffriva della mancanza di comunicazione erano quelli che si erano arresi (i sommersi).

Oltre alla mancanza di comunicazione interna, mancava anche quella con il mondo esterno. A A. arrivavano ogni settimana dei prigionieri nuovi che portavano notizie fresche dal mondo esterno e ogni tanto venivano trovati dei giornali nella spazzatura. Un alsaziano era riuscito addirittura ad abbonarsi a un giornale. C’erano molti lavoratori liberi che lavoravano nel campo ed era quindi facile riuscire ad avere notizie recenti, cosa che non avveniva negli altri campo in cui i nuovi arrivati erano solamente dei prigionieri spostati. Agli ebrei era vietato comunicare con la famiglia, mentre i prigionieri politici avevano un’ora settimanale in cui ricevevano posta da casa. Levi è riuscito a spedire alcune lettere a casa (Lilit) grazie a un muratore e a Bianca Guidetti Serra, ma la maggior parte delle famiglie dei prigionieri era dispersa.

CAP 5

I dodici anni hitleriani hanno creato solamente una violenza inutile. I seguaci di Hitler hanno “superato il maestro” nella capacità di creare violenza inutile.

Si inizia con il treno con cui vengono trasportate le persone verso i campi, stipato con persone che variano da 50 a 120. In Italia venivano trasportate 50-60 persone a vagone, mentre nei paesi slavi, ritenuti inferiori, erano in 120 perché dovevano morire in ogni caso. Veniva consigliato di portare con sé tutto quello che avevano di valore. Durante il viaggio non venivano dati né acqua né cibo né stuoie, e non veniva chiesto alle autorità locali di provvedere. I prigionieri che venivano trasportati più tardi sapevano quale era la situazione perché avevano visto partire i convogli e quindi hanno avuto il tempo di organizzarsi.

Nel vagone di Levi c’erano delle madri che avevano portato un vaso da notte che è servito per 50 persone, sono poi riusciti a creare un riparo con dei chiodi e una coperta. Nel lager ci si abituava all’offesa al pudore data dall’andare in bagno con altre persone. Nei lager femminili la gamella serviva sia per mangiare che per andare in bagno o lavarsi.

Nel lager inoltre si entrava nudi, venivano tolti vestiti e scarpe e una volta dentro venivano tolti anche tutti i peli. Erano tanti i momenti della giornata in cui gli uomini dovevano spogliarsi: controllo dei pidocchio, della scabbia, doccia e per le periodiche selezioni.

Nei primi giorni di prigionia inoltre non veniva consegnato un cucchiaio, che doveva essere fabbricato o comprato, e i prigionieri erano costretti a bere la zuppa come i cani.

Gli appelli duravano da una a due ore e a volte anche tutto il giorno se si sospettava un’evasione. Gli uomini dovevano rimanere in piedi fino alla fine della conta, anche sotto la pioggia o la neve.

I letti dovevano essere sistemati alla perfezione e si avevano circa due minuti di tempo per farlo perché poi si passava alla distribuzione del pane; se il letto non era ben fatto o qualcuno si dimenticava di farlo veniva punito pubblicamente e con ferocia. Ogni baracca aveva due funzionari addetti alla verifica di ogni letto (bettenbauen= rifare il letto).

In tutta la Germania hitleriana il codice e il galateo da caserma avevano sostituito quello tradizionale.

Il tatuaggio ai prigionieri veniva fatto solo ad Auschwitz; veniva fatto sull’avambraccio sinistro e ne erano esclusi solo i prigionieri tedeschi non ebrei. Gli uomini erano tatuati sull’esterno del braccio, le donne sull’interno, inoltre prima dei numeri degli zingari veniva tatuata una Z e prima degli ebrei una A, poi diventata una B. Fino al settembre 1944 tutti i bambini venivano mandati al gas, poi il processo si è fermato e venivano tatuati tutti, anche i neonati. L’operazione non era dolorosa ma quel tatuaggio stava a significare che da lì non sarebbero mai usciti, come bestiame destinato al macello.

Un’altra violenza inutile era quella di portare nei campi le persone morenti, come le due novantenni che erano nel convoglio di Levi. Potevano morire nei loro letti e sarebbe stato più economico, ma la morte nel terzo Reich doveva essere tormentata.

Nei primi lager il lavoro era senza scopo, serviva solo a perseguitare i prigionieri; secondo la loro retorica il lavoro nobilita e gli ebrei o gli uomini prigionieri erano ignobili e non adatti al lavoro classico. Il lavoro era duro e probabilmente serviva solo a evitare resistenze. Per quelli che nel lager riuscivano ad essere inseriti nel proprio lavoro, il lavoro diventava una difesa perché in un certo modo recuperavano la loro dignità umana.

Nonostante il lavoro fosse per il nemico, in molti ambivano al lavoro ben fatto; lavorare non faceva pensare e lavorare male avrebbe comportato molti pericoli. Il muratore di Fossano (SQU e Lilit), nonostante odiasse la Germania e i tedeschi, costruiva dei muri soliti e diritti e lo faceva per dignità professionale.

Nei campi il corpo umano è stato utilizzato per fare degli esperimenti; a Dacau, per ordine di Himmler e della Luftwaffe, alcuni uomini venivano fatti mangiare molto per ricondurli alla normalità fisiologica e poi venivano introdotti in camere di decompressione in cui si simulava la rarefazione dell’aria a 20.000 per vedere a che altitudine il sangue umano bolle. Questi risultati si possono ottenere anche in laboratorio o attraverso delle formule e tabelle.

I capelli dei prigionieri venivano venduti a industrie tedesche che li utilizzavano per la confezione di tralicci o altri tessuti industriali, le ceneri dei forni venivano invece usate per colmare terreni paludosi, come isolante termico, o al posto della ghiaia per rivestire i sentieri del villaggio delle SS.

Questa violenza serviva, come dichiara Franz Stangl, per degradare il prigioniero e rendere possibile al carnefice fare quello che faceva.

CAP 6

Hans Mayer, alias Jean Amèry, teorico del suicidio. Ebreo di Vienna (1912). Non si sente ebreo e non conosce niente della cultura ebraica. Nel 1938 emigra in Belgio e si chiamerà Jean Amèry, accetta l’ebraismo e si unisce a un gruppo della Resistenza. Nel 1943 viene arrestato dalla Gestapo e torturato ma non conosce i nomi dei suoi compagni. Identificato come ebreo viene deportato ad A. Levi e Amèry si conoscono solo dopo la liberazione attraverso i rispettivi libri e a volte si

Lo scopo delle rivolte era quello di danneggiare gli impianti di morte, una fuga di gruppo era impossibile. I prigionieri non erano in grado di tenersi in piedi. L’idea era quella di scappare e raccontare al mondo cosa stava succedendo, ma chi ci riuscì non fu quasi mai creduto perché era una realtà troppo dura da accettare. Chi dà inizio a una rivoluzione non è mai quello più oppresso ma quello che potrebbe vivere una vita a sicura e tranquilla, lo schiavo che spezza le catene è quello che ha vincoli più leggeri e lenti. Per poter far sì che una rivolta prenda piede l’oppressione deve essere di misura modesta e condotta con scarsa efficienza. La rivolta di Birkenau è stata portata avanti dal Kommando Speciale i cuoi uomini erano ben nutriti, vestiti e calzati.

Perché non siete scappati prima? Alcuni lo hanno fatto, principalmente esuli politici o intellettuali. In quegli anni emigrare era più difficile e costoso di quanto lo sia adesso e serviva qualcuno che desse garanzie e ospitalità nel paese ospitante. La morale vigente era quella di morire in patria e non scappare.