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Project work sullo smart working redatto per l'esame del Prof. Di Nicola
Tipologia: Esercizi
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Renata Brucato
N. matricola: 1649906
PROJECT WORK
DALLO SMART WORKING ALL’OPEN WORKING: IL CASO SKY ITALIA
Lo smart working è una modalità di svolgimento delle mansioni lavorative che non prevede vincoli di tempo e di luogo.
Lo smart working viene definito da Patrizio De Nicola come: “la versione pìù flessibile del telelavoro”.
Mentre il telelavoro prevede però che il dipendente lavori tipicamente da casa e che ci sia di norma un solo rientro a settimana nel posto di lavoro tradizionale, il lavoro agile o smart working è caratterizzato dal fatto che la prestazione lavorativa è svolta senza una postazione fissa: quindi in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno.
Possiamo, inoltre, definire lo smart working con le parole di Gallino: “deskless job”, ovvero una modalità di lavoro che prevede che le persone possano svolgere la propria attività non esclusivamente presso un’unica sede di lavoro, ma anche a domicilio, in treno, in albergo o in qualsivoglia luogo.
L’obbiettivo principale dello smart working è quello di incrementare il livello di work-life balance del lavoratore, ovvero il livello d'integrazione tra attività quotidiane, legate alla sfera personale e le attività lavorative.
Lo smart working è infatti una modalità di lavoro più flessibile che non prevede limiti di tempo e di spazi. Il lavoratore si trova ad avere l’opportunità di svolgere le proprie mansioni in qualsiasi luogo (purché abbia una connessione internet) e a qualsiasi orario.
Questa modalità di lavoro comporta però il rischio, così denominato dell’iperconnessione, ovvero una modalità di lavoro che prevede che il dipendente sia sempre raggiungibile e perennemente a disposizione del datore di lavoro. Proprio per questa ragione si è ampiamente dibattuto sul diritto alla disconnessione (argomento che verrà affrontato più avanti).
Lo smart working è frutto della digital transformation , sono state infatti le tecnologie informative a implementare e diffondere questa modalità di lavoro. Il lavoro agile sì diffuso in un contesto caratterizzato da cambiamenti dovuti all’innovazione tecnologica e da mutamenti sociali e culturali. Nel mondo del lavoro si sono diffuse nuove competenze digitali che hanno dato vita a nuove opportunità professionali e occupazionali.
In particolare le reti internet e le reti wi-fi hanno permesso la diffusione dello smart working.
Uno smart worker (così viene chiamato il lavoratore che sceglie di svolgere le proprie attività lavorative in una postazione diversa dall’ufficio) per svolgere il suo lavoro deve essere dotato unicamente di un computer e di una connessione internet.
Le modalità di svolgimento dello smart working sono definite dall’azienda, è infatti essa a stabilire quali sono i mezzi da fornire ai dipendenti per poter svolgere il suo lavoro fuori dal proprio ufficio.
Il lavoratore potrebbe svolgere le attività utilizzando gli apparati e le connessioni che già possiede ma spesso le aziende preferiscono optare per le soluzioni di cloud computing in cui quello che serve
L’accordo quadro sul telelavoro rimane il punto di riferimento per la maggior parte degli accordi settoriali o nazionali che riguardano lo smart working.
Nel settembre del 2017 lo smart working è stato inserito nel “Pilastro Europeo per i diritti sociali” come criterio necessario al raggiungimento delle eque condizioni di lavoro.
Nel complesso panorama europeo si evidenzia un diverso approccio al tema della conciliazione vita-lavoro. La Gran Bretagna sta già adottando misure volte ad incrementare il welfare e la flessibilità sul lavoro. Nel 2014 è stata introdotta una legge chiamata “Flexible working regulation”.
In Francia ha assunto particolare importanza il tema del diritto alla disconnessione, prevedendo che gli accordi interni debbano stabilire orari ed eventuali condizioni per garantire ai lavoratori orari di disconnessione.
IL DIRITTO ALLA DISCONNESSIONE
Il diritto alla disconnessione possiamo definirlo come il diritto dei lavoratori di poter disporre del proprio tempo libero senza la possibilità di poter esser raggiunto dal proprio datore di lavoro o dai propri colleghi.
È un tema che è diventato argomento di discussione da quando la tecnologia è entrata all’interno delle strutture organizzative aziendali, perché ha reso il lavoratore disponibile e reperibile a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi giorno della settimana. Un fenomeno questo, conosciuto anche come “time porosity” o “spill over”, dovuto fondamentalmente ad uno stato di connessione perenne che non consente di “staccare la spina” dalle questioni di lavoro neanche per un secondo.
È in Francia che, nel 2016, grazie alla “Loi Du Travail”, si è accennato per la prima volta al diritto alla disconnessione. Le disposizioni di legge chiedevano espressamente che le aziende con un numero di dipendenti superiore a 50 si impegnassero, tramite accordi interni, a regolamentare il tempo libero del proprio personale dipendente. In Italia la legge sancisce già quali sono gli orari di lavoro in cui il dipendente offre la propria prestazione lavorativa. In particolare l’articolo 16 del disegno di legge AC. n. 2233 B del 2017, stabilisce che:
“L’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni di lavoro.”. Quindi istituire una legge ad hoc, così come è avvenuto in Francia non è forse necesarria.
In Europa, secondo i dati dell’EWCS, European Working Conditions Survey condotta dell’ Osservatorio EURwork, si stima che circa il 17% dei lavoratori è coinvolto nelle modalità di lavoro smart.
Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working 2017 del Politecnico di Milano, sono circa 305. i lavoratori in Italia che possono usufruire della modalità di lavoro flessibile, sono impiegati, quadri e dirigenti che lavorano in aziende pubbliche o private con più di 10 dipendenti.
Nel 2017, In Italia si è registrato un aumento di smart worker di circa il 14% rispetto all’anno precedente e del 60% circa rispetto al 2013.
Secondo le statistiche pubblicate dall’Osservatorio di Milano, gli smart worker sono prevalentemente maschi (una percentuale del 68% rispetto ad un 32% di donne). Un dato in controtendenza rispetto all’Europa dove sono prevalentemente le donne a preferire il lavoro da remoto più regolarmente. Si parla di un 27% di donne rispetto al 17% di uomini.
Lo smart working è prevalentemente diffuso al nord, con una percentuale del 52% dei casi, solo nel 38% dei casi al centro e un 10% al sud, dato che non ci lascia stupiti.
In Italia, sono prevalentemente le grandi aziende ad introdurre progetti strutturati di lavoro agile.
Si è assistito ad un passaggio dal 17% al 36% in 2 anni (dal 2015 al 2017) di grandi imprese che offrono la possibilità ai propri dipendenti di adottare modalità di lavoro smart.
Mentre, il 7% delle PMI e il 5% delle PA sta attuando il lavoro agile in modo strutturato.
Quello che emerge dai dati è che seppur lo smart working non è un fenomeno estremamente diffuso, colpa anche della sua recente comparsa, di sicuro risulta un fenomeno in crescita.
Nel 2016 Sky Italia, azienda italiana che fornisce servizi televisivi via satellite, ha adottato la modalità di lavoro smart working.
Questa modalità di lavoro agile è stata interpretata da Sky in un senso molto più ampio, che non ha previsto solo la riorganizzazione del lavoro dei dipendi ma ha previsto una nuova riorganizzazione degli spazi all’interno della propria azienda, per raggiungere l’obiettivo principale di conciliare nel miglior modo possibile la vita personale e la vita professionale dei dipendenti, con lo scopo ultimo di migliorare le performance sul lavoro.
In sky non si è parlato di smart working in senso stretto, ovvero come modalità di lavoro da remoto ma questo concetto è stato ripreso nel più ampio programma così chiamato: “Open Working”.
Francesca Manili Pessina, HR director di Sky Italia, ha affermato che la necessità di adottare una modalità di lavoro più flessibile è emersa dalla “Pulse check survey”, un’indagine condotta sui dipendenti per indagare le esigenze dei lavoratori all’interno del contesto aziendale. L’indagine ha l’obiettivo di individuare le problematiche dei dipendenti e di scoprirne le possibili soluzioni con lo scopo ultimo di migliorare la qualità del lavoro.
Con l'Open Working, Sky ha voluto offrire alle persone una maggiore flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare per svolgere le proprie attività lavorative, ottenendo così un miglior bilanciamento tra qualità della vita e produttività individuale. Questo ha significato creare organizzazioni più flessibili, introdurre approcci di empowerment, delega e responsabilizzazione delle persone sui risultati, favorire la crescita dei talenti e l'innovazione diffusa.
L’Open working ha previsto in principio una riorganizzazione degli spazi della nuova sede di Sky Italia nel complesso di Santa Giulia a Milano. Infatti, con questa iniziativa non è stata solo istituito lo smart working ma è stato adottato anche lo smart office.
Inoltre, la possibilità di lavorare da casa riduce l’assenteismo e riduce il tempo dedicato agli spostamenti casa –lavoro.
Un beneficio ottenibile dallo smart working riguarda sia i lavoratori che le imprese, ma soprattutto l’intera comunità è la riduzione del traffico e dell’inquinamento atmosferico che si otterrebbe se un alto numero di lavoratori e aziende adottasse lo smart working.
È stato chiesto ad alcuni dipendenti Sky che lo hanno sperimentato cosa pensano dello smart working, se per loro rappresenta un’iniziativa che raggiunge lo scopo per cui è stato pensato o se invece temono l’invasione della sfera professionale all’interno della sfera privata.
I dipendenti Sky intervistati si dicono molto soddisfatti e felici di poter usufruire della modalità di lavoro da remoto.
I vantaggi che dichiarano di ricavare sono riconducibili, come ampiamente detto, ad una maggiore conciliazione tra attività lavorativa e impegni personali.
Uno dei vantaggi che ricevono i dipendenti è la fiducia e l’ accountability che gli vengono riconosciuti dalla propria azienda.
Ad essere rilevante non diventa la presenza in ufficio, le ore passate sulla scrivania ma la produttività del lavoratore e quanto bene svolge i propri compiti.
Gran parte dei lavoratori riconosce che il merito principale di tale possibilità è della tecnologia, è infatti tramite il servizio di posta elettronica, la connessione ad internet e uno smartphone che si riesce a rimanere in contatto con i propri colleghi,
Grazie a tutti questi mezzi diventa infatti possibile partecipare ad una riunione in call rimanendo nel proprio salotto di casa.
Le motivazioni di scelta di lavoro da remoto variano in base all’età dell’intervistato, se una madre decide di lavorare da remoto è per dispensare le proprie cure al figlio malato, mentre una giovane donna sostiene di aver preferito lavorare da casa per poter trascorrere del tempo con la propria amica.
Altre volte il lavoro da casa è preferibile quando bisogna svolgere dei compiti che richiedono maggior concentrazione e poche distrazioni che si avrebbero nel contesto aziendale.
Chiedendo agli intervistati se ritengono che le ore trascorse in smart working riducono le occasioni di socializzazione con i propri colleghi e che quindi possano dare vita a comportamenti alientanti, le risposte ottenute sono state negative.
È vero infatti che quattro giorni al mese di smart working non sono molti e ti permettono comunque di mantenere i rapporti con i propri colleghi, anzi, sostiene un intervistato che a volte stare lontani dai propri colleghi è utile a ridurre lo stress.
Indagando sulla questione relativa all’essere sempre disponibili e reperibili tramite mail o telefoni, nessun intervistato si è detto infastidito o particolarmente turbato.
Gli orari di lavoro infatti sono stabiliti e generalmente nessuno viene disturbato durante il weekend o fuori dalle ore lavorative, da questo punto di vista,risponde un intervistato c’è massimo rispetto tra i colleghi.
Gli intervistati sostengono di non esser mai stati disturbati durante le proprie vacanze da questioni lavorative, perché la prassi prevede che si imposti il cosiddetto OOO (out of office) che avverte gli alti utenti che il dipendente non è disponibile e informa di poter contattare, in caso di questioni di emergenza, altri colleghi membri del team che sono generalmente informati sulle attività svolte.
Questa tipo di comportamento è molto diffuso all’interno delle realtà aziendali e contribuisce ad accrescere la fiducia e la collaborazione tra colleghi e membri del team.
È oltretutto chiaro che se un dipendente sta adottando la modalità di lavoro in smart working è di giusta regola obbligato a rispondere e a svolgere il proprio lavoro, differente è la situazione quando il dipendente dichiara di essere in ferie, in quel caso diventa irreperibile.
Quando però è stato chiesto agli intervistati se hanno mai letto o risposto alle mail fuori dal contesto e dall’orario lavorativo, tutti hanno risposto positivamente, adducendo come giustificazione la necessità urgente del loro intervento.
Un’intervista è stata condotta a un HR che ha dichiarato di aver fatto parte del progetto: “Open working” di Sky, e si è detta molto orgogliosa di aver contribuito a realizzare qualcosa che avrebbe migliorato il benessere e la vita lavorativa e privata dei propri colleghi e anche la sua.
Come si è più volte detto, lo smart working è una modalità di lavoro che ha come obiettivo la conciliazione della vita professionale e la vita privata.
È una modalità di lavoro che forse alla luce delle analisi condotte si rende necessaria a quei lavoratori che trascorrono più tempo con i propri colleghi all’interno del proprio ufficio che in casa in compagnia dei propri familiari.
È un’iniziativa promossa dalle legge, sia italiana che europea.
Lo smart working dimostra di essere al momento, un’iniziativa di scarsa diffusione ma sicuramente in crescita.
Un dato che ci fa bene sperare è l’attenzione che è stata dedicata al tema del diritto alla disconnessione e alla tutela dei lavoratori nei confronti dell’iperconnessione.
Sarebbe comunque forse sia meglio definire una regola comportamentale frutto di un percorso culturale ed educativo per evitare quella che S.Bologna e A.Fumagalli hanno definito “domestication”, ovvero il rischio che la fusione tra sfera privata e professionale si traduca in un processo che costringa le persone a lavorare senza fine, generando confusione tra occupazione e tempo libero e destabilizzando, come sostiene A. Rizza, le regole e l’organizzazione familiare.
Per quanto le analisi condotte dimostrino che i dipendenti intervistati si dichiarino entusiasti e soddisfatti dell’introduzione dello smart working e per quanto le aziende si dicano orgogliose di tale iniziativa, forse sarebbe il caso di ricordare alla popolazione che abita questa società stacanovista che forse le priorità sono altre.