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Sofisti
Attuano una rivoluzione filosofica,
spostando l’attenzione dalla
natura all’uomo, concentrandosi
sulla politica, le leggi, la religione,
la lingua e l’educazione.
Essi inoltre si muovono nella democrazia,
partecipando ad assemblee e prendendo parola
facendo valere i propri discorsi.
Essi si considerano “sapienti” nel senso che sono in
grado di rendere gli uomini abili nelle loro faccende,
adatti a vivere insieme e capaci di avere la meglio
nelle competizioni. Le loro lezioni infatti si limitano
alla grammatica e alla retorica di cui sono gli
inventori.
Protagora
Nacque ad Abdera nel V sec. Fu
influenzato dal pensiero eracliteo e
tenne scuola in numerose città,
soprattutto ad Atene, dove godette
dell’amicizia e dell’ammirazione di
Pericle. Proprio lì però dovette
allontanarsi dalla città in quanto le sue
idee gli crearono molte opposizioni.
Tra le sue opere ricordiamo i
“Ragionamenti demolitori” e le
“Antilogie”.
Protagora sostiene che l’uomo è il
metro della realtà o irrealtà delle cose,
del loro modo di essere e del loro
significato. Platone interpreta per primo
il suo pensiero nel senso che le cose
appaiono diversamente a seconda degli
individui che le percepiscono.
L’interpretazione moderna afferma che
l’uomo protagoreo è misura delle cose
ai vari livelli della propria umanità:
prima come singolo (ognuno ha la sua
verità, il suo bene e il suo male e non
esistono verità assolute; poi come
comunità (ciò che è considerato bene e
giusto per un popolo non lo è per un altro); infine come specie
(ciò che è buono per l’uomo non lo è per un coniglio).
Egli giudica dunque le cose in base alla loro conformazione
psicofisica, ai parametri della sua società e alla specie cui
appartiene.
La posizione di Protagora è una forma di “umanismo” (l’uomo
al centro del discorso o baricentro di giudizio), di
“fenomenismo” (la realtà come appare a noi) e “relativismo”
(ogni verità è relativa a chi giudica in una certa situazione).
I sofisti dunque insistevano sulla diversità e sull’eterogeneità
dei valori.
Lo scritto anonimo
“Ragionamenti doppi”
dimostra che le stesse cose
possono essere buone o
cattive, belle o brutte, giuste
o ingiuste. E’ una sorta di
summa dell’insegnamento
sofistico. Nella seconda
parte dello scritto inoltre vi è
l’esposizione di quello che
oggi si chiama “relativismo
culturale”, ovvero il
riconoscimento della
disparità dei valori che
presiedono alle diverse
civiltà umane.
L’autore conclude gli esempi
dicendo che “se qualcuno
ordinasse a tutti gli uomini di
radunare in un sol luogo
tutte le leggi che si credono
brutte e di scegliere poi
quelle che ciascuno crede
belle, neppure una ne
resterebbe, ma tutti si
ripartirebbero tutto”.
A interrogativi come “Qual è il criterio di una scelta?” e “Perché
si scelgono alcune opinioni piuttosto che altre?”, Protagora
risponde che l’unico criterio a cui ci si può attenere è il principio
“debole” dell’utilità privata e pubblica delle credenze. L’utile
dunque – inteso come bene del singolo e della comunità –
diviene lo strumento di verifica e legittimazione delle teorie
stesse.
Socrate
(parte 2)
Socrate, inizialmente interessato,
aveva seguito le ricerche
naturalistiche, soprattutto quelle
della scuola di Anassagora, ma poi
rimanendone deluso si convinse
che alla mente umana sfuggono
inevitabilmente i perché ultimi
delle cose e che non può conoscere
l’essere e i principi del mondo.
Cominciò quindi a intendere la
filosofia come ricerca del significato
più profondo dell’essere uomo,
facendo il motto “Conosci te
stesso”.
Il primo paradosso socratico è che solo colui che sa di non sapere si mette nella condizione di sapere
perché io non imparo una cosa che ritengo di sapere già e quindi il sapiente è sempre alla ricerca di
nuovi saperi perché sa che quel che conosce è poca cosa in confronto a quello che ignora. Al contrario il
falso sapiente è quello che ritiene di conoscere già e quindi non apprende più nulla di nuovo. La tesi
socratica invita quindi a indagare, entro i limiti dell’esperienza, i problemi fondamentali dell’uomo.
Socrate si propone dunque di stimolare l’ascoltatore a ricercare una dottrina personale dentro sé
stesso. Da qui la “maieutica” o “arte di far partorire” che Platone diceva Socrate avesse ereditato dalla
madre che faceva appunto l’ostetrica. Proprio come la madre infatti Socrate, ostetrico di anime, aiutava
gli intelletti a partorire il loro genuino punto di vista delle cose.
Socrate sostiene inoltre un processo
chiamato “autoeducazione” in cui il
discepolo, aiutato dal maestro, matura
autonomamente, partendo da sé stesso.
Socrate inoltre, come ci attesta Platone,
ricercava una definizione precisa di ciò
di cui si stava parlando e non si
accontentava di semplici esempi.
Questo momento di ricerca ha perciò
due aspetti: uno negativo atto a mettere
in difficoltà l’interlocutore; e uno
positivo atto a stimolarlo a ricercare una
definizione soddisfacente.
Socrate
(parte 3)
Socrate inoltre sostiene che la virtù è
sempre una forma di sapere, un
prodotto della mente e per essere
uomini bisogna riflettere, cercare e
ragionare cioè far filosofia ovvero
riflettere criticamente sull’esistenza.
Il sapere che porta alla virtù deve
quindi scaturire dal processo
maieutico e solo a questo punto, se
noi conosciamo cosa è bene e cosa è
male, poiché l’uomo è portato a
cercare il bene, ma se ignora il vero
bene si ferma alla prima cosa che gli
sembra buona, rischiando di compiere
il male, non per volontà del male ma
per ignoranza del bene.
Un altro paradosso del socratismo è
che è preferibile subire il male
piuttosto che commetterlo, basato
sulla convinzione che solo la virtù
porta felicità, al contrario
dell’immoralità che porta infelicità.
Socrate aveva influenzato ad Atene
un’intera generazione e perciò venne
denunciato alla città con l’accusa di non
riconoscere gli dèi tradizionali ma di
introdurne di nuovi.
Socrate avrebbe potuto tentare di
scagionarsi eppure rimase fedele al
proprio compito educativo, al quale era
chiamato da un ordine divino. Fu così
scelta per lui la condanna a morte.
Dal punto di vista storico pare che fosse
stata proprio la democrazia a volere il
processo di Socrate in quanto
quest’ultimo aveva creato una sorta di
aristocraticismo politico antitetico
rispetto all’ideologia democratica
teorizzata da Pitagora e avesse anche
legato rapporti d’amicizia con alcuni
esponenti di quella gioventù ultra-
aristocratica.
Socrate rimase fedele a sé stesso e ai
propri principi teorici in quanto
sosteneva anche che “l’uomo è uomo in
quanto legge” e quindi chi rifiuta le leggi
del proprio stato e della propria civiltà
cessa di essere uomo.
La morte di
Socrate
rappresenta
anche il tragico
soccombere
dell’intellettuale
nei confronti del
potere
organizzato delle
forze politiche.
Platone
(parte 2)
Tra le opere del primo periodo ci sono
l’Apologia e il Critone che chiariscono
l’atteggiamento di Socrate di fronte
all’accusa, al processo e alla condanna e
il suo rifiuto di sottrarsi alla morte:
l’Apologia costituisce l’esaltazione della
vita consacrata alla ricerca filosofica, in
cui Socrate dichiara ai giudici che non
abbandonerà mai il compito che gli è
stato affidato di ricercare la via del
sapere e della virtù.
il Critone pone Socrate di fronte al
dilemma se accettare la morte o
accogliere la proposta di fuga e si
conclude con la serena accettazione da
parte del filosofo della morte. La ricerca
infatti per lui è talmente importante che
nessuno dovrebbe mai tradirla
accettando fughe o compromessi che la
svuotino di significato.
Platone giunge a formulare la “teoria delle
idee” che segna l’avvio della seconda fase
della sua speculazione ovvero la fase in cui
elabora un proprio pensiero, grazie al quale
sembra risolvere i massimi problemi della
filosofia.
Un sapere per Platone non può essere
fondato sulla conoscenza sensibile poiché i
sensi ci attestano spesso cose erronee perciò
non possiamo prendere la conoscenza
sensibile come punto di riferimento per un
sapere sicuro.
Per Platone dunque è chiaro che per avere
una conoscenza sicura bisogna rintracciare
l’essenza che fa sì che una determinata cosa
sia quella. Per riconoscere una cosa
dobbiamo prima avere l’idea di quella cosa e
poi rintracciare nella realtà le cose che
corrispondono a quell’idea. Ma se l’idea non
ci viene da una visione sensibile deve venirci
dal coglimento intellettuale di una realtà
soprasensibile, una realtà universale valida
per tutti che sta al di là del nostro mondo
sensibile. Questa idea sta in un mondo
soprasensibile chiamato iperuranio insieme
alle altre idee.
Platone
(parte 3)
In Platone esistono due gradi di
conoscenza:
dualismo gnoseologico, l’opinione e la
scienza che è duratura e perfetta;
dualismo ontologico, le cose e le idee.
In Platone convivono anche eleatismo
ed eraclitismo: dal primo deriva la
concezione del nostro mondo come
apparenza illusoria e irrazionale, dal
secondo deriva la teoria secondo cui il
nostro mondo è il regno della
mutevolezza.
Le idee sono bene organizzate in un
ordine gerarchico-piramidale con le
idee-valori in cima e l’idea del Bene al
vertice.
Per Platone le idee devono costituire una “visione intellettuale” che cogli l’ideo come una forma
comune ad una pluralità di oggetti. Egli ricorre alla reminiscenza affermando, sulla base della
metempsicosi, che l’anima prima di arrivare al nostro corpo è vissuta nel mondo delle idee. Una volta
scesa in questo mondo, ricorda ciò che ha visto nell’iperuranio. Platone sostiene dunque che
“conoscere è ricordare”, è far riemergere questi ricordi cogliendo le occasioni che ci vengono date dal
mondo esterno.
La reminiscenza considera come vera
l’immortalità dell’anima e ciò porta alla
stesura del dialogo platonico Fedone,
in cui si analizzano altre prove di tale
immortalità, tra le quali vi è la
“somiglianza” che sostiene che
essendo l’anima simile alle idee ed
essendo le idee immortali, anche
l’anima sarebbe stata eterna.
Troviamo nel Fedone che se filosofare
significa morire ai sensi e al corpo per
poter cogliere meglio le idee, allora la
vita del filosofo è tutta una
preparazione alla morte, quando
l’anima si libera del corpo e si unisce
alle idee.
Platone
(parte 5)
La bellezza ha gradi diversi ai quali ci si può
innalzare: prima si è attratti dalla bellezza di
un corpo, successivamente dalla bellezza del
corpo nella sua totalità, poi dalla bellezza
dell’anima, in seguito dalla bellezza delle
istituzioni e delle leggi, ancora dopo dalla
bellezza delle scienze e infine dalla bellezza
in sé, eterna e superiore al divenire e alla
morte.
Ai diversi gradi di bellezza corrispondono
dunque diversi gradi di amore.
L’amore platonico inoltre non è visto come
una rinuncia totale ai piaceri del corpo,
come si pensava invece nel Medioevo,
perché sostiene Platone che l’eròs sia
radicato nei sensi e la corporeità e specchio
della bellezza interiore. Tuttavia bisogna
abbandonarla per elevarsi a livelli superiori.
Il Fedro si occupa di rispondere al quesito su come possa l’anima umana raggiungere la bellezza
suprema. La natura dell’anima è simile a una coppia di cavalli alati guidati da un auriga: il cavallo
bianco è eccellente, quello nero è pessimo. L’auriga deve quindi cercare di indirizzare entrambi i cavalli
verso l’iperuranio, sede dell’essere autentico e regione in cui si possono contemplare le idee. Tutto ciò
senza lasciarsi trascinare verso il basso dal cavallo nero. Ogni anima quindi può contemplare più o
meno il mondo delle idee. Chi lo contempla di più vivificherà il corpo di un uomo che si consacrerà al
culto della sapienza o dell’amore, chi lo contempla di meno invece si incarnerà in uomini che saranno
sempre più lontani dalla ricerca di verità e bellezza.
La bellezza fa dunque da mediatrice
fra l’uomo caduto e il mondo delle
idee, e al suo appello l’uomo
risponde con l’amore.
I problemi cruciali dell’”ultimo
Platone” sono essenzialmente due:
come dev’essere adeguatamente
pensato il mondo delle idee?
come va convenientemente
concepito il rapporto tra le idee e le
realtà naturali?
Platone
(parte 6)
Nel “Parmenide” Platone si interroga
sulla consistenza della teoria delle idee.
Innanzitutto non si capisce come “l’uno”
ovvero “l’idea” possa essere partecipata
da “molti” ovvero da “più oggetti” ed
essere diffusa in essi senza risultare
moltiplicata e quindi distrutta nella sua
unità.
Il problema fondamentale però è il
confronto-scontro con la logica
parmenidea ovvero l’idea secondo cui
solo l’essere è. L’affermazione infatti di
questa frase porta alla morte, secondo
Platone, della teoria delle idee:
l’inesistenza assoluta di ogni forma di
non essere implicherebbe l’inesistenza
della molteplicità delle idee.
Platone manifesta di non voler
rinunciare alle idee poiché senza esse
non si potrebbe né pensare né
filosofare. Così nel Sofista distrugge il
pensiero eleatico generando un vero e
proprio “parmenicidio”.
Per spiegare come possano esistere e
comunicare fra loro più idee, Platone
elabora la teoria dei “generi sommi”
dell’essere ovvero attributi fondamentali
che per il filosofo sono 3: l’essere,
l’identico, il diverso.
Ogni idea è o esiste essere
Ogni idea è identica a sé stessa identico
Essere e identico sono due generi differenti
e non coincidenti.
Ogni idea è diversa dalle altre diverso
L’errore di fondo del filosofo di Elea è
dunque quello di aver confuso il nulla con il
diverso. Quindi sostiene Platone che l’unico
modo in cui può esistere il non essere è
l’essere diverso, e in tal modo si sbarazza
del “fantasma” del nulla.
Inoltre l’essere per Platone è possibilità di
entrare in relazione.