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Materiale per il sostenimento dell'esame di psicologia dello sviluppo tipico e atipico, della prof.ssa Elena Camisasca. Contiene: slide e audio di tutte le lezioni, integrazione dei volumi obbligatori. Utilizzato per la preparazione dell'esame orale.
Tipologia: Dispense
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Il percorso di crescita di ogni essere umano è delineato dall’intreccio di fattori molteplici, che concorrono a delineare
un percorso di sviluppo sano o, all’opposto, atipico, contraddistinto da forme di disagio che possono insorgere dalla
nascita fino alla adolescenza.
A partire dagli anni ’90 si è assistito ad una progressiva affermazione di una nuova disciplina, la Psicopatologia dello sviluppo. Essa sottolinea l’importanza della stretta interdipendenza tra comportamento normale e forme di disagio psicologico, tanto che la comprensione dell’uno non può prescindere dallo studio dell’altro nel medesimo contesto. Le domande fondamentali che essa si pone sono:
Il tentativo di fornire una risposta a questi interrogativi ha indotto ad analizzare quei fattori, sia individuali sia ambientali, che possono favorire o al contrario compromettere uno sviluppo sano:
I fattori individuali : includono quelli genetici, temperamentali, prenatali, perinatali e la struttura di personalità. I fattori ambientali: includono la famiglia, la scuola, i rapporti amicali, il contesto sociale e culturale più ampio.
De Ajuraguerra e Marcelli (1982) sottolineano come non sia possibile tracciare una linea netta di demarcazione tra normalità e patologia in età infantile. Ciò si deve alla forte dinamicità che caratterizza la struttura psichica degli individui nel corso dei primi anni di vita. Il processo maturativo infatti si connota per la presenza simultanea di movimenti progressivi e regressivi che permettono di accedere ad una nuova struttura di funzionamento psichico e per una notevole sensibilità alle influenze dell’ambiente esterno. Un comportamento manifesto sia esso mentale (fobie, pensieri ossessivi) o agito (condotte aggressive), può rappresentare un potenziale patogeno o un sintomo transitorio che accompagna una fase della crescita. Ad esempio, nella prima e seconda infanzia è frequente l’insorgenza di alcune paure (es. del buio, degli estranei) che sono momentanee e tendono a risolversi in modo spontaneo. Dall’altra parte, vi sono bambini che crescono senza aver mai presentato sintomi, almeno in apparenza, e altri ancora per i quali la mancanza di qualunque forma di disagio, propria dell’infanzia, rappresenta una sorta di conformismo eccessivo, una sottomissione alle pressioni e alle esigenze dell’ambiente. Questi bambini vengono descritti come gentili, saggi, docili e privi di difficoltà. In realtà, all’adattamento apparente si associa una incapacità a costruire una organizzazione psichica interna coerente ed elaborare gli inevitabili conflitti di sviluppo. E’ al momento dell’adolescenza che le difficoltà si palesano attraverso forme sintomatiche importanti, come ad esempio gravi forme depressive.
Come è possibile, allora, definire il concetto di normalità e inevitabilmente anche il suo opposto, la patologia? Possiamo individuare 4 punti di vista sulla normalità:
essere nel corso dell’infanzia crisi e difficoltà che segnano il passaggio ad una nuova fase della crescita, così come all’opposto l’assenza di sintomi può rappresentare solo un apparente stato di normalità e salute. Dobbiamo inoltre considerare la potenzialità di recuperare la salute e, quindi, la normalità come un processo
2. Normalità come media statistica tutto ciò che devia dalla media diviene anormale, indicativo di malattia. E’ patologico ciò che non si riscontra nella maggioranza delle persone. Fa riferimento alla curva gaussiana (dal nome del matematico Carl Friedrich Gauss, si tratta della curva a forma tipica di “campana”, dove la media è rappresentata dalla parte più ampia al centro). In questo caso si dovrebbero considerare patologici gli individui molto alti o molto bassi (che stanno agli estremi della curva) (es. chi appartiene a partiti politici a cui poche persone aderiscono). Inoltre la normalità intesa come “la maggioranza delle persone fa così” è influenzata ampiamente dalla cultura. 3. Normalità come ideale da realizzare o a cui tendere è sottilmente diffusa nella nostra cultura, specie in quella psicologica (dove spesso agiamo perché pensiamo che le cose “debbano andare così”, facendo riferimento a un ideale di sviluppo, piuttosto che sulla base della persona che abbiamo di fronte). Tutto ciò che non corrisponde a canoni prestabiliti influenzati dalla cultura viene considerato anormale. (es. che la mamma debba salutare il bambino gioiosamente, altrimenti viene etichettata come una mamma “non sufficientemente buona” o “depressa”). 4. Normalità come processo dinamico, capacità di tornare a un certo equilibrio Si tratta della definizione migliore, che intende la normalità come un processo adattivo , caratterizzato dalla capacità di tornare ad una situazione di equilibrio persa in precedenza. In questo senso, la normalità corrisponde ad una sorta di plasticità , intesa come possibilità di adattarsi agli eventi e ai cambiamenti dell’ambiente e propri della crescita. E’ meno statica delle precedenti definizioni. Spesso i pazienti (piccoli e grandi) chiedono: “mi faccia tornare come ero prima”. Non si tratta però di farli tornare al punto precedente, la vita è un continuo processo, in ogni momento che passa noi siamo diversi dal momento precedente: è impossibile tornare al prima. Inoltre, perché il prima era migliore? Se poi si sono sviluppate delle difficoltà, forse non lo era più il modo migliore di stare al mondo per quella persona. E, ancora, non c’è un punto “vero” di normalità ed equilibrio a cui dobbiamo riferirci, per cui non ci sono scollamenti o avvicinamenti a questo punto (si veda anche la critica alla definizione. Inoltre, cosa significa adattamento? E’ davvero tornare a un equilibrio perso?
Normalità e patologia non devono essere considerati due concetti separati, ma interdipendenti, se non ci fosse uno non ci sarebbe l’altro. Un bambino può essere “patologicamente normale” o “normalmente patologico”.
Un altro termine nell’ambito dello sviluppo psicologico è “immaturità”, che si riferisce a comportamenti che si situano tra la normalità e la patologia (dove la normalità è intesa in senso statistico o ideale). Ad esempio, bambini con impaccio motorio vengono definiti con un’immaturità psicomotoria, oppure bambini che hanno difficoltà a tollerare le frustrazioni possono essere etichettati con il termine “immaturità affettiva”.
Fattori biologici
I fattori biologici esercitano una influenza molto importante nel determinare un percorso di sviluppo patologico. Rientrano in due ampie categorie eziologiche: progenetica e metagenetica.
Quella Progenetica include i fattori intervenienti prima della fecondazione. Rientrano:
le alterazioni del patrimonio ereditario , rappresentato da geni e cromosomi. Es. corea di Huntington. le aberrazioni cromosomiche , che possono essere di tipo strutturale (alterazioni, ovvero rotture nella struttura dei cromosomi), oppure numerico (presenza di un numero abnorme di cromosomi, che possono causare patologie quali la sindrome di Down o trisomia 21, la sindrome di Edwards o trisomia 18)
Quella Metagenetica ,concerne i fattori che si verificano dopo la fecondazione: durante la gestazione, al momento del parto oppure nei primi anni di vita. In funzione del periodo in cui essi agiscono, si suddividono in:
Fattori prenatali : possono intervenire nella fase embrionale (dal concepimento fino all'ottava settimana di gestazione) oppure durante la fase fetale (dal terzo mese fino alla nascita). In fase embrionale gli agenti patogeni colpiscono principalmente i tessuti e gli organi,causando malformazioni poichè intervengono nel momento di massimo accrescimento e differenziazione. Durante la fase fetale gli agenti patogeni possono
“natura emotiva dell’individuo e include la sua suscettibilità alle stimolazioni emotive, alla sua abituale resistenza e velocità di risposta, alla qualità del suo umore prevalente, nonché alle peculiarità alle fluttuazioni e all’intensità dell’umore; questo fenomeno è costituzionale e pertanto ampiamente ereditato”.
*Il temperamento secondo Thomas e Chess
Tra gli autori che hanno studiato maggiormente il temperamento vi sono Thomas e Chess , i quali sostengono che ogni individuo alla nascita possiede specifiche caratteristiche temperamenti, le quali definiscono lo stile comportamentale specifico con cui egli risponde agli stimoli del proprio ambiente. Esiste quindi un interscambio reciproco tra temperamento e ambiente: da un lato l'ambiente esercita un'influenza sul temperamento del bambino, dall'altro, il temperamento del bambino influenza le valutazioni, gli atteggiamenti e il comportamento di coloro che interagiscono con il piccolo. Essi,nel delineare le differenze temperamentali pongono l'enfasi soprattutto su " come " il comportamento viene espresso, piuttosto che sul "cosa", ovvero sul tipo di azione. Gli autori, peraltro, individuano tre costellazioni di temperamento che permettono di classificare i bambini come facili, difficili o lenti. I bambini facili presentano ritmi regolari per ciò che concerne le funzioni biologiche, mostrano reazioni positive nei confronti di stimoli nuovi, per lo più si adattano ai cambiamenti e per la maggior parte del tempo sono di umore positivo moderatamente intenso. I bambini lenti, invece, hanno una certa irregolarità nelle funzioni biologiche, si adattano meno rapidamente ai cambiamenti, mostrano una combinazione di reazioni positive e negative. I bambini difficili , infine, hanno ritmi biologici irregolari, per lo più non si adattano ai cambiamenti, hanno reazioni negative e/o , verso le situazioni nuove e la loro espressione emotiva nella maggior parte dei casi è intensa e negativa. Un ruolo fondamentale è, tuttavia, svolto dall'ambiente sociale , con particolare riferimento alle figure genitoriali , le quali rispondono ai piccoli in modo differenziato in funzione del loro temperamento. Da questo punto di vista è importante la compatibilità nelle caratteristiche temperamentali tra bambino e genitori, e/o la capacità della madre e del padre di rispondere in maniera contingente ai comportamenti che esprimono il temperamento del piccolo in modo da assecondarne le caratteristiche di base. La relazione caregiver - figlio sembra migliore questi casi, così da consentire uno sviluppo più adeguato nei piccoli.
Gli autori hanno individuato nove dimensioni per descrivere le caratteristiche temperamentali, ciascuna associata ad una valutazione alta o bassa.
volta che si chiude la porta, anche piano, il bambino sobbalza. Si rileva una soglia alta se il bambino non prova dolore e non lo esprime anche quando si dovrebbe far male.
La dialettica natura - cultura nei percorsi di sviluppo
La precedente dicotomia natura-cultura , che ha visto contrapporre schiere di psicologi nel tentativo di ricondurre lo sviluppo sano o l'emergere di una qualche forma di disagio al polo dei fattori biologici, o a quello dei fattori ambientali, è stata superata dal riconoscimento della stretta interdipendenza tra i due ordini di fattori. Il focus si è spostato sul capire come i due fattori interagiscono nel contribuire a determinare i cambiamenti nel ciclo di vita. Si cerca di comprendere, ad esempio, fino a che punto la variabilità comportamentale sia da ricondursi alle differenze ereditarie o all'esposizione alle molteplici esperienze ambientali. Alcuni studi hanno indagato come una certa predisposizione genetica dia luogo a specifiche risposte alle sollecitazioni ambientali e come essa contribuisca alla scelta di un determinato contesto relazionale. Ad esempio, se poniamo a confronto bambini dal temperamento esuberante con coetanei dal temperamento più tranquillo e riflessivo, è evidente come i primi tenderanno a ricercare compagni di gioco altrettanto vivaci e si impegneranno in attività di movimento e azione, lì dove i secondi preferiranno un ambiente meno stimolante con giochi più lenti. Altre ricerche si sono occupate di individuare quali caratteristiche dell'ambiente influenzano l'espressione di geni specifici e soprattutto con quali modalità esse agiscano. E’ stata svolta un’indagine riguardo il rischio genetico inerente la manifestazione di alcuni problemi comportamentali. La ricerca ha coinvolto un campione di bambini afro-americani di 11 anni, i quali presentavano una variazione su un gene specifico che determinava una produzione ridotta del neurotrasmettitore cerebrale serotonina con una conseguente maggiore tendenza a mettere in atto comportamenti a rischio, quali uso di droghe, assunzione di alcol, atteggiamenti sessualizzati, atti ad aumentare il rilascio di questo ormone e/o a stimolare l'attività dei suoi recettori. L'emergere di tali comportamenti devianti poteva essere contrastato attraverso un intervento sui genitori, i quali sono stati coinvolti in un programma mirato a migliorare la comunicazione con i figli, la capacità di gestire la relazione con loro, nonché le abilità nel fornire un adeguato sostegno emotivo. I ricercatori hanno riscontrato che nel corso dei successivi due anni i bambini a rischio avevano ridotto i comportamenti devianti fino alla loro scomparsa, tanto che non vi erano differenze rispetto ai coetanei che non avevano il medesimo patrimonio genetico. L'intervento sul contesto familiare, pertanto, aveva avuto il proprio effetto sull'espressione genetica. In accordo con gli studi più recenti di epigenetica i fattori ambientali possono inibire oppure favorire l'espressione di geni specifici.
Per quanto riguarda i fattori demografici la povertà cronica costituisce una delle più gravi condizioni di rischio. Le condizioni economiche precarie impediscono l’accesso a una serie di opportunità materiali ed esperienziali importanti per una sana crescita del bambino.
Un altro importante fattore di rischio è la violenza familiare, che rappresenta un vero e proprio evento traumatico. Nel corso dell’infanzia può determinare l'emergere di sintomi dissociativi che possono essere rappresentati da forme di ritiro o evitamento allo scopo di gestire le situazioni di pericolo potenziale che vengono vissute in famiglia.
Infine per quanto riguarda i fattori di rischio che riguardano il bambino, gli studi mettono in luce come ad esempio il temperamento difficile aumenti il rischio di comparsa successiva di disturbi di internalizzazione o sintomi psichiatrici in adolescenza.
Gli effetti devastanti dei fattori di rischio possono essere del tutto o in parte contrastati dalla presenza di fattori protettivi.
I fattori protettivi, o di riduzione del rischio, includono quell’insieme di risorse o potenzialità dell’individuo che consentono di neutralizzare l’impatto dei fattori di rischio. Le risorse infatti sono gli aspetti concreti e materiali di cui possono disporre gli individui: sono le caratteristiche obiettive dell’ambiente sociale e territoriale, le caratteristiche abitative/economiche della famiglia, la rete di connessioni parentali e amicali, le risorse interne, competenze cognitive e la salute psico-fisica di genitori e bambino. Sono fattori con una valenza positiva e contribuiscono a attenuare, o in alcuni casi annullare, gli effetti negativi dei fattori di rischio. In condizioni abituali essi sono neutri, ma entrano in azione assumendo un valore protettivo quanto incontrano situazioni di rischio, neutralizzando il loro impatto. Anche tra questi è possibile distinguere tra:
Fattori individuali concernenti i genitori: rielaborazione del rifiuto/violenza subita nell’infanzia, capacità empatiche, capacità di assunzione delle responsabilità, desiderio di migliorarsi, autonomia personale, buon livello di autostima. Fattori familiari e sociali: relazioni attuali soddisfacenti con almeno un componente della famiglia d’origine, reti di supporto parentali o amicali, capacità di gestire i conflitti. Fattori relativi alle caratteristiche del bambino: temperamento facile, assenza di patologie fisiche/pshiche.
Tra i fattori protettivi, un ruolo rilevante è svolto dalla rete di relazioni all’interno della quale il bambino è inserito. Quando un piccolo vive in un ambiente familiare in cui è molto trascurato oppure è testimone di violenza, uno dei fattori protettivi più importanti è la presenza di almeno un adulto al quale potersi rivolgere per ricevere cure affetto e protezione.
Se vi è una presenza di fattori di rischio distali a cui si associano fattori di rischio prossimali, molto probabilmente si avrà un deficit nelle competenze parentali. Se invece vi sono dei fattori di rischio distali a cui si associano dei fattori protettivi prossimali, vi sarà una compensazione dei deficit. Se nelle famiglie vi è una prevalenza di fattori protettivi, seppur in condizioni di rischio distale, l’aiuto e il sostegno al bambino e alla famiglia potrebbe essere l’intervento più appropriato. Se invece una compresenza di fattori di rischio e di fattori protettivi, dobbiamo pensare ad una protezione del bambino, potenziamento delle risorse familiari, monitoraggio del bambino e della famiglia. Quando invece vi è l’assenza di fattori protettivi si deve pensare ad una protezione del bambino, a delle prescrizione della famiglia e una valutazione delle risorse della famiglia.
L’evidenza che la semplice enumerazione dei fattori negativi non sia sufficiente a spiegare il maladattamento è dimostrata dal fallimento delle concezioni classiche del rischio ; quelle basate sulla causalità diretta, che individuava in un fattore prevalente (es. malattia mentale del genitore) la sola causa del fallimento nel prestare le cure ai figli o della presenza di disturbi psicologici nel bambino, e quella basate sulle causalità multifattoriale, che prevedono la convergenza di diversi elementi eziologici. Ciò che ha portato i ricercatori a individuare un profilo di rischio, desumibile dalla presenza di indicatori derivanti da diversi domini di tipo biologico e psicosociale. Tuttavia, anche questa concezione appare agli studiosi insoddisfacente. Infatti, non è riuscita a spiegare le ragioni per cui molte persone che sperimentano o hanno sperimentato svariati eventi negativi e il cui profilo di rischio è alto presentino la capacità di mantenere un discreto adattamento, di adottare strategie di coping efficaci e conservino aree di competenza.
La resilienza
Ciò, si deve al fatto che i fatti i fattori protettivi riescono a sostenere un processo di crescita adeguato, anche di fronte al verificarsi di eventi avversi, grazie alla loro capacità nel fare leva su alcune caratteristiche personali, cioè sulla resilienza individuale. L’introduzione del concetto di resilienza modifica radicalmente le classiche concezioni sul rischio (quella diretta e multifattoriale) e porta a concludere che qualsiasi agente causale preso singolarmente o in associazione con altri NON produce spiegazioni soddisfacenti sulla dinamica che si innesca tra eventi critici e reazioni degli individui.
Il termine resilienza si riferisce alla capacità di resistere e affrontare le avversità, di superarle, e a volte persino di uscirne rafforzati. Si tratta di un attributo personale legato alla capacità di adattamento a nuove condizioni ambientali, di flessibilità e resistenza allo stress, all’ansia e alle avversità. Le capacità di adattamento ,tuttavia, variano in un medesimo individuo, in funzione del tipo di evento avverso, della fase di vita in cui ci si trova, e del contesto relazionale in cui si è inseriti. Non si tratta della semplice capacità di sopravvivere, ma di utilizzo delle esperienze, anche negative, per riflettere, riparare e ricominciare a costruire e a realizzare progetti grazie alla forza e alle energie interiori. La resilienza scaturisce da un insieme di caratteristiche psicologiche (buon livello di autostima, disposizione a perseguire i propri obiettivi a lungo termine) e propensioni temperamentali (sufficiente indipendenza, iniziativa ed efficacia personale, una spinta a voler capire ed affrontare i problemi).
La resilienza è determinata da una combinazione di fattori di ordine biologico ( il temperamento o le condizioni in cui si è svolta la gravidanza) e di fattori di ordine ambientale (le esperienze relazionali o le opportunità economiche). I bambini resilienti. I bambini resilienti possiedono le seguenti caratteristiche:
Un ruolo importante nella resilienza è determinato dal concetto di sé. I bambini resilienti sembrerebbero avere un concetto di sé positivo, ovvero confidano nelle proprie capacità di riuscita. Gli eventi negativi rinforzano questi individui nel far fronte alle difficoltà e ai cambiamenti anziché renderli più vulnerabili.
Tra i fattori più importanti che contribuiscono allo strutturarsi della resilienza vi è il contesto familiare. I genitori dei bambini resilienti Risultano essere supportavi amorevoli e caldi. Infatti. La sperimentazione di emozioni positive nella relazione con il caregiver , in particolare nel corso del primo anno di vita, aumenta la capacità di resilienza. Coloro che provano per lo più emozioni positive sembrano essere più capaci di fronteggiare lo stress con una maggiore prontezza, mentre coloro che sperimentano una emozionalità prevalentemente negativa mostrano più difficoltà di adattamento.
In altri termini, una analisi basata sui soli fattori di rischio non consentirebbe di osservare o comprendere la natura della resilienza e indurrebbe una sottostima delle abilità e potenzialità degli individui. Si parla di resilienza come processo per sottolineare la dimensione dinamica di quest’ultima che è il risultato del modo in cui i fattori protettivi si amalgamano e assumono forme dotate di significato, diventando parte di un processo compensatorio che serve a promuovere l’adattamento.
I modelli più recenti del rischio sono basati sulla prospettiva “ per meccanismi e processi” , e hanno introdotto termini nuovi: risorsa, fattori protettivi e processi protettivi.
APPROCCIO PROCESS-ORIENTED : Approccio al rischio che considera una complessa articolazione di elementi che entrano in gioco nei percorsi evolutivi e nei processi sottesi alle dinamiche dell’adattamento e del maladattamento. Valorizza l’importanza dei sia di FATTORI INDIVODUALI (biologici, genetici e psicologici) che di quelli AMBIENTALI, cioè la storia o le condizioni attuali di tipo sociale , familiare, e economiche, che possono influenzare il modo in cui i singoli individui svolgono la funzione di genitori. Il funzionamento genitoriale è influenzato sia dai fattori cognitivi e emotivi che sociali e ambientali passati e attuali e impatta sull’esito dello sviluppo del bambino (di adattamento o
Bowlby ipotizza che, attraverso i primi scambi con le figure di attaccamento significative, l'individuo costruisca dei modelli operativi interni sempre più complessi sia delle figure affettive sia di se stesso. Un modello operativo interno é una struttura mentale che consiste nella rappresentazione dell’individuo di se stesso (nel contesto di una specifica relazione di attaccamento); della figura di attaccamento ; dello stato affettivo associato alla relazione.
Saranno questi modelli interni che gli faranno interpretare il mondo e che guideranno il suo comportamento in situazioni nuove. Questi modelli modelli non sono fissi, ma sono dinamici e suscettibili di cambiamento a seguito delle nuove esperienze che il bambino fa del mondo esterno. Purtroppo però finiscono col diventare e mantenersi stabili. Essi infatti influenzano la costruzione delle nuove esperienze ovvero fanno sì che un individuo cerchi attivamente, seppure a livello inconsapevole, persone, situazioni e relazioni che corrispondono alle sue aspettative affettive. Le nuove esperienze finiranno quindi, molto probabilmente, per confermare quegli stessi modelli iniziali. In altri termini, tutte le informazioni relative alle nuove relazioni vengono assimilate ai modelli mentali già esistenti.
Allora, se il bambino ha avuto delle esperienze precoci che lo hanno portato a costruirsi un modello mentale della figura di attaccamento come di una persona che in caso di necessità é pronta ad offrire aiuto e conforto, e di conseguenza é riuscito a rappresentare se stesso come persona degna di essere confortata ed amata, avrà meno bisogno di controllare continuamente la disponibilità della sua figura di attaccamento.
Bambini Evitanti (A):
I modelli operativi convogliano:
Il modello operativo riflette le concrete esperienze che il bambino ha avuto con la fda. Inoltre, nell'attaccamento evitante si trovano prove indirette che le ordinarie regole del sistema di attaccamento sono ancora attive mentre il comportamento esplicito è guidato in altra direzione (quella appunto dell'evitamento). Il bambino evitante è impegnato in uno sforzo attivo per distogliere la propria attenzione dalla fda, come se dovesse opporsi attivamente alla innata tendenza a rivolgersi a lei; ad es. alcuni bambini rivolgono l'attenzione in maniera rigida verso un giocattolo come se usassero il giocattolo quale strumento a cui ancorare un interesse che altrimenti si rivolgerebbe spontaneamente verso la fda. Questi segni comportamentali sono confermati da analisi fisiologiche (frequenza cardiaca, resistenza cutanea) che indicano un livello di stress notevolmente superiore in questi bambini rispetto ai bambini sicuri. Il termine evitante descrive bene le caratteristiche comportamentali di questi bambini; essi tendono a non avvinarsi troppo al genitore, a rivolgergli poche richieste di aiuto, nel tentativo di gestire in autonomia la maggior parte delle situazioni. Queste modalità comportamentali rappresentano strategie funzionali al mantenimento di una relazione con caregiver non sempre disponibile a fornire protezione in caso di bisogno. Sembra quindi che il bambino evitante non abbia inibito il proprio sistema motivazionale di attaccamento, ma stia usando il proprio modello operativo interno in modo tale da garantirsi, il massimo grado di vicinanza alla fda che quest'ultima permette.E' come se nella mente del bambino evitante si svolgesse questo ragionamento: "se protesto per la separazione, o mi avvicino al momento della riunione, é probabile che sarò allontanato ancora di più, o rifiutato più dolorosamente; se con uno sforzo riesco invece a tenermi a distanza, otterrò il massimo dell'attenzione che mia madre é disposta a darmi.
Bambini Sicuri (B):
I modelli operativi sembrano funzionare in perfetto accordo con le regole originarie e innate del sistema di attaccamento. Essi infatti convogliano una rappresentazione della fda disponibile a rispondere positivamente e coerentemente alle proprie richieste di aiuto e conforto. La rappresentazione del sé , di conseguenza, é impregnata dal senso di essere fondamentalmente degno di amore, e che le proprie esigenze di conforto hanno valore e
significato. Nulla quindi nel modello operativo si frappone alla ricerca della vicinanza protettiva guidata dalle regole del sistema di attaccamento. La maggiore fiducia in se stesso lo porterà da un lato ad essere parte attiva nell'andamento delle interazioni di cui é partecipe e dall'altra ad evitare situazioni e persone che possano farlo sentire frustrato nel suo bisogno e nella sua sicurezza di essere accettato e amato.
Come nel caso dell'attaccamento evitante, anche nell'attaccamento sicuro la rappresentazione di sé si costituisce come immagine speculare dell'atteggiamento che la fda ha verso il bambino: il sé e l'altro condividono la visone fondamentale della propria identità e del proprio reciproco rapporto. Da un lato, l’atteggiamento di disponibilità della fda che si riflette nella rappresentazione condivisa di un sé amabile, e di un altro degno di fiducia e di una relazione piena di significato e valore; dall'altro atteggiamento di indisponibilità della fda e comportamento evitante del bambino che si riflettono nella rappresentazione (condivisa) di un sé non amabile, di un altro "lontano" e di una relazione faticosa, opprimente o negativa.
Bambini ansiosi ambivalenti (C):
I modelli operativi appaiono più complessi e meno facile é identificare la condivisione dei contenuti di coscienza tra bambino e fda durante le interazioni di attaccamento. Nell'esperienza memorizzata del bambino esistono episodi in cui la fda risponde positivamente alla propria ricerca di vicinanza, ed episodi in cui invece tale risposta é negativa, senza alcuna regola evidente che giustifichi il passaggio della fda dall'uno all'altro atteggiamento. E' stato ipotizzato da Attili che, dati i limiti delle capacità cognitive dei bambini di un anno circa, in tali condizioni si formino due modelli operativi distinti di sé e della fda. Dall'alternarsi dei due modelli operativi (che le capacità cognitive non permetterebbero di sintetizzare) deriverebbe lo stile di attaccamento ambivalente. Liotti ipotizza nello sviluppo successivo di un bambino la formazione di una struttura cognitiva sovraordinata che appare come una rappresentazione di sé e dell'altro e della relazione. Visto il comportamento di accudimento imprevedibile della fda e il suo essere invischiata ancora nell'elaborazione di problematiche irrisolte di comunicazione coi propri genitori, il bambino non viene visto come un centro autonomo di iniziative dotate di significato e valore (valore vissuto come positivo in B e negativo in A) ma come un oggetto passivo da controllare (per evitare che procuri al genitore emozioni sgradevoli). Un "oggetto" che si può trascurare quando non si ha il desiderio di stargli vicino. Il bambino può arrivare a cogliere questa visione di sé e dell'altro come "oggetti" da controllare, piuttosto che come centri autonomi di iniziativa e a condividerla. In particolare, penserà che il mantenimento della relazione é tutto a carico suo, e che deve fare delle cose per ottenere la vicinanza della madre. Penserà che gli esseri umani sono oggetti che si manipolano, che si controllano, che non sono dotati di centri autonomi di iniziativa, esseri che quindi vanno controllati e manipolati.
In questi tre pattern di attaccamento, i MOI riflettono uno specchio interpersonale, ovvero l'atteggiamento che le fda hanno avuto verso il bambino. Nel caso dell'attaccamento Disorganizzato (D), l'effetto specchio nella costruzione dei modelli operativi appare più complesso che negli altri pattern di attaccamento e conduce alla costruzione di immagini frammentarie e multiple di sé e della fda, come se ci si trovasse di fronte a uno specchio infranto.
Gli studi della Ainsworth e dei suoi colleghi (1978), attraverso l'impiego Strange Situation , avevano consentito di individuare anche una serie di comportamenti che non era possibile includere nei gruppi attaccamento sicuro, ambivalente ed evitante. Si trattava di comportamenti all'apparenza privi di una evidente strategia finalizzata al mantenimento del contatto con la figura di riferimento. Mancavano, ad esempio, i comportamenti di esplorazione e quelli di attaccamento verso la madre, mentre in alcuni casi questi ultimi potevano essere diretti verso l'estraneo. Erano prevalenti manifestazioni di cautela e paura, segni evidenti di stress e mancava quasi del tutto l'espressione di emozioni positive (quali sorrisi, vocalizzi) nei confronti della madre. Si palesavano, inoltre, comportamenti apparentemente "bizzarri" quali ad esempio rimanere immobili, raggomitolarsi a terra, azioni ripetitive, tentativi di rassicurazione coprendosi gli occhi o le orecchie. Erano presenti, infine , strategie molteplici , ovvero un'alternanza di richiesta di contatto e di rifiuto, comportamenti provocatori, ricerca di conforto all'interno di relazioni con altri adulti.
Dobbiamo a studi successivi l'aver ricondotto queste modalità comportamentali ad una ben specifica tipologia di attaccamento, che Main e Solomon (1986) hanno definito " disorganizzata-disorientata" (attaccamento D) e Crittenden (1985) "ambivalente-evitante" (attaccamento A/C). Da queste ricerche emerge che i bambini, raggruppati in questa tipologia di attaccamento, hanno avuto un caregiver profondamente coinvolto in gravi
egli afferma che la funzione riflessiva materna e la capacità della madre di rispecchiare le emozioni del bambino, predicono un attaccamento sicuro nel bambino. Non solo: l’attaccamento sicuro a sua volta influenza lo sviluppo della mentalizzazione nel bambino. Infatti, l’accurata lettura che il caregiver fa dello stato mentale del piccolo favorisce a quest’ultimo la simbolizzazione del proprio stato interiore, determinando così una migliore regolazione affettiva. L’attaccamento sicuro fornisce una base relativamente solida per l’acquisizione di una piena comprensione della mente altrui. Di contro, il bambino evitante sfugge lo stato mentale altrui, mentre quello resistente si focalizza sul proprio stato di angoscia escludendo scambi intersoggettiviti. I bambini disorganizzati potrebbero rappresentare una categoria separata; ipervigili verso il comportamento del caregiver, possono sembrare acutamente sensibili al suo stato mentale, ma non sono capaci di generalizzarlo al proprio stato mentale, che resta così disregolato e incoerente. In sintesi, l’accento anche in questo caso è posto sull’ambiente:
sostenendolo nello sviluppo di quella che Fonagy chiama “buona capacità riflessiva”, definita come l’abilità di comprendere la realtà sulla base degli stati mentali propri e altrui.
conseguenza il piccolo non raggiunge con lei la giusta intimità e non è spronato verso un’autonoma interpretazione della realtà su base mentalistica. Per questo, egli tende a soffermarsi maggiormente sugli aspetti fisici della relazione e lo sviluppo della mentalizzazione ne risulta compromesso.
Fonagy ritiene che il legame di attaccamento sia come un luogo che dà la possibilità al bambino di organizzare le sue esperienze emotive, inizialmente disconnesse e non gestibili. In caso di attaccamento sicuro , il bambino impara presto a riconoscere le emozioni, anche quelle negative, e a gestirle in modo appropriato. I bambini insicuri ambivalenti, invece, manifestano la tendenza a esagerare le loro espressioni emotive e non raggiungono una corretta regolazione. I bambini insicuri evitanti tendono a regolare eccessivamente la manifestazione delle emozioni fino a reprimerle, nella paura di non saperle controllare e mettersi in situazioni pericolose.
L’attaccamento disorganizzato in età prescolare
Benché i bambini disorganizzati dimostrino di non disporre, durante l’infanzia, di strategie organizzate per soddisfare i propri bisogni di attaccamento, essi sviluppino in età prescolare strategie coerenti di interazione con i caregiver. Nel corso dello sviluppo, i MOI di tipo disorganizzato, possono assumere diverse traiettorie evolutive:
Tuttavia, alcuni eventi possono determinare un successivo crollo delle strategie di controllo messe in atto dai bambini. Si tratta di situazioni che attivano in modo intenso il sistema di attaccamento, favorendo il riemergere incontrollato degli Stati mentali , disorganizzati e dissociati.
E’ Uno dei modelli o paradigmi sperimentali maggiormente conosciuti ed è sorto nell’ambito della teoria dell’attaccamento, per valutare l’attaccamento mamma-bambino a 1 anno di vita. E’ stata messa a punto, a partire dai lavori di Bowlby, da Mary Ainsworth e colleghi (1978). Consiste nel creare una situazione avvertita come “stressante” dal piccolo, dal momento che si ritiene che siano queste situazioni ad attivare il sistema di attaccamento.
I protagonisti di questa procedura, che avviene in un laboratorio (predisposto in maniera piacevole dal ricercatore, con giochi sparsi per il piccolo e 2 sedie per gli adulti), sono: il bambino, la mamma (o il suo caregiver di riferimento), una donna estranea, che il bambino non conosce. Il ricercatore, oltre a filmare ciò che accade, solitamente osserva i
comportamenti dietro uno specchio unidirezionale posto su una delle pareti (si tratta di uno specchio che permette di vedere, senza essere visti). La procedura sperimentale prevede otto fasi, ciascuna della durata di circa 3 minuti:
Cosa viene osservato: Si osserva l’attaccamento operazionalizzato nei seguenti comportamenti:
Quando: Si osserva il bambino nei seguenti momenti:
Sulla base di tali comportamenti, si individuano i diversi stili di attaccamento:
Stile B: Attaccamento sicuro
Stile A: Attaccamento insicuro-evitante
Stile C: Attaccamento insicuro-ambivalente
Stile D: Attaccamento disorganizzato
6. Ansia (paura, ansia, reazione somatica, fame) «Ha paura della solitudine, si sente solo e si mette a mangiare, è emozionato, sta male e piange, è curioso, ha paura del buio». Risposte che esprimono ansia, paura, paure irrazionali comuni ai bambini. Punteggio: +1 ( Se + GIA’ 2 RISPOSTE DI ANSIA LA TERZA= -1; alla V e VI risposta = -2) 7. Ansia incontrollabile/angoscia (paura di catastrofi, paura irrazionale, preoccupazione inversa, risposte bizzarre). «Pensa che la mamma ha paura, paura di venire rapito, ucciso, dei ladri, che qualcosa di brutto accada ai genitori»: Punteggio: 2 8. Confusione. «se è così, se è colà..» «Si sente sola e non prova niente; sta bene ed è arrabbiata» Risposte che considerano tutte le emozioni alternative, esprimono una incapacità di anticipare una reazione chiara alla separazione: Punteggio: -
2’ STEP: Si considera ancora la risposta alla terza domanda COSA FA? codificata anche a parte con riferimento alle modalità di coping alla separazione del bambino. Diverse categorie:
La codifica delle risposte alla riunione con i genitori ha un valore clinico e descrittivo, serve solo per facilitare l’assegnazione alle categorie di attaccamento A B C. Individuazione stile di attaccamento:
Risposte tipiche dei bambini con diversi MOI dell’attaccamento
Adult Attachment Interview
Nell’ambito della teoria dell’attaccamento è possibile individuare un momento di profonda innovazione quando a partire dagli anni ‘80 si è cominciato a indagare i modelli operativi interni dell’attaccamento, individuati da Bowlby (1969),prendendo in considerazione soggetti adulti. In quegli anni, il focus della ricerca si è spostato dallo studio dei comportamenti di attaccamento dei bambini, all’analisi delle rappresentazioni relative alle prime esperienze infantili di attaccamento da parte dell’adulto. Per valutare i modelli operativi interni di attaccamento dei genitori, Mary Main ha messo a punto negli anni ’80 la Adult Attachment Interview , un’intervista che permette di indagare in soggetti adulti «gli stati della mente circa l’attaccamento». In particolare, attraverso la AAI è diventato possibile studiare la relazione tra modelli operativi interni dei genitori (MOI) – valutati durante la gravidanza e subito dopo la nascita del
figlio - e il tipo di attaccamento di quest’ultimo misurato tra i 12 e i 18 mesi grazie alla Strange Situation (Ainsworth et al., 1978). Varie ricerche hanno infatti così potuto dimostrare l’esistenza di una relazione significativa tra i Moi dei genitori e dei figli, formulando l’ipotesi della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento.
Presentazione dell’intervista: Le farò alcune domande sulla sua storia, in particolare sulla sua infanzia nel tentativo di comprendere e aiutarla a comprendere in che modo le cose accadute durante la sua infanzia possono aver influenzato le sue relazioni successive e, in particolare, la relazione con suo figlio. Le chiederò principalmente di raccontarmi della sua infanzia anche se alcune domande si riferiranno anche agli anni successivi.
Aree indagate: Domande relative alle concrete esperienze vissute dal soggetto nell’infanzia rispetto alle principali figure di attaccamento, Domande relative alle proprie esperienze infantili di disagio e la modalità con cui i propri genitori gestivano la situazione, Domande relative alle prime separazioni, Domanda relativa a un sentirsi rifiutato, Domanda per eventuali ricordi di maltrattamento, Domande relative all’importanza delle esperienze infantili sullo sviluppo della propria personalità adulta , Presenza di altre persone significative , Domande relativi a eventuali episodi di lutti in famiglia, Domande relative all’evoluzione del rapporto con i genitori, Domande relative alla relazione col figlio reale o immaginato.
Sulla base dell’analisi delle diverse scale, il sistema di codifica prevede che ogni soggetto intervistato venga assegnato a una delle 5 categorie previste:
bambino come una persona separata e quindi tende ad imporre i i suoi ritmi, senza tenere conto delle esigenze del figlio. La madre cooperativa , al polo opposto, decide insieme al piccolo, rispetta la sua autonomia, i suoi desideri e le sue intenzioni, propone un gioco ma se questo non interessa cambia attività e cerca di evitare che attività piacevoli per il bambino si interrompano.
Il costrutto di sensibilità materna
Secondo l’autrice,l’accudimento materno dà un chiaro contributo alla sicurezza dell’attaccamento. In particolare, a determinare l’insorgere di un attaccamento sicuro o insicuro, è la sensibilità materna , cioè la capacità della madre di percepire e interpretare accuratamente i segnali e le comunicazioni implicite contenute nel comportamento del bambino e, grazie a tale comprensione, di rispondere in modo appropriato e tempestivo. I caregiver molto sensibili sono in grado di percepire anche i minimi segnali del bambino e di attribuire loro il significato giusto, mentre che viver meno competenti colgono solo le manifestazioni più grossolane oppure non sono capaci di capire i bisogni del piccolo.
La Ainsworth ha messo a punto la “SENSITIVITY vs INSENSITIVY SCALE”, il primo sistema di valutazione della sensibilità materna, che comprende 4 scale unidimensionali a cui è possibile attribuire un punteggio da 0 (massima inadeguatezza) a 9 (massima adeguatezza) su una scala a 5 punti (valori di 9, 7,5, 3, 1):
ai segnali e alle comunicazioni del bambino, oppure, può mal percepire i segnali o interpretarli non accuratamente a causa dei suoi desideri o difese. Può essere perfettamente consapevole di ciò che il bambino sta comunicando ma non avere alcuna intenzione di rispondervi perché non ne ha voglia, perché ciò è fastidioso, o perché non vuole viziare. Può ritardare nel fornire la risposta appropriata fino al punto che questa non risulta più appropriata per l’umore del bambino. Oppure ancora può rispondere in modo abbastanza appropriato alle comunicazioni del bambino ma interrompe le transizioni prima ancora che il bambino sia soddisfatto.
Un’altra caratteristica materna fondamentale è la responsività ovvero la prontezza nell’intervenire in risposta ai segnali del bambino. Un adulto responsivo fornisce risposte contingenti alle richieste del piccolo; non è eccessivo nella stimolazione né poco sollecito nell’attivazione. Un altro elemento fondamentale è la costanza , ovvero la stabilità nell’essere presente nel momento in cui viene richiesto dal bambino. Ciò consente al piccolo di sviluppare quella prevedibilità nel poter far conto su un adulto che dia risposte corrette e immediate, che è alla base dell’emergere di un attaccamento sicuro. L’attaccamento evitante è generalmente predetto da uno stile interazionale con il bambino rifiutante, distante, intrusivo, eccessivamente stimolante e controllante o rifiutante. L’attaccamento del bambino ambivalente sembra in relazione con una generale responsività intermittente, incostante e imprevedibile. L’attaccamento del bambino disorganizzato sembra in relazione a una condotta del caregiver spaventante/spaventata/dissociata che induce paura nel bambino o anche ad una condotta di estremo ritiro da parte del caregiver.
Il costrutto di disponibilità emotiva
La Ainsworth nella definizione della sensibilità materna hanno focalizzato sostanzialmente l’attenzione sulla capacità individuale dell’adulto di rispondere in maniera appropriata ai bisogni del bambino. La Biringen nel sviluppare il concetto di disponibilità emotiva attribuisce particolare rilevanza sia al contributo della madre sia a quello del bambino. La natura diadica del concetto rispecchia chiaramente la natura bidirezionale della relazione madre- bambino ed il ruolo attivo del bambino nella sua regolazione. Infatti, non è solo la madre a poter essere più o meno emotivamente disponibile nei confronti del bambino ma anche il bambino a mostrare, una personale tendenza ad essere più o meno emotivamente responsivo e coinvolgente nei confronti della madre. La natura diadica del concetto implica anche che per comprendere il grado di disponibilità emotiva della madre sia indispensabile mettere in relazione il suo comportamento con quello antecedente o conseguente del bambino. Pertanto la sensibilità della madre è veramente tale solo in rapporto all’effettivo stato del bambino. Un ulteriore elemento centrale del concetto di disponibilità emotiva è la considerazione delle emozioni come “barometri” della qualità della relazione.
Il costrutto di disponibilità emotiva si colloca in una posizione vicina e per certi versi sovrapposta alla concettualizzazione di sensibilità materna della Ainsworth, presentando tuttavia importanti elementi di differenziazione:
I principali elementi che costituiscono la disponibilità emotiva materna sono: la sensibilità con cui coglie e risponde ai segnali del bambino, la capacità di strutturare l’ambiente in modo da renderlo fruibile al bambino, l’assenza di intrusività ed ostilità, e il contributo del bambino , ossia la sua capacità di rispondere con un affetto adeguato alle proposte della madre e di coinvolgerla nelle proprie attività.
Scale della disponibilità emotiva : Scale osservative che misurano la qualità degli scambi emozionali genitore-figlio. Utilizzabili con bambini di età compresa tra i 4 mesi e 8 anni. Importanza della “qualità dello scambio emotivo”. Misurano aspetti della relazione e non tratti di personalità. Si svolgono in diversi contesti osservativi: casa,