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Psicologia tipico e atipico, Dispense di Psicologia dello Sviluppo Tipico e Atipico

Materiale per il sostenimento dell'esame di psicologia dello sviluppo tipico e atipico, della prof.ssa Elena Camisasca. Contiene: slide e audio di tutte le lezioni, integrazione dei volumi obbligatori. Utilizzato per la preparazione dell'esame orale.

Tipologia: Dispense

2022/2023

In vendita dal 06/09/2023

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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO TIPICO E ATIPICO
Il percorso di crescita di ogni essere umano è delineato dall’intreccio di fattori molteplici, che concorrono a delineare
un percorso di sviluppo sano o, all’opposto, atipico, contraddistinto da forme di disagio che possono insorgere dalla
nascita fino alla adolescenza.
La Psicopatologia dello Sviluppo
A partire dagli anni ’90 si è assistito ad una progressiva affermazione di una nuova disciplina, la Psicopatologia dello
sviluppo. Essa sottolinea l’importanza della stretta interdipendenza tra comportamento normale e forme di disagio
psicologico, tanto che la comprensione dell’uno non può prescindere dallo studio dell’altro nel medesimo contesto.
Le domande fondamentali che essa si pone sono:
1. E’ possibile individuare una matrice comune tra lo sviluppo normale e patologico?
2. E’ possibile che emergano esiti disadattivi all’interno di un percorso di sviluppo normale e, in caso
affermativo, quali caratteristiche patologiche assumono?
3. Può verificarsi anche un processo inverso, ovvero l’emergere di esiti adattivi anche se si è stati esposti a
fattori di rischio grave per lo sviluppo?
Il tentativo di fornire una risposta a questi interrogativi ha indotto ad analizzare quei fattori, sia individuali sia
ambientali, che possono favorire o al contrario compromettere uno sviluppo sano:
I fattori individuali: includono quelli genetici, temperamentali, prenatali, perinatali e la struttura di
personalità.
I fattori ambientali: includono la famiglia, la scuola, i rapporti amicali, il contesto sociale e culturale più
ampio.
1. L’emergere di un disagio viene ricondotto all’interazione tra fattori individuali e ambientali. Il loro intreccio
influenza le capacità dell’individuo di far fronte ad eventuali difficoltà, le quali hanno un impatto diverso a
seconda della fase specifica del ciclo di vita, ovvero in funzione dei livelli di maturazione oppure della qualità
delle esperienze.
Normalità e Patologia
De Ajuraguerra e Marcelli (1982) sottolineano come non sia possibile tracciare una linea netta di demarcazione tra
normalità e patologia in età infantile. Ciò si deve alla forte dinamicità che caratterizza la struttura psichica degli
individui nel corso dei primi anni di vita. Il processo maturativo infatti si connota per la presenza simultanea di
movimenti progressivi e regressivi che permettono di accedere ad una nuova struttura di funzionamento psichico e
per una notevole sensibilità alle influenze dell’ambiente esterno. Un comportamento manifesto sia esso mentale
(fobie, pensieri ossessivi) o agito (condotte aggressive), può rappresentare un potenziale patogeno o un sintomo
transitorio che accompagna una fase della crescita. Ad esempio, nella prima e seconda infanzia è frequente
l’insorgenza di alcune paure (es. del buio, degli estranei) che sono momentanee e tendono a risolversi in modo
spontaneo. Dall’altra parte, vi sono bambini che crescono senza aver mai presentato sintomi, almeno in apparenza, e
altri ancora per i quali la mancanza di qualunque forma di disagio, propria dell’infanzia, rappresenta una sorta di
conformismo eccessivo, una sottomissione alle pressioni e alle esigenze dell’ambiente. Questi bambini vengono
descritti come gentili, saggi, docili e privi di difficoltà. In realtà, all’adattamento apparente si associa una incapacità a
costruire una organizzazione psichica interna coerente ed elaborare gli inevitabili conflitti di sviluppo. E’ al momento
dell’adolescenza che le difficoltà si palesano attraverso forme sintomatiche importanti, come ad esempio gravi
forme depressive.
Come è possibile, allora, definire il concetto di normalità e inevitabilmente anche il suo opposto, la patologia?
Possiamo individuare 4 punti di vista sulla normalità:
1. Normalità come assenza di sintomi, ovvero salute opposta a malattia è molto statica e tende a ridurre la
salute (normalità) a assenza di sintomi e la malattia ai suoi sintomi. In realtà, abbiamo visto come vi possano
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PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO TIPICO E ATIPICO

Il percorso di crescita di ogni essere umano è delineato dall’intreccio di fattori molteplici, che concorrono a delineare

un percorso di sviluppo sano o, all’opposto, atipico, contraddistinto da forme di disagio che possono insorgere dalla

nascita fino alla adolescenza.

La Psicopatologia dello Sviluppo

A partire dagli anni ’90 si è assistito ad una progressiva affermazione di una nuova disciplina, la Psicopatologia dello sviluppo. Essa sottolinea l’importanza della stretta interdipendenza tra comportamento normale e forme di disagio psicologico, tanto che la comprensione dell’uno non può prescindere dallo studio dell’altro nel medesimo contesto. Le domande fondamentali che essa si pone sono:

  1. E’ possibile individuare una matrice comune tra lo sviluppo normale e patologico?
  2. E’ possibile che emergano esiti disadattivi all’interno di un percorso di sviluppo normale e, in caso affermativo, quali caratteristiche patologiche assumono?
  3. Può verificarsi anche un processo inverso, ovvero l’emergere di esiti adattivi anche se si è stati esposti a fattori di rischio grave per lo sviluppo?

Il tentativo di fornire una risposta a questi interrogativi ha indotto ad analizzare quei fattori, sia individuali sia ambientali, che possono favorire o al contrario compromettere uno sviluppo sano:

 I fattori individuali : includono quelli genetici, temperamentali, prenatali, perinatali e la struttura di personalità.  I fattori ambientali: includono la famiglia, la scuola, i rapporti amicali, il contesto sociale e culturale più ampio.

  1. L’emergere di un disagio viene ricondotto all’interazione tra fattori individuali e ambientali. Il loro intreccio influenza le capacità dell’individuo di far fronte ad eventuali difficoltà, le quali hanno un impatto diverso a seconda della fase specifica del ciclo di vita, ovvero in funzione dei livelli di maturazione oppure della qualità delle esperienze.

Normalità e Patologia

De Ajuraguerra e Marcelli (1982) sottolineano come non sia possibile tracciare una linea netta di demarcazione tra normalità e patologia in età infantile. Ciò si deve alla forte dinamicità che caratterizza la struttura psichica degli individui nel corso dei primi anni di vita. Il processo maturativo infatti si connota per la presenza simultanea di movimenti progressivi e regressivi che permettono di accedere ad una nuova struttura di funzionamento psichico e per una notevole sensibilità alle influenze dell’ambiente esterno. Un comportamento manifesto sia esso mentale (fobie, pensieri ossessivi) o agito (condotte aggressive), può rappresentare un potenziale patogeno o un sintomo transitorio che accompagna una fase della crescita. Ad esempio, nella prima e seconda infanzia è frequente l’insorgenza di alcune paure (es. del buio, degli estranei) che sono momentanee e tendono a risolversi in modo spontaneo. Dall’altra parte, vi sono bambini che crescono senza aver mai presentato sintomi, almeno in apparenza, e altri ancora per i quali la mancanza di qualunque forma di disagio, propria dell’infanzia, rappresenta una sorta di conformismo eccessivo, una sottomissione alle pressioni e alle esigenze dell’ambiente. Questi bambini vengono descritti come gentili, saggi, docili e privi di difficoltà. In realtà, all’adattamento apparente si associa una incapacità a costruire una organizzazione psichica interna coerente ed elaborare gli inevitabili conflitti di sviluppo. E’ al momento dell’adolescenza che le difficoltà si palesano attraverso forme sintomatiche importanti, come ad esempio gravi forme depressive.

Come è possibile, allora, definire il concetto di normalità e inevitabilmente anche il suo opposto, la patologia? Possiamo individuare 4 punti di vista sulla normalità:

  1. Normalità come assenza di sintomi, ovvero salute opposta a malattia  è molto statica e tende a ridurre la salute (normalità) a assenza di sintomi e la malattia ai suoi sintomi. In realtà, abbiamo visto come vi possano

essere nel corso dell’infanzia crisi e difficoltà che segnano il passaggio ad una nuova fase della crescita, così come all’opposto l’assenza di sintomi può rappresentare solo un apparente stato di normalità e salute. Dobbiamo inoltre considerare la potenzialità di recuperare la salute e, quindi, la normalità come un processo

2. Normalità come media statistica  tutto ciò che devia dalla media diviene anormale, indicativo di malattia. E’ patologico ciò che non si riscontra nella maggioranza delle persone. Fa riferimento alla curva gaussiana (dal nome del matematico Carl Friedrich Gauss, si tratta della curva a forma tipica di “campana”, dove la media è rappresentata dalla parte più ampia al centro). In questo caso si dovrebbero considerare patologici gli individui molto alti o molto bassi (che stanno agli estremi della curva) (es. chi appartiene a partiti politici a cui poche persone aderiscono). Inoltre la normalità intesa come “la maggioranza delle persone fa così” è influenzata ampiamente dalla cultura. 3. Normalità come ideale da realizzare o a cui tendere  è sottilmente diffusa nella nostra cultura, specie in quella psicologica (dove spesso agiamo perché pensiamo che le cose “debbano andare così”, facendo riferimento a un ideale di sviluppo, piuttosto che sulla base della persona che abbiamo di fronte). Tutto ciò che non corrisponde a canoni prestabiliti influenzati dalla cultura viene considerato anormale. (es. che la mamma debba salutare il bambino gioiosamente, altrimenti viene etichettata come una mamma “non sufficientemente buona” o “depressa”). 4. Normalità come processo dinamico, capacità di tornare a un certo equilibrio  Si tratta della definizione migliore, che intende la normalità come un processo adattivo , caratterizzato dalla capacità di tornare ad una situazione di equilibrio persa in precedenza. In questo senso, la normalità corrisponde ad una sorta di plasticità , intesa come possibilità di adattarsi agli eventi e ai cambiamenti dell’ambiente e propri della crescita. E’ meno statica delle precedenti definizioni. Spesso i pazienti (piccoli e grandi) chiedono: “mi faccia tornare come ero prima”. Non si tratta però di farli tornare al punto precedente, la vita è un continuo processo, in ogni momento che passa noi siamo diversi dal momento precedente: è impossibile tornare al prima. Inoltre, perché il prima era migliore? Se poi si sono sviluppate delle difficoltà, forse non lo era più il modo migliore di stare al mondo per quella persona. E, ancora, non c’è un punto “vero” di normalità ed equilibrio a cui dobbiamo riferirci, per cui non ci sono scollamenti o avvicinamenti a questo punto (si veda anche la critica alla definizione. Inoltre, cosa significa adattamento? E’ davvero tornare a un equilibrio perso?

Normalità e patologia non devono essere considerati due concetti separati, ma interdipendenti, se non ci fosse uno non ci sarebbe l’altro. Un bambino può essere “patologicamente normale” o “normalmente patologico”.

Un altro termine nell’ambito dello sviluppo psicologico è “immaturità”, che si riferisce a comportamenti che si situano tra la normalità e la patologia (dove la normalità è intesa in senso statistico o ideale). Ad esempio, bambini con impaccio motorio vengono definiti con un’immaturità psicomotoria, oppure bambini che hanno difficoltà a tollerare le frustrazioni possono essere etichettati con il termine “immaturità affettiva”.

Fattori che influenzano lo sviluppo normale e patologico

Fattori biologici

I fattori biologici esercitano una influenza molto importante nel determinare un percorso di sviluppo patologico. Rientrano in due ampie categorie eziologiche: progenetica e metagenetica.

Quella Progenetica include i fattori intervenienti prima della fecondazione. Rientrano:

 le alterazioni del patrimonio ereditario , rappresentato da geni e cromosomi. Es. corea di Huntington.  le aberrazioni cromosomiche , che possono essere di tipo strutturale (alterazioni, ovvero rotture nella struttura dei cromosomi), oppure numerico (presenza di un numero abnorme di cromosomi, che possono causare patologie quali la sindrome di Down o trisomia 21, la sindrome di Edwards o trisomia 18)

Quella Metagenetica ,concerne i fattori che si verificano dopo la fecondazione: durante la gestazione, al momento del parto oppure nei primi anni di vita. In funzione del periodo in cui essi agiscono, si suddividono in:

Fattori prenatali : possono intervenire nella fase embrionale (dal concepimento fino all'ottava settimana di gestazione) oppure durante la fase fetale (dal terzo mese fino alla nascita). In fase embrionale gli agenti patogeni colpiscono principalmente i tessuti e gli organi,causando malformazioni poichè intervengono nel momento di massimo accrescimento e differenziazione. Durante la fase fetale gli agenti patogeni possono

“natura emotiva dell’individuo e include la sua suscettibilità alle stimolazioni emotive, alla sua abituale resistenza e velocità di risposta, alla qualità del suo umore prevalente, nonché alle peculiarità alle fluttuazioni e all’intensità dell’umore; questo fenomeno è costituzionale e pertanto ampiamente ereditato”.

*Il temperamento secondo Thomas e Chess

Tra gli autori che hanno studiato maggiormente il temperamento vi sono Thomas e Chess , i quali sostengono che ogni individuo alla nascita possiede specifiche caratteristiche temperamenti, le quali definiscono lo stile comportamentale specifico con cui egli risponde agli stimoli del proprio ambiente. Esiste quindi un interscambio reciproco tra temperamento e ambiente: da un lato l'ambiente esercita un'influenza sul temperamento del bambino, dall'altro, il temperamento del bambino influenza le valutazioni, gli atteggiamenti e il comportamento di coloro che interagiscono con il piccolo. Essi,nel delineare le differenze temperamentali pongono l'enfasi soprattutto su " come " il comportamento viene espresso, piuttosto che sul "cosa", ovvero sul tipo di azione. Gli autori, peraltro, individuano tre costellazioni di temperamento che permettono di classificare i bambini come facili, difficili o lenti. I bambini facili presentano ritmi regolari per ciò che concerne le funzioni biologiche, mostrano reazioni positive nei confronti di stimoli nuovi, per lo più si adattano ai cambiamenti e per la maggior parte del tempo sono di umore positivo moderatamente intenso. I bambini lenti, invece, hanno una certa irregolarità nelle funzioni biologiche, si adattano meno rapidamente ai cambiamenti, mostrano una combinazione di reazioni positive e negative. I bambini difficili , infine, hanno ritmi biologici irregolari, per lo più non si adattano ai cambiamenti, hanno reazioni negative e/o , verso le situazioni nuove e la loro espressione emotiva nella maggior parte dei casi è intensa e negativa. Un ruolo fondamentale è, tuttavia, svolto dall'ambiente sociale , con particolare riferimento alle figure genitoriali , le quali rispondono ai piccoli in modo differenziato in funzione del loro temperamento. Da questo punto di vista è importante la compatibilità nelle caratteristiche temperamentali tra bambino e genitori, e/o la capacità della madre e del padre di rispondere in maniera contingente ai comportamenti che esprimono il temperamento del piccolo in modo da assecondarne le caratteristiche di base. La relazione caregiver - figlio sembra migliore questi casi, così da consentire uno sviluppo più adeguato nei piccoli.

Gli autori hanno individuato nove dimensioni per descrivere le caratteristiche temperamentali, ciascuna associata ad una valutazione alta o bassa.

  1. Livello di attività : si riferisce all'attività motoria valutata secondo il rapporto tra periodi attivi e inattivi. Ad esempio nella prima infanzia bambini, valutati con attività alta, quando fanno il bagnetto scalciano e schizzano, mentre bambini con attività bassa quando dormono si rigirano non di frequente nel lettino. In età scolare bambini con attività alta quando tornano da scuola vanno subito a giocare a pallone, mentre quelli con attività bassa si mettono tranquillamente a fare un puzzle.
  2. Ritmicità (regolarità): riguarda la prevedibilità o imprevedibilità degli orari delle funzioni biologiche, come fame, sonno, defecazione. Ad esempio nella prima infanzia è indicativo di regolarità il fatto che i movimenti intestinali arrivano sempre dopo la prima colazione, mentre è indicativo di irregolarità il fatto che è difficile abituarlo al vasino poiché fa i bisogni a qualunque ora. In età scolare è indicativo di regolarità il fatto che il bambino si sveglia sempre alla stessa ora per andare a scuola. È indicativo di irregolarità il fatto che i pasti principali o l'andare a letto non avvengono mai alla stessa ora.
  3. Approccio o evitamento : riguarda la risposta iniziale ad una nuova situazione o stimolo, come un nuovo gioco, cibo, persona, luogo. Le risposte di approccio sono positive e si manifestano con l'espressione di stati d'animo segnalati con sorriso, linguaggio, mimica, oppure con l'attività motoria come inghiottire il cibo nuovo, allungare la mani verso il giocattolo. Le reazioni di evitamento, al contrario, sono negative e si manifestano attraverso l'espressione di stati d'animo caratterizzati per lo più da pianto, oppure da attività motorie come allontanarsi, sputare il cibo, spingere via il giocattolo nuovo. Comportamenti di approccio si osservano quando durante il primo giorno di asilo il bambino si mette subito a giocare con i coetanei, mentre è indicativo di ritiro il mettersi in disparte e attendere alcuni giorni prima di iniziare a partecipare alle attività di gruppo.
  4. Adattabilità: questa caratteristica non si riferisce alla risposta iniziale, ma alla facilità o difficoltà nel modificare la risposta nel tempo. Un esempio di adattabilità alta si osserva quando viene dato un cibo nuovo: il bambino all'inizio può sputarlo, ma poi lo mangia. Al contrario, un esempio di adattabilità bassa si riscontra quando il bambino, ogni volta che indossa la tutina nuova si divincola finché non si esce da casa.
  5. Soglia sensoriale : concerne la stimolazione necessaria per evocare una risposta riconoscibile, indipendentemente dal tipo di risposta. Ad esempio nella prima infanzia si rileva una soglia bassa se ogni

volta che si chiude la porta, anche piano, il bambino sobbalza. Si rileva una soglia alta se il bambino non prova dolore e non lo esprime anche quando si dovrebbe far male.

  1. Qualità dell'umore : concerne la proporzione tra comportamenti ed espressioni di stati d'animo piacevoli, allegri e/o amichevoli, rispetto a quelli spiacevoli di pianto e ostilità. Ad esempio nella prima infanzia sono indicativi di umore positivo le risposte di sorriso e i vocalizzi quando al bambino vengono presentati un cibo o un gioco. È indicativo di prevalenza di umore negativo se il bambino piange la maggior parte delle volte che la sera viene messo a letto.
  2. Intensità delle reazioni : riguarda il livello di energia delle risposte positive o negative. Ad esempio nella prima infanzia l'intensità è bassa quando a fronte di uno stimolo che dà noia il bambino piagnucola, ma non strilla mai, mentre l'intensità è alta quando, di fronte ad uno stimolo che piace, il bambino fa vocalizzi e scoppia a ridere forte. In età prescolare l'intensità è bassa quando, pur avendo ricevuto un giocattolo nuovo che piace il bambino sorride appena, mentre è alta se, ad esempio, non riuscendo a fare un puzzle il bambino strilla e fa volare i pezzi
  3. Distraibilità : questa dimensione si riferisce all'efficacia di uno stimolo esterno nell'ostacolare o deviare un comportamento in corso. Nella prima infanzia si può rilevare una distraibilità bassa quando il bambino, nel momento in cui ha fame e deve attendere, non si riesce ad interessarlo ad un gioco e continua a piangere finché non riceve il cibo. La distraibilità alta si osserva nei bambini, i quali mentre prendono il latte, mettono di succhiare se si avvicina una persona nuova
  4. Perseveranza e durata dell'attenzione : la perseveranza concerne la capacità di continuare un'attività nonostante ostacoli e problemi, mentre la durata dell'attenzione si riferisce al periodo di tempo consecutivo dedicato ad una particolare attività senza interruzioni. Queste due dimensioni per lo più sono correlate. In età prescolare si ha una perseveranza bassa se, ad esempio, quando viene richiesto di fare un disegno, dopo il primo tentativo il bambino perde interesse e smette. La durata dell'attenzione è bassa se dopo aver ricevuto un gioco nuovo il bambino lo utilizza solo un po', concentrandosi per pochi minuti. La perseveranza è alta, invece, se, ad esempio, un bambino si sforza pur di riuscire quando svolge un esercizio in cui trova difficoltà. La durata dell'attenzione è alta quando un bambino può continuare a svolgere uno stesso compito per un tempo lungo come un'ora.

La dialettica natura - cultura nei percorsi di sviluppo

La precedente dicotomia natura-cultura , che ha visto contrapporre schiere di psicologi nel tentativo di ricondurre lo sviluppo sano o l'emergere di una qualche forma di disagio al polo dei fattori biologici, o a quello dei fattori ambientali, è stata superata dal riconoscimento della stretta interdipendenza tra i due ordini di fattori. Il focus si è spostato sul capire come i due fattori interagiscono nel contribuire a determinare i cambiamenti nel ciclo di vita. Si cerca di comprendere, ad esempio, fino a che punto la variabilità comportamentale sia da ricondursi alle differenze ereditarie o all'esposizione alle molteplici esperienze ambientali. Alcuni studi hanno indagato come una certa predisposizione genetica dia luogo a specifiche risposte alle sollecitazioni ambientali e come essa contribuisca alla scelta di un determinato contesto relazionale. Ad esempio, se poniamo a confronto bambini dal temperamento esuberante con coetanei dal temperamento più tranquillo e riflessivo, è evidente come i primi tenderanno a ricercare compagni di gioco altrettanto vivaci e si impegneranno in attività di movimento e azione, lì dove i secondi preferiranno un ambiente meno stimolante con giochi più lenti. Altre ricerche si sono occupate di individuare quali caratteristiche dell'ambiente influenzano l'espressione di geni specifici e soprattutto con quali modalità esse agiscano. E’ stata svolta un’indagine riguardo il rischio genetico inerente la manifestazione di alcuni problemi comportamentali. La ricerca ha coinvolto un campione di bambini afro-americani di 11 anni, i quali presentavano una variazione su un gene specifico che determinava una produzione ridotta del neurotrasmettitore cerebrale serotonina con una conseguente maggiore tendenza a mettere in atto comportamenti a rischio, quali uso di droghe, assunzione di alcol, atteggiamenti sessualizzati, atti ad aumentare il rilascio di questo ormone e/o a stimolare l'attività dei suoi recettori. L'emergere di tali comportamenti devianti poteva essere contrastato attraverso un intervento sui genitori, i quali sono stati coinvolti in un programma mirato a migliorare la comunicazione con i figli, la capacità di gestire la relazione con loro, nonché le abilità nel fornire un adeguato sostegno emotivo. I ricercatori hanno riscontrato che nel corso dei successivi due anni i bambini a rischio avevano ridotto i comportamenti devianti fino alla loro scomparsa, tanto che non vi erano differenze rispetto ai coetanei che non avevano il medesimo patrimonio genetico. L'intervento sul contesto familiare, pertanto, aveva avuto il proprio effetto sull'espressione genetica. In accordo con gli studi più recenti di epigenetica i fattori ambientali possono inibire oppure favorire l'espressione di geni specifici.

Per quanto riguarda i fattori demografici la povertà cronica costituisce una delle più gravi condizioni di rischio. Le condizioni economiche precarie impediscono l’accesso a una serie di opportunità materiali ed esperienziali importanti per una sana crescita del bambino.

Un altro importante fattore di rischio è la violenza familiare, che rappresenta un vero e proprio evento traumatico. Nel corso dell’infanzia può determinare l'emergere di sintomi dissociativi che possono essere rappresentati da forme di ritiro o evitamento allo scopo di gestire le situazioni di pericolo potenziale che vengono vissute in famiglia.

Infine per quanto riguarda i fattori di rischio che riguardano il bambino, gli studi mettono in luce come ad esempio il temperamento difficile aumenti il rischio di comparsa successiva di disturbi di internalizzazione o sintomi psichiatrici in adolescenza.

Gli effetti devastanti dei fattori di rischio possono essere del tutto o in parte contrastati dalla presenza di fattori protettivi.

I fattori protettivi, o di riduzione del rischio, includono quell’insieme di risorse o potenzialità dell’individuo che consentono di neutralizzare l’impatto dei fattori di rischio. Le risorse infatti sono gli aspetti concreti e materiali di cui possono disporre gli individui: sono le caratteristiche obiettive dell’ambiente sociale e territoriale, le caratteristiche abitative/economiche della famiglia, la rete di connessioni parentali e amicali, le risorse interne, competenze cognitive e la salute psico-fisica di genitori e bambino. Sono fattori con una valenza positiva e contribuiscono a attenuare, o in alcuni casi annullare, gli effetti negativi dei fattori di rischio. In condizioni abituali essi sono neutri, ma entrano in azione assumendo un valore protettivo quanto incontrano situazioni di rischio, neutralizzando il loro impatto. Anche tra questi è possibile distinguere tra:

 Fattori individuali concernenti i genitori: rielaborazione del rifiuto/violenza subita nell’infanzia, capacità empatiche, capacità di assunzione delle responsabilità, desiderio di migliorarsi, autonomia personale, buon livello di autostima.  Fattori familiari e sociali: relazioni attuali soddisfacenti con almeno un componente della famiglia d’origine, reti di supporto parentali o amicali, capacità di gestire i conflitti.  Fattori relativi alle caratteristiche del bambino: temperamento facile, assenza di patologie fisiche/pshiche.

Tra i fattori protettivi, un ruolo rilevante è svolto dalla rete di relazioni all’interno della quale il bambino è inserito. Quando un piccolo vive in un ambiente familiare in cui è molto trascurato oppure è testimone di violenza, uno dei fattori protettivi più importanti è la presenza di almeno un adulto al quale potersi rivolgere per ricevere cure affetto e protezione.

Se vi è una presenza di fattori di rischio distali a cui si associano fattori di rischio prossimali, molto probabilmente si avrà un deficit nelle competenze parentali. Se invece vi sono dei fattori di rischio distali a cui si associano dei fattori protettivi prossimali, vi sarà una compensazione dei deficit. Se nelle famiglie vi è una prevalenza di fattori protettivi, seppur in condizioni di rischio distale, l’aiuto e il sostegno al bambino e alla famiglia potrebbe essere l’intervento più appropriato. Se invece una compresenza di fattori di rischio e di fattori protettivi, dobbiamo pensare ad una protezione del bambino, potenziamento delle risorse familiari, monitoraggio del bambino e della famiglia. Quando invece vi è l’assenza di fattori protettivi si deve pensare ad una protezione del bambino, a delle prescrizione della famiglia e una valutazione delle risorse della famiglia.

L’evidenza che la semplice enumerazione dei fattori negativi non sia sufficiente a spiegare il maladattamento è dimostrata dal fallimento delle concezioni classiche del rischio ; quelle basate sulla causalità diretta, che individuava in un fattore prevalente (es. malattia mentale del genitore) la sola causa del fallimento nel prestare le cure ai figli o della presenza di disturbi psicologici nel bambino, e quella basate sulle causalità multifattoriale, che prevedono la convergenza di diversi elementi eziologici. Ciò che ha portato i ricercatori a individuare un profilo di rischio, desumibile dalla presenza di indicatori derivanti da diversi domini di tipo biologico e psicosociale. Tuttavia, anche questa concezione appare agli studiosi insoddisfacente. Infatti, non è riuscita a spiegare le ragioni per cui molte persone che sperimentano o hanno sperimentato svariati eventi negativi e il cui profilo di rischio è alto presentino la capacità di mantenere un discreto adattamento, di adottare strategie di coping efficaci e conservino aree di competenza.

La resilienza

Ciò, si deve al fatto che i fatti i fattori protettivi riescono a sostenere un processo di crescita adeguato, anche di fronte al verificarsi di eventi avversi, grazie alla loro capacità nel fare leva su alcune caratteristiche personali, cioè sulla resilienza individuale. L’introduzione del concetto di resilienza modifica radicalmente le classiche concezioni sul rischio (quella diretta e multifattoriale) e porta a concludere che qualsiasi agente causale preso singolarmente o in associazione con altri NON produce spiegazioni soddisfacenti sulla dinamica che si innesca tra eventi critici e reazioni degli individui.

Il termine resilienza si riferisce alla capacità di resistere e affrontare le avversità, di superarle, e a volte persino di uscirne rafforzati. Si tratta di un attributo personale legato alla capacità di adattamento a nuove condizioni ambientali, di flessibilità e resistenza allo stress, all’ansia e alle avversità. Le capacità di adattamento ,tuttavia, variano in un medesimo individuo, in funzione del tipo di evento avverso, della fase di vita in cui ci si trova, e del contesto relazionale in cui si è inseriti. Non si tratta della semplice capacità di sopravvivere, ma di utilizzo delle esperienze, anche negative, per riflettere, riparare e ricominciare a costruire e a realizzare progetti grazie alla forza e alle energie interiori. La resilienza scaturisce da un insieme di caratteristiche psicologiche (buon livello di autostima, disposizione a perseguire i propri obiettivi a lungo termine) e propensioni temperamentali (sufficiente indipendenza, iniziativa ed efficacia personale, una spinta a voler capire ed affrontare i problemi).

La resilienza è determinata da una combinazione di fattori di ordine biologico ( il temperamento o le condizioni in cui si è svolta la gravidanza) e di fattori di ordine ambientale (le esperienze relazionali o le opportunità economiche). I bambini resilienti. I bambini resilienti possiedono le seguenti caratteristiche:

  • Competenza sociale : Instaurano relazioni positive con gli adulti EI coetanei in quanto hanno qualità come empatia, modalità adeguate di comunicare.
  • Abilità di problem solving: Capacità di pensiero astratto, di trovare soluzioni alternative ai problemi, pianificazione.
  • Competenze critiche : comprendere la struttura di un problema e individuare strategie efficaci per superarlo.
  • Autonomia: capacità di agire in maniera indipendente ed esercitare un controllo sul bravo ambiente.
  • Il senso dei propri obiettivi : avere scopi, aspirazioni.

Un ruolo importante nella resilienza è determinato dal concetto di sé. I bambini resilienti sembrerebbero avere un concetto di sé positivo, ovvero confidano nelle proprie capacità di riuscita. Gli eventi negativi rinforzano questi individui nel far fronte alle difficoltà e ai cambiamenti anziché renderli più vulnerabili.

Tra i fattori più importanti che contribuiscono allo strutturarsi della resilienza vi è il contesto familiare. I genitori dei bambini resilienti Risultano essere supportavi amorevoli e caldi. Infatti. La sperimentazione di emozioni positive nella relazione con il caregiver , in particolare nel corso del primo anno di vita, aumenta la capacità di resilienza. Coloro che provano per lo più emozioni positive sembrano essere più capaci di fronteggiare lo stress con una maggiore prontezza, mentre coloro che sperimentano una emozionalità prevalentemente negativa mostrano più difficoltà di adattamento.

In altri termini, una analisi basata sui soli fattori di rischio non consentirebbe di osservare o comprendere la natura della resilienza e indurrebbe una sottostima delle abilità e potenzialità degli individui. Si parla di resilienza come processo per sottolineare la dimensione dinamica di quest’ultima che è il risultato del modo in cui i fattori protettivi si amalgamano e assumono forme dotate di significato, diventando parte di un processo compensatorio che serve a promuovere l’adattamento.

I modelli più recenti del rischio sono basati sulla prospettiva “ per meccanismi e processi” , e hanno introdotto termini nuovi: risorsa, fattori protettivi e processi protettivi.

APPROCCIO PROCESS-ORIENTED : Approccio al rischio che considera una complessa articolazione di elementi che entrano in gioco nei percorsi evolutivi e nei processi sottesi alle dinamiche dell’adattamento e del maladattamento. Valorizza l’importanza dei sia di FATTORI INDIVODUALI (biologici, genetici e psicologici) che di quelli AMBIENTALI, cioè la storia o le condizioni attuali di tipo sociale , familiare, e economiche, che possono influenzare il modo in cui i singoli individui svolgono la funzione di genitori. Il funzionamento genitoriale è influenzato sia dai fattori cognitivi e emotivi che sociali e ambientali passati e attuali e impatta sull’esito dello sviluppo del bambino (di adattamento o

I modelli mentali dell’attaccamento

Bowlby ipotizza che, attraverso i primi scambi con le figure di attaccamento significative, l'individuo costruisca dei modelli operativi interni sempre più complessi sia delle figure affettive sia di se stesso. Un modello operativo interno é una struttura mentale che consiste nella rappresentazione dell’individuo di se stesso (nel contesto di una specifica relazione di attaccamento); della figura di attaccamento ; dello stato affettivo associato alla relazione.

Saranno questi modelli interni che gli faranno interpretare il mondo e che guideranno il suo comportamento in situazioni nuove. Questi modelli modelli non sono fissi, ma sono dinamici e suscettibili di cambiamento a seguito delle nuove esperienze che il bambino fa del mondo esterno. Purtroppo però finiscono col diventare e mantenersi stabili. Essi infatti influenzano la costruzione delle nuove esperienze ovvero fanno sì che un individuo cerchi attivamente, seppure a livello inconsapevole, persone, situazioni e relazioni che corrispondono alle sue aspettative affettive. Le nuove esperienze finiranno quindi, molto probabilmente, per confermare quegli stessi modelli iniziali. In altri termini, tutte le informazioni relative alle nuove relazioni vengono assimilate ai modelli mentali già esistenti.

Allora, se il bambino ha avuto delle esperienze precoci che lo hanno portato a costruirsi un modello mentale della figura di attaccamento come di una persona che in caso di necessità é pronta ad offrire aiuto e conforto, e di conseguenza é riuscito a rappresentare se stesso come persona degna di essere confortata ed amata, avrà meno bisogno di controllare continuamente la disponibilità della sua figura di attaccamento.

Bambini Evitanti (A):

I modelli operativi convogliano:

  • una rappresentazione della figura di attaccamento come non disponibile alle proprie richieste di aiuto e conforto, rifiutante, distante, ostile. («Se piango e cerco di essere consolato, non mi vuole, mi respinge, si arrabbia»).
  • In corrispondenza a questa rappresentazione della fda, la rappresentazione del sé é improntata dall'idea di possedere scarse capacità di suscitare nell'altro risposte positive e affettuose; l'immagine che si ha di sé é quella di un essere poco amabile e che deve tenersi a distanza dall'altro anche se avrebbe il desiderio di avvicinarlo.

Il modello operativo riflette le concrete esperienze che il bambino ha avuto con la fda. Inoltre, nell'attaccamento evitante si trovano prove indirette che le ordinarie regole del sistema di attaccamento sono ancora attive mentre il comportamento esplicito è guidato in altra direzione (quella appunto dell'evitamento). Il bambino evitante è impegnato in uno sforzo attivo per distogliere la propria attenzione dalla fda, come se dovesse opporsi attivamente alla innata tendenza a rivolgersi a lei; ad es. alcuni bambini rivolgono l'attenzione in maniera rigida verso un giocattolo come se usassero il giocattolo quale strumento a cui ancorare un interesse che altrimenti si rivolgerebbe spontaneamente verso la fda. Questi segni comportamentali sono confermati da analisi fisiologiche (frequenza cardiaca, resistenza cutanea) che indicano un livello di stress notevolmente superiore in questi bambini rispetto ai bambini sicuri. Il termine evitante descrive bene le caratteristiche comportamentali di questi bambini; essi tendono a non avvinarsi troppo al genitore, a rivolgergli poche richieste di aiuto, nel tentativo di gestire in autonomia la maggior parte delle situazioni. Queste modalità comportamentali rappresentano strategie funzionali al mantenimento di una relazione con caregiver non sempre disponibile a fornire protezione in caso di bisogno. Sembra quindi che il bambino evitante non abbia inibito il proprio sistema motivazionale di attaccamento, ma stia usando il proprio modello operativo interno in modo tale da garantirsi, il massimo grado di vicinanza alla fda che quest'ultima permette.E' come se nella mente del bambino evitante si svolgesse questo ragionamento: "se protesto per la separazione, o mi avvicino al momento della riunione, é probabile che sarò allontanato ancora di più, o rifiutato più dolorosamente; se con uno sforzo riesco invece a tenermi a distanza, otterrò il massimo dell'attenzione che mia madre é disposta a darmi.

Bambini Sicuri (B):

I modelli operativi sembrano funzionare in perfetto accordo con le regole originarie e innate del sistema di attaccamento. Essi infatti convogliano una rappresentazione della fda disponibile a rispondere positivamente e coerentemente alle proprie richieste di aiuto e conforto. La rappresentazione del sé , di conseguenza, é impregnata dal senso di essere fondamentalmente degno di amore, e che le proprie esigenze di conforto hanno valore e

significato. Nulla quindi nel modello operativo si frappone alla ricerca della vicinanza protettiva guidata dalle regole del sistema di attaccamento. La maggiore fiducia in se stesso lo porterà da un lato ad essere parte attiva nell'andamento delle interazioni di cui é partecipe e dall'altra ad evitare situazioni e persone che possano farlo sentire frustrato nel suo bisogno e nella sua sicurezza di essere accettato e amato.

Come nel caso dell'attaccamento evitante, anche nell'attaccamento sicuro la rappresentazione di sé si costituisce come immagine speculare dell'atteggiamento che la fda ha verso il bambino: il sé e l'altro condividono la visone fondamentale della propria identità e del proprio reciproco rapporto. Da un lato, l’atteggiamento di disponibilità della fda che si riflette nella rappresentazione condivisa di un sé amabile, e di un altro degno di fiducia e di una relazione piena di significato e valore; dall'altro atteggiamento di indisponibilità della fda e comportamento evitante del bambino che si riflettono nella rappresentazione (condivisa) di un sé non amabile, di un altro "lontano" e di una relazione faticosa, opprimente o negativa.

Bambini ansiosi ambivalenti (C):

I modelli operativi appaiono più complessi e meno facile é identificare la condivisione dei contenuti di coscienza tra bambino e fda durante le interazioni di attaccamento. Nell'esperienza memorizzata del bambino esistono episodi in cui la fda risponde positivamente alla propria ricerca di vicinanza, ed episodi in cui invece tale risposta é negativa, senza alcuna regola evidente che giustifichi il passaggio della fda dall'uno all'altro atteggiamento. E' stato ipotizzato da Attili che, dati i limiti delle capacità cognitive dei bambini di un anno circa, in tali condizioni si formino due modelli operativi distinti di sé e della fda. Dall'alternarsi dei due modelli operativi (che le capacità cognitive non permetterebbero di sintetizzare) deriverebbe lo stile di attaccamento ambivalente. Liotti ipotizza nello sviluppo successivo di un bambino la formazione di una struttura cognitiva sovraordinata che appare come una rappresentazione di sé e dell'altro e della relazione. Visto il comportamento di accudimento imprevedibile della fda e il suo essere invischiata ancora nell'elaborazione di problematiche irrisolte di comunicazione coi propri genitori, il bambino non viene visto come un centro autonomo di iniziative dotate di significato e valore (valore vissuto come positivo in B e negativo in A) ma come un oggetto passivo da controllare (per evitare che procuri al genitore emozioni sgradevoli). Un "oggetto" che si può trascurare quando non si ha il desiderio di stargli vicino. Il bambino può arrivare a cogliere questa visione di sé e dell'altro come "oggetti" da controllare, piuttosto che come centri autonomi di iniziativa e a condividerla. In particolare, penserà che il mantenimento della relazione é tutto a carico suo, e che deve fare delle cose per ottenere la vicinanza della madre. Penserà che gli esseri umani sono oggetti che si manipolano, che si controllano, che non sono dotati di centri autonomi di iniziativa, esseri che quindi vanno controllati e manipolati.

In questi tre pattern di attaccamento, i MOI riflettono uno specchio interpersonale, ovvero l'atteggiamento che le fda hanno avuto verso il bambino. Nel caso dell'attaccamento Disorganizzato (D), l'effetto specchio nella costruzione dei modelli operativi appare più complesso che negli altri pattern di attaccamento e conduce alla costruzione di immagini frammentarie e multiple di sé e della fda, come se ci si trovasse di fronte a uno specchio infranto.

L’attaccamento disorganizzato

Gli studi della Ainsworth e dei suoi colleghi (1978), attraverso l'impiego Strange Situation , avevano consentito di individuare anche una serie di comportamenti che non era possibile includere nei gruppi attaccamento sicuro, ambivalente ed evitante. Si trattava di comportamenti all'apparenza privi di una evidente strategia finalizzata al mantenimento del contatto con la figura di riferimento. Mancavano, ad esempio, i comportamenti di esplorazione e quelli di attaccamento verso la madre, mentre in alcuni casi questi ultimi potevano essere diretti verso l'estraneo. Erano prevalenti manifestazioni di cautela e paura, segni evidenti di stress e mancava quasi del tutto l'espressione di emozioni positive (quali sorrisi, vocalizzi) nei confronti della madre. Si palesavano, inoltre, comportamenti apparentemente "bizzarri" quali ad esempio rimanere immobili, raggomitolarsi a terra, azioni ripetitive, tentativi di rassicurazione coprendosi gli occhi o le orecchie. Erano presenti, infine , strategie molteplici , ovvero un'alternanza di richiesta di contatto e di rifiuto, comportamenti provocatori, ricerca di conforto all'interno di relazioni con altri adulti.

Dobbiamo a studi successivi l'aver ricondotto queste modalità comportamentali ad una ben specifica tipologia di attaccamento, che Main e Solomon (1986) hanno definito " disorganizzata-disorientata" (attaccamento D) e Crittenden (1985) "ambivalente-evitante" (attaccamento A/C). Da queste ricerche emerge che i bambini, raggruppati in questa tipologia di attaccamento, hanno avuto un caregiver profondamente coinvolto in gravi

egli afferma che la funzione riflessiva materna e la capacità della madre di rispecchiare le emozioni del bambino, predicono un attaccamento sicuro nel bambino. Non solo: l’attaccamento sicuro a sua volta influenza lo sviluppo della mentalizzazione nel bambino. Infatti, l’accurata lettura che il caregiver fa dello stato mentale del piccolo favorisce a quest’ultimo la simbolizzazione del proprio stato interiore, determinando così una migliore regolazione affettiva. L’attaccamento sicuro fornisce una base relativamente solida per l’acquisizione di una piena comprensione della mente altrui. Di contro, il bambino evitante sfugge lo stato mentale altrui, mentre quello resistente si focalizza sul proprio stato di angoscia escludendo scambi intersoggettiviti. I bambini disorganizzati potrebbero rappresentare una categoria separata; ipervigili verso il comportamento del caregiver, possono sembrare acutamente sensibili al suo stato mentale, ma non sono capaci di generalizzarlo al proprio stato mentale, che resta così disregolato e incoerente. In sintesi, l’accento anche in questo caso è posto sull’ambiente:

 la madre del bambino sicuro è in grado di accettare e restituirgli adeguatamente i suoi stati affettivi,

sostenendolo nello sviluppo di quella che Fonagy chiama “buona capacità riflessiva”, definita come l’abilità di comprendere la realtà sulla base degli stati mentali propri e altrui.

 la madre del bambino insicuro non è in grado di elaborare e restituire al bambino le sue emozioni, di

conseguenza il piccolo non raggiunge con lei la giusta intimità e non è spronato verso un’autonoma interpretazione della realtà su base mentalistica. Per questo, egli tende a soffermarsi maggiormente sugli aspetti fisici della relazione e lo sviluppo della mentalizzazione ne risulta compromesso.

Fonagy ritiene che il legame di attaccamento sia come un luogo che dà la possibilità al bambino di organizzare le sue esperienze emotive, inizialmente disconnesse e non gestibili. In caso di attaccamento sicuro , il bambino impara presto a riconoscere le emozioni, anche quelle negative, e a gestirle in modo appropriato. I bambini insicuri ambivalenti, invece, manifestano la tendenza a esagerare le loro espressioni emotive e non raggiungono una corretta regolazione. I bambini insicuri evitanti tendono a regolare eccessivamente la manifestazione delle emozioni fino a reprimerle, nella paura di non saperle controllare e mettersi in situazioni pericolose.

L’attaccamento disorganizzato in età prescolare

Benché i bambini disorganizzati dimostrino di non disporre, durante l’infanzia, di strategie organizzate per soddisfare i propri bisogni di attaccamento, essi sviluppino in età prescolare strategie coerenti di interazione con i caregiver. Nel corso dello sviluppo, i MOI di tipo disorganizzato, possono assumere diverse traiettorie evolutive:

  • MOI disorganizzati stabili : In alcuni casi (25-33 %) i moi di tipo disorganizzato si mantengono stabili nel corso dello sviluppo, portando i bambini a mantenere nella relazione con il caregiver comportamenti disorganizzati /disorientati, denotati da paura, confusione, elevata disregolazione emotiva e dissociazione
  • Strategie di controllo di tipo punitivo : Si comporta in modo prepotente nei confronti del caregiver per lo più rifiutandolo o umiliandolo
  • Strategie di controllo di tipo premuroso o accudente : Mostrano condotte consolatorie e protettive nei confronti del genitore percepito come vulnerabile e sofferente. Si comportano in modo intelligente e vivace nel tentativo di rispondere ai bisogni del genitore.

Tuttavia, alcuni eventi possono determinare un successivo crollo delle strategie di controllo messe in atto dai bambini. Si tratta di situazioni che attivano in modo intenso il sistema di attaccamento, favorendo il riemergere incontrollato degli Stati mentali , disorganizzati e dissociati.

La Strange Situation

E’ Uno dei modelli o paradigmi sperimentali maggiormente conosciuti ed è sorto nell’ambito della teoria dell’attaccamento, per valutare l’attaccamento mamma-bambino a 1 anno di vita. E’ stata messa a punto, a partire dai lavori di Bowlby, da Mary Ainsworth e colleghi (1978). Consiste nel creare una situazione avvertita come “stressante” dal piccolo, dal momento che si ritiene che siano queste situazioni ad attivare il sistema di attaccamento.

I protagonisti di questa procedura, che avviene in un laboratorio (predisposto in maniera piacevole dal ricercatore, con giochi sparsi per il piccolo e 2 sedie per gli adulti), sono: il bambino, la mamma (o il suo caregiver di riferimento), una donna estranea, che il bambino non conosce. Il ricercatore, oltre a filmare ciò che accade, solitamente osserva i

comportamenti dietro uno specchio unidirezionale posto su una delle pareti (si tratta di uno specchio che permette di vedere, senza essere visti). La procedura sperimentale prevede otto fasi, ciascuna della durata di circa 3 minuti:

  1. Familiarizzazione con l’ambiente
  2. Mamma e bambino giocano insieme nella stanza
  3. Entra l’estranea e si siede
  4. La mamma esce (prima separazione) e il bambino rimane con l’estranea
  5. La mamma rientra (prima riunione con il bambino) e la donna estranea esce
  6. La mamma esce (seconda separazione) e il bambino rimane solo nella stanza
  7. Rientra la donna estranea, che sta nella stanza insieme al bambino
  8. La mamma rientra (seconda riunione) e l’estranea esce

Cosa viene osservato: Si osserva l’attaccamento operazionalizzato nei seguenti comportamenti:

  • ricerca della vicinanza al caregiver
  • effetto “ base sicura ” (comportamento esplorativo, anche in assenza della mamma)
  • protesta alla separazione dal caregiver

Quando: Si osserva il bambino nei seguenti momenti:

  • alla separazione
  • al r icongiungimento
  • quando è da solo con l’estranea

Sulla base di tali comportamenti, si individuano i diversi stili di attaccamento:

Stile B: Attaccamento sicuro

  • Il bambino con la mamma: esplora la stanza, gioca, si interessa all’ambiente
  • Il bambino senza la mamma: piange e si lamenta, ma si lascia consolare dall’estranea e riprende a giocare
  • Il bambino al ricongiungimento: accoglie la madre, le va incontro, si lascia consolare
  • Comportamento della madre: generalmente sensibile alle richieste del bambino e supportiva nei momenti di stress

Stile A: Attaccamento insicuro-evitante

  • Il bambino con la mamma: è indifferente alla madre, si interessa all’ambiente ma non coinvolge la mamma, non la cerca con lo sguardo
  • Il bambino senza la mamma: non piange né si lamenta, continua nelle sue attività. È indifferente anche all’ingresso di un altro adulto
  • Il bambino al ricongiungimento: non si avvicina alla madre, la ignora, continua a giocare
  • Comportamento della madre: in genere non cerca il contatto fisico con il bambino, ne è infastidita e tende ad allontanarsi se il bambino la cerca attivamente

Stile C: Attaccamento insicuro-ambivalente

  • Il bambino con la mamma: non esplora, ricerca costantemente il contatto con la mamma
  • Il bambino senza la mamma: è disperato, piange molto ed è inconsolabile
  • Il bambino al ricongiungimento: sembra arrabbiato con la madre, le si avvicina e contemporaneamente la picchia, corre avanti e indietro tra lei e i giochi
  • Comportamento della madre: la madre generalmente non “si sintonizza” con il bambino, non riesce a rispondere alle sue esigenze ma gli si avvicina o gli si allontana sulla base dei propri bisogni

Stile D: Attaccamento disorganizzato

  • Il bambino non sa cosa fare, appare confuso, non ha un vero e proprio schema preordinato di comportamenti ma li alterna rapidamente

6. Ansia (paura, ansia, reazione somatica, fame) «Ha paura della solitudine, si sente solo e si mette a mangiare, è emozionato, sta male e piange, è curioso, ha paura del buio». Risposte che esprimono ansia, paura, paure irrazionali comuni ai bambini. Punteggio: +1 ( Se + GIA’ 2 RISPOSTE DI ANSIA LA TERZA= -1; alla V e VI risposta = -2) 7. Ansia incontrollabile/angoscia (paura di catastrofi, paura irrazionale, preoccupazione inversa, risposte bizzarre). «Pensa che la mamma ha paura, paura di venire rapito, ucciso, dei ladri, che qualcosa di brutto accada ai genitori»: Punteggio: 2 8. Confusione. «se è così, se è colà..» «Si sente sola e non prova niente; sta bene ed è arrabbiata» Risposte che considerano tutte le emozioni alternative, esprimono una incapacità di anticipare una reazione chiara alla separazione: Punteggio: -

2’ STEP: Si considera ancora la risposta alla terza domanda COSA FA? codificata anche a parte con riferimento alle modalità di coping alla separazione del bambino. Diverse categorie:

  1. attività appropriate (B): capacità di padroneggiare la situazione (guarda tv, cerca amici, si mette a giocare, piange ma non come abbandono alla disperazione, chiama la mamma se in S)
  2. attività di controllo (B e C), finalizzate a mantenere il contatto coi genitori, appropriate in S, non molto appropriate in M. (chiede ai genitori di rimanere, va a cercare i genitori, segue i genitori)
  3. attività inappropriate , distinte in:
    • pessimismo irrealistico : (C) (pensa che i genitori non torneranno più e azioni che implicano una ritorsione; scappa da cosa così loro si preoccupano)
    • ottimismo irrealistico (A), Il bambino prende la macchina e va dai genitori; i genitori non se ne vanno davvero;
    • evitamento e mancanza di azione (A) ( si mette a piangere e piangere, scappa, non fa niente, non so; si mette a mangiare)
    • pessimismo catastrofico (D) (arriva un ladro e lo uccide, spacca tutto, si vendica e uccide i genitori)

La codifica delle risposte alla riunione con i genitori ha un valore clinico e descrittivo, serve solo per facilitare l’assegnazione alle categorie di attaccamento A B C. Individuazione stile di attaccamento:

  • Attaccamento sicuro = Punteggio da 4 in su
  • Attaccamento ansioso-ambivalente = 1-
  • Attaccamento evitante= Punteggio: da -2 a 0
  • Attaccamento disorganizzato: -3 e oltre

Risposte tipiche dei bambini con diversi MOI dell’attaccamento

  • Bambini con moi sicuri B: Forniscono risposte emotive connotate da fiducia in se stesso in situazioni M,attaccamento o ansia in situazioni S, risposte di coping appropriate
  • Bambini con moi ambivalenti C: Forniscono risposte emotive connotate da: ostilità, ansia, preoccupazione con modalità di coping di attività di controllo dei genitori, mancanza di azione, pessimismo irrealistico.
  • Bambini con moi evitante A: Fiducia in se stesso nelle separazioni severe, evitamento; risposte di ottimismo irrealistico, mancanza di azione, evitamento della realtà
  • Bambini con moi disorganizzati D: Ansia incontrollabile, angoscia, e risposte di pessimismo catastrofico.
  • Bambini con moi disorganizzati di e confuso: Risposte di confusione con o senza ansia incontrollabile, mancanza di azione, evitamento della realtà.

Adult Attachment Interview

Nell’ambito della teoria dell’attaccamento è possibile individuare un momento di profonda innovazione quando a partire dagli anni ‘80 si è cominciato a indagare i modelli operativi interni dell’attaccamento, individuati da Bowlby (1969),prendendo in considerazione soggetti adulti. In quegli anni, il focus della ricerca si è spostato dallo studio dei comportamenti di attaccamento dei bambini, all’analisi delle rappresentazioni relative alle prime esperienze infantili di attaccamento da parte dell’adulto. Per valutare i modelli operativi interni di attaccamento dei genitori, Mary Main ha messo a punto negli anni ’80 la Adult Attachment Interview , un’intervista che permette di indagare in soggetti adulti «gli stati della mente circa l’attaccamento». In particolare, attraverso la AAI è diventato possibile studiare la relazione tra modelli operativi interni dei genitori (MOI) – valutati durante la gravidanza e subito dopo la nascita del

figlio - e il tipo di attaccamento di quest’ultimo misurato tra i 12 e i 18 mesi grazie alla Strange Situation (Ainsworth et al., 1978). Varie ricerche hanno infatti così potuto dimostrare l’esistenza di una relazione significativa tra i Moi dei genitori e dei figli, formulando l’ipotesi della trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento.

Presentazione dell’intervista: Le farò alcune domande sulla sua storia, in particolare sulla sua infanzia nel tentativo di comprendere e aiutarla a comprendere in che modo le cose accadute durante la sua infanzia possono aver influenzato le sue relazioni successive e, in particolare, la relazione con suo figlio. Le chiederò principalmente di raccontarmi della sua infanzia anche se alcune domande si riferiranno anche agli anni successivi.

Aree indagate: Domande relative alle concrete esperienze vissute dal soggetto nell’infanzia rispetto alle principali figure di attaccamento, Domande relative alle proprie esperienze infantili di disagio e la modalità con cui i propri genitori gestivano la situazione, Domande relative alle prime separazioni, Domanda relativa a un sentirsi rifiutato, Domanda per eventuali ricordi di maltrattamento, Domande relative all’importanza delle esperienze infantili sullo sviluppo della propria personalità adulta , Presenza di altre persone significative , Domande relativi a eventuali episodi di lutti in famiglia, Domande relative all’evoluzione del rapporto con i genitori, Domande relative alla relazione col figlio reale o immaginato.

Sulla base dell’analisi delle diverse scale, il sistema di codifica prevede che ogni soggetto intervistato venga assegnato a una delle 5 categorie previste:

  1. Sicuro-autonomo (F); Il discorso é caratterizzato da un notevole grado di fluidità e coerenza interna e da una attenta consapevolezza delle transizioni in corso con l'intervistatore: il discorso é fresco, mai stereotipato o colmo di frasi fatte, né breve né lungo, pronto a tenere conto di eventuali complessità delle notizie fornite all'intervistatore per commentarle, correggerle, essere certi di aver davvero condiviso con l'altro quello che si voleva dire. Inoltre, sono assenti idealizzazioni, vi é una facilità nel parlare delle imperfezioni proprie e dei genitori, e una accettazione della necessità di dipendere dagli altri. E’ prevista una articolazione di questa categoria in cinque sotto pattern che si dispongono lungo un continuum che muove dai soggetti classificati F1 e F2 (che presentano alcune caratteristiche in comune con i soggetti Distanzianti), ai soggetti classificati F3 (che sono considerati il prototipo degli individui sicuri), fino a giungere ai soggetti classificati F4 e F5 (che si spostano verso le modalità di organizzazione dei soggetti coinvolti) 2. Distanziante (DS): I soggetti Distanzianti presentano una particolare organizzazione di pensiero che permette loro di tenere l’attaccamento relativamente disattivato e scollegato dall’esperienza di vita attuale. Questa caratteristica si esprime, nel corso dell’intervista, attraverso il tentativo attivo di allontanare o sminuire il versante emotivo ed affettivo delle proprie esperienze di attaccamento. Vengono classificati in questa categoria: i soggetti le cui descrizioni dei genitori appaiono altamente positive (idealizzazione delle figure genitoriali), senza tuttavia che tali descrizioni risultino supportate da specifici episodi della loro infanzia; i soggetti che esprimono una forte svalutazione relativamente all’importanza delle relazioni di attaccamento, minimizzando in particolare l’influenza delle esperienze negative nel proprio sviluppo, coloro che omettono di ricordare specifici episodi (specialmente quelli negativi) del loro passato. I distanzianti manifestano notevoli lacune di memoria e una dissociazione tra memoria episodica (ad es. negli episodi riguardanti i compleanni della propria infanzia il genitore era sempre assente, non gli ha mai fatto un regalo, non é possibile rievocare un solo episodio in cui gli abbia prestato attenzione) e memoria semantica ("é sempre stato generoso e attento verso di me"). Questi disturbi della continuità e della coerenza della memoria vista la relazione stretta tra memoria e coscienza, indicano dunque che le capacità integratrici della coscienza non operano nei distanzianti ai livelli ottimali dei F. Anche nella relazione con l'intervistatore la freschezza del discorso é minore (possono apparire frasi stereotipate, c'é meno attenzione ad accertarsi che i significati della narrazione siano comprensibili e condivisi, c'é meno tendenza a commentare il proprio discorso); l'impressione é di una minore "presa" della coscienza sugli eventi interni e relazionali in corso durante l'intervista. E' stato anche rilevato che durante l'AAI dei soggetti distanzianti nell'intervistato compaiono segni fisiologici di tensione emotiva (accelerazione del battito cardiaco).simili a quelli riscontrati dai bambini evitanti alla Strange Situation. E' verosimile, dunque che, come i bambini evitanti, anche gli adulti Dism operino una sforzo mentale per escludere dalla coscienza emozioni e desideri connessi all'attività innata del sistema motivazionale di attaccamento. Questa categoria si articola nei quattro seguenti sottopattern: Ds1 (Distanzianti l’attaccamento), Ds2 (Svalutanti l’attaccamento), Ds3 (Limitati nel sentimento) e Ds4 (al quale vengono assegnati gli individui che esprimono una paura immotivata per la morte del loro figlio)

bambino come una persona separata e quindi tende ad imporre i i suoi ritmi, senza tenere conto delle esigenze del figlio. La madre cooperativa , al polo opposto, decide insieme al piccolo, rispetta la sua autonomia, i suoi desideri e le sue intenzioni, propone un gioco ma se questo non interessa cambia attività e cerca di evitare che attività piacevoli per il bambino si interrompano.

  1. Disponibilità fisica e psicologica-indifferenza : si riferisce all’atteggiamento verso il piccolo. Una madre altamente accessibile mantiene sempre il bambino in un terreno di consapevolezza percettiva, in modo tale che questi possa venire raggiunto anche solo attraverso una comunicazione a distanza. Questa madre può dividere la sua attenzione tra il bambino, le altre persone, attività, senza tuttavia “perdere di vista” il bambino. Non è mai quindi troppo assorbita dai pensieri, preoccupazioni, sentimenti o attività che potrebbero farle dimenticare il bambino ma anzi sa sempre dove si trova e cosa sta facendo. E’ quindi consapevole delle sue attività e segnali e vi risponde prontamente. Per essere accessibile la madre non necessariamente comprende e interpreta correttamente il comportamento del bambino ma è sempre in allerta e vi risponde. Una madre inaccessibile ignora il bambino e lo trascura psicologicamente anche se, a volte, può fallire nel proteggerlo dai pericoli. Vi sono due tipologie di madri: le prime sono inconsapevoli di gran parte delle attività del bambino, non percepiscono i loro segnali, e comunicazioni e quindi non sono in grado di rispondere. Le seconde percepiscono i segnali in modo corretto ma non li accettano e non vi rispondono e quindi risultano inaccessibili come le prime.
  2. Sensibilità-Insensibilità : misura la risposta della madre ai segnali e alle comunicazioni del figlio.

Il costrutto di sensibilità materna

Secondo l’autrice,l’accudimento materno dà un chiaro contributo alla sicurezza dell’attaccamento. In particolare, a determinare l’insorgere di un attaccamento sicuro o insicuro, è la sensibilità materna , cioè la capacità della madre di percepire e interpretare accuratamente i segnali e le comunicazioni implicite contenute nel comportamento del bambino e, grazie a tale comprensione, di rispondere in modo appropriato e tempestivo. I caregiver molto sensibili sono in grado di percepire anche i minimi segnali del bambino e di attribuire loro il significato giusto, mentre che viver meno competenti colgono solo le manifestazioni più grossolane oppure non sono capaci di capire i bisogni del piccolo.

La Ainsworth ha messo a punto la “SENSITIVITY vs INSENSITIVY SCALE”, il primo sistema di valutazione della sensibilità materna, che comprende 4 scale unidimensionali a cui è possibile attribuire un punteggio da 0 (massima inadeguatezza) a 9 (massima adeguatezza) su una scala a 5 punti (valori di 9, 7,5, 3, 1):

  • 9. ALTAMENTE SENSIBILE : Questa mamma è totalmente in linea coi segnali del bambino e vi risponde appropriatamente e prontamente. Sa “leggere” i segnali e le comunicazioni del bambino in modo competente e comprende il significato degli stimoli anche più sottili, minimali e difficili. Durante le interazioni col bambino entrambi sono soddisfatti. Infine le sue risposte sono contingenti ai segnali e alle comunicazioni del bambino. Quando infatti pensa che non sia utile compiacere alle sue richieste, per esempio, quando è troppo eccitato, esigente, o desidera qualche cosa che non dovrebbe avere, ella riesce a riconoscere la sua comunicazione e ad offrirgli una valida alternativa.
  • 7. SENSIBILE : E’ in grado di interpretare accuratamente le comunicazioni del bambino e di rispondervi prontamente. Con minor sensibilità rispetto alle madri che ottengono i punteggi più alti. Può essere infatti meno sintonizzata con le comunicazioni più sottili del bambino. I segnali più chiari e definiti del bambino, invece, non vengono mai persi o mal interpretati. E’ una mamma che empatizza col bambino e riesce a vedere le cose dal suo punto di vista ma proprio perché la sua percezione è meno sensibile rispetto alle madri 9, le sue risposte non sono sempre ben appropriate e pronte. Le interazioni con il bambino sono adeguate.
  • 5. SENSIBILE IN MODO INCOSTANTE : Questa mamma risulta sensibile in alcune occasioni mentre in altri momenti risulta insensibile. Possono essere sensibili rispetto ad alcuni aspetti della esperienza del bambino e in alcuni momenti ma non in altri. In generale, comunque, queste madri sono più spesso sensibili che insensibili. Quello che è importante sottolineare è che la stessa madre può essere sensibile in alcune occasioni ma insensibile in altre. Questa incostanza può dipendere da diverse ragioni.
  • 3. INSENSIBILE : Questa mamma non è in grado di rispondere alle comunicazioni del bambino in modo appropriato e tempestivo anche se in alcune occasioni mostra una certa sensibilità nelle sue risposte e interazioni col bambino. Questa insensibilità sembra connessa ad una incapacità di vedere le cose dal punto di vista del bambino. E’ una mamma che spesso ha in mente ad altre cose e quindi può risultare inaccessibile

ai segnali e alle comunicazioni del bambino, oppure, può mal percepire i segnali o interpretarli non accuratamente a causa dei suoi desideri o difese. Può essere perfettamente consapevole di ciò che il bambino sta comunicando ma non avere alcuna intenzione di rispondervi perché non ne ha voglia, perché ciò è fastidioso, o perché non vuole viziare. Può ritardare nel fornire la risposta appropriata fino al punto che questa non risulta più appropriata per l’umore del bambino. Oppure ancora può rispondere in modo abbastanza appropriato alle comunicazioni del bambino ma interrompe le transizioni prima ancora che il bambino sia soddisfatto.

  • 1. ALTAMENTE INSENSIBILE: Queste madri sembrano concentrate quasi esclusivamente sui propri bisogni, desideri, stati d’animo e attività. Questo non significa che la madre non risponde mai ai segnali del bambino, lo fa se i segnali sono sufficientemente intensi, prolungati, o sufficientemente ripetuti. La madre che è concentrata sui propri ignora o distorce i segnali del bambino. Quando la madre risponde ai segnali del bambino la sua risposta è spesso inappropriata, frammentata e incompleta.

Un’altra caratteristica materna fondamentale è la responsività ovvero la prontezza nell’intervenire in risposta ai segnali del bambino. Un adulto responsivo fornisce risposte contingenti alle richieste del piccolo; non è eccessivo nella stimolazione né poco sollecito nell’attivazione. Un altro elemento fondamentale è la costanza , ovvero la stabilità nell’essere presente nel momento in cui viene richiesto dal bambino. Ciò consente al piccolo di sviluppare quella prevedibilità nel poter far conto su un adulto che dia risposte corrette e immediate, che è alla base dell’emergere di un attaccamento sicuro. L’attaccamento evitante è generalmente predetto da uno stile interazionale con il bambino rifiutante, distante, intrusivo, eccessivamente stimolante e controllante o rifiutante. L’attaccamento del bambino ambivalente sembra in relazione con una generale responsività intermittente, incostante e imprevedibile. L’attaccamento del bambino disorganizzato sembra in relazione a una condotta del caregiver spaventante/spaventata/dissociata che induce paura nel bambino o anche ad una condotta di estremo ritiro da parte del caregiver.

Il costrutto di disponibilità emotiva

La Ainsworth nella definizione della sensibilità materna hanno focalizzato sostanzialmente l’attenzione sulla capacità individuale dell’adulto di rispondere in maniera appropriata ai bisogni del bambino. La Biringen nel sviluppare il concetto di disponibilità emotiva attribuisce particolare rilevanza sia al contributo della madre sia a quello del bambino. La natura diadica del concetto rispecchia chiaramente la natura bidirezionale della relazione madre- bambino ed il ruolo attivo del bambino nella sua regolazione. Infatti, non è solo la madre a poter essere più o meno emotivamente disponibile nei confronti del bambino ma anche il bambino a mostrare, una personale tendenza ad essere più o meno emotivamente responsivo e coinvolgente nei confronti della madre. La natura diadica del concetto implica anche che per comprendere il grado di disponibilità emotiva della madre sia indispensabile mettere in relazione il suo comportamento con quello antecedente o conseguente del bambino. Pertanto la sensibilità della madre è veramente tale solo in rapporto all’effettivo stato del bambino. Un ulteriore elemento centrale del concetto di disponibilità emotiva è la considerazione delle emozioni come “barometri” della qualità della relazione.

Il costrutto di disponibilità emotiva si colloca in una posizione vicina e per certi versi sovrapposta alla concettualizzazione di sensibilità materna della Ainsworth, presentando tuttavia importanti elementi di differenziazione:

  • Considerazione dei contesti naturali in cui la sollecitazione dello stress non risulta centrale per valutare il costrutto
  • Piena valorizzazione del ruolo attivo del bambino nella definizione del costrutto
  • Considerazione di fattori non contemplati nel costrutto della sensibilità, come ad esempio la strutturazione e la non–ostilità.

I principali elementi che costituiscono la disponibilità emotiva materna sono: la sensibilità con cui coglie e risponde ai segnali del bambino, la capacità di strutturare l’ambiente in modo da renderlo fruibile al bambino, l’assenza di intrusività ed ostilità, e il contributo del bambino , ossia la sua capacità di rispondere con un affetto adeguato alle proposte della madre e di coinvolgerla nelle proprie attività.

Scale della disponibilità emotiva : Scale osservative che misurano la qualità degli scambi emozionali genitore-figlio. Utilizzabili con bambini di età compresa tra i 4 mesi e 8 anni. Importanza della “qualità dello scambio emotivo”. Misurano aspetti della relazione e non tratti di personalità. Si svolgono in diversi contesti osservativi: casa,