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QUANDO INTELLIGENTE È UGUALE A OTTUSO
Tipologia: Appunti
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Nella prima parte del 2° capitolo Goleman racconta una serie di storie come quella di Jason, un ragazzo brillante con voti alti che accoltellò il suo professore di educazione fisica che gli aveva dato una B, o la storia di un suo ex compagno che nonostante avesse ottenuto voti altissimi nei test di ammissione ci mise ben 10 anni a laurearsi visto non si presentava quasi mai alle lezione, e la storia di Judy, una bambina di 4 anni che aveva difficoltà a prendere parte ai giochi con i suoi compagni, ma era un’abile osservatrice e con delle ottime capacità di percettività sociale. Perciò qui Golema si pone una domanda, e cioè: Come possono delle persone così intelligenti compiere delle azioni così irrazionali come aveva fatto ad esempio Jason? La risposta è che l’intelligenza scolastica ha poco a che fare con la vita emotiva, infatti i voti scolastici, il QI e i punteggi non possono prevedere il successo nella vita di una persona, ma esiste sicuramente una relazione tra QI e circostanza di vita, in quanto spesso le persone con QI più bassi finiscono per fare lavori più umili, mentre quelle con il QI più alto lavori più “prestigiosi”, anche se non sempre è così, proprio perché il successo nella vita non deriva solo dal QI ma anche un’altra serie di caratteristiche come: La capacità di motivare se stessi, di persistere in un obiettivo, di rimandare la gratificazione e di essere empatici. Per dimostrare ciò vennero fatti alcuni studi, come ad esempio quello fatto su 95 studenti di Harvard, alla fine del quale si scoprì che per quanto riguardava il salario, il lavoro o lo status raggiunto nel proprio campo questi studenti più brillanti non avevano avuto particolare successo rispetto ai propri coetanei meno brillanti; O un altro studio sui migliori 81 studenti di una scuola superiore, che nonostante le loro ottime prestazioni scolastiche e laureandosi con i migliori voti, all’età di 30 anni avevano raggiunto un livello medio di successo. Tutto ciò per dimostrare che il QI non è una garanzia di successo e felicità.
La seconda parte inizia con un’antica leggenda giapponese che parla di un Samurai che un giorno sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso ed inferno, il monaco gli rispose chiamandolo rozzo villano e dicendogli che non aveva tempo da perdere con lui, allora il Samurai infuriato sguainò la spada per ucciderlo, e proprio in quel momento il monaco disse: <questo è l’inferno> e il Samurai rendendosi conto di quello che stava per fare si calmò, e il monaco disse <ecco, questo è il paradiso>. Questa leggenda serve proprio per sottolineare la differenza tra l’essere schiavi di un’emozione e il essere consapevoli del fatto che un’emozione ci stia travolgendo; Gli psicologi usano il termine metaemozione per indicare la consapevolezza delle proprie emozioni, ma Goleman preferisce usare la parola autoconsapevolezza, e ritiene che il riconoscimento delle emozioni è una cosa, e gli sforzi che facciamo per controllarle è un’altra, e che le persone si possono suddividere in diverse categorie a seconda del modo in cui lo fanno:
● AUTOCONSAPEVOLI : Consapevoli dei propri stati d’animo e capaci di controllare le proprie emozioni. ● SOPRAFFATTI : Non pienamente consapevoli delle proprie emozioni e spesso non riescono a controllarle. ● RASSEGNATI : Consapevoli delle proprie emozioni ma non sanno gestirli e non fanno niente per modificarli. Dopodiché racconta la storia di alcune persone alessitimiche, cioè persone che provano sentimenti, ma non riescono a capire di che sentimento si tratti e sono incapaci di esprimerlo a parole.
Goleman parla della padronanza di sé, ossia la capacità di resistere alle tempeste emotive senza diventare "schiavi delle passioni”, e l'obiettivo di questa capacità è l’equilibrio, infatti secondo Goleman quando le emozioni sono troppo deboli compaiono l’indifferenza e il distacco al contrario quando sfuggono al controllo diventano estreme perciò bisogna giungere ad un punto di equilibrio. Inoltre afferma anche che controllare le emozioni negative sia molto importante per il nostro benessere psicologico, ciò non significa che dobbiamo provare solo emozioni positive, ma creare un rapporto tra emozioni positive e negative; Perciò Goleman cita uno studio fatto su 400 persone a cui venne chiesto quali strategie usassero per controllare gli stati d'animi negativi, e tra le risposte il 5% affermarono di non aver mai cercato di modificare le proprie emozioni in quanto sono tutte “naturale”, e poi c’erano quelli che cercavano apposta di assumere stati d’animo negativi per varie ragioni come ad esempio i medici. Dopo di che parla di varie emozioni e di come controllarle; Ad esempio la collera, che viene considerata l’emozione più seduttiva di tutte e incontrollabile può essere controllata soffermandosi sui pensieri che l’hanno alimentata oppure la tristezza che può essere superata tramite diverse strategie ad esempio stando da soli, o al contrario insieme agli altri.
In questo capitolo Goleman parla e della motivazione positiva ai fini della realizzazione dei propri obiettivi raccontando storie di atleti olimpici, musicisti e maestri di scacchi e sottolineando l’aspetto comune di tutti questi individui, cioè la capacità di automotivarsi in modo da sopportare duri programmi di studio o allenamento. Dopodiché parla dell'ottimismo, che secondo lui significa nutrire forti aspettative nei confronti degli eventi della vita nonostante le frustrazioni, e che può portare a grandi vantaggi, purché sia un ottimismo realistico e non qualcosa di irrealizzabile, e afferma che l'ottimismo abbia un ruolo importante anche nel successo scolastico.
L’empatia è una capacità che ci permette di capire come si sente un’altra persona e di leggere i “messaggi” non verbali, poiché raramente noi spieghiamo a parole ciò che sentiamo ma tendiamo ad esprimerlo tramite dei segni come i gesti, il tono della voce o l'espressione del volto. L’empatia è presente nell’individuo fin dalla nascita, gli psicologi infatti hanno scoperto che i bambini molto piccoli reagivano al dolore altrui come se fosse un qualcosa che desse fastidio a loro, ad esempio un