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Quasimodo-Ungaretti., Schemi e mappe concettuali di Italiano

Descrivo le poesie di Quasimodo e Ungaretti

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2023/2024

Caricato il 21/05/2025

edoardo-bigi
edoardo-bigi 🇮🇹

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POESIE QUASIMODO UNGARETTI
QUASIMODO
ED È SUBITO SERA
In questo breve frammento lirico il poeta condensa il senso di solitudine che caratterizza la breve
esistenza dell’uomo. Nel primo verso l’attenzione è focalizzata sulla solitudine esistenziale dell’uomo,
enfatizzata dal difficile contesto storico. Nel secondo verso la luce attraversa l’uomo, ma lo trafigge
perché Il raggio di sole è metafora di vita, ma può anche ferire come una spada. Nel terzo verso il
poeta pone l’attenzione sulla brevità dell’esperienza umana perché l’uomo non sa quando questa
giunga al termine. Dal punto di vista formale il testo è strutturato come un climax discendente, con il
primo verso che è un doppio senario (verso di sei sillabe), il secondo novenario e infine il terzo un
settenario.
UOMO DEL MIO TEMPO
È un componimento poetico di Salvatore Quasimodo, dove si rivolge all’intera umanità accusandola di
essere rimasta immutata nel corso della storia, anche l’uomo di oggi continua a praticare la violenza,
replicando il gesto di Caino che uccide il proprio fratello. Nel corso dei secoli la tecnologia si è
perfezionata ma al posto della pietra e della fionda ci sono gli aerei e i carri armati e la tendenza al
male non è cambiata. Quasimodo, nei versi finali, si rivolge non all’uomo del presente, ma alle
generazioni del futuro, affinché dimentichino l’abitudine al male dei padri e sappiano vivere
diversamente, con lo scopo di ricercare il bene della comunità. Questa poesia è un'unica strofa di 17
versi liberi in cui ci sono varie figure retoriche. La figura dell’apostrofe caratterizza quasi tutta la
composizione il poeta si rivolge direttamente all’uomo in seconda persona che, per sineddoche,
rappresenta tutta l’umanità.
MILANO AGOSTO 1943
È una poesia che descrive la sofferenza dei sopravvissuti alla bomba che ha colpito la città di Milano
nel corso della seconda guerra mondiale. Nella poesia viene presentata l’immagine di un superstite che
scava tra le macerie alla ricerca di qualcuno o qualcosa: il gesto si rivela inutile, perché «la città è
morta». La guerra, qui simboleggiata dai bombardamenti sulla città sospende e cancella qualsiasi
vitalità: tutto è morto, compreso «l’usignolo», che cantava dall’antenna del convento. La guerra avvicina
la morte anche a coloro che si sono salvati perché «non hanno più sete», cioè hanno perduto anche i
bisogni primari. L’unico gesto che rimane possibile è quello di non toccare i morti: non vanno nemmeno
seppelliti, perché sono già sepolti dalla <terra delle loro case distrutte>. Per quanto riguarda lo stile
troviamo dei versi liberi. Tra le figure retoriche invece si segnala la personificazione della città
considerata "morta", poi una metafora dove l’usignolo rappresenta la vita e il Naviglio centro della città.
ALLE FRONDE DEI SALICI
È la poesia manifesto della svolta artistica di Quasimodo, che nel dopoguerra passa dallo stile ermetico
a una poesia concreta e calata nella storia. Alle fronde dei salici è una risposta alle critiche fatte agli
scrittori italiani legati alla tradizione ermetica, che durante la seconda guerra mondiale non hanno preso
una posizione e si sono rifugiati nel silenzio. Nella prima parte evidenzia gli orrori della guerra che
hanno colpito il cuore dei poeti e inizia poi il riferimento al tema della religione chiamando in causa il
salmo 137, in cui gli israeliti, deportati in Babilonia, si rifiutano di cantare perché lontani dalla patria. Lo
contestualizza nel passato recente della guerra, perché il popolo oppresso dall'invasore tedesco non
può abbandonarsi alla gioia del canto. Nell’ultima parte racchiude l’importanza della poesia per il poeta
e di come sia doloroso smettere di cantare perché impotenti davanti alla guerra. Per quanto riguarda lo
stile prevale un andamento piuttosto dolente malinconico. Per quanto riguarda le scelte stilistiche e
retoriche, c'è la tendenza a sfumare la realtà attraverso metafore come "duro di ghiaccio", e infine con
la presenza di una sinestesia "l'urlo nero" e l'analogia "lamento d'agnello".
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POESIE QUASIMODO UNGARETTI

QUASIMODO

ED È SUBITO SERA

In questo breve frammento lirico il poeta condensa il senso di solitudine che caratterizza la breve esistenza dell’uomo. Nel primo verso l’attenzione è focalizzata sulla solitudine esistenziale dell’uomo, enfatizzata dal difficile contesto storico. Nel secondo verso la luce attraversa l’uomo, ma lo trafigge perché Il raggio di sole è metafora di vita, ma può anche ferire come una spada. Nel terzo verso il poeta pone l’attenzione sulla brevità dell’esperienza umana perché l’uomo non sa quando questa giunga al termine. Dal punto di vista formale il testo è strutturato come un climax discendente, con il primo verso che è un doppio senario (verso di sei sillabe), il secondo novenario e infine il terzo un settenario. UOMO DEL MIO TEMPO È un componimento poetico di Salvatore Quasimodo, dove si rivolge all’intera umanità accusandola di essere rimasta immutata nel corso della storia, anche l’uomo di oggi continua a praticare la violenza, replicando il gesto di Caino che uccide il proprio fratello. Nel corso dei secoli la tecnologia si è perfezionata ma al posto della pietra e della fionda ci sono gli aerei e i carri armati e la tendenza al male non è cambiata. Quasimodo, nei versi finali, si rivolge non all’uomo del presente, ma alle generazioni del futuro, affinché dimentichino l’abitudine al male dei padri e sappiano vivere diversamente, con lo scopo di ricercare il bene della comunità. Questa poesia è un'unica strofa di 17 versi liberi in cui ci sono varie figure retoriche. La figura dell’apostrofe caratterizza quasi tutta la composizione il poeta si rivolge direttamente all’uomo in seconda persona che, per sineddoche, rappresenta tutta l’umanità. MILANO AGOSTO 1943 È una poesia che descrive la sofferenza dei sopravvissuti alla bomba che ha colpito la città di Milano nel corso della seconda guerra mondiale. Nella poesia viene presentata l’immagine di un superstite che scava tra le macerie alla ricerca di qualcuno o qualcosa: il gesto si rivela inutile, perché «la città è morta». La guerra, qui simboleggiata dai bombardamenti sulla città sospende e cancella qualsiasi vitalità: tutto è morto, compreso «l’usignolo», che cantava dall’antenna del convento. La guerra avvicina la morte anche a coloro che si sono salvati perché «non hanno più sete», cioè hanno perduto anche i bisogni primari. L’unico gesto che rimane possibile è quello di non toccare i morti: non vanno nemmeno seppelliti, perché sono già sepolti dalla . Per quanto riguarda lo stile troviamo dei versi liberi. Tra le figure retoriche invece si segnala la personificazione della città considerata "morta", poi una metafora dove l’usignolo rappresenta la vita e il Naviglio centro della città. ALLE FRONDE DEI SALICI È la poesia manifesto della svolta artistica di Quasimodo, che nel dopoguerra passa dallo stile ermetico a una poesia concreta e calata nella storia. Alle fronde dei salici è una risposta alle critiche fatte agli scrittori italiani legati alla tradizione ermetica, che durante la seconda guerra mondiale non hanno preso una posizione e si sono rifugiati nel silenzio. Nella prima parte evidenzia gli orrori della guerra che hanno colpito il cuore dei poeti e inizia poi il riferimento al tema della religione chiamando in causa il salmo 137, in cui gli israeliti, deportati in Babilonia, si rifiutano di cantare perché lontani dalla patria. Lo contestualizza nel passato recente della guerra, perché il popolo oppresso dall'invasore tedesco non può abbandonarsi alla gioia del canto. Nell’ultima parte racchiude l’importanza della poesia per il poeta e di come sia doloroso smettere di cantare perché impotenti davanti alla guerra. Per quanto riguarda lo stile prevale un andamento piuttosto dolente malinconico. Per quanto riguarda le scelte stilistiche e retoriche, c'è la tendenza a sfumare la realtà attraverso metafore come "duro di ghiaccio", e infine con la presenza di una sinestesia "l'urlo nero" e l'analogia "lamento d'agnello".

UNGARETTI

IN MEMORIA

È una componimento poetico dedicato all’amico Moammed Sceab, con il quale il poeta partì da Alessandria d’Egitto per Parigi. Moammed, raggiunta la Francia, decise di cambiare il proprio nome in Marcel come amore per il nuovo Paese. Però non riuscì mai del tutto a superare la distanza dalle proprie origini né a interiorizzare la nuova cultura; sentendosi privo di identità e non sapendosi spiegare con la poesia, si suicidò (il termine «suicida» è posto isolato dal resto, per dargli ancora più rilevanza). Nei versi successivi, viene ricordato il corteo funebre dalla loro abitazione verso il «camposanto d’Ivry», che al poeta ricorda una «decomposta fiera», una sorta di festa paesana che volge al termine e che vede la folla sparire in maniera disordinata. Ungaretti è l’unico testimone della vicenda dell’amico e questa lirica si propone in qualche modo di evitargli l’oblio, ricordando la sua identità e la sua storia. La poesia diventa quindi quello strumento attraverso cui si può offrire consolazione e garantire il ricordo di ciò che è stato. I versi brevi, costituiti anche da una sola parola, danno alla poesia un ritmo lento e frantumato. Si parla di morte, ma non traspare disperazione: il racconto della vita di Moammed Sceab avviene attraverso una serie di negazioni e la rievocazione assume la forma di una marcia funebre. IL PORTO SEPOLTO È un componimento poetico dove Ungaretti si riferisce a una leggenda su un porto sommerso precedente l'epoca tolemaica che dimostra che Alessandria d’Egitto era una città prima d'Alessandro. Il porto sepolto è metafora di uno “spazio” della coscienza al quale solo il poeta può accedere per trarre la propria poesia. La poesia appare, dalla prima strofa, come un viaggio, nelle profondità dell’esistenza, alle quali il poeta può attingere per poi diffondere, è però in questo momento, che del segreto infinito della vita nella poesia rimane un «nulla», una piccola parte, perché esso è in gran parte inesplorabile. Nulla» e «inesauribile» appaiono termini in contrasto fra loro, ma questa sorta di ossimoro è ciò che caratterizza la poesia, che scende nelle profondità infinite delle cose, ma di esse lascia solo una fragile traccia. FRATELLI In questa poesia Il tema principale è quello della precarietà della vita, posta di fronte a una sensazione opprimente di morte. La poesia si apre con una domanda che viene rivolta ai soldati che, nell’oscurità della notte non sono immediatamente riconoscibili al poeta, che si chiede se sono amici o nemici. Nel quinto verso Ungaretti ricorre all’uso dell’analogia con l’immagine della foglia appena nata che è accompagnata dal sentimento di fratellanza che si istituisce fra i soldati che sono accomunati dalla paura di perdere la vita.Tuttavia, con l’appellativo di fratelli, i soldati riconquistano la propria umanità e l’immagine della foglia diventa un elemento di consolazione e un briciolo della positività, nonostante l’esperienza traumatica della guerra. Varie sono le figure retoriche in questo breve componimento di Ungaretti. Al v. 3 si nota una personificazione (Parola tremante) che al contempo è una sinestesia. È presente l'uso dell'anafora con la ripetizione della parola "fratelli". SONO UNA CREATURA Sono una creatura è una poesia costruita su una similitudine che sottolinea l’identità tra la pietra carsica e il pianto «che non si vede» del poeta. Il paesaggio del Carso – freddo, arido, desolato – è come l’anima del poeta, che non riesce, quasi come se fosse pietrificato, a esprimere ciò che sente. A differenza di Veglia nella quale il contatto anche fisico con la morte aveva suscitato nel poeta un forte attaccamento alla vita -, in Sono una creatura prevalgono il tormento e l’angoscia per le sofferenze a cui l’uomo – e in special modo l’uomo travolto dalla guerra – è costretto a sperimentare. I versi finali sottolineano l’impossibilità di sfuggire al dolore che caratterizza l’esistenza. L’intera poesia si fonda sull’idea che esso possa arrivare a privare l’individuo della sua umanità. Per lo stile è caratterizzata, dal climax degli aggettivi riferiti alla pietra. Si noti anche l’ossimoro morte/vita e dell’anastrofe (Come questa pietra / è il mio pianto).