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Descrivo le poesie di Quasimodo e Ungaretti
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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In questo breve frammento lirico il poeta condensa il senso di solitudine che caratterizza la breve esistenza dell’uomo. Nel primo verso l’attenzione è focalizzata sulla solitudine esistenziale dell’uomo, enfatizzata dal difficile contesto storico. Nel secondo verso la luce attraversa l’uomo, ma lo trafigge perché Il raggio di sole è metafora di vita, ma può anche ferire come una spada. Nel terzo verso il poeta pone l’attenzione sulla brevità dell’esperienza umana perché l’uomo non sa quando questa giunga al termine. Dal punto di vista formale il testo è strutturato come un climax discendente, con il primo verso che è un doppio senario (verso di sei sillabe), il secondo novenario e infine il terzo un settenario. UOMO DEL MIO TEMPO È un componimento poetico di Salvatore Quasimodo, dove si rivolge all’intera umanità accusandola di essere rimasta immutata nel corso della storia, anche l’uomo di oggi continua a praticare la violenza, replicando il gesto di Caino che uccide il proprio fratello. Nel corso dei secoli la tecnologia si è perfezionata ma al posto della pietra e della fionda ci sono gli aerei e i carri armati e la tendenza al male non è cambiata. Quasimodo, nei versi finali, si rivolge non all’uomo del presente, ma alle generazioni del futuro, affinché dimentichino l’abitudine al male dei padri e sappiano vivere diversamente, con lo scopo di ricercare il bene della comunità. Questa poesia è un'unica strofa di 17 versi liberi in cui ci sono varie figure retoriche. La figura dell’apostrofe caratterizza quasi tutta la composizione il poeta si rivolge direttamente all’uomo in seconda persona che, per sineddoche, rappresenta tutta l’umanità. MILANO AGOSTO 1943 È una poesia che descrive la sofferenza dei sopravvissuti alla bomba che ha colpito la città di Milano nel corso della seconda guerra mondiale. Nella poesia viene presentata l’immagine di un superstite che scava tra le macerie alla ricerca di qualcuno o qualcosa: il gesto si rivela inutile, perché «la città è morta». La guerra, qui simboleggiata dai bombardamenti sulla città sospende e cancella qualsiasi vitalità: tutto è morto, compreso «l’usignolo», che cantava dall’antenna del convento. La guerra avvicina la morte anche a coloro che si sono salvati perché «non hanno più sete», cioè hanno perduto anche i bisogni primari. L’unico gesto che rimane possibile è quello di non toccare i morti: non vanno nemmeno seppelliti, perché sono già sepolti dalla
È una componimento poetico dedicato all’amico Moammed Sceab, con il quale il poeta partì da Alessandria d’Egitto per Parigi. Moammed, raggiunta la Francia, decise di cambiare il proprio nome in Marcel come amore per il nuovo Paese. Però non riuscì mai del tutto a superare la distanza dalle proprie origini né a interiorizzare la nuova cultura; sentendosi privo di identità e non sapendosi spiegare con la poesia, si suicidò (il termine «suicida» è posto isolato dal resto, per dargli ancora più rilevanza). Nei versi successivi, viene ricordato il corteo funebre dalla loro abitazione verso il «camposanto d’Ivry», che al poeta ricorda una «decomposta fiera», una sorta di festa paesana che volge al termine e che vede la folla sparire in maniera disordinata. Ungaretti è l’unico testimone della vicenda dell’amico e questa lirica si propone in qualche modo di evitargli l’oblio, ricordando la sua identità e la sua storia. La poesia diventa quindi quello strumento attraverso cui si può offrire consolazione e garantire il ricordo di ciò che è stato. I versi brevi, costituiti anche da una sola parola, danno alla poesia un ritmo lento e frantumato. Si parla di morte, ma non traspare disperazione: il racconto della vita di Moammed Sceab avviene attraverso una serie di negazioni e la rievocazione assume la forma di una marcia funebre. IL PORTO SEPOLTO È un componimento poetico dove Ungaretti si riferisce a una leggenda su un porto sommerso precedente l'epoca tolemaica che dimostra che Alessandria d’Egitto era una città prima d'Alessandro. Il porto sepolto è metafora di uno “spazio” della coscienza al quale solo il poeta può accedere per trarre la propria poesia. La poesia appare, dalla prima strofa, come un viaggio, nelle profondità dell’esistenza, alle quali il poeta può attingere per poi diffondere, è però in questo momento, che del segreto infinito della vita nella poesia rimane un «nulla», una piccola parte, perché esso è in gran parte inesplorabile. Nulla» e «inesauribile» appaiono termini in contrasto fra loro, ma questa sorta di ossimoro è ciò che caratterizza la poesia, che scende nelle profondità infinite delle cose, ma di esse lascia solo una fragile traccia. FRATELLI In questa poesia Il tema principale è quello della precarietà della vita, posta di fronte a una sensazione opprimente di morte. La poesia si apre con una domanda che viene rivolta ai soldati che, nell’oscurità della notte non sono immediatamente riconoscibili al poeta, che si chiede se sono amici o nemici. Nel quinto verso Ungaretti ricorre all’uso dell’analogia con l’immagine della foglia appena nata che è accompagnata dal sentimento di fratellanza che si istituisce fra i soldati che sono accomunati dalla paura di perdere la vita.Tuttavia, con l’appellativo di fratelli, i soldati riconquistano la propria umanità e l’immagine della foglia diventa un elemento di consolazione e un briciolo della positività, nonostante l’esperienza traumatica della guerra. Varie sono le figure retoriche in questo breve componimento di Ungaretti. Al v. 3 si nota una personificazione (Parola tremante) che al contempo è una sinestesia. È presente l'uso dell'anafora con la ripetizione della parola "fratelli". SONO UNA CREATURA Sono una creatura è una poesia costruita su una similitudine che sottolinea l’identità tra la pietra carsica e il pianto «che non si vede» del poeta. Il paesaggio del Carso – freddo, arido, desolato – è come l’anima del poeta, che non riesce, quasi come se fosse pietrificato, a esprimere ciò che sente. A differenza di Veglia nella quale il contatto anche fisico con la morte aveva suscitato nel poeta un forte attaccamento alla vita -, in Sono una creatura prevalgono il tormento e l’angoscia per le sofferenze a cui l’uomo – e in special modo l’uomo travolto dalla guerra – è costretto a sperimentare. I versi finali sottolineano l’impossibilità di sfuggire al dolore che caratterizza l’esistenza. L’intera poesia si fonda sull’idea che esso possa arrivare a privare l’individuo della sua umanità. Per lo stile è caratterizzata, dal climax degli aggettivi riferiti alla pietra. Si noti anche l’ossimoro morte/vita e dell’anastrofe (Come questa pietra / è il mio pianto).