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Diritto Internazionale e Diritti Umani: Un'analisi del Sistema Internazionale, Appunti di Relazioni Internazionali

Appunti lezione integrati con il libro "Le relazioni internazionali nell'era dell'interdipendenza e dei diritti umani" di Papisca e Mascia

Tipologia: Appunti

2018/2019

In vendita dal 21/12/2019

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martina_saccoman 🇮🇹

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Le relazioni internazionali nell’era dell’interdipendenza e dei diritti umani – Prof. M. Mascia
CAPITOLO 1: TEORIE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI
1. Scienza della politica internazionale e istanze del mutamento
L’approccio è un termine che sta ad indicare il particolare angolo visuale dal quale muove lo studioso nel
delimitare il campo della sua indagine. Fornisce in via preliminare, gerarchie concettuali e schemi
classificatori. L’importante è che esso aiuti a costruire ipotesi verificabili e quindi a produrre generalizzazioni
quanto a comportamenti e processi interattivi. La storia della dialettica degli approcci e paradigmi della
disciplina delle relazioni internazionali avviene in tre fasi successive:
1) Il dibattito tra realismo e idealismo
2) Il dibattito tra approcci classici o tradizionali e comportamentismo
3) Il dibattito tra realismo e globalismo-transnazionalismo-cosmopolitismo
L’attuale fase si caratterizza per la ricerca di nuovi paradigmi, che superino il riduttivismo e il determinismo
del filone statocentrico secondo cui sarebbe rilevante per l’analisi soltanto ciò che è statale e interstatale. La
politologia di stampo realista rivela insufficienze analitiche. La stessa organizzazione internazionale
intergovernativa è trascurata, precludendo così la possibilità di tenere in debito conto importanti processi
che stanno influendo sul comportamento degli stati.
Galtung accusò i politologi di cecità, essi non guardano all’intera realtà della politica internazionale, ma sono
fissati sugli stati. La politologia internazionalistica si caratterizzerebbe per una sorta di sindrome di stato-
centrismo.
L’ostinata attenzione degli internisti per i partiti politici fa da pendant alla fissazione stato-centrica degli
internazionalisti realisti: questa omologazione partito politico-stato nazionale non è causale, dal momento
che i due filoni analitici affondano le proprie radici all’interno del medesimo paradigma politologico. Al
potere dei partiti dentro lo stato fa riscontro il potere dello stato nel sistema dei rapporti internazionali.
Secondo l’approccio realista l’associazionismo, intra-nazionale o transnazionale che sia, per quanto
stabilmente organizzato, resterebbe fuori dal gioco delle istituzioni della politica, nell’errato assunto che
l’associazionismo sia sinonimo soltanto di movimento o di movimentismo socialmente, e non anche
politicamente, rilevante.
Il mondo dell’associazionismo è per definizione il mondo dei fini “nuovi” e “altri”, è il mondo dei valori non
mediabili dalle “personificazioni giuridiche” della tradizionale realtà interstatale: il collegamento di tale
mondo alla sfera del dover essere e quindi della prescrittività è logico. Il sistema deve essere funzionale alla
pace e non alla guerra. La spendita politica dei valori significa azione per il mutamento della tradizionale
struttura del sistema internazionale nel suo complesso.
2. Il paradigma statocentrico
La corretta analisi del mutamento implica che si ponga in discussione il ruolo egemonico che il paradigma
statocentrico delle relazioni internazionale ha a lungo detenuto. Tale paradigma si fonda, sull’assunto che il
mondo è anarchico, ovvero politicamente frammentato, senza una autorità sopraordinata agli stati, ciascun
stato è superiorem non recognoscens. L’analisi che si ispira a tale paradigma consiste nello spiegare perché e
come gli stati fanno la guerra, gestiscono le relazioni diplomatiche, creano istituzioni e consuetudini,
organizzano il potere in relazione al perseguimento dei rispetti interessi nazionali.
Il paradigma statocentrico sta al centro del filone realista. Il realismo si identifica con la power politics, cioè
con la politica di potenza cui gli stati, per loro natura costitutiva, sarebbero ineludibilmente votati. Alla base
del realismo sta un giudizio pessimista sulla natura umana: l’uomo è egoista e violento e gli stati sono
peggiori degli individui che ne fanno parte. La politica internazionale, quale frutto dell’interazione fra le
sovranità statali, non può che essere conflittuale. Il realismo assume l’egoismo statuale-nazionale quale
variabile indipendente delle sue analisi. La politica internazionale è una lotta per il potere. Qualunque sia lo
scopo ultimo della politica internazionale, il potere è sempre lo scopo immediato.
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Le relazioni internazionali nell’era dell’interdipendenza e dei diritti umani – Prof. M. Mascia

CAPITOLO 1: TEORIE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI

1. Scienza della politica internazionale e istanze del mutamento

L’approccio è un termine che sta ad indicare il particolare angolo visuale dal quale muove lo studioso nel delimitare il campo della sua indagine. Fornisce in via preliminare, gerarchie concettuali e schemi classificatori. L’importante è che esso aiuti a costruire ipotesi verificabili e quindi a produrre generalizzazioni quanto a comportamenti e processi interattivi. La storia della dialettica degli approcci e paradigmi della disciplina delle relazioni internazionali avviene in tre fasi successive:

  1. Il dibattito tra realismo e idealismo
  2. Il dibattito tra approcci classici o tradizionali e comportamentismo
  3. Il dibattito tra realismo e globalismo-transnazionalismo-cosmopolitismo L’attuale fase si caratterizza per la ricerca di nuovi paradigmi, che superino il riduttivismo e il determinismo del filone statocentrico secondo cui sarebbe rilevante per l’analisi soltanto ciò che è statale e interstatale. La politologia di stampo realista rivela insufficienze analitiche. La stessa organizzazione internazionale intergovernativa è trascurata, precludendo così la possibilità di tenere in debito conto importanti processi che stanno influendo sul comportamento degli stati. Galtung accusò i politologi di cecità, essi non guardano all’intera realtà della politica internazionale, ma sono fissati sugli stati. La politologia internazionalistica si caratterizzerebbe per una sorta di sindrome di stato- centrismo. L’ostinata attenzione degli internisti per i partiti politici fa da pendant alla fissazione stato-centrica degli internazionalisti realisti: questa omologazione partito politico-stato nazionale non è causale, dal momento che i due filoni analitici affondano le proprie radici all’interno del medesimo paradigma politologico. Al potere dei partiti dentro lo stato fa riscontro il potere dello stato nel sistema dei rapporti internazionali. Secondo l’approccio realista l’associazionismo, intra-nazionale o transnazionale che sia, per quanto stabilmente organizzato, resterebbe fuori dal gioco delle istituzioni della politica, nell’errato assunto che l’associazionismo sia sinonimo soltanto di movimento o di movimentismo socialmente, e non anche politicamente, rilevante. Il mondo dell’associazionismo è per definizione il mondo dei fini “nuovi” e “altri”, è il mondo dei valori non mediabili dalle “personificazioni giuridiche” della tradizionale realtà interstatale: il collegamento di tale mondo alla sfera del dover essere e quindi della prescrittività è logico. Il sistema deve essere funzionale alla pace e non alla guerra. La spendita politica dei valori significa azione per il mutamento della tradizionale struttura del sistema internazionale nel suo complesso.

2. Il paradigma statocentrico

La corretta analisi del mutamento implica che si ponga in discussione il ruolo egemonico che il paradigma statocentrico delle relazioni internazionale ha a lungo detenuto. Tale paradigma si fonda, sull’assunto che il mondo è anarchico, ovvero politicamente frammentato, senza una autorità sopraordinata agli stati, ciascun stato è superiorem non recognoscens. L’analisi che si ispira a tale paradigma consiste nello spiegare perché e come gli stati fanno la guerra, gestiscono le relazioni diplomatiche, creano istituzioni e consuetudini, organizzano il potere in relazione al perseguimento dei rispetti interessi nazionali. Il paradigma statocentrico sta al centro del filone realista. Il realismo si identifica con la power politics, cioè con la politica di potenza cui gli stati, per loro natura costitutiva, sarebbero ineludibilmente votati. Alla base del realismo sta un giudizio pessimista sulla natura umana: l’uomo è egoista e violento e gli stati sono peggiori degli individui che ne fanno parte. La politica internazionale, quale frutto dell’interazione fra le sovranità statali, non può che essere conflittuale. Il realismo assume l’egoismo statuale-nazionale quale variabile indipendente delle sue analisi. La politica internazionale è una lotta per il potere. Qualunque sia lo scopo ultimo della politica internazionale, il potere è sempre lo scopo immediato.

Ogniqualvolta si danno da fare per raggiungere i loro scopi attraverso la politica internazionale, essi agiscono in competizione per il potere. La politica internazionale è di necessità di una politica di potenza. Il realismo è una dottrina che rifiuta la complessità delle motivazioni che ispirano oltre che gli individui, anche i soggetti collettivi e le organizzazioni complesse, e riduce tutto alla difesa dell’interesse nazionale da perseguire attraverso l’incremento dei margini di sicurezza dello stato. La deontologia del realismo è quella della prudenza politica. Kennan afferma che il compito di stabilire la pace mondiale sarà affrontato nel migliore dei modi se ci si atterrà ai procedimenti tradizionali della prudenza politica, e non se verranno stabilite rigide misure giuridiche. L’approccio realista stenta a prendere in debita considerazione l’interdipendenza economica globale e i collegati processi di mutamento, sia perché dovrebbe ammettere e spiegare l’esistenza di attori diversi dagli stati, sia perché dovrebbe fare riferimento ad una struttura sistemica la cui dinamica intacca le sovranità statali con strumenti diversi da quelli belligeni-militari. Per l’approccio realista, la struttura naturale del sistema dei rapporti statali è quella dell’equilibrio di potenza, ovvero del balance of power, un assetto che è alla ricerca costante di un equilibrio fondamentalmente mediante l’uso o la minaccia dell’uso della violenza. Quella di equilibrio di potenza è una situazione nella quale nessun attore, da solo o tramite alleanza, può dominare tutti gli altri. L’equilibrio di potenza è caratterizzato da una visione ciclica della storia ed è considerato una legge eterna e immutabile. Nel realismo emergono due scuole di pensiero sul funzionamento dell’equilibrio. Per alcuni esso è il risultato di un processo volontaristico determinato da precise scelte delle principali potenze, per altri, coloro che si riconoscono nel realismo strutturale o neorealismo, è la conseguenza spontanea di logiche sistemiche che prescindono dalla volontà degli stati. La corsa al riarmo, la sofisticazione dei sistemi d’arma, le guerre periferiche, la strumentalizzazione degli organismi internazionali multilaterali, il disinteresse per le tensioni politico-sociali nei rapporti nord-sud sono espressioni della costante ricerca di equilibrio fra superpotenze. Gli studi sull’egemonia descrivono la politica internazionale come una successione di ordini che vengono imposti al mondo dalla potenza egemone di turno. L’assunto di fondo condiviso dalle principali teorie dell’egemonia può essere riassunto così: quanto più il potere è concentrato nella potenza egemone tanto più stabile è il sistema internazionale. Tanto è più evidente la disparità nella distribuzione di potenza tra egemone e sfidanti, tanto meno sarà probabile il ricorso alla guerra, che non soltanto rappresenta la più grave minaccia arrecata a qualunque ordine internazionale, ma è anche la modalità principale attraverso cui avvengono le successioni tra potenze egemoni. Il momento più alto di instabilità si verifica con il declino della potenza egemone e l’inizio di una fase di disordine segnata dalla lotta tra gli attori sfidanti per rimpiazzare l’attore principale attraverso una guerra costituente che darà vita ad un nuovo ordine internazionale. Il concetto di geopolitica può considerarsi un approccio della teoria delle relazioni internazionali che mette al centro dell’analisi la dimensione spaziale del gioco del potere politico. È definita come lo studio delle relazioni che esistono tra il condurre una politica di potenza e il quadro geografico in cui ciò avviene. I realisti considerano il quadro geopolitico, cioè la configurazione nello spazio della distribuzione del potere, come uno dei fattori esterni che, insieme con la struttura del sistema internazionale, condiziona il comportamento degli stati. Il più autorevole esponente del neorealismo è Waltz. Egli pone l’attenzione sulla struttura del sistema più che sui comportamenti delle unità che in esso interagiscono, cioè sul modo con cui le interazioni fra gli attori si organizzano. La struttura del sistema internazionale è anarchica ed è sostanzialmente immodificabile. Le relazioni internazionali si modificano raramente. le unità in un ordine anarchico agiscono nel proprio interesse e non per conservare un’organizzazione e per favorire il proprio successo al suo interno. La realtà internazionale è anarchica, orizzontale, decentralizzata, omogenea, non diretta e capace di mutua adattabilità. Waltz spiega e giustifica l’equilibrio del terrore fra le due superpotenze, perseguito nel quarantennio del bipolarismo, come quello che assicura stabilità al sistema.

In presenza di tre fines (la fine dell’era dell’equilibrio del terrore nucleare, la fine dell’idea di rivoluzione e la fine della ideologia) si è verificata la mutazione della politica attraverso l’unificazione della politica interna e della politica internazionale. La politica internazionale ha dovuto uscire dal suo stato di natura per fronteggiare la mutazione della guerra. Significativa è la produzione teoria del WOMP, che si sostanzia dell’apporto di autori anche accentuatamente diversi nel modo di affrontare la tematica del mutamento, accumunati dall’impegno inteso ad articolare operativamente le strategie di transizione verso i preferred future world orders. Altra connotazione sono l’orientamento all’azione e la forte istanza didascalica e pedagogica che sottende il lavoro teoretico. Questa scuola di pensiero condivide i seguenti assunti:

  • Lo stato di sofferenza dell’umanità è provocato da quattro problemi principali: guerra, povertà, ingiustizia sociale e inquinamento ambientale
  • È necessario che la politica si orienti al soddisfacimento di bisogni umani, a cominciare da quelli essenziali
  • Sono insufficienti le tradizionali categorie concettuali delle relazioni statualistiche in ordine alla lettura della attuale realtà internazionale Il mondo reale diagnosticato da Galtung, suddiviso in due parti: genere umano e natura, è soggetto a crisi che si esprimono attraverso la violenza, la miseria, la repressione e l’inquinamento ambientale. Il momento prescrittivo fa riferimento ai valori-obiettivi di assenza di violenza, benessere economico, giustizia sociale, diritti umani ed equilibrio ecologico. Il mutamento strutturale è la variabile indipendente della teoria politica di Galtung. La duplice diagnosi del dominance system (violenza strutturale) e del war system (violenza diretta) è immediatamente integrata dalla prognosi concepita come indicazione puntuale di strategie di eliminazione o almeno di riduzione. Galtung suggerisce cinque fasi per la strategia che definisce liberation fight:
  • Coscientizzazione
  • Organizzazione
  • Confronto
  • Lotta contro la dominazione
  • Self-reliance Quanto agli attori delle strategie di mutamento, il riferimento è ai soggetti, individuali e collettivi, della parte non-territoriale della struttura mondiale: organizzazioni intergovernative, organizzazioni non-governative, multinazionali economiche.

3.2 Approccio “obiettivi societari”

Secondo Merle, i dati, ormai strutturali, della realtà internazionale possono sintetizzarsi nei seguenti concetti:

  • Le relazioni internazionali non costituiscono attività separata e estranea, c’è un flusso di comunicazioni dirette tra persone e tra società che appartengono a collettività politiche incluse in stati diversi
  • Ci sono obiettivi nuovi, chiamati societari, che non possono essere seguiti senza uno sforzo collettivo di cooperazione e di solidarietà
  • Le relazioni internazionali si caratterizzano per un rilevante grado di complessità che investe tutti i settori e tutti i libelli dell’attività sociale, nonché i contenuti e gli ambiti operativi

Merle afferma che il mutamento è segnato da due elementi fondamentali:

  • L’universalità reale delle relazioni internazionali, con la definitiva entrata in scena di Usa e Giappone e la nascita di cento nuovi stati
  • La chiusura dello spazio dal triplice punto di vista: o fisico, occupazione e sfruttamento di tutte le terre abitabili o politico, statizzazione delle comunità umane o economico, esaurimento di risorse, inquinamento Lo stato nazione è in crisi nonostante la sua apparente dilatazione, la terra è tutta lottizzata da stati che rivendicano gli stessi attributi di sovranità. La crisi consiste nella fine del potere dello stato di controllare tutto quello che sta al suo interno. Lo stato nazione ovunque è in crisi, nella maggior parte dei casi esso non comanda che all’apparenza, se sopravvive è perché non ha ancora trovato il sostituto né in altre forme di gestione territoriale, né nella solidarietà di razza, né in quella di classe. La fine del potere dello stato è provocata da due fattori:
  • Smantellamento dello spazio, solo formalmente chiuso, delle sovranità statali, dovuto alle comunicazioni e al liberalismo economico
  • Fine del monopolio governativo nella gestione degli affari internazionali, con l’entrata in scena di altri soggetti interni e esterni La realtà del mutamento si articola per Merle nel venir meno delle ragioni dei blocchi, nell’autodeterminazione dei popoli, nel movimento dei diritti umani e nel perdurante squilibrio nord-sud. Tensioni interne e tensioni esterne si intersecano costantemente in un universo in via di restringimento. Diplomazia, strategia, economica e cultura, sono attività sempre più interdipendenti tra loro: giustizia e sicurezza sono valori complementari che non si può pensare di far trionfare separatamente l’uno dall’altro. Il passaggio dalla fase delle interazione, che sono attualmente fonte di caos e fattori di dominazione, alla fase di una solidarietà effettiva inglobante in sé tutte le componenti dell’umanità è appena abbozzato. Dalla riuscita di questa transazione tra la vecchia e la nuova società dipende l’avvenire delle relazioni internazionali. Il mutamento è necessario.

3.3 Approccio “democrazia internazionale”

L’approccio della via istituzionale alla pace, dando priorità alla democratizzazione della politica internazionale, concentra necessariamente l’attenzione quegli aspetti della costruzione di un ordine mondiale di pace e di giustizia che attengono ai principi, alla struttura e alle modalità di funzionamento degli organismi internazionali e al ruoli di attori diversi dagli stati. L’assunto di fondo è triplice:

  1. La democratizzazione di istituzioni, procedure e politiche di global governance è variabile indipendente, cioè fattore causativo e condizionante, rispetto ai processi di pacificazione e alle politiche di human development, human security, eguaglianza di genere, sostenibilità ambientale, nonché alle istituzioni e procedure di garanzia dei diritti internazionalmente riconosciuti
  2. È impossibile parlare di democrazia e di democratizzazione se si prescinde dal riferimento ad ambiti istituzionali che ne consentano la realizzazione: che si tratti di democrazia rappresentativa o partecipativa o diretta. La grossa sfida sta nel far sì che gli ambienti istituzionali si rendano idonei a recepire la pratica della democrazia
  3. Il potenziamento dell’Onu e dell’intero sistema di Agenzia specializzate, così come di qualsiasi altra organizzazione multilaterale, presuppone più legittimazione diretta degli organi che decidono in sede sopranazionale e più partecipazione popolare alle loro prese di decisione

3.4 Approccio della statualità sostenibile

È un approccio che condivide con i paradigmi della global governance e della democrazia internazionale gli assunti di base:

  • Diagnosi di inadeguatezza qualitativa e di capacità di prestazione della struttura stato-centrica del sistema internazionale
  • Riferimento al paradigma dei diritti umani quale parametro per la trasformazione umano-centrica del sistema, se ne distingue per l’attenzione che esso rivolge alle forme della statualità sostenibile La critica si basa sulla constatazione che il potere di fare le leggi e di coercire non è più monopolio, o funzione sovrana, dello stato, perché esistono strutture d’autorità che fanno leggi e battono moneta. È dunque infranto il monopolio della statualità fin qui detenuto dallo stato nazionale cosiddetto sovrano. Lo spazio funzionale della statualità sostenibile viene a coincidere con lo spazio costituzionale dei diritti umani, dilatatosi in virtù del riconoscimento internazionale dei diritti fondamentali. Il nucleo essenziale dell’apparato concettuale della statualità sostenibile è mutuato dalle teorie del federalismo, dello sviluppo umano, della sicurezza umana e della multi-level governance. I più importanti indicatori di statualità sostenibile sono:
  • Il riconoscimento esplicito, nelle carte costituzionali, del primato del Diritto internazionale dei diritti umani sul diritto interno
  • Il rafforzamento dei principi dello stato di diritto (rule of law) nell’ottica della loro interdipendenza e indissociabilità rispetto alle esigenze dello stato sociale (welfare state): tutti i diritti umani sono fra loro interdipendenti e indivisibili
  • La realizzazione di forme di ampia autonomia funzionale, che comporta l’applicazione del principio del pluralismo nei riguardi sia dei partiti e dei sindacati sia delle altre legittime formazioni di società civile
  • La realizzazione di avanzate forme di autonomia territoriale: più funzioni e potere a comuni, province, regioni, in base al principio secondo cui l’autonomia locale è originaria e non derivata e concessa dallo stato. Con lo stato d’appartenenza, l’autonomia in quanto tale non si negozia, se ne concordano le modalità d’esercizio
  • L’applicazione del principio del pluralismo d’impresa in quanto appartenente alla logica della democrazia politica oltre che alle leggi dell’economia di mercato
  • L’appartenenza attiva a sistemi sopranazionali di sicurezza collettiva
  • La salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio costituito dall’ambiente naturale e dai beni artistici e culturali come obiettivo trasversale all’agenda delle varie politiche pubbliche

4. Approccio della global governance

Governance deve essere intesa come processo ordinatore o di controllo. L’approccio parte dalla diagnosi di manifesta e crescente ingovernabilità che investe i vari stati sovrani nella condizione storica dell’interdipendenza mondiale. L’ingovernabilità discende dall’incapacità dello stato, nella sua tradizionale forma segnata dagli attributi della sovranità e dalla territorialità confinaria, di autonomamente adattarsi alle mutate condizioni del sistema mondo. Il moltiplicarsi della violenza e delle guerre dentro gli stati (intra-state wars) è un indicatore importante dell’affievolirsi della capacità degli stati di assicurare la pace tra i propri cittadini. L’Onu e gli stati costituiscono una parte centrale, ma non esaustiva, nei processi della governabilità globale. L’accezione di questa è molto più ampia e vi rientrano sistemi di regole a tutti i livelli della attività umana.

Schneider e King definiscono governance il meccanismo di comando di un sistema sociale e le sue azioni intese a fornire sicurezza, prosperità, integrazione, ordine e continuità al sistema, con l’ulteriore precisazione che in senso lato, il concetto di governance non deve essere ristretto ai sistemi internazionali e nazionali, ma deve essere usato in relazione sia ai governi regionali, provinciale e locali, sia ad altri sistemi sociali come quelli dell’educazione e del militare, delle imprese private e perfino al microcosmo della famiglia. Rosenau riassume dicendo che il processo di governabilità è quello medianti il quale una organizzazione o una società guida sé stessa precisando che le dinamiche della comunicazione sono centrali a questo processo. La governance è la somma delle molte vie attraverso le quali gli individui e le istituzioni, pubbliche e private, conducono i loro affari comuni. L’accezione di governance è concepita in termini di relazionalità e processualità. Ci può essere governance anche senza government, oppure government senza governance e naturalmente government con governance. La governance è stata considerata primariamente come un insieme di relazioni intergovernative, ma deve essere oggi intesa come coinvolgente anche organizzazioni non-governative, movimenti cittadini, corporazioni multinazionali e il mercato globale del capitale. Interagenti con questi fattori sono i mass media globali con la loro drammaticamente estesa influenza. Rosenau parla di nascent forms or mechanism of governance, intesi come steering mechanisms:

  • meccanismi transnazionali: imprese private, organizzazioni non-governative, movimenti sociali
  • meccanismi subnazionali: città e microregioni
  • meccanismi sponsorizzati dagli stati: macroregioni, ovvero le forme del nuovo regionalismo internazionale
  • meccanismi sponsorizzati congiuntamente da stati e attori non statuali: i regimi internazionali La global governance è intesa come la parte ordinata o come l’insieme dei nuclei di guida e orientamento all’interno del magma dell’interdipendenza. Meccanismi di governance sono operanti all’interno del processo di mondializzazione dell’economia. Il paradigma della global governance è prescrittivo, si propone di dare indicazioni su modi e mezzi per gestire l’interdipendenza mondiale nel rispetto dei valori umani universali e per il perseguimento di obiettivi primari quali la prevenzione dei conflitti armanti, lo sviluppo umano sostenibile e la salvaguardia dell’ambiente naturale in tutti i paesi del mondo. La commissione identifica le ONG e le innumerevoli strutture di società civile globale (global civil society) quali attori del mutamento e teorizza la crescita della gente, di cui un fattore determinante è un reddito stabile. Il paradigma valoriale di riferimento è quello che la commissione chiama “etica globale dei diritti comuni e delle responsabilità condivise”. Questa etica si basa sui diritti fondamentali della persona e fornisce i parametri valoriali per la costruzione di un più efficace sistema di governabilità globale. Le responsabilità condivise sono finalizzate a:
  • contribuire al bene comune
  • considerare l’impatto delle proprie azioni sulla sicurezza e il benessere altrui
  • promuovere l’equità, compresa l’equità di genere
  • proteggere gli interessi delle generazioni future perseguendo obiettivi di sviluppo sostenibile e salvaguardando i beni comuni
  • salvaguardare l’eredità culturale e intellettuale dell0umanità
  • partecipare attivamente alla governabilità
  • operare per eliminare la corruzione

L’aumento di visibilità della dimensione regionale nel sistema dell’UE costituisce un triplice processo dinamico di strutturazione: crea arene indipendenti di negoziazione, intensifica la comunicazione e stimola l’apprendimento. La differenziazione delle arene riduce il problema della complessità che inerisce a un sistema multi-livellato. La definizione di multi-level governance: è un’azione coordinata dell’Unione, degli Stati membri e degli enti regionali e locali, fondata sul partenariato e volta a definire e attuare le politiche dell’UE. Il rispetto del principio di sussidiarietà e la multi-level governance sono considerati le due facce della stessa medaglia: il primo riguarda le competenze dei diversi livelli di potere, la seconda pone l’accento sulla loro interazione. Entrambi contribuiscono a definire il modello europeo di protezione dei diritti fondamentali.

6. Approccio di genere

Nella disciplina delle relazioni internazionali non c’è finora stato spazio per i fattori umani e sociali e per le relazioni transnazionali fra strutture indipendenti di società civile globale. Tickner afferma che la high politics è un mondo di uomini, un mondo di potere e conflitto nel quale la pratica della guerra è l’attività principale e dal quale le donne sono state tradizionalmente escluse. Il femminismo contemporaneo nasce e si sviluppa ponendosi in antitesi con la concezione tradizionale, quella realista delle relazioni internazionali e collocandosi, pur se in maniera critica, all’interno del filone del mutamento. Whitworth riconduce il dibattito femminista a quattro filone principali:

  1. il femminismo liberale denuncia l’esclusione delle donne dalla vita politica, economica e sociale e chiede la loro partecipazione diretta ai processi decisionali delle organizzazioni internazionali, in particolare a quelli relativi al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, al disarmo e allo sviluppo economico e sociale. Esso chiede che le relazioni internazionali comprendano anche le attività delle donne, ma rivendica la partecipazione delle donne alla cosiddetta high politics. Gli assunti sono: o il coinvolgimento delle donne nella vita di relazione internazionale porta al superamento delle diseguaglianze di genere o il rispetto dei diritti civili e politici, dei diritti di libertà, all’interno dei sistemi politici nazionali è indispensabile per assicurare la eguale partecipazione delle donne e degli uomini o lo sviluppo dell’organizzazione internazionale, sia governativa, sia non-governativa, libera nuova soggettività orientata al mutamento, quella femminile. La critica a questo approccio è che non mette in discussione il sistema dell’economia mondiale governato dalle leggi a-umane del mercato, sistema che costringe le donne a vivere in una condizione strutturale di subordinazione e di sfruttamento. Il femminismo liberale stenta ad accettare il principio di interdipendenze e indivisibilità tra i diritti civili e politici e i diritti economici e sociali
  2. il femminismo radicale mette al centro il rapporto di subordinazione tra la donna e l’uomo. Le relazioni di subordinazione e dominazione tra donne e uomini costituiscono una delle fondamentali forme di oppressione. Esso sottolinea come la struttura patriarcale abbia una influenza diretta non solo sui comportamenti degli attori che agiscono e interagiscono nel sistema della politica internazionale, ma anche sulla definizione del sistema medesimo, e quindi sulle diverse visioni del mondo. Lo sviluppo delle scienze sociali non è altro che lo sviluppo del pensiero maschile delle scienze sociali e l’analisi della realtà internazionale e fatta sulla base di una masculine worldview. All’interno di una prospettiva femminile, il potere è considerato come empowerment, la sicurezza è intesa come la capacità id uno stato di promuovere e garantire lo sviluppo umano, la tutela dell’ambiente, il soddisfacimento dei bisogni fondamentali delle persone e delle comunità umane. Le scienze sociali non possono essere neutrali, ma sono impregnate di valori umani. Il femminismo radicale pone al centro della sua analisi il rapporto donne-guerra-pace, al fine di mettere in evidenza i loro atteggiamenti, il modo di porsi di fronte alla guerra e alla pace.

Esso asserisce che la guerra e la pace potrebbero assumere un significato radicalmente diverso se le donne si sostituissero agli uomini nello studio e nella pratica delle relazioni internazionali. Le cause della guerra vanno ricercate nel comportamento maschile, nel modo in cui i maschi governano gli stati e le organizzazioni internazionali. Se per il filone realista tutti gli essere umani nascono violenti ed aggressivi, per il femminismo radicale biologicamente aggressivi sono soltanto i maschi. La critica al femminismo radicale riguarda la scarsa attenzione che esso pone nei confronti di quelle organizzazioni internazionali intergovernative

  1. il femminismo post-modernista fonda la sua analisi su quattro assunti: o qualsiasi punto di vista femminista è necessariamente parziale o la donna non esiste in quanto tale ma soltanto all’interno di un insieme specifico di relazioni o le diseguaglianze tra donne e uomini devono essere abolite o per superare le discriminazioni fondate sul genere bisogna conoscere come le relazioni di genere sono strutturare all’interno delle istituzioni internazionali e nella stessa disciplina delle relazioni internazionali Secondo questo approccio, tutto ciò che è strutturato e pre-strutturato rispetto alle donne è intrinsecamente discriminatorio, cioè anti-donna
  2. il femminismo critico è un approccio libero da condizionamenti ideologici, orientato all’azione e alla prescrizione al mutamento. Il gender si riferisce alla relazione ideologica e materiale, storicamente ineguale, tra le donne e gli uomini. Condivide il significato di gender come ineguaglianza socialmente costruita tra donne e uomini, come conoscenza della differenza sessuale, e come la necessità di promuovere la partecipazione internazionale delle donne attraverso precise disposizioni normative. Il femminismo critico denuncia il comportamento di istituzioni internazionali, funzionali al mantenimento dello status quo e alla conservazione di un ordine internazionali fondato sulle diseguaglianze di genere, ma allo stesso tempo riconosce il ruolo strategico che organizzazioni e programmi internazionali svolgono nel dare attuazione a politiche volte a determinare una trasformazione profonda delle relazioni tra uomini e donne nel sistema della politica internazionale.

7. Elementi per un paradigma umano-centrico

L’interdipendenza planetaria è una condizione da considerare ormai permanente, un dato strutturale del sistema economico, politico e culturale internazionale. La realtà politica internazionale è sempre più pervasa e articolata dalla pratica dei rapporti transnazionali, pilotata da una folla di nuovi attori che sono portatori di valori e interessi diversi da quelli degli stati. È avvenuta la positivizzazione giuridica internazionali dei diritti umani, col richiamo istituzionale ai valori dell’etica e con l’innesco di processi di profonda trasformazione. Il riferimento ai valori umani nella politica internazionale è oggi legittimato dalla stessa legge internazionale. la compresenza dei tre ordini di elementi riconducibili alla interdipendenza, alla transnazionalizzazione di rapporti e strutture e alla internazionalizzazione dei diritti umani, fornisce le premesse strutturali per l’effettiva democratizzazione delle relazioni internazionali. L’approccio è del sistema internazionale che esce dallo stato di natura, passando dalla logica hobbesiana dell’egoismo a quella irenica e solidaristica del Codice internazionale dei diritti umani, dallo schema della power politics a quello della pace positiva e dell’etica umano-centrica. Potere politico che si sostanzia delle armi (guerra come extrema ratio) versus potere politico che si sostanzia dei valori umani (pace come ratio ordinaria). La logica dei diritti umani è quella dei fini, rende secondaria la dimensione territoriale della politica, privilegia la dimensione funzionale, ciò che non è confine. Il sistema internazionale è pertanto assunto essere non bloccato, suscettibile di mutare nelle sue line strutturali, senza dovere fare ricorso alla variabile indipendente guerra.

2. La transnazionalizzazione

2.1 Cenni sullo sviluppo del transnazionalismo

Con transnazionalizzazione si intende definire la dinamica dei ruoli, delle strutture e delle istituzioni alla cui origine stanno attori diversi dai governi e dalle loro agenzie intergovernative, in grado di agire e interagire significativamente nello spazio funzionale internazionale in modo autonomo rispetto ai centri di potere politico di matrice statale. Keohane e Nye definiscono le interazioni transnazionali come un movimento di oggetti tangibili o intangibili attraverso stati confinanti quando almeno un attore non sia un agente di un governo o di una organizzazione intergovernativa. Gli attori di questo processo sono entità organizzate la cui identità consiste nella capacità di operare in più paesi prescindendo dalle dimensioni tipiche delle tradizionali relazioni internazionali, la statalità e la territorialità. Gli attori transnazionali si distinguono da quelli intergovernativi perché si strutturano su segmenti delle realtà sociali, economiche, culturali e politiche intere ai vari stati, si situano accanto agli stati e allo stesso tempo li intersecano orizzontalmente. Gli attori intergovernativi derivano la loro esistenza, giuridica e politica, dalla volontà degli stati e, quindi, si collocano funzionalmente in posizione verticale rispetto agli stessi stati. La pratica del moderno transnazionalismo preceda e poi si accompagni strettamente alla pratica della cooperazione organizzata in via permanente tra stati. Nella seconda metà dell’800 sorgono le prime organizzazioni internazionali intergovernative.

2.2 I caratteri del transnazionalismo

Il campo di espressione della socialità umana è potenzialmente illimitato e transnazionale. La diffusione capillare e rapida dell’associazionismo per via transnazionale sta ad indicare che, in assenza di costrizioni artificiali, la dinamica della società umana nello spazio è senza confini. L’organizzazione transnazionale è elemento di razionalizzazione e di efficacia della pratica dell’associazionismo ad ogni livello, serve innanzitutto a potenziare il ventaglio di risorse e a massimizzare gli obiettivi delle singole unità coinvolte, nazionali e subnazionali. L’associazionismo transnazionale costituisce la maturazione e il prolungamento naturale dell’associazionismo intranazionale. Soprattutto nei paesi dell’Europa centrale e orientale e in quelli del Terzo mondo, il transnazionalismo ha costituito uno dei fattori rilevanti per i profondi mutamenti in atto: il pluralismo associativo ha preceduto il pluralismo partitico, con ciò dimostrando che le variabili transnazionali esercitano un ruolo fondamentale. Sono in atto la diversificazione e l’allargamento dei campi d’azione e delle competenze delle organizzazioni nongovernative, ONG, in particolare quelle definite cause oriented, cioè che operano per l’asserzione di valori assunti come universali. I campi d’azione sono: pace e disarmo, diritti umani, sviluppo economico e sociale, difesa dell’ambiente, sradicamento della povertà estrema, autosufficienza alimentare, energia pulita, alloggio adeguato, salute, rifugiati, aiuti d’emergenza, diritti della donna, diritti del bambino, educazione, interdizione del lavoro minorile e abolizione della pena di morte. Gli attori transnazionali profit e non-profit, tendono a sviluppare una più puntuale consapevolezza politico- sistemica dei rispettivi ruoli e a uscire dalla tradizionale ottica corporativa o comunque di più o meno pronunciata settorialità che in alcuni casi è auto-referenziale. La crescita quantitativa e qualitativa di questi ruoli orizzontali nella dinamica delle relazioni internazionali contribuisce ad estendere anche al dilatato spazio dei rapporti politici internazionali la deontologia e il metodo della democrazia. Il transnazionalismo organizzato è radicalmente incompatibile con il monopolio statalistico di tali relazioni e con ciò che possiamo chiamare l’assolutismo del sistema di governo della politica internazionale. Una parte del transnazionalismo organizzato, quello più popolare che persegue obiettivi di promozione umana in chiave solidaristica, è sempre più consapevole di essere un movimento costituzionalista con finalità assimilabili a quelle dei movimenti che operano all’interno dei singoli stati per l’affermazione dei diritti umani, dello stato di diritto e dei principi democratici.

Il processo di transnazionalizzazione mostra una duplice tendenza:

  • la prima è verso il consolidamento di un vero e proprio sistema transnazionale, con caratteri di originalità e autonomia. L’area del transnazionalismo viene definita come continente nonterritoriali o anche come global ocean. È l’area della global civil society
  • la seconda è nel senso di innestare caratteri nuovi nel vecchio sistema delle relazioni internazionali interstatali, per esempio il pluralismo e la partecipazione popolare La pluralizzazione e la diversificazione dei soggetti sulla scena planetaria, costituisce fonte di arricchimento della vita di relazione internazionale. È quindi un arricchimento quantitativo. Ma c’è anche un arricchimento qualitativo. Il tradizionale sistema internazionale, informato alla logica statocentrica, è un sistema di governanti, tra governanti e per governanti, al riparo da qualsiasi forma di controllo democratico in senso proprio, che non può essere che quello dei governati. Oggi anche a livello internazionale esistono, e si rendono visibili, proprio i governati, cioè i membri della famiglia umana. Il processo di liberazione di questa soggettualità autenticamente umana è legittimato, anche formalmente, in virtù dell’entrata in vigore delle convenzioni giuridiche internazionali in materia di diritti umani.

3. L’organizzazione

Il processo di organizzazione delle relazioni internazionali è da considerare nuovo per il sistema dei rapporti internazionali. Investe sia la sfera dei rapporti fra stati sia quella delle relazioni tra entità nongovernative. È un processo che contribuisce a trasformare la struttura del sistema internazionale da anarchica/primitiva a civile. Questo processo è alimentato dall’accelerazione dei flussi di comunicazione su scala mondiale e dalla volontà, sempre più diffusa ai vari livelli della vita sociale, politica ed economica, intesa a massimizzare gli interessi dei singoli attori. Il processo di organizzazione genera a sua volta ulteriore interdipendenza tra gli attori coinvolti. Il processo di organizzazione ha come base di partenza gli interessi nazionali e le esigenze di sicurezza nazionale dei singoli stati. L’organizzazione internazionale è intesa facilitare l’armonizzazione di queste esigenze particolari(stiche) all’interno di sopraordinati interessi generali o interessi sistemici. In campo transnazionale, specie nel settore di promozione umana, la base di partenza è quella della condivisione dell’interesse solidarista o del bene comune universale. Il processo di organizzazione serve a realizzare obiettivi di intervento sull’ambiente esterno allo schema organizzativo. Il processo di organizzazione delle relazioni internazionali ha dato luogo allo sviluppo della cultura della cooperazione internazionale. Questa nuova cultura, con relativi processi di socializzazione è alimentata dai soggetti istituzionali della cooperazione sia intergovernativi sia nongovernativi. Il processo di organizzazione internazionale reca in sé caratteri del mutamento strutturale per l’intero sistema delle relazioni internazionali per un duplice ordine di ragioni, quantitative e qualitative:

  • investe tutta la vita di relazione internazionale, sia intergovernativa sia nongovernativa, sia politica sia economica sia culturale
  • introduce un principio estraneo alla tradizionale logica del sistema della politica internazionale, quello di autorità sopranazionale, con ciò accelerando il passaggio del sistema politico internazionale dallo stato di natura allo stato di società L’organizzazione internazionale si giustifica col riferimento al valore della cooperazione, la quale postula i principi di solidarietà, giustizia, eguaglianza e rispetto dei diritti umani. Il fenomeno organizzativo interessa anche aree di comportamenti delinquenziali quali quelli transnazionali della mafia, del terrorismo, del traffico di droga…

La commissione dei diritti umani delle Nazioni unite impiegò 18 anni per mettere a punto il contenuto dei due Patti internazionali, rispettivamente sui diritti civili e sui diritti economici sociali e culturali. Occorsero altri 10 anni prima che fosse raggiunto il numero di ratifiche necessario affinché i due grandi accordo giuridici multilaterali entrassero in vigore. Il 1976 è l’anno all’insegna della norma giuridica vincolante, l’inizio dell’era dell’internazionalizzazione dei diritti umani su scala universale. L’internazionalizzazione dei diritti umani ha preso corpo non soltanto a livello universale, ma anche sul piano regionale-continentale. La convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali è entrata in vigore nel 1953. La carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli si differenzia dalle convenzioni europea e interamericana perché riconosce, oltre ai diritti dell’individuo, anche i doveri di questo e di diritti dei popoli: i diritti alla pace, allo sviluppo e all’ambiente trovano esplicito riconoscimento e articolazione. La garanzia giurisdizionale dei diritti umani è fornita di corti dei diritti umani cui possono fare ricordo direttamente anche gli individui. La forma più avanzata di garanzia raggiunta sul piano universale, è quella disposta dal Patto internazionale sui diritti civili e politici e dall’annesso Protocollo facoltativo. Il comitato dei diritti umani, composto da 18 membri eletti a titolo personale, esercita funzioni di controllo sul comportamento degli stati ed esamina le comunicazioni individuali contro presunte violazioni perpetrate dagli stati. Non ha il potere di emettere sentenze, ha però quello di entrare nel merito e dichiarare se c’è stata violazione di diritti, nonché di intimare allo stato di riparare all’illecito compiuto. Nel sistema dell’UE i diritti umani vengono per la prima volta richiamati esplicitamente nel preambolo dell’Atto unico europeo del 1986 e trovano più formale e ampia menzione nel Trattato di Maastricht del

  1. Con il Trattato di Amsterdam del 1997, i diritti umani, insieme con la libertà, lo stato di diritto e i principi democratici, vengono posti a fondamento dell’unione e l’impegno a rispettarli è annoverato tra i requisiti indispensabili per accedere all’UE. Il traguardo più recente è costituito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea proclamata a Nizza nel 2000, congiuntamente ai presidenti del consiglio europeo, del parlamento europeo e della commissione europea, e resa giuridicamente vincolante dal Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° Dicembre 2009. I diritti umani figurano tra le competenze dell’Alto rappresentante dell’unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

4.1 I processi indotti

L’internazionalizzazione dei diritti umani ha innescato una reazione a catena della quale possiamo individuare tre articolazioni:

  • la prima consiste in processi di dialogo interculturale. L’attività di elaborazione delle norme internazionali in materia e l’attività intesa a farle applicare comportano un costante confronti tra le diverse culture. L’internazionalizzazione è il processo-cantiere che sviluppa la cultura dell’universale partendo dal nucleo duro della norma giuridica. I principi generali quali l’universalità, l’interdipendenza e l’indivisibilità di tutti i diritti umani, e quello secondo cui i diritti umani della donna e delle bambine fanno indissociabilmente parte dei diritti umani internazionalmente riconosciuti. Il principio dell’interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umano sono formalizzati e ribaditi dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il codice internazionale dei diritti umani obbliga le varie culture a confrontarsi con il paradigma dei valori universali. Lo sviluppo della cultura politica delle formazioni di società civile globale è esso stesso frutto di armonizzazione culturale in relazione al paradigma dei diritti umani
  • il secondo processo innescato dalla internazionalizzazione è stato definito come quello che mette in discussione i modelli culturali di razionalità mercantile. La cultura dei diritti umani costringe a distinguere tra leggi dell’economia e valori umani universali, con questo volendo significare che il campo dell’economia ha le sue regole scientifiche, la cui applicazione in determinati contesti viene a collidere con il paradigma dei diritti fondamentali della persona e dei popoli.

Il diritto internazionale dei diritti umani fa obbligo alla politica di intervenire, per garantire un’applicazione oculata delle suddette regole e quindi gestire le situazioni secondo principi di giustizia sociale ed economica, nell’assunto che il valore dell’eguaglianza quello della solidarietà, propri del paradigma dei diritti umani, non sono subordinabili in quanti tali, meccanicisticamente, alla logica della competizione, del libero mercato e del profitto. Cooperare allo sviluppo è il corrispettivo obbligo del diritto allo sviluppo della persona e dei popoli. Il principio di interdipendenza e indivisibilità di tutti i diritti umani, che è strettamente collegato al dato ontologico dell’integralità dell’essere umano, fatto di anima e di corpo, di spirito e di materia, non è certamente un principio di razionalità economicistica. Esso comporta che le politiche economiche e sociali, public policies, siano finalizzate primariamente al soddisfacimento dei bisogni essenziali delle persone e delle comunità umane

  • il terzo processo innescato dal riconoscimento giuridico internazionale dei diritti umani consiste nella sempre più estesa e capillare mobilitazione politica mirante a trasformare le istituzioni del sistema internazionale nella direzione tracciata. Le formazioni di società civile globale sono tra gli attori internazionali più sensibili a questa situazione e il codice internazionale dei diritti umani le legittima a svolgere ruoli politici significativi Tutti hanno il diritto, individualmente e in associazione con altri, di promuovere e lottare per la protezione e la realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali a livello nazionale e internazionale. C’è qui il nullaosta rilasciato a tutti, individui, associazioni e comunità locali a superare i confini nazionali nel difendere i diritti umani. La pubblicità è diventata lo strumento di efficacia delle garanzie operanti in sede mondiale.

4.2 Il processo pedagogico

Innescato dal Codice internazionale dei diritti umani e alimentato da specifici programmi delle Nazioni unite e di altre Organizzazioni internazionali, in particolare dell’UNESCO, un ulteriore processo si sta sviluppando, che possiamo definire di mobilitazione educativa. L’internazionalizzazione dei diritti umani, il cui obiettivo principale è la promozione e la protezione dei diritti della persona e dei popoli dai micro-ambiti locali fino al macro-livello mondiale, postula l’intensificazione dell’informazione, l’apprendimento di precisi dati cognitivi a cominciare da quelli giuridico-istituzionali, la formazione di operatori specializzati e l’educazione più in generale. Il codice internazionale dei diritti umani, per la sua attuazione, necessita non soltanto di atti formali di implementazione da parte degli stati, ma anche e soprattutto conoscenza, motivazione e partecipazione dei titolari di diritti, individualmente e collettivamente considerati.

5. La mondializzazione dell’economia

Globalizzazione sta a significare un processo tendente a fare sintesi integrata di più parti, indica la composizione di più spazi, precedentemente separati, in un’ottica complessiva che peraltro non significa di per sé né armonia né pace né integrazione né perequazione. McLuhan parlò per primo di villaggio globale: i media elettronici dell’uomo post-istruito riducono il mondo ad un villaggio o ad una tribù in cui qualsiasi cosa accade a ciascuno nello stesso tempo. La televisione dà questo carattere di simultaneità agli eventi nel villaggio. Quindi, globalizzazione come percezione di appartenere a un tutto generato da simultaneità di conoscenza degli eventi. L’internazionalizzazione indica la diffusione grafica di un’attività. L’interdipendenza planetaria è quel contesto dinamico nel quale le realtà sociali, economiche, politiche e culturali, interne ai vari paesi, sono direttamente esposte all’influenza di fattori esterni, che il governo del paese dato non è in grado di controllare. La mondializzazione economica viene definita come quel processo attraverso il quale le risorse, che prima erano largamente nazionali, diventano internazionalmente mobili per rispondere alle evoluzioni del gioco della concorrenza.

La mondializzazione erode l’efficacia delle politiche nazionali e quindi minaccia l’autonomia dei governi nel determinare e perseguire gli obiettivi economici. Held riassume l’impatto della mondializzazione sulla governabilità nazionale in cinque ordini di conseguenze:

  • la riduzione dell’efficacia delle leve di governo
  • la diminuzione dell’influenza dei governi sui cittadini
  • la crescita dell’esigenza di cooperazione internazionale e di devoluzione al livello internazionale dei tradizionali compiti statuali
  • l’esigenza di integrazione sopranazionale
  • la crescita di ruolo delle organizzazioni intergovernative e dei regimi internazionali

6. Le sfide al sistema politico internazionale

La mondializzazione è un processo a contenuti economici, ma con rilevanti ricadute politiche e sociali poiché mette in discussione la preesistente distribuzione e gestione del potere nel sistema delle relazioni internazionali. Essa non abolisce la differenza o il potere, ma cambia il contesto della politica. Nuove possibilità, valori, alleati, nemici, si aprono agli individui e ai gruppo, e il mondo diventa uno spazio più grande contente più possibilità. Merle ha parlato di occupazione dello spazio territoriale ad opera degli stati, di statualizzazione compartimentalizzata del nostro pianeta. La mondializzazione dell’economia tende a unificare lo spazio terrestre, mettendo in difficoltà la governabilità degli stati proprio all’interno dei rispettivi territori. Ciò che sta avvenendo è la de-territorializzazione della politica, per cause che non sono soltanto economiche. La competitività delle imprese e dei centri di potere finanziario coinvolge direttamente gli stati sullo stesso terreno. La conflittualità sociale collegata alle politiche di aggiustamento strutturale, alle speculazioni finanziare transnazionali e alla conseguente riduzione dei capitoli di spesa sociale, mette a repentaglio la stabilità politica. La mondializzazione dell’economia fa pagare cosi sempre più pesanti anche ai paesi ad economia avanzata del nord. La crisi di governabilità accomuna ormai tutti gli stati del mondo, alimentando la percezione di insicurezza dai micro-ambiti locali al macro-ambito mondiale. Secondo Cooper la tipologia della risposta degli stati a quello che possiamo chiamare lo stressa da mondializzazione comprende le seguenti forme: passiva, opportunistica, difensiva, aggressiva e costruttiva. Sono comportamenti che implicano alti costi, poiché devono misurarsi con una dinamiche cibernetica, che si manifesta con meccanismi di steering azionati da attori che sfuggono per loro natura al controllo sia dei singoli stati, sia delle stesse Organizzazioni intergovernative. Un altro aspetto importante dell’impatto politico della mondializzazione è che i limiti alla governance statuale sono anche i limiti alla pratica della democrazia. Questo accade nel momento in cui i paesi di più antica tradizione democratica, in crisi di governance, chiedono democrazia o più democrazia per i paesi che ne sono carenti. I cosi sociali della mondializzazione sono aggravati in ragione del fatto che mentre aumentano i flussi economici, sociali e culturali attraverso le frontiere, il paradigma dominante della politica resta quello territoriale. La forma politica non corrisponde, oggi, alla forma dell’organizzazione sociale ed economia. La mondializzazione avviene in concomitanza con altri processi, tra i quali si segnalano: la multi- etnicizzazione e la multi-culturazione dei paesi più ricchi, di quelli occidentali in specie. Coltivare la cultura dello stato che si autoperpetua con le politiche dell’integrazione infranazionale imposta dal centro, con le guerre di liberazione o d’indipendenza, e con la relativa mobilitazione patriottico-belligena del popolo, significa andare contro la storia. Oggi si cerca di trovare nuove forme di governabilità. Due sono le aree cruciali: quella che comporta anche l’uso del militare e quella dell’economia di giustizia, ambedue riconducibili al paradigma fornito dal diritto internazionale dei diritti umani e alle strategie, fra loro interconnesse, della human security e dello human development.

L’interdipendenza, la transnazionalizzazione, l’organizzazione e l’internazionalizzazione dei diritti umani sono fra loro sinergici, nel senso che si potenziano l’un l’altro e convergono tutti sull’obiettivo della trasformazione del sistema internazionale da statocentrico a umanocentrico. Quanto più l’interdipendenza planetaria si approfondisce tanto più si rende necessario il sistema delle istituzioni multilaterali, perché efficacemente funzioni quale macro-polo mondiale della sussidiarietà. Lo sviluppo dell’organizzazione internazionale della politica nella forma del multilateralismo istituzionale, si rende indispensabile quale arena privilegiata per l’esercizio del ruolo democratico degli attori nongovernativi. La transnazionalizzazione democratizza il sistema internazionale nel senso di favorire la partecipazione politica popolare, potenzia le organizzazioni internazionale nel suo complesso, carica di istanze umane la condizione di interdipendenza, alimenta la politica internazionale dei diritti umani e controlla la gestione delle garanzie istituzionali dei medesimi diritti. La mondializzazione dell’economia contribuisce a far percepire l’urgenza e l’ineludibilità di efficaci forme di governo mondiale dell’economia, a far percepire come una alternativa razionale e utile l’azione di politiche sociali internazionali e lo sviluppo della democrazia e della solidarietà nello spazio glocale che dalla città giunge fino all’ONU, in ossequio al principio di sussidiarietà. L’esigenza è quella di government dell’economia. I parametri di riferimento non possono che essere i diritti umani e i principi di giustizia sociale. perché questi vengano rispettati occorre una autorità politica mondiale, democraticamente legittimata, che gestisca politiche pubbliche internazionali e sia in grado di orientare e condizionare i programmi delle istituzioni internazionali economiche e finanziarie: il sistema delle Nazioni Unite. Gli stati, ratificando la Carta delle Nazioni unite, hanno assunto l’obbligo giuridico di metterle nella condizione di operare efficacemente.

CAPITOLO 3: IL SISTEMA INTERNAZIONALE

1. Definizione e modelli

Le relazioni internazionali sono intese come un sistema: il sistema politica internazionale o il sistema della politica internazionale. La teoria generale dei sistemi, cioè quel corpo di concetti utile per analizzare degli insieme di comportamenti e processi in relazione ai rispettivi contesti ambientali, distingue tra sistema reale e sistema analitico. Lo strumento analitico del sistema è come una lente di ingrandimento o un codice per la decifrazione, esso non è la realtà, è un mezzo che consente di osservare un determinato universo sociale. è una stipulazione circa ciò che deve stare dentro e ciò che deve stare fuori dal campo di osservazione, ma che è potenzialmente rilevante per la dinamica del sistema. L’insieme interattivo dei comportamenti degli attori internazionali non è la mera somma aritmetica dei comportamenti dei singoli, ma esiste effettivamente un tutto con proprie distintive caratteristiche e una comune logica relazionale. Studiare il sistema internazionale significa studiare un sistema reale con la lente di quello analitico, utilizzando concetti e generalizzazioni che consentono di cogliere l’identità dell’insieme e quella delle singole parti nei rapporti con l’insieme. L’idea di sistema evoca quella di parti e di tutto. Perché un sistema esista concretamente, non è sufficiente che esista una pluralità di elementi, ma è indispensabile che sussista interdipendenza fra tali elementi, che si realizzi cioè una situazione nella quale il comportamento dell’uno sia funzione del comportamento dell’altro, e le varie interazioni avvengano in modo da produrre un effetto caratteristico totale. La concretezza del sistema internazionale è rafforzata in profondità e in estensione dagli sviluppo della condizione di interdipendenza e dai sinergismi indotti dai processi di organizzazione, transnazionalizzazione, internazionalizzazione dei diritti umani e mondializzazione dell’economia. Anche nel passato, le relazioni esistevano sulla base di un nucleo di regole comuni (pacta sunt servanda, sovranità e sovrana eguaglianza, reciprocità) che si imponevano all’osservanza degli stati, attori esclusivi della politica internazionale.