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Una panoramica sullo studio delle relazioni internazionali, con particolare attenzione agli attori coinvolti e ai diversi approcci teorici. Si analizza l'evoluzione del concetto di Stato come attore principale delle RI, fino all'inclusione di altri attori non-statali come organizzazioni internazionali, attori privati e movimenti sociali. Si descrivono i tre approcci principali delle RI (stato-centrico, multi-centrico e global-centrico) e le relative prospettive teoriche (realismo, liberalismo e marxismo/radicalismo). Si approfondiscono inoltre i processi conflittuali e cooperativi delle RI e le relative teorie. Il documento mira a comprendere, spiegare e predire la politica mondiale.
Tipologia: Sintesi del corso
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Appunti
Tradizionalmente, con l’espressione “Relazioni Internazionali” si intende lo studio delle relazioni internazionali, vale a dire lo studio delle interazioni tra gli Stati in termini di potere. Questa definizione classica, considera gli Stati attori totali delle RI in quanto al di sopra di essi non esiste autorità superiore. Tuttavia, da tempo ormai, lo Stato non è più l’unico attore della vita internazionale. Infatti, la sua azione appare sempre più limitata da altri tipi di attori non-statuali:
organizzazioni internazionali (più correttamente interstatali o intergovernative), di cui membri sono gli Stati. attori non-governativi transnazionali orientati verso il profitto, cioè attori privati attori non-governativi transnazionali orientati verso l’interesse pubblico, Organizzazioni non governative, movimenti sociali ecc ecc. altri attori potenziali come i movimenti di liberazione nazionale e terroristici. un numero crescente di studiosi tende a includere tra gli attori delle RI anche l’opinione pubblica internazionale, distinta in opinione ufficiale (emanante dai governi), opinione spontanea di massa (che è vulnerabile nei confronti dei mass- media e dei gruppi di pressione) e opinione di élite militanti
Pertanto, esiste una definizione più ampia di RI che non solo prevede una pluralità di attori ma, nello stesso tempo, pone l’accento sulla varietà dell’agenda. esiste una concezione delle RI intermedia. Questa, mentre riconosce allo Stato un posto centrale nella vita internazionale e il carattere primariamente politico delle sue relazioni esterne, attribuisce la dovuta importanza anche ai rapporti transnazionali e alle relazioni non esclusivamente politiche.
A seconda della designazione degli attori, e quindi dell’unità d’analisi, vi sono tre diversi approcci delle RI:
approccio stato centrico, in cui l’unità d’analisi è lo Stato; approccio multi-centrico, in cui vi sono altri attori oltre allo Stato; approccio global-centrico o struttural-sistemico, in cui l’analisi è centrata non tanto sui singoli attori, o agenti, ma sul sistema internazionale nella sua globalità, o meglio sulla struttura del sistema.
Nel terzo approccio, la struttura determina, o quanto meno condiziona, il comportamento degli Stati, nel senso che crea vincoli e costrizioni che restringono il loro spazio di manovra. A questi tre approcci delle RI corrispondono all’incirca le tre principali prospettive teoriche della disciplina: rispettivamente il realismo, il liberalismo, e il marxismo/radicalismo. Da rilevare che la distinzione tra i paradigmi, che raggruppano teorie tra loro affini, non è mai netta e che non di rado le teorie mal si adattano a un’unica prospettiva. A parte il fenomeno dell’erosione dello Stato, sia dall’alto sia dal basso, e il ruolo crescente degli attori non-statali va rilevato anche il fatto che le stesse interazioni politiche che avvengono tra gli Stati non si verificano nel vuoto: da una parte sono condizionate da influenze storiche e geografiche e, dall’altra, non riguardano solo la dimensione del potere politico in senso stretto (essenzialmente militare), ma sono sempre più connesse con relazioni di altra natura, in particolare di tipo economico, sociale e culturale. Lo studio delle relazioni internazionali mira a qualcosa di più della semplice narrazione o descrizione dei fatti: ha l’obiettivo di comprendere, spiegare e predire la politica mondiale. I processi interattivi delle relazioni internazionali possono essere o conflittuali o cooperativi. Potrebbe essere fuorviante contrapporre radicalmente questi due aspetti della politica mondiale, come spesso viene fatto: è indubbio, infatti, che entrambi, senza escludersi reciprocamente, siano inestricabilmente radicati nel cuore di ogni forma di vita sociale. Tuttavia, la distinzione analitica tra processi conflittuali e processi cooperativi corrisponde, in entrambi i principali settori delle RI, a campi di studio ben consolidati e riconosciuti nella disciplina. In effetti, oltre al diverso approccio seguito per quanto concerne l’attore, un’altra importante differenza tra il realismo e il liberalismo, che sono le due maggiori tradizioni teoriche delle RI, è costituita proprio dal fatto che il primo dà maggiore rilevanza agli aspetti conflittuali e il secondo a quelli cooperativi. Secondo il paradigma realista, il sistema internazionale è anarchico, nel senso che non esiste un governo mondiale o un’autorità superiore agli Stati; pertanto, la sicurezza è l’obiettivo primario di ogni governo, che tende a guardare con sospetto il comportamento dei vicini, in relazione soprattutto agli armamenti e alle alleanze. Per il Realismo tradizionale il sospetto è insito nell’animo umano (il cosiddetto “pessimismo antropologico”) ed è alla base del tipo di interazione noto come “dilemma della sicurezza”. Ne consegue che, per
Internazionali in quanto disciplina accademica avendo contribuito essenzialmente alla genesi della dialettica tra i diversi paradigmi attraverso i quali la disciplina si è poi evoluta. Come le altre scienze sociali, anche le RI nascono sotto la spinta di esigenze pratiche: in particolare, come conseguenza dei profondi turbamenti prodotti negli intellettuali e nelle opinioni pubbliche occidentali dalla brutalità e dalla violenza della lunga e spaventosa Grande Guerra e il conseguente bisogno di studiare, dal punto di vista teorico e pratico, il problema della guerra. Nello stesso tempo, la nascita di questa disciplina, come delle altre scienze sociali, può esser vista come il prodotto indiretto dell’affermarsi del positivismo, dell’idea, cioè, che fosse possibile applicare al campo degli affari umani metodi analoghi a quelli delle scienze naturali. La prima scuola ad affermarsi nel campo delle RI fu l’idealismo. L’idealismo è una delle tre grandi correnti storiche del liberalismo, è un approccio alle relazioni internazionali secondo cui i principi guida nella formulazione della politica estera sono i valori morali, le norme giuridiche e le istituzioni. Tra i principali rappresentanti dell’idealismo del XX secolo troviamo anche il presidente americano Woodrow Wilson. Formatisi nella tradizione liberale o del socialismo umanitario, l’obiettivo di questi idealisti anglosassoni era lo studio della politica internazionale al servizio di un’utopia di pace. L’idealismo (termine usato in seguito dai realisti per definire in senso dispregiativo questi studiosi) fu la dottrina dominante delle RI tra le due guerre mondiali, soppiantata, poi, dal realismo. Gli idealisti, pur non avendo lasciato contributi teorici particolarmente rilevanti, hanno due meriti innegabili: sono stati decisivi per la nascita delle RI come disciplina accademica e hanno dato dignità intellettuale e slancio politico ad aspirazioni alla pace. L’idealismo traeva legittimità teorica dalla dottrina liberale, ma, a differenza degli internazionalisti liberali non credevano nella naturale armonia fra gli interessi delle nazioni: il nuovo ordine internazionale, basato sulla legge e sulla pace, non poteva essere un prodotto naturale ma doveva essere costruito e doveva essere gestito da un’organizzazione internazionale (Società delle Nazioni). Secondo gli idealisti, le vere cause dei conflitti sono da ricercarsi nell’ irresponsabilità dei governi nei confronti dei governati e nell’ imperfezione delle istituzioni. In definitiva, per assicurare la pace, gli idealisti degli anni ‘20 puntavano essenzialmente su due strumenti: a) la democrazia all’interno degli Stati; b) le istituzioni internazionali.
L’idealismo è una teoria normativa nella misura in cui l’interesse degli idealisti non è spiegare le relazioni internazionali così come sono. Ciò che interessa agli idealisti è indicare come dovrebbero essere le relazioni internazionali e, quindi, individuare le norme da seguire per realizzare tale progetto. Più in generale, è centrale la loro
volontà politica di evitare il ripetersi di un evento così tragico come la Prima Guerra Mondiale. Comunque sia, il punto d’arrivo del pensiero idealista, come soluzione alla conflittualità tra Stati, è il progetto di un “governo mondiale” che implica la centralizzazione dell’autorità in un corpo unitario sovranazionale che possieda poteri legislativi ed esecutivi e il monopolio dell’uso della forza. Secondo gli idealisti, il “governo mondiale” in teoria è realizzabile attraverso il consenso e la cooperazione lungo le linee della cosiddetta domestic analogy. Essa consiste nel riprodurre, nelle relazioni internazionali, istituzioni analoghe a quelle che all’interno di uno Stato regolano i comportamenti dei singoli soggetti ponendo fine allo “stato di natura” hobbesiano. Il principio di domestic analogy, che costituisce un assunto centrale dell’idealismo, porta direttamente al concetto di sicurezza collettiva secondo cui la difesa dell’integrità territoriale e l’indipendenza politica del singolo Stato devono essere garantite dall’impegno comune di tutti contro l’eventuale aggressore
I fatti vanno ridotti di complessità e interpretati in modo coerente: a questo scopo sono necessarie le teorie. Queste possono essere basate su diversi livelli di analisi e su diversi assunti. Kenneth Waltz, padre del neorealismo, a proposito delle cause delle guerre, proponeva tre livelli di causazione. Nel primo livello, il comportamento degli Stati nell’arena internazionale è visto come conseguenza delle azioni e delle interazioni di individui: pertanto la causa della guerra è individuata nella natura dell’uomo. Nel secondo livello, la causa ultima della guerra è vista nella natura degli Stati e delle istituzioni politiche e socioeconomiche. Infine, nel terzo livello, mentre si ignora sia la natura dell’uomo sia la politica interna come cause esplicative del comportamento dello Stato, la variabile indipendente è vista nella struttura anarchica del sistema internazionale, che ha come caratteristica intrinseca il principio dell’equilibrio di potenza. Waltz sostiene la superiorità dell’approccio sistemico (III livello). Per Waltz la causa permissiva della guerra è di tipo strutturale, cioè sistemico, mentre le cause efficienti possono essere trovate agli altri livelli di analisi. Comunque sia, a parte il fatto che non sempre è possibile separare nettamente i tre livelli, non esiste un consenso generale su quale di essi debba avere la priorità. Il problema dei livelli di analisi è connesso con il dibattito sui rapporti agente-struttura, che è di notevole importanza per le scienze sociali. Il problema può essere espresso come segue: è la struttura che condiziona il comportamento dell’agente/attore o, al contrario, quest’ultimo è autonomo rispetto al sistema in cui è inserito? Il dibattito riguarda, appunto, l’interrelazione tra attori (I e II livello d’analisi) e struttura (III livello). Nell’ultimo decennio, particolare attenzione è stata posta verso due ulteriori livelli d’analisi, che si pongono al di sopra di quello internazionale: il livello globale o transnazionale e il livello regionale.
svoltosi negli anni ‘60 e il quarto, acuitosi nel corso degli anni ‘90, riguardano il metodo. Questi due dibattiti concernono specificamente l’ontologia cioè, la riflessione sull’essere in quanto tale e l’epistemologia, cioè il modo con cui tale mondo può essere conosciuto. l’ontologia può tendere all’oggettivismo o al soggettivismo; mentre l’epistemologia può essere esplicativa o interpretativa. Il secondo dibattito fu conseguenza della cosiddetta rivoluzione comportamentistica. I comportamentisti proposero con forza l’adozione del metodo scientifico al posto di quello classico o tradizionale che, fino ad allora, era stato seguito dalla maggior parte degli studiosi delle RI e che mirava a comprendere dall’interno i fenomeni internazionali, impiegando giudizi di valore soggettivi e intuitivi. I comportamentisti vedevano l’approccio tradizionale basato sulle congetture intuitive dello studioso, sulla comparazione storica per la costruzione di teorie come il principale ostacolo alla creazione di una disciplina realmente “scientifica” dell’analisi politica. In breve, un metodo basato su una ontologia oggettivistica e su un’epistemologia esplicativa. Secondo questo metodo, non c’è posto per la moralità nello studio delle RI, ma questo non significa che lo studioso ignori la moralità in quanto tale: vuol dire semplicemente che gli studi scientifici devono essere neutri in sé stessi, non impedendo, però, che possano essere al servizio di valori. Il terzo dibattito, sviluppatosi nel corso degli anni ‘80, è detto inter-paradigmatico perché ha visto coinvolte le teorie dominanti dei tre principali paradigmi delle RI. Esso ha portato alla relativa marginalizzazione del marxismo e alla formazione di una solida mainstream: questa, nata dalla convergenza del neoliberalismo verso il neorealismo, ha dato origine alla cosiddetta “sintesi neo-neo”. Infine, il quarto dibattito è, in pratica, la reazione delle teorie anti-positivistiche alle teorie razionalistiche della sintesi neo- neo. Fra le teorie antipositivistiche o riflettivistiche, ricordiamo la teoria critica, la teoria normativa, alcuni percorsi femministi. Una posizione, per così dire, mediana ha il costruttivismo, che cerca di combinare un’epistemologia positivistica con una ontologia post-positivistica.
Nella disciplina delle Relazioni Internazionali è opportuno distinguere l’utilizzo di quattro tipologie di fonti principali:
Nessuna delle quattro fonti esclude l’altra, piuttosto tutte e quattro dovrebbero essere utilizzate da esperti e studiosi del settore in sinergia, al fine di ottenere una conoscenza il più esaustiva possibile per lo studio delle relazioni internazionali.
Negli ultimi decenni, gli sviluppi internazionali e la ricerca accademica hanno lentamente eroso l’attenzione verso l’anarchia così come nei confronti dello statalismo per lo studio delle relazioni internazionali. Questo perché, sebbene gli studiosi continuino a riconoscere che il mondo è organizzato sulla base di un’anarchia formale nella quale gli Stati conservano poteri e privilegi considerevoli, la tendenza in atto è sempre più quella di un contesto internazionale in cui la struttura è definita da elementi materiali e normativi, nel cui ambito gli Stati condividono l’arena internazionale con una moltitudine di altri attori e le tendenze nella politica globale sono modellate non solo da essi stessi, ma anche da una varietà di altri attori e nuove forze. In poche parole, la disciplina si sta allontanando dallo studio delle relazioni internazionali andando verso lo studio della politica globale. Sebbene questi temi rimangano all’ordine del giorno, condividono sempre più l’agenda di ricerca con altri temi, comprese le questioni globali come le politiche ambientali e i diritti umani. L’ecologia della politica internazionale non è più dominata dagli Stati e include sempre più attori non statali come organizzazioni non governative, società transnazionali, organizzazioni internazionali. C’è stata una riconsiderazione del motivo per cui studiamo la politica globale e non internazionale, uno sviluppo guidato da vari fattori, inclusa una crescente insoddisfazione per la ricerca guidata esclusivamente dalle considerazioni teoriche, volta all’inclusione di una prospettiva più pratica per lo studio della disciplina. Questo campo emergente della politica globale è sempre più focalizzato sullo studio della governance globale. Negli ultimi due decenni, tuttavia, c’è stato un passaggio terminologico dallo studio della governance internazionale allo studio della governance globale, giustificato dal fatto che gli scopi della governance globale non riflettono più esclusivamente gli interessi degli Stati, ma includono anche altri attori.
Il punto di fondo sostenuto dagli studiosi che parlano di Global IR è la necessità di includere anche, e soprattutto in una prospettiva teorica, voci ed esperienze di un mondo non-occidentale fino ad ora essenzialmente emarginato nel dibattito. L’obiettivo è quello di ampliare gli orizzonti teorici e i riferimenti storici e geografici che hanno definito la disciplina delle RI sin dal secondo dopoguerra, includendo una visione realmente globale. Amitav Acharya, tra i massimi sostenitori dell’approccio
contestualizzata contemporaneamente ai sentimenti di speranza in merito alla possibilità della fine della guerra congiuntamente alla creazione di un nuovo organismo internazionale inteso come garante della pace mondiale che si cristallizzerà in una robusta forma di idealismo. Il quadro di credenze idealiste è costituito dalla fiducia nella ragione, nel progresso e nell’armonia degli interessi, dalla fede nell’opinione pubblica, dalla predisposizione a rafforzare il diritto internazionale. Il realismo si sviluppò per contrasto a tali credenze dopo la Seconda guerra mondiale, quando riuscì a consolidare la sua dottrina egemonica. Questo nuovo campo di studio nacque sulla scia della catastrofe della Prima guerra mondiale, che avrebbe lasciato imperi distrutti, nazioni in bancarotta e una generazione di giovani uomini completamente devastata. Considerando il periodo tra le due guerre, il primo tempo fu dunque dominato dalle speranze riposte nella Lega delle Nazioni per la risoluzione della guerra. Quando anche queste speranze si sgretolarono, le realtà della politica di potere, e dunque il realismo come approccio teorico, si riaffermarono a partire da questo momento. Il realismo classico segue un metodo storico. Le generalizzazioni politiche sono dedotte e rese valide dall’esperienza storica attraverso la ricerca epistemologica che richiede neutralità assiologica, ossia è neutra da un punto di vista valoriale. I realisti perseguono anche l’obiettivo della predizione e della prescrizione a vantaggio dei governanti.
Il realismo si fonda su 4 assunti fondamentali:
garantirsi la sopravvivenza, per difendere la sovranità territoriale e l’indipendenza politica.
Lo scopo generale delle politiche nazionali dovrebbe essere, dunque, la preservazione e l’incremento del potere nazionale. Una crescita del potere crea un circolo vizioso fra la scarsità di risorse, l’ostilità, la lotta, l’egemonia e la tirannia. In un’infinita rincorsa a gestire la competizione internazionale, gli stati sono obbligati ad avere un ruolo attivo negli affari internazionali. i realisti affermano la supremazia dell’azione strategica in un contesto tragicamente sfidante caratterizzato da una tripla frustrazione dell’azione: imprevedibilità del risultato, irreversibilità del processo ed anonimità degli attori. Un’attitudine perennemente aggressiva è, dunque, l’inevitabile risultato di tale lettura della realtà internazionale. La realtà politica internazionale è interpretata dai realisti con un approccio stato-centrico che favorisce i conflitti più che gli interessi comuni fra gli attori internazionali. Il conflitto resta centrale ed è tradizionalmente visto come derivante alternativamente da due principali situazioni ontologiche. La competizione tra Stati è qualche volta interpretata antropologicamente come derivante dalla fondamentale natura
nazionale a danno di altri Stati e cittadini non associati. In un tale ambiente, caratterizzato dall’assenza di qualsiasi significativa struttura di cooperazione. Gli Stati non possono permettersi di seguire un approccio cooperativo, poiché il contesto sociopolitico non lo consente. In questo ambiente politico è, infatti, inutile e piuttosto imprudente perseguire ideali morali. In questo senso, lo Stato è, in ultima istanza, inteso strumentalmente come mezzo per la promozione dell’interesse nazionale. In linea con tale interpretazione negativa della natura umana, i realisti condividono un comune disdegno per le ideologie moderne dell’eguaglianza umana come il liberalismo. Di fronte alla scelta tra giustizia imparziale e interesse personale o nazionale, la prospettiva dei realisti preferisce sempre la seconda. Le domande di giustizia sono considerate soltanto come deboli ideologie in mano a deboli attori. Lo scetticismo morale è qui accoppiato con il relativismo morale: nessun valore universale è applicabile trans-culturalmente. La moralità può essere usata solo strumentalmente come giustificazione retorica del potere politico.
Molti studiosi hanno posto l’accento sui cambiamenti intervenuti sulla natura del potere negli ultimi decenni, rilevando in particolare la minore fungibilità del potere militare. Oggi si parla sempre più frequentemente di soft power, contrapposto all’hard power, ossia al potere militare ed economico. La nozione di soft power, teorizzata dal neoliberale Joseph Nye indica un potere immateriale, aterritoriale, culturale, cooptativo. Questo tipo di potere si basa in misura rilevante su fattori che non sono tangibili, come il sistema di valori, stili di vita e modelli culturali non imposti coercitivamente, e si traduce in capacità di stabilire regole ed istituzioni internazionali favorevoli ad essi. Secondo Nye, i sostenitori del declinismo secondo cui la potenza degli Stati Uniti sarebbe da tempo in declino. Avrebbero sottovalutato questo tipo di potere. Nye proporrà un aggiornamento qualche anno più tardi del soft power proponendo una nuova versione di esso, lo smart power, definito come la combinazione di risorse hard e soft. L’intenzione del neoliberale è quella di contrastare la percezione che il solo riferimento ai valori e modelli culturali (americani) possa essere sufficiente nel produrre una politica estera davvero efficace, laddove invece una strategia di successo consiste, piuttosto, nel combinare risorse materiali con strumenti cooptativi. Va inoltre ricordata la concezione di potere strutturale di Susan Strange, una delle maggiori studiose di IPE. Strange ha definito il potere strutturale come il potere di scegliere e dare forma alle strutture dell’economia politica globale entro le quali gli altri Stati, le loro istituzioni politiche, le loro imprese economiche e i lavoratori devono operare. In breve, esso consiste nella capacità di dare forma a schemi entro cui gli Stati si relazionano con altri attori. Analiticamente, nelle relazioni internazionali si possono distinguere quattro strutture di potere, diverse, ma tra loro correlate: la struttura della conoscenza si riferisce alla
capacità di influenzare le idee degli altri; la struttura finanziaria si riferisce alla capacità di facilitare o restringere l’accesso al credito; la struttura della sicurezza consiste nella capacità di proteggere o mettere in pericolo la sicurezza di altri; la struttura della produzione infine determina che cosa, dove e in quali condizioni produrre.
Strange ha elaborato la tesi dell’imperialismo transnazionale. È questo un imperialismo non territoriale e non coercitivo ma basato su forme di dominio indiretto con influenza più sulle società che sui governi dominati: in breve, il dominio si esercita attraverso il controllo delle strutture fondamentali dei bisogni umani. Strange sostiene che gli Stati Uniti siano diventati un “impero transnazionale e strutturale” in quanto dominano, appunto, le quattro principali strutture: la struttura della conoscenza, la struttura finanziaria, la struttura della sicurezza infine, la struttura della produzione.
Da qualche anno, una nuova declinazione del concetto di potere, sharp power, è entrata a far parte del lessico delle relazioni internazionali. il termine rileva una nuova dimensione del concetto di potere ovvero un soft power “autoritario”, poiché esercitato in primis da Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, sistemi autoritari che sistematicamente sopprimono il pluralismo politico. Una strategia molto pericolosa, in grado di indebolire anche le più salde istituzioni democratiche e i loro sistemi d’informazione. Non si tratta, dunque, di potere militare o coercizione economica, il cui mezzo principale è solitamente la guerra di conquista e le dispute commerciali né tantomeno, di una strategia che mira ad influenzare paesi e individui attraverso la diffusione di idee. Piuttosto, la rinascita autoritaria di Cina e Russia nel contesto internazionale rappresenta un pericolo imminente per le democrazie occidentali a causa dell’adozione, da parte di tali Paesi, di metodi subdoli e poco trasparenti.
Il sistema internazionale è descritto come anarchico dai realisti. Ciò non significa, però, che sia disordinato e instabile. Due sono i principali meccanismi classici che la teoria realista ha identificato come stabilizzatori della politica internazionale: l’equilibrio di potenza e la stabilità egemonica. Nel primo, la stabilità dipende dalla distribuzione bilanciata delle forze in campo, mentre nel secondo è proprio lo sbilanciamento di forze a creare stabilità. Un concetto particolarmente caro ai realisti è quello di equilibrio di potenza (balance of power), definito come una situazione in cui nessuno Stato da solo o tramite alleanza è in grado di dominare sugli altri. Nel sistema internazionale, la teoria dell’equilibrio di potenza è continuamente posta in discussione dalla diseguale distribuzione di potere tra gli attori, distribuzione che,
esercita l’egemonia. In tale situazione, le prospettive di cooperazione sono pessimistiche a causa dell’instabilità sistemica: il sistema non è stabile se l’egemone non produce beni collettivi internazionali. Alla lunga l’egemone declinerà, in quanto i costi sopportati e i comportamenti dei free rider porteranno ad una diminuzione del suo potere e dovrà affrontare la sfida di un egemone emergente (rising challenger). La seconda variante, la teoria dell’egemonia (hegemonic theory), presuppone che Stati diversi possiedano preferenze di politica commerciale diverse derivate, a loro volta, dalla differente posizione assunta nel contesto economico globale. In tal senso la potenza egemone utilizza la coercizione per riconciliare i conflitti riguardanti le diverse preferenze di politica commerciale a livello nazionale. La leva esercitata dall’egemone può assumere diverse forme: sanzioni (positive e negative), ristrutturazione degli incentivi di mercato, leadership ideologica
Quando una potenza in ascesa minaccia di occupare il posto della potenza dominante, il risultato più probabile, è la guerra. Dodici, dei sedici casi, in cui ciò si è verificato negli ultimi 500 anni, si sono conclusi violentemente. Nel mondo di oggi, la potenza in ascesa e dunque la minaccia imminente, è la Cina che, dal 2010, e cioè da quando è diventata l’economia numero due al mondo ha, di fatto, minacciato la supremazia americana a livello globale, da un punto di vista sia politico sia economico. Le relazioni sino-americane contemporanee non possono sfuggire alla cosiddetta “trappola di Tucidide” e, dunque, sarebbero destinate alla guerra. Tale espressione appare come una valida spiegazione del deterioramento delle relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina avvenuto nell’ultimo decennio.
In base al potere posseduto, uno Stato può essere classificato come super-potenza; grande potenza; media potenza; piccola potenza e microstato. Non esiste un criterio univoco per definire una grande potenza. Nel dopoguerra, grandi potenze sono state considerate le potenze vincitrici delle Seconda Guerra Mondiale: catalogata a parte l’iperpotenza, abbiamo Cina, Russia, Francia e Inghilterra. Di norma, sono definite grandi potenze gli Stati che dispongono di grandi capacità militari e di forti economie in grado di sostenere ingenti spese per la sicurezza ma, soprattutto, quelle potenze che dispongono di grandi risorse di potere di lungo periodo. Ancor più difficile è stabilire i criteri di classificazione per le medie potenze. Al vertice di questo gruppo, che è particolarmente composito, possiamo collocare l’India e il Brasile, l’Italia e il Canada, membri del G7; il Messico. Infine, nel terzo strato, Stati con territori di media estensione e con medio reddito ed attivisti regionali che esercitano potere al di sopra della loro oggettiva grandezza. In genere, alle medie potenze non si dà particolare rilevanza nelle RI in quanto si ritiene che le loro
azioni abbiano scarsa influenza sulla politica mondiale; in realtà, esse sono spesso poste in primo piano dai mass-media perché coinvolte in conflitti regionali. Si tende infine a considerare piccole potenze la gran massa di attori che si collocano tra le medie potenze e i microstati. Dopo la fine del bipolarismo, hanno acquisito particolare rilevanza le qualificazioni di failed nation states (stati collassati) e di quasi-states. La prima espressione si riferisce a Stati per lo più multietnici o Stati senza nazione (o con più nazioni) che sono caratterizzati dal collasso della legge, dell’ordine interno e dei servizi essenziali e spesso accompagnati da conflitti interetnici. I quasi-states sono gli Stati che, nati per lo più con il processo di decolonizzazione, pur avendo le qualità formali dello stato sovrano e pur non essendo specificamente travagliati dal multietnismo, mancano della volontà politica, dell’autorità istituzionale e del potere organizzato necessari per garantire l’ordine interno e il rispetto dei diritti umani fondamentali e per provvedere alle necessità socioeconomiche essenziali della popolazione: questo tipo di Stato si limita ad essere uno Stato-gendarme. Si è fatto frequentemente ricorso alla categoria di ”rogue State”, “Stato canaglia”: uno Stato che regolarmente vìola gli standard internazionali di comportamento. Ricorrere a simile etichette è certamente un modo per giustificare certe opzioni politiche come pure per ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica per un’iniziativa politica contro un tale Stato. Il tipo di comportamento considerato rogue comprende lo sviluppo di armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche, il tentativo di acquistare materiale necessario per la fabbricazione di armi nucleari, appoggio al terrorismo, traffico della droga, invasione o provocazioni nei confronti di un paese vicino, costruzione di sistemi missilistici di lunga gittata.
Per quanto riguarda specificamente gli obiettivi dello Stato, nell’ambito dello stesso realismo si è sviluppato un dibattito teorico centrato sul seguente problema: l’anarchia internazionale spinge gli Stati a massimizzare la sicurezza o il potere? La risposta a questo interrogativo ha provocato, nell’ambito del realismo, una contrapposizione tra realismo difensivo e realismo offensivo. Secondo i primi, gli Stati sono essenzialmente attori difensivi il cui obiettivo primario è la sopravvivenza: solo se la sopravvivenza è assicurata, si possono raggiungere altri obiettivi come il profitto e l’ulteriore accrescimento del potere. Questo significa che uno Stato non cercherebbe di ottenere maggiore potere se ciò potesse mettere in pericolo la propria sicurezza. Per i sostenitori del realismo offensivo invece, gli Stati sono essenzialmente massimizzatori di potere ed hanno come obiettivo ultimo il raggiungimento di una posizione egemonica nel sistema internazionale: nell’impossibilità di avere l’egemonia globale, le Grandi Potenze puntano
organizzazione è soggetta alle dinamiche di potere tra Stati e, dunque, è basata su calcoli egoistici delle grandi potenze. In tal senso, esse possono semplicemente rafforzare il potere degli Stati piuttosto che alterarne il comportamento al fine di garantire la pace nel mondo. Sarebbero dunque gli Stati più potenti del sistema internazionale a creare le istituzioni al fine di garantirsi la propria ”quota” di potere nel sistema o addirittura aumentarla. L’esercizio del potere coinvolge due o più parti, in cui ciascuna cerca di esercitare la propria influenza sulle altre. Tale esercizio non si realizza solo con la minaccia o l’uso della forza, ma anche attraverso vari strumenti tecnici. Il principale strumento tecnico per influenzare direttamente un altro Stato è la diplomazia che possiamo definire come lo strumento per eccellenza con cui gli attori internazionali comunicano con gli altri attori e realizzano la propria politica estera. Una delle principali attività della diplomazia, la negoziazione e, più in generale, la contrattazione (bargaining): si tratta di un’attività cruciale per la soluzione di controversie internazionali e per la gestione dei conflitti, il conflict management. Il bargaining indica sia il dibattito in cui i due negoziatori si comunicano le rispettive posizioni sia il gioco in cui entrambe le parti devono valutare gli effetti dei differenti esiti, con l’obiettivo di essere più astuti dell’avversario facendolo cedere quanto più possibile. È detto bargaining space l’insieme dei problemi su cui c’è confitto di interessi. Gli accordi che ne risultano rappresentano un equo scambio di valore. In realtà, nella maggior parte dei casi, l’accordo è manifestamente squilibrato, ma è equo se contiene un elemento di guadagno reciproco considerato da entrambi soddisfacente in quelle determinate circostanze. Gli attori, nell’esercitare il potere nel corso della contrattazione, utilizzano specifiche leve (leverages), che corrispondono al potere di ciascuno di essi. Queste operano su tre dimensioni di potere:
La promessa di concessioni La minaccia di sanzioni Il ricorso a valori comuni
Quando il bargaining assume aspetti formali, prende il nome di negoziato. Questo si divide in varie fasi. Nella prima, si manifesta l’impegno delle parti a negoziare in buona fede; in quella successiva, si affrontano le cosiddette questioni preliminari; nella terza fase, si contrattano le condizioni effettive dell’accordo. Le procedure seguite nella negoziazione sono molteplici, spesso con la partecipazione di un terzo attore. Le principali procedure adottate per la soluzione di controversie mediate sono:
mediazione: una terza parte propone una soluzione non-binding
buoni uffici: una parte terza offre una località per la discussione, ma non partecipa alle effettive negoziazioni conciliazione: la parte terza si limita ad assistere entrambe le parti senza offrire alcuna soluzione arbitrato: una parte terza dà una decisione binding attraverso un forum ad hoc adjudication: una parte terza offre una decisione binding attraverso un tribunale istituzionalizzato.
L’abilità nel negoziare sta soprattutto nel sapiente uso delle varie leve, ma anche nella capacità psicologico-culturale di capire l’altro, il suo modo di pensare, il suo sistema di valori e le sue debolezze. la politica mondiale contemporanea sono molto diffuse le tecniche di influenza economica, in particolare le sanzioni che possono essere negative o positive e di tipo commerciale o finanziario. La scelta di quale strategia seguire dipende da un insieme di circostanze interne ed esterne che vanno valutate caso per caso.
Il Neorealismo o realismo strutturale rappresenta una variante del realismo particolarmente influente a partire dagli anni Settanta. Kenneth Waltz adotta il metodo scientifico privilegiando un approccio struttural-sistemico. La sua è una teoria del sistema internazionale, piuttosto che genericamente delle relazioni internazionali. Della dottrina realista egli accetta gli assunti fondamentali: lo Stato come attore centrale, unitario e razionale; anarchia e conseguente balance of power come principio ordinatore delle RI; la sicurezza nazionale come obiettivo primario. Tuttavia secondo Waltz non è la natura umana, ma la struttura anarchica del sistema internazionale che causa paure, sospetti, insicurezza: e, quindi, il self-help, la conflittualità e la guerra. In altre parole, seguendo un approccio sistemico, egli dà al suo realismo una connotazione strutturalista ed accusa Morgenthau, di riduzionismo, di aver inquinato elementi sistemici con fattori di livello inferiore. In conclusione, Waltz e Morgenthau differiscono sull’unità di analisi in grado di provocare un cambiamento a livello sistemico. Concetto fondamentale della sua teoria è, pertanto, quello di struttura, la quale condiziona i comportamenti degli Stati. La struttura per Waltz è definita da tre elementi: