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CAPITOLO 1 : | RAPPORTI FRA L'ITALIA LIBERALE E LA RUSSIA RIVOLUZIONARIA 1. le difficoltà di un'intesa italo-russa il rapporto tra Italia e Russia è sempre stato complesso e altalenante, soprattutto a causa dell'alternanza fra "ideologia" (complesso di idee e mentalità che costituisce la base politica di un movimento, di un partito o di uno Stato) e "realpolitik" (la politica che guarda alla convenienza e agli interessi concreti di uno Stato senza farsi guidare da principi etici o da ideali astratti). l'Italia infatti guardava alla Russia zarista e quindi monarchica con sospetto, in quanto la considerava una potenza asiatica, lontana dalla cultura cattolica e difficile da comprendere. anche se ci furono diversi tentativi di avvicinamento, come quello di Cavour (primo ministro del Regno di Sardegna) che voleva ottenere l'appoggio russo per l'indipendenza italiana, questi vennero ostacolati dal timore che la Russia sostenesse una grande unione panslava cioè un'alleanza tra tutti i popoli slavi vista come una minaccia. durante la Prima Guerra Mondiale, l'Italia organizzò una missione militare a Pietrogrado ma la Rivoluzione bolscevica del 1917 colse l'Italia impreparata, che successivamente inviò diverse truppe a sostenere l'Armata Bianca (nemici dei bolscevichi) complicando così i rapporti con il governo sovietico. inoltre l’attenzione italiana era concentrata soprattutto sui Balcani e di conseguenza non era stata delineata una strategia chiara nei confronti della Russia. nonostante le profonde differenze ideologiche tra fascismo e comunismo, tra gli anni Venti e la metà degli anni Trenta Italia e Russia mantennero comunque relazioni diplomatiche piuttosto corrette. già prima dell'arrivo del fascismo, i governi liberali italiani (come quelli di Nitti e Giolitti) avevano tentato di costruire rapporti politici e commerciali con Mosca, ma avevano incontrato difficoltà dovute alla doppiezza della politica sovietica e all'influenza del Partito Socialista Italiano molto legato a Mosca. l’Italia, pur riconoscendo che la Russia aveva risorse importanti (come il grano e altre materie prime) e che il suo ruolo era fondamentale per l'equilibrio dell'Europa, era cauta nel riconoscere ufficialmente il governo sovietico anche a causa delle pressioni delle potenze occidentali dell'Intesa (come Francia e Regno Unito). in questo scenario Gabriele D'Annunzio durante l'occupazione di Fiume (1919-1920) cercò in modo indipendente di stabilire rapporti con la Russia rivoluzionaria, basandosi su idee libertarie e sull'indipendenza dei popoli. in questo fu più “avanti” rispetto ai governi ufficiali italiani, anche se i suoi tentativi non portarono a risultati concreti. 2. le "due rive luminose" : Fiume e Mosca il proclama "Lumen in Oriente timebat Herodes” cioè “Erode temeva la luce che veniva da Oriente” pubblicato nel febbraio 1920, era un messaggio in cui D'Annunzio dichiarava che il Comando di Fiume era disposto a dialogare direttamente con il governo sovietico di Mosca, diversamente dai paesi occidentali europei di cui criticava l'ipocrisia e l'incapacità di rapportarsi alla Russia rivoluzionaria. (Mussolini prenderà più tardi spunto da molte idee nate a Fiume, compreso l'interesse per la Russia sovietica) Mario Carli, uno degli intellettuali fiumani, scriveva sul giornale “La Testa di Ferro” che Fiume e Mosca erano come “due rive luminose separate da un oceano di tenebre" ovvero due luoghi che per quanto diversi rappresentavano la stessa speranza di una rivoluzione contro il vecchio ordine mondiale. quando l'Impresa di Fiume cominciò nel settembre 1919 aveva toni più nazionalisti, ma con l'ingresso di Alceste De Ambris (politico di sinistra) il movimento assunse una natura più rivoluzionaria e socialista in quanto egli voleva diffondere la rivoluzione in tutta l’Italia ispirandosi ai principi della Carta del Carnaro, una sorta di costituzione per lo Stato libero di Fiume. questo progetto rivoluzionario univa però idee molto diverse e spesso confuse, passando da sogni utopici di rivoluzione pacifica a difficoltà legate ai nazionalismi che erano esplosi dopo la fine degli imperi (come quello austro-ungarico). Léon Kachnitzky, a capo dell'Ufficio Relazioni Esterne di Fiume, vedeva nella Rivoluzione russa un esempio importante e invitava tutti i popoli oppressi a unirsi contro le potenze imperialiste; per lui avvicinarsi alla Russia serviva anche a contrapporsi alla Società delle Nazioni, vista come espressione del vecchio ordine dominante, e a dare maggiore credibilità e legittimità all'impresa di Fiume, persino anticipando i tentativi di Nitti (allora capo del governo italiano) di riconoscere la Russia. D'Annunzio pur apprezzando la spinta rivoluzionaria dei sovietici non era però favorevole al comunismo in versione dittatoriale, anzi propose un'idea di rivoluzione più moderata e meno violenta che potesse rappresentare l'avvicinarsi dell'Italia al progresso. 3. i tentativi dannunziani di avvicinamento alla Russia rivoluzionaria dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 la Russia divenne un punto di riferimento per tutti i movimenti rivoluzionari europei. anche D'Annunzio a capo dell'Impresa di Fiume (1919-1920) cercò di stabilire contatti con Mosca, nonostante le profonde differenze ideologiche tra i nazionalisti fiumani e i comunisti sovietici. il primo gesto concreto fu l'episodio del piroscafo Persia avvenuto il 10 ottobre 1919 quando un gruppo di lavoratori del mare (FILM = Federazione Italiana dei Lavoratori del Mare), legati a Fiume e guidati dal sindacalista Giuseppe Giulietti, intercettò e dirottò nel porto fiumano una nave italiana carica di armi, viveri e munizioni destinati all'Armata Bianca (fazione che combatteva i bolscevichi). questo gesto fu un atto di pirateria contro il blocco economico imposto dal governo Nitti per isolare Fiume. D'Annunzio accolse il carico come “armi per la giustizia”, affermando che servivano non per opprimere ma per difendere i popoli oppressi. secondo lui chi ostacolava Fiume era lo stesso che voleva schiacciare la Rivoluzione russa ed infatti considerava Fiume come un punto di unione tra i popoli oppressi del mondo, dall'Irlanda all'Egitto e dalla Russia all'India. nel suo pensiero poetico e idealista, Fiume doveva guidare un'alleanza spirituale globale contro l'imperialismo occidentale che non si lasciasse intaccare dalle differenze religiose o ideologiche. in questo contesto l'Ufficio delle Relazioni Esterne fiumano (Ure), guidato da Kochnitzky e Ludovico Toeplitz, cercò di stabilire contatti diplomatici e di avviare trattative con i rappresentanti sovietici in Svizzera. Toeplitz sostenne di aver ottenuto un riconoscimento reciproco basato sul principio dell'autodeterminazione dei popoli, per cui Fiume non avrebbe fatto propaganda in Russia e viceversa. allo stesso tempo però Mosca stava trattando con il governo italiano e non voleva rovinare i rapporti ufficiali per un'avventura incerta come Fiume, pur non escludendo un futuro contatto con Fiume qualora D'Annunzio avesse dimostrato un reale allineamento con la causa rivoluzionaria. considerazioni negative provenivano anche dall'Italia dove il commissario Vodovozov, rappresentante commerciale ufficioso a Roma, si rifiutò di incontrare i delegati fiumani in quanto giudicava D'Annunzio inaffidabile e teatrale, più interessato all'estetica che alla sostanza politica. qui anche i socialisti italiani, pur ammirando l'energia rivoluzionaria di D'annunzio, lo consideravano fondamentalmente antibolscevico e troppo legato a idee nazionaliste. ad ogni modo i contatti tra Fiume e la Russia furono più simbolici che concreti e rappresentarono soprattutto un'operazione di propaganda : Mosca continuò a privilegiare il dialogo con il governo ufficiale italiano mentre Fiume restava isolata. D'Annunzio stesso pur apprezzando la rivoluzione non voleva imitare il bolscevismo violento, bensì cercava di promuovere una rivoluzione spirituale e patriottica in una visione spesso incomprensibile per i pragmatici dirigenti sovietici. 4. La parabola dei rapporti tra Fiume e Mosca Nonostante gli sforzi dei governi italiani per ristabilire i rapporti con la Russia rivoluzionaria, D'Annunzio cercò un'altra via tramite Sayd Zaghlul Pascià, esponente egiziano, per mediare con i russi e ottenere supporto per Fiume. Tuttavia, il progetto Kochnitzky, filobolsceviico, cozzava con realtà finanziarie e politiche più ampie. Il fallimento di questa trattativa derivò dall'incapacità dei legionari di Fiume di garantire legittimità politica e dagli sforzi italiani per ripristinare relazioni commerciali con la Russia. Anche l'idealismo di Kochnitzky contrastava con la realpolitik e l'apposizione della destra fiumana. inoltre, l'antimperialismo dell'Impresa entrò in conflitto con il carattere totalitario della Russia rivoluzionaria. D'Annunzio vedeva un'avvicinamento tra Fiume e la Russia, ma l'Italia era divisa tra nazionalisti e socialisti, mentre la politica internazionale ostacolava modifiche a Fiume. Nitti riconobbe la necessità di rinunciare a Fiume per affrontare la crisi economica. Molti militari abbandonarono Fiume e non era chiaro se D'Annunzio volesse un esito rivoluzionario. Il rapporto tra la città e il suo destino si logorava mentre Giolitti, con il Trattato di Rapallo, pose fine all'esperienza fiumana, ricorrendo all'esercito per scacciare gli occupanti. D'Annunzio deluso tornò al suo lavoro letterario, consigliando di non compromettersi con forze solo apparentemente affini. 5. Nitti e la Russia dei soviet Durante il primo dopoguerra, l'atteggiamento del governo italiano verso la Russia sovietica fu segnato da definendolo “compromesso agli occhi degli Alleati”. Mosca rispose duramente tramite Ciderin: se l'Italia rifiutava Litvinov, avrebbe perso l'accesso a pane e petrolio già destinati. Il ricatto economico russo faceva leva sulla dipendenza italiana dalle risorse sovietiche. Litvinov, futuro ministro degli Esteri e figura chiave nella diplomazia sovietica, era visto a Mosca come una scelta naturale. Le esitazioni italiane dipendevano anche dalla paura che un riavvicinamento con Mosca potesse favorire i socialisti italiani, percepiti come legati a Mosca, in particolare a Vorovskij. La politica estera russa procedeva su un doppio binario: da un lato la diplomazia ufficiale del Commissariato agli Esteri, dall'altro le attività più ideologiche e spregiudicate del Partito comunista che spesso incoraggiava i propri agenti ad appoggiarsi ai socialisti italiani per raccogliere informazioni. In questo contesto, Giolitti cercò un canale parallelo per trattare con Mosca. In una lettera Giolitti scrisse che l’Italia avrebbe riconosciuto il governo dei Soviet se la Russia avesse abbandonato ogni legame con i socialisti italiani e garantito l'invio di materie prime in cambio di maestranze e assistenza tecnica per le ferrovie russe. Questa rassicurazione voleva tranquillizzare Roma sull’intenzione sovietica di non fomentare rivoluzioni in Italia. Tuttavia, l'ambivalenza dell'approccio russo verso i socialisti italiani rifletteva i dubbi interni alla politica di Lenin sull'esportazione della rivoluzione. Inizialmente convinti dell'imminenza di una rivoluzione europea, i bolscevichi avevano una visione universalista, ma ben presto le priorità si modificarono. I socialisti italiani erano giudicati a Mosca come opportunisti e incapaci di guidare una trasformazione radicale. Ciò spingeva la leadership sovietica a una strategia pragmatica. Dopo la guerra russo-polacca del 1920, che sembrava aprire la via alla rivoluzione in Europa, la svolta fu segnata dall'introduzione della Nep (Nuova Politica Economica) e dalla ricerca di accordi economici. Lenin indicava l'Italia come punto di partenza per nuovi rapporti con l'Occidente: «Con l’Italia si comincia. Offre un prestito. Dobbiamo accelerare la questione». A gennaio 1921, Giolitti accettò la nomina di Vorovskij come rappresentante sovietico, che arrivò a Roma solo il 14 marzo, accolto con sospetto. | bagagli della delegazione furono perquisiti e non vennero immediatamente assegnati uffici o alloggi. Solo la firma dell'accordo commerciale anglo-sovietico del 16 marzo 1921 convinse l'Italia della necessità di consolidare i rapporti con Mosca, onde evitare di rimanere isolata. Subito emersero contrasti interni alla delegazione sovietica: Vorovskij accusava il suo predecessore Vodovozov di cattiva gestione e ne chiedeva l'allontanamento. La comunicazione tra Mosca e la missione di Roma era frammentaria, tanto che il mandato ufficiale a Vorovskij arrivò solo mesi dopo. Ciò alimentava i sospetti russi su possibili sabotaggi italiani e spingeva Citerin a chiedere una risposta più decisa: “ricordare agli italiani che un trattato come quello con l'Inghilterra se lo potranno scordare”. La situazione politica italiana si stava però già evolvendo: Giolitti stava per lasciare il posto a Bonomi. Ciéerin, spazientito, intendeva trattare l’Italia come uno Stato neutrale, privo del peso internazionale di Francia o Inghilterra. Vorovskij ricevette pieni poteri per negoziare un accordo commerciale, firmato il 26 dicembre 1921 ma concluso solo nell'autunno del 1923. L'accordo prevedeva la ripresa degli scambi commerciali, l'astensione da atti ostili reciproci, il rientro dei cittadini e l'impegno a evitare ogni forma di propaganda contraria ai due regimi. A margine dell’accordo, il 27 dicembre 1921, Vorovskij firmò una convenzione con la Croce Rossa Italiana per fornire aiuto umanitario alla popolazione russa colpita da carestie ed epidemie. L'Italia offriva cucine mobili, medicinali e aiuti alimentari tramite una missione congiunta con la Croce Rossa russa e la Mezzaluna Rossa. 7. La conferenza di Genova L'ultimo atto della politica estera dei governi liberali italiani nei confronti della Russia sovietica fu la Conferenza economica internazionale di Genova, svoltasi nell’aprile-maggio 1922. In vista dell'incontro, a Milano si riunirono rappresentanti dell'industria, delle banche, delle società commerciali e dei trasporti per definire una strategia comune in merito alla ripresa degli scambi con la Russia. Essi proposero alla delegazione italiana di puntare alla firma di un nuovo accordo commerciale, più ampio rispetto a quello già stipulato nel 1921. Tenendo conto di queste richieste, il governo italiano preparò un piano che prevedeva di sostenere la ricostruzione dell'economia russa e favorire il suo reinserimento nel commercio internazionale. A questo scopo, l’Italia si dichiarava pronta a inviare tecnici specializzati, attrezzature e tecnologie, nella speranza di ottenere in cambio vantaggi economici. Anche da parte russa ci fu un'attiva preparazione: il governo sovietico cercava investimenti stranieri per ricostruire la propria economia devastata dalla guerra e attirare capitale estero. Dal punto di vista politico, Italia e Russia avevano interessi convergenti: volevano entrambi rimettere in discussione l'ordine europeo uscito dal Trattato di Versailles e ridurre l'influenza di Gran Bretagna e Francia. Il 24 maggio 1922, a margine della Conferenza, Italia e Russia firmarono un nuovo accordo economico. Il successo fu dovuto anche al fatto che l’Italia non avanzava pretese territoriali, ma chiedeva soltanto di sviluppare gli scambi e di ottenere forniture di materie prime. Tuttavia, Mosca non ratificò l'intesa, poiché il testo dell'accordo non prevedeva il riconoscimento ufficiale del governo sovietico e conteneva clausole che apparivano sbilanciate a favore dell'Italia. Durante l'estate del 1922 i rapporti italo-sovietici si congelarono, anche a causa dell'instabilità interna italiana. In un rapporto del 2 ottobre, il rappresentante sovietico Vorovskij segnalava a Mosca l'intensificarsi della violenza fascista e lo stato di crisi della politica italiana. Poche settimane dopo, la marcia su Roma segnò la fine del secondo governo Facta e, con la nascita del governo Mussolini (31 ottobre 1922), si chiuse l'epoca liberale: Mosca si trovò così un nuovo interlocutore con cui dover trattare. CAPITOLO 7 : IL CONTRIBUTO ITALIANO ALL'AERONAUTICA SOVIETICA 1. Umberto Nobile e Felice Trojani Sin dal 1925 la direzione centrale dell’Aeronautica militare sovietica si era dimostrata interessata alla Dirigibilistica italiana. A maggio dello stesso anno, l'ambasciatore Gaetano Manzoni aveva comunicato al commissario degli Esteri Cicerin, sia il consenso ad accogliere sovietici esperti a Roma per studiare le tecniche dei dirigibili, e sia la possibilità di vendere alcuni dirigibili all’Urss. Nel maggio 1928, il disastro del dirigibile Italia, guidato da Umberto Nobile e precipitato sul pack artico nel tentativo di replicare la trasvolata del Polo Nord (già compiuta con successo nel 1926 dal dirigibile Norge),rappresentò un duro colpo per l'immagine della dirigibilistica italiana. L'incidente segnò profondamente la vita di Nobile, che si trovò al centro di una campagna denigratoria orchestrata da Italo Balbo, figura emergente dell'Aeronautica fascista, la quale, tra maggio e giugno 1928, aveva ottenuto grande visibilità con un'imponente e ben riuscita esercitazione collettiva di volo sul Mediterraneo occidentale. Il regime colse quindi l'occasione per promuovere l'aviazione e screditare definitivamente i dirigibili, e con essi il generale Nobile. Isolato politicamente, sfiduciato e deluso dal fascismo, Nobile lasciò l'Italia nel 1931 per trasferirsi in Unione Sovietica, dove lavorò fino al 1936 nel settore della dirigibilistica. Nobile, ingegnere e massimo esperto mondiale di dirigibili semirigidi, è una figura centrale nella storia dellacollaborazione tecnico-scientifica tra Italia e URSS. Il suo archivio, conservato a Vigna di Valle (Roma), raccoglie numerosi documenti in italiano e in russo che testimoniano quanto il suo contributo sia stato fondamentale per lo sviluppo della dirigibilistica sovietica. Molti altri tecnici e aziende italiane, come Nobile, trasferirono in URSS competenze, tecnologie e progetti, contribuendo a colmare il gap industriale russo nel settore. Le fonti sovietiche, come quelle conservate presso il RGAE (Archivio statale russo dell'economia), aiutano a comprendere le ragioni per cui un ex eroe del fascismo, che aveva inizialmente incarnato il progetto totalitario italiano, abbia poi scelto di offrire la propria competenza a un altro regime totalitario, quello comunista. Le motivazioni furono probabilmente molteplici: la volontà di proseguire il proprio lavoro in un contesto che desse credito ai suoi progetti, la simpatia per il socialismo e anche la riconoscenza verso i sovietici per il salvataggio dei superstiti del Italia da parte del rompighiaccio Krasin e grazie all'intervento di un giovane radioamatore russo, $midt. Nobile, che durante la Prima guerra mondiale era stato socialista ma aveva comunque collaborato con il Ministero della Guerra, divenne direttore dello Stabilimento militare di costruzioni aeronautiche (Sca) di Roma nel 1919. Dopo la guerra, lo stabilimento rischiava la chiusura a causa del calo delle commesse militari, ma Nobile cercò in ogni modo di salvarlo, proponendo anche progetti civili, come dirigibili per trasporto passeggeri. Le sue proposte non sempre vennero accolte, anche se lo stabilimento ricevette alcune commissioni dall'estero. In quegli anni, Nobile lavorò al modello N-1, un dirigibile innovativo, veloce ed efficiente, concepito per competere con il tedesco Zeppelin Bodensee, ribattezzato in Italia Esperia. Il N-1, completato nel 1922, divenne poi il Norge, che avrebbe raggiunto l'Alaska nel 1926. Nel 1923, con la ambiguo e distaccato che Nobile mantenne sempre col fascismo, rifiutando l'etichetta di “eroe del regime”. Dopo il ritorno, Nobile propose di costruire un nuovo dirigibile, tre volte più grande del Norge, e di organizzare un'altra spedizione polare. Mussolini, però, preferiva un'impresa simbolica verso il Sud America, dove viveva una vasta comunità di italiani. Nel frattempo, l'impresa del Norge aveva lasciato una forte impressione in Unione Sovietica, dove l'opinione pubblica e le autorità iniziarono a seguire con interesse il lavoro di Nobile. L’anno successivo egli fu invitato a Mosca come “costruttore di fama internazionale”, e visitò la sede della Osoaviachim (ente sovietico per la promozione della difesa e della tecnica militare), che aveva fornito assistenza al Norge a Leningrado. In quell'occasione, fu invitato a partecipare a un congresso sull'uso dei dirigibili per l'esplorazione dei territori artici, segno di un crescente riconoscimento internazionale e di un avvicinamento tra le sue competenze e l'interesse tecnico-scientifico sovietico. 3. Il disastro dell’<> Nel 1928, due anni dopo il successo del volo del dirigibile Norge, Umberto Nobile tentò una nuova impresa polare con un dirigibile interamente italiano, l’Italia. L'obiettivo era superare il successo precedente e riaffermare il suo prestigio come progettista e comandante. Il progetto non entusiasmava il regime fascista, che preferiva puntare sugli aerei (sostenuti da Italo Balbo), ma interessava la Marina, attratta dalle potenzialità militari dei dirigibili. Il dirigibile Italia offriva vantaggi tecnici importanti, come maggiore autonomia. Inoltre, la spedizione prevedeva anche un'importante finalità scientifica: installare una stazione radio avanzata sul pack artico. Dopo un primo via libera da Mussolini, ottenuto anche grazie al valore propagandistico della missione, Nobile partì da Milano il 15 aprile 1928. La spedizione era organizzata dalla Reale Società Geografica Italiana e finanziata da privati e dalla stampa, che impose la presenza a bordo di due giornalisti, uno dei quali (Ugo Lago) morì nell'incidente. Il Polo Nord fu raggiunto, e tutto sembrava procedere bene, ma il 25 maggio, a causa di ghiaccio, tempesta e sovraccarico, il dirigibile perse quota e si schiantò sul pack. Morì un membro dell'equipaggio, sei si dispersero con la parte restante del dirigibile, mai più ritrovata. Nobile, ferito, e altri superstiti restarono bloccati sul ghiaccio. Nei soccorsi morirono altre dieci persone, tra cui il celebre esploratore Amundsen. | sopravvissuti trascorsero 49 giorni nella famosa “tenda rossa” in attesa di soccorso. Alcuni tentarono di raggiungere aiuto via terra, ma solo due vennero salvati dal rompighiaccio sovietico Krasin. | segnali radio di Biagi furono inizialmente ignorati dalla nave Città di Milano, anche perché si credeva che tutti fossero morti. Il disastro segnò la fine della carriera operativa di Nobile e l'abbandono dei dirigibili militari italiani. 4. Le spedizioni sovietiche per il salvataggio dei superstiti dell’ <> Dopo la scomparsa del dirigibile Italia nel maggio 1928, vari paesi — tra cui Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia e Unione Sovietica - si attivarono subito per organizzare missioni di soccorso. Invece il governo italiano, con Mussolini e il sottosegretario all'Aeronautica Italo Balbo, rimase inizialmente in silenzio. Questo ritardo fu interpretato da molti come il tentativo di ridurre l'esposizione pubblica di un'impresa che, da possibile gloria per il regime fascista, si era trasformata in un disastro. Salo il 30 maggio, grazie all'iniziativa di privati e di enti cittadini milanesi, fu avviata una spedizione italiana autorizzata da Mussolini. Nel frattempo, l'Unione Sovietica si mosse rapidamente, e finanziando le operazioni tramite la società della flotta mercantile, che investì ingenti risorse per preparare le navi rompighiaccio Malygin, Krasin e il piroscafo Sedov. Contrariamente a quanto sostenuto in alcune fonti straniere, l'Italia non contribuì economicamente ai soccorsi sovietici. Le uniche spese accertate dallo Stato italiano riguardavano un'altra operazione di salvataggio, quella del Monte Cervantes. La svolta arrivò il 3 giugno, quando un giovane radioamatore russo, Nikolaj Smidt, captò un debole segnale SOS in esperanto proveniente dai superstiti del dirigibile. L'URSS informò subito l'Italia e rese pubbliche le coordinate dei dispersi. | soccorsi sovietici procedettero con difficoltà: il Malygin avanzava a fatica, e del Krasin non si avevano notizie. Intanto, il 22 Giugno due idrovolanti svedesi lanciarono viveri ai naufraghi, e il 24 l’aviatore svedese Einar Lundborg atterrò sul pack. Malgrado le insistenze di Nobile affinché fosse evacuato un compagno ferito, Lundborg portò via proprio lui, promettendo di tornare per gli altri. Questa scelta fu duramente criticata in Italia. La Commissione d'inchiesta Cagni, istituita dal governo, giudicò inaccettabile che il comandante si fosse salvato per primo e lo ritenne responsabile dell'incidente a causa di una sua manovra errata. Nobile, in seguito, si difese affermando che la sua evacuazione era necessaria per coordinare i soccorsi dalla nave Città di Milano, vista la difficoltà delle comunicazioni radio. Il Malygin, bloccato tra i ghiacci, inviò un aereo pilotato da Michail Babuskin che, a causa del maltempo, non riuscì a completare il salvataggio. L'11 luglio un altro aereo partito dal Krasin raggiunse il campo e lanciò viveri; il 12 luglio il rompighiaccio avvistò e salvò due componenti del gruppo partito a piedi, Mariano e Zappi, in condizioni fisiche drammatiche. Quella sera stessa fu avvistata anche la celebre "tenda rossa”, dove vennero recuperati gli ultimi cinque sopravvissuti.Nobile rientrò a Roma il 31 luglio 1928. L'inchiesta ufficiale lo mise sotto accusa, e il generale interpretò il giudizio come il frutto della rivalità con Balbo e dell’ostilità politica nei suoi confronti. L'incidente segnò la fine del sogno del dirigibile come mezzo competitivo rispetto all’aeroplano, sancendo il definitivo trionfo dell'aviazione. Deluso, umiliato e osteggiato, Nobile si dimise dall'Aeronautica il 7 marzo 1929, rinunciando al grado di generale. Anche le sue opere subirono un parziale ostracismo: il suo libro L'Italia al Polo Nord fuinizialmente ignorato e in parte censurato, poi recensito dal Ministero degli Interni. Mussolini rifiutò la pubblicazione della seconda parte dedicata ai risultati scientifici della spedizione, mentre in Unione Sovietica Nobile trovò maggiore disponibilità e chiese all'Aeroflot di stampare un volume tecnico sui dirigibili. 5. Nobile in Unione Sovietica: il contratto con la DiriZablestroj Dopo il disastro del dirigibile Italia, la perdita dei suoi compagni e le polemiche che ne seguirono, Umberto Nobile decise di lasciare l'Italia. Cercava un luogo dove poter mettere a frutto le sue competenze nella costruzione di dirigibili e trovò attenzione soprattutto nell'Unione Sovietica, che si era distinta per il suo ruolo attivo nei soccorsi e per la prontezza con cui aveva sostenuto la spedizione. Nel maggio 1929 Nobile chiese all'ambasciatore sovietico Kurskij di partecipare a una spedizione nell'Artico, mirata anche alla ricerca dei dispersi del Italia. Kurskij lo descrisse come un uomo “in disgrazia"ma onesto e gentile. Anche se la spedizione era già partita, due anni dopo si sarebbe ripresentata l'occasione. Poco tempo dopo, un generale sovietico si recò a Roma per invitarlo formalmente a trasferirsi in URSS per dirigere la costruzione di dirigibili. Nobile accettò volentieri, proponendo come base di partenza il modello italiano N-6, rimasto inutilizzato in seguito all'ordine di Balbo di sospendere ogni attività legata ai dirigibili. Balbo, ormai ministro dell'Aeronautica, si oppose anche alla vendita del N-6 ai sovietici, preferendo distruggerlo per affermare il primato degli aerei. Nobile riuscì però a salvare parte dei materiali, riacquistando dei giunti considerati rottami, che poi sarebbero stati usati nella costruzione di un nuovo N-6. Il 1931 segnò la svolta definitiva: Nobile incontrò il geologo Aleksandr Karpinskij, che lo informò dell'interesse sovietico a coinvolgerlo in nuovi progetti. Gli fu chiesto di prendere parte a una spedizione del Malygin nella Terra di Francesco Giuseppe, con la richiesta di fermarsi poi in URSS per un mese per fornire consulenze. Accettò con entusiasmo, sperando anche di far luce sulla sorte dei dispersi del Italia, ma le condizioni climatiche impedirono le ricerche. In questa terza visita in URSS, accolto calorosamente, Nobile si immerse nei lavori per introdurre la costruzione di dirigibili semirigidi italiani. Inizialmente previsto per poche settimane, il soggiorno si protrasse fino al 1936. Collaborò alla progettazione, alla direzione dei voli e all'organizzazione di officine, basi e infrastrutture. Firmò un accordo con la Dirizablestroj, la sezione dell'Aeroflot dedicata alla costruzione dei dirigibili, che lo coinvolgeva anche in future spedizioni polari. Nobile si trovò a lavorare con figure chiave come. Fel'dman, con cui intrattenne una fitta corrispondenza e che spesso mediava nei contrasti tra lui e Trojani. Durante un sopralluogo a Mosca nel 1931, Nobile visitò il sito scelto per le officine a Dolgoprudnaja, a 20 km da Mosca, giudicato inizialmente poco adatto. Tuttavia, nel 1936, l’area era trasformata in un vero polo industriale con hangar, laboratori e abitazioni. Prima di partire, Nobile fu ufficialmente incaricato di dirigere un grande progetto per la costruzione di dirigibili tipo “N°. L'autorizzazione di Mussolini arrivò senza difficoltà, mentre Balbo tentò nuovamente di ostacolarlo. Alla fine, fu il Consiglio dei Ministri a intervenire, permettendo a Nobile di partire e di portare con sé i disegni tecnici dei dirigibili Norge, Italia e di altri modelli fino a 50.000 metri cubi. l'obsolescenza. Nobile, esasperato, chiese l'allontanamento definitivo di Trojani, minacciando di lasciare la Russia se fosse rimasto. Ribadì che il contratto era con lui e che aveva piena autorità sul gruppo italiano. Fel'dman rispose in modo diplomatico: pur riconoscendo il valore di entrambi, evitò di prendere posizione netta. Il trasferimento segnò l'inizio della fine della presenza di Trojani nel progetto. La frattura tra i due rifletteva non solo divergenze personali e tecniche, ma anche profonde differenze ideologiche: Nobile, apolitico e appassionato della dirigibilistica, vedeva nell'URSS un'occasione di riscatto; Trojani, fascista e antisovietico, appariva più interessato a ostacolare il progetto che a farlo funzionare. 8. Difetti e carenze della dirigibilistica sovietica Nonostante l'incidente del dirigibile americano Akron, che aveva messo in luce i rischi legati al volo (clima, bilanciamento, temperatura), Nobile continuò a lavorare con passione al progetto sovietico. Il 27 aprile 1933 si svolse il primo volo di prova del V-5, dirigibile semirigido da 2.100 m?, che si concluse con esito positivo: buona maneggevolezza e stabilità. Il successo fu però attribuito esclusivamente alla Dirizablestroj e ai sovietici, senza menzionare il contributo fondamentale dei tecnici italiani. Nel rapporto inviato a Stalin, il direttore Fel'dman celebrava il risultato come un primo passo dell'industria sovietica verso l'autonomia tecnica, elogiando il ruolo del partito e di Stalin stesso. Si ripeteva lo schema già usato nella propaganda relativa alla fabbrica di cuscinetti Kaganoviè: i meriti degli italiani venivano oscurati per esaltare le capacità nazionali, mentre gli insuccessi erano prontamente scaricati sugli stranieri. In realtà, la situazione era molto diversa: il V-5 era costato ben 800.000 rubli, molto più del previsto, e la progettazione presentava numerosi problemi tecnici. Una riunione interna alla cellula del Partito Comunista evidenziò la totale mancanza di standard di progettazione, specifiche tecniche e controlli: ciò aveva già causato un sovrappeso critico in un dirigibile da 1.750 m? e poteva portare a disastri futuri. | rappresentanti politici intervenivano pesantemente nelle scelte tecniche, imponendo decisioni senza competenze. In questo contesto, anche la presenza dei tecnici italiani veniva sempre più percepita come inutile o addirittura dannosa. La cellula del partito considerava l'esperienza dei sette mesi precedenti un fallimento organizzativo e raccomandava una ristrutturazione della Dirizablestroj, incluso un diverso impiego degli specialisti stranieri. Anche gli italiani lamentavano una gestione inefficiente. In una lettera del maggio 1934, Attilio Villa denunciava l'uso improprio dei tecnici e la totale disorganizzazione nella produzione: si costruivano pezzi scollegati fra loro, senza mai completare un dirigibile intero. Questo caos produttivo, comune a molti settori dell'URSS, causava perdite di tempo, materiali e denaro. 9.1 dirigibili sovietici di Nobile Il 7 gennaio 1934 il generale Stanislav Stoljarskij, capo dell'Accademia dell'Aeronautica militare sovietica, espresse forti dubbi sul progetto di Nobile per un dirigibile semirigido da 50.000 m?. A suo parere, la bassa quota operativa prevista (4.500 metri) lo rendeva vulnerabile alla contraerea nemica e quindi inadatto ad azioni militari. Inoltre, Stoljarskij riteneva che un dirigibile di quelle dimensioni avrebbe ostacolato lo sviluppo di modelli rigidi e ad alta quota. Propose quindi di limitare Nobile e Trojani alla progettazione di modelli leggeri da 6.000-10.000 m? per impieghi costieri, raccomandando di interrompere lo sviluppo di dirigibili oltre i 18.500 m?. Il giorno prima del volo di collaudo del V-7 (agosto 1934), un fulmine colpì l'hangar di Dolgoprudnaja causando un incendio che distrusse i prototipi del V-6 e del V-7. Non ci furono vittime, ma il direttore Flakserman fu accusato per non aver installato un parafulmine. Dopo l'incendio, i sovietici costruirono autonomamente il V-7 bis e il V-8, ormai senza Trojani (tornato in Italia). Tuttavia, secondo Nobile, il V-7 bis era sproporzionato: troppo veloce per la sua cubatura e con parti eccessivamente pesanti, il che limitava il raggio d'azione. Nel 1935 un volo da Leningrado a Petrozavodsk si concluse tragicamente per esaurimento del carburante e cattive condizioni meteo: il dirigibile precipitò, causando un morto. Nel 1934 venne costruito anche il V-6 bis, ribattezzato Osoaviachim: con una cubatura di 19.400 mì, superava i limiti raccomandati da Stoljarskij ma risultò essere il miglior dirigibile sovietico. Aveva una velocità di crociera di 104 km/h, poteva trasportare venti passeggeri e fino a 8.500 kg. Il primo volo, il 5 novembre 1934, fu un successo, così come quello successivo su Mosca. Il V-6 operò sulla linea Mosca- Sverdlovsk e compì diversi voli sperimentali, culminando nell'autunno 1936 con l'inaugurazione della prima linea commerciale di dirigibili sovietici. Nel 1937 stabilì un record mondiale di durata in volo. Tuttavia, il 5 febbraio 1938, durante una missione di soccorso diretta a Murmansk per salvare unaspedizione artica, il V-6 Osoaviachim precipitò su un monte a causa di condizioni meteo proibitive e mappe obsolete. Nell'incidente morirono tredici dei diciannove membri dell'equipaggio. Nobile, ormai rientrato in Italia, vide così svanire l'immagine del suo dirigibile più riuscito. Nonostante i fallimenti e le critiche, l'esperienza sovietica di Nobile fu nel complesso positiva: a Dolgoprudnaja lasciò una base operativa moderna, con infrastrutture complete, strade, una ferrovia e due hangar, ponendo le basi per l'industria dirigibilistica sovietica. 10. La Dirigibilistica nel Terrore staliniano Dopo l'assassinio di Sergej Kirov (1° dicembre 1934), l'URSS entrò in una fase repressiva violenta che rese l'atmosfera sempre più pericolosa, soprattutto per gli stranieri. L'ingegnere italiano Ugo Trojani, testimone dell'inizio delle epurazioni, vide con preoccupazione l'arresto e l'esecuzione di ufficiali sovietici ex zaristi. Ricevette da Valle il consiglio di lasciare l'URSS e partì nel marzo 1935. Sebbene avesse guadagnato la fiducia delle autorità italiane, Trojani era ormai inviso ai sovietici, che lo ritenevano — insieme all'operaio Attilio Villa - una spia fascista. Anche Umberto Nobile, rimasto a Mosca, fu oggetto di sospetti. Un rapporto del 1935 firmato da un dirigente della Dirizablestroj, lo accusava duramente: la progettazione dei dirigibili V-5 e V-6 sarebbe stata lenta e imprecisa, e Nobile incapace di fornire dati tecnici affidabili o di trasmettere competenze ai sovietici. Il rapporto lo descriveva come ormai inutile, privo di autorità, e sospettato di voler sottrarre segreti industriali sovietici. Queste accuse riflettevano un atteggiamento diffuso verso tutti i tecnici stranieri, spesso sfruttati e poi accusati di boicottaggio o spionaggio. Alla DirizZablestroj lavoravano anche italiani antifascisti rifugiati in URSS negli anni ‘20, alcuni dei quali erano stati assunti direttamente da Nobile. Molti di loro avevano studiato all'Università comunista delle minoranze occidentali ed erano iscritti al partito comunista sovietico. Dopo la partenza di Nobile e Trojani, cinque di questi italiani furono arrestati e fucilati nel 1938 con l'accusa di spionaggio industriale per conto dell’Italia e di complicità con il gruppo di Nobile: * Robusto Biancani, ex militante comunista rifugiatosi in URSS nel 1924, traduttore alla Dirizablestroj, confessò sotto interrogatorio di essere stato reclutato da Villa. Espulso e poi riammesso nel partito, fu fucilato il 10 luglio 1938. * Gaetano Marcolin (alias Bruno Segalino), inviato dal PCI in URSS, traduttore e operaio specializzato, fu arrestato e fucilato il 10 luglio 1938. * Mario Menotti, bolognese, ex Fgci e iscritto al PCUS, meccanico alla Dirizablestroj, fu condannato e fucilato il 3 giugno 1938. * Lino Manservigi, socialista e membro del PCI dal 1921, partecipante al IIl Congresso del Comintern, espulso dal partito nel 1935, fucilato il 14 marzo 1938. * Luigi Vanoli (alias Gino Comelli), operaio comunista, lavorò come falegname e meccanico, fu arrestato e giustiziato il 3 giugno 1938. Tutti e cinque furono condannati in base all'articolo 58 del codice penale sovietico, che puniva il “tradimento” e lo “spionaggio”. Nonostante Palmiro Togliatti fosse a conoscenza della loro sorte, non intervenne in loro difesa. Soltanto nel 1956, dopo la morte di Stalin e l'esecuzione di Berija, queste vittime vennero ufficialmente riabilitate. 11. Nobile lascia l’Urss Uno dei motivi principali per cui Umberto Nobile accettò di lavorare in URSS fu la possibilità di partecipare a spedizioni artiche, come previsto dal contratto con Dirizablestroj e Aeroflot. Tuttavia, a causa del carico di lavoro, dovette rinunciare più volte e posticipò la sua partecipazione al 1937. Nel novembre 1936 ottenne infine il permesso di unirsi, a sue spese, alla spedizione prevista per l'anno successivo. | suoi rapporti con le autorità sovietiche erano però difficili e ambigui: nel 1935 Nobile reclamò più volte il pagamento di 300 dollari arretrati e chiese invano di poter portare con sé in Italia i disegni dei dirigibili. Sebbene il contratto fosse scaduto nel luglio 1936, la sua partenza venne ostacolata, probabilmente per evitare la fuoriuscita di materiale tecnico. L'ingegnere lamentava anche disorganizzazione, forniture sbagliate, errori imputati ingiustamente ai tecnici stranieri e un clima di sospetto costante. Ciononostante, Nobile rimase affascinato dalla possibilità di costruire grandi dirigibili e condurre esplorazioni artiche, passioni che superavano i timori. Continuò a lavorare su nuovi progetti, tra cui ideologici, come l'Urss o la Gran Bretagna, se utile agli interessi italiani: le scelte diplomatiche di Mussolini non seguivano sempre i dogmi ideologici, ma piuttosto una logica di opportunità nazionale. In politica interna, dal 1922 al 1925, l'apertura verso la Russia serviva a dividere il fronte delle sinistre e a indebolire i comunisti, riprendendo la strategia di Nitti, che aveva aperto alla Russia per spaccare il Partito socialista. Sul piano internazionale, Mussolini ambiva a un revisionismo europeo che coinvolgesse vincitori e vinti della Grande guerra, proponendo un'alternativa all'asse anglo-francese, inserendo la Russia come cuneo orientale. L'avvicinamento a Mosca serviva anche a mostrare che il fascismo non aveva pregiudizi ideologici nei confronti di uno Stato socialista, proseguendo un'idea già emersa nel fiumanesimo. Inoltre, Mussolini voleva limitare l'espansionismo sovietico nel Mediterraneo, rivendicando il ruolo dell'Italia nella regione. Questo intento fu colto anche dalla diplomazia sovietica, che notò come l’Italia volesse proteggersi le spalle rafforzando i legami con la Turchia e liberandosi dalla sudditanza verso inglesi e francesi. 2. Mussolini e la Rivoluzione russa Nel febbraio 1917, mentre in Russia esplodeva la rivoluzione borghese, Mussolini era ricoverato in ospedale e il suo giornale, Il Popolo d'Italia, celebrava l'evento come una “vittoria della piazza”, paragonando il popolo di Pietrogrado a quello italiano del maggio 1915. L'articolo attaccava ilparlamentarismo corrotto, paragonando il giolittismo al prussianesimo, così come l’autocrazia russa al militarismo tedesco. La massa rivoluzionaria veniva esaltata come protagonista del cambiamento, contrapposta alla borghesia corrotta. Successivamente, quando il bolscevismo prese il potere, la posizione di Mussolini e della sua stampa mutò. Il nuovo regime fu descritto come una dittatura esercitata non dal popolo, ma da una ristretta élite del Partito Comunista, che controllava lo Stato in forma autoritaria, negando in pratica tanto il socialismo politico quanto quello economico. Nel novembre 1919, per rassicurare la borghesia italiana, Mussolini dichiarava che il bolscevismo era limitato solo alla Russia e destinato a non espandersi in Occidente. Già un mese dopo, sosteneva l'utilità di coinvolgere l'Urss nei circuiti economici occidentali, valorizzandone le materie prime. Tuttavia, la posizione fascista sulla Russia era ambivalente e complessa, legata sia a motivi ideologici sia a una visione strategica della nazione. Mussolini, attribuendo a D'Annunzio il merito di aver sfidato l'ordine di Versailles, condannava l'aggressività delle potenze occidentali verso la Russia e l'Ungheria, le stesse che ostacolavano l'annessione di Fiume. L'impresa dannunziana era per lui non solo un atto patriottico, ma anche rivoluzionario, in linea con il malcontento dei proletari europei contro il sistema postbellico. Mussolini sosteneva inizialmente il progetto fiumano, finché gli fu politicamente utile, per poi prenderne le distanze. Quanto alla Russia, riteneva che non si potesse abbattere il bolscevismo con la violenza o l'isolamento, ma piuttosto attraverso il riconoscimento diplomatico e il contatto con l'Occidente, che ne avrebbe attenuato gli aspetti ideologici e mitici, costringendolo a compromessi con la realtà. Infine, accusava le potenze occidentali di adottare una politica incoerente e inefficace verso Mosca, proponendo invece un approccio italiano più realistico, moderato e capace di avviare un dialogo produttivo con i Soviet. 3. La propaganda russa in Italia Dopo il Trattato di Rapallo con la Germania, la Russia sovietica guardò con interesse al regime fascista italiano, nato anch'esso da una rivoluzione e malvisto da Francia e Inghilterra. Per rafforzare i legami, il Commissariato del Popolo agli Esteri avviò iniziative di propaganda culturale rivolte agli intellettuali e all'opinione pubblica italiana. Nel dicembre 1920, il delegato russo Vorob'év spiegava a Ciéerin l'intenzione di presentare la Russia sovietica positivamente, evitando l’etichetta di propaganda politica. Le comunicazioni sarebbero state affidate a Sergio Panunzio, sostenitore del regime sovietico, tramite un ufficio informazioni “indipendente”. Le attività previste comprendevano: * Invio quotidiano di newsletter dell'agenzia Rosta, * Un settimanale intitolato “Verità”, con articoli tratti dalla stampa russa, * Spese mensili di circa 15.000 lire. Secondo Vorob'év, i lavoratori italiani erano molto favorevoli alla Russia, ma il parlamento - troppo legato agli interessi borghesi — ostacolava il dialogo diretto. Perciò si puntava a influenzare l'opinione pubblica e fare pressione sul gruppo parlamentare, nella convinzione che l’Italia fosse pronta a riprendere i rapporti con Mosca. 4. La Nep L'avvio della Nep (Nuova politica economica) da parte del governo sovietico fu interpretato da Mussolini come l’inizio del ritorno della Russia al capitalismo. Nel 1921 dichiarava che Lenin aveva fallito l'esperimento comunista, richiamando il capitalismo per salvare l'economia russa. Nei suoi discorsi (a maggio e a giugno 1921), Mussolini sosteneva che: * La Russia era diventata un paese di piccoli borghesi; * Consigli di fabbrica e nazionalizzazioni erano stati sostituiti da dittatori e libertà commerciale; * Di comunismo e democrazia in Russia non restava più nulla, solo burocrazia e autoritarismo;- La Russia appariva come una rivoluzione agraria piccolo-borghese, ma rimaneva l'enigma politico: avrebbe scelto una politica di pace oppure di guerra. Mussolini voleva tranquillizzare la borghesia industriale italiana, mostrando una Russia sempre più lontana dal comunismo rivoluzionario. Ma avvertiva anche che, se Mosca avesse perseguito una politica estera espansionista, Stati Baltici e Polonia sarebbero stati in pericolo. Da qui nasceva la doppia posizione fascista: * Anticomunismo ideologico (scontro con le “assurdità” sovietiche); * Ma anche apertura diplomatica per valutare un'alleanza con la Russia, come lo stesso Lenin aveva suggerito nell'ottobre 1921. Questa ambiguità rifletteva la complessità dell'immagine sovietica nei circoli fascisti, dove il socialismo restava un riferimento ambiguo: Mussolini stesso proveniva dal socialismo e l'anticomunismo fu decisivo per l'ascesa del fascismo, ma anche causa della sua caduta dopo l'ingresso in guerra contro l'Urss. Nel frattempo: * 1 16 aprile 1922 Germania e Russia firmarono un nuovo Trattato di Rapallo, che ristabiliva i rapporti commerciali, pur senza riconoscimento formale del governo sovietico. * Anche l'Italia, nonostante l'opposizione dell'Intesa, firmò il 24 maggio 1922 un accordo economico con la Russia, volto a favorire gli scambi e la politica energetica. Sebbene non ratificato da Mosca, seguirono altri accordi commerciali. 5. Il 1922, un anno incerto Dopo il fallimento della Conferenza di Genova, le relazioni diplomatiche tra Italia e Russia si bloccarono durante l'estate 1922 a causa delle violenze fasciste che colpirono anche la rappresentanza sovietica in Italia. Il delegato russo Vorovskij denunciava lo stato di anarchia nel paese: il governo era assente, mentre il Partito fascista era di fatto al potere, agiva con milizie armate contro socialisti e comunisti e godeva dell'inerzia (o complicità) delle autorità ufficiali. Nonostante le forti divergenze ideologiche tra comunismo e fascismo, Mussolini, dopo la marcia su Roma, si mostrò disposto a riconoscere de jure (in modo giuridico) l'Urss, spinto da due esigenze: * Economica: garantire forniture energetiche e relazioni commerciali; * Diplomatica: evitare l'isolamento internazionale dell’Italia. Tra i protagonisti di questo avvicinamento ci furono, sul fronte russo, Ciéerin, Vorovskij e Jurenév; per l'Italia fu importante il ruolo del diplomatico Contarini e l'intervento in Parlamento di Nicola Bombacci il 30 novembre 1923. Tuttavia, i rapporti iniziarono in modo turbolento: l'assalto fascista alla delegazione commerciale sovietica e il sequestro di un carico russo di solfato di ammonio diretto in Italia rischiarono di compromettere i progressi raggiunti fino ad allora. 5.1. L'attacco alla rappresentanza sovietica 11 1° novembre 1922, il giorno dopo l'insediamento del governo Mussolini, un gruppo di sei fascisti imolesi armati fece irruzione nella missione commerciale russa a Roma, cercando il deputato comunista Anselmo dell'Intesa. In conferenza, l'ambasciatore Garroni propose la partecipazione dei russi a tutte le riunioni, ma dopo la proposta di Ciderin di chiudere gli stretti anche in tempo di pace, temendo l'isolamento dell'Italia da Francia e Inghilterra, consigliò a Mussolini di riallinearsi con le potenze occidentali. Nonostante questo, Mussolini colse l'occasione per intensificare i contatti bilaterali con Mosca. Incontrò Krasin a Roma il 5 dicembre. L'incontro fu accolto con interesse dalla stampa e segnò il primo passo concreto verso il riavvicinamento. A seguire, gli industriali Gavazzi e Marinotti partirono per la Russia su incarico di Mussolini per avviare relazioni economiche e, nel contempo, tentare di far cessare lapropaganda bolscevica in Italia. Gavazzi, al rientro, sostenne la necessità di riconoscere l'URSS e disse a Vorovskij di aver esercitato pressioni in tal senso. Nello stesso periodo si registrarono anche i viaggi in Russia Di due socialisti italiani incaricati di studiare un progetto di colonizzazione agricola italiana in una zona della Russia meridionale. L'idea, che si ispirava alla necessità di trovare sbocchi all'emigrazione italiana (limitata dagli USA nel 1924), fu poi abbandonata nel 1925. 7. Il Komintern, ostacolo sulla <> Mussolini, appena arrivato al potere, pensava che avere buoni rapporti con l'Unione Sovietica potesse portare vantaggi economici e politici, sia all'estero sia all'interno, per esempio nei rapporti con la sinistra e con la classe operaia. Inizialmente cercò anche di coinvolgere alcuni socialisti nel governo, ma dovette rinunciare per l'opposizione dei nazionalisti. Per rafforzare la sua posizione a destra, usò allora un forte discorso antibolscevico. Allo stesso tempo, Mussolini lanciava l’idea di aprirsi alla Russia sovietica, sperando di spaccare la sinistra tra comunisti (che avrebbero rifiutato) e socialisti (più favorevoli). Esaltava le similitudini tra fascismo e bolscevismo, entrambi rivoluzionari e anti-democratici, minimizzando le differenze ideologiche. Tuttavia, la situazione si complicò. Tra il 1922 e il 1923 i rapporti tra Italia e Urss peggiorarono, anche a causa della propaganda antifascista e della repressione dei comunisti in Italia. Quando a fine dicembre 1922 fu pubblicato un manifesto contro il fascismo scritto a Mosca e firmato da esponenti del PCI, Mussolini ordinò arresti e perquisizioni trovando anche soldi del Komintern e nuovi appelli alla lotta antifascista. Mussolini convocò l'ambasciatore sovietico Vorovskij, accusando il governo sovietico di controllare il Komintern. Vorovskij cercò di difendere l'indipendenza del Komintern rispetto al governo, ma Mussolini non accettò la distinzione, sostenendo che Lenin era sia capo del governo sia del Komintern, come lui stesso lo era del partito e del governo italiano. In realtà, anche a Mosca c'era disaccordo su quanto potesse essere autonoma l'Internazionale comunista: Vorovskij riteneva insostenibile la tesi della “separazione totale”, perché agli occhi del mondo il Komintern era comunque sotto il controllo sovietico. Inoltre, temeva che la propaganda eccessiva potesse danneggiare i negoziati commerciali e spingere Mussolini a promuovere un'alleanza internazionale contro il bolscevismo. Vorovskij suggeriva quindi una linea più pragmatica: trovare un accordo tacito con Mussolini per moderare la propaganda su entrambi i lati, e convincere Mosca a fare qualche concessione per ottenere il riconoscimento ufficiale del governo sovietico da parte dell'Italia. Tuttavia, i dirigenti sovietici non capivano bene la politica italiana e sottavalutavano i rischi. Nel frattempo, Litvinov ordinava a Vorovskij di negare ufficialmente ogni legame tra governo sovietico e Komintern, e di evitare promesse a nome di quest'ultimo. Per evitare una rottura, il governo sovietico dichiarava anche di non voler interferire negli affari interni italiani, né sostenere propaganda contro il Regno d'Italia. Mussolini, dal canto suo, pretendeva la fine della propaganda comunista in Italia e all'estero per riconoscere ufficialmente l'Urss. Vorovskij cercava di far capire ai suoi superiori che era una questione pratica: o si accettava di limitare la propaganda per ottenere relazioni ufficiali, oppure si restava isolati, sperando che il fascismo crollasse da solo, ma senza poter intervenire. 8. L' avvicinamento graduale a Mosca L'omicidio di Vorovskij a Losanna il 10 maggio 1923 bloccò momentaneamente i rapporti tra Italia e Urss. AI suo posto fu nominato Jordanskij, mentre a Mosca il rappresentante italiano Amadori fu sostituito da Renato Piacentini. Tuttavia, Piacentini — che restò solo quattro mesi — fece poco per i negoziati, a differenza dell'attivismo diplomatico sovietico in Italia. Durante l'estate del 1923 si registrarono segnali di ripresa nei rapporti: Piacentini comunicò a Litvinov l'interesse del governo italiano a rafforzare i legami con Mosca. Anche Mussolini si dichiarò disponibile a firmare un accordo commerciale, passo preliminare al riconoscimento ufficiale del governo sovietico. L'Urss, guidata da Ciéerin, proponeva di seguire il “metodo Rapallo”: non presentare proposte dirette, ma attendere le richieste italiane, per poi rispondere concontrorivendicazioni — come la restituzione dei beni espropriati agli italiani dopo la rivoluzione — bilanciando però il saldo con prestiti da parte italiana. Ciò rivelava l'interesse dell’Italia a entrare nel mercato russo e accedere alle risorse energetiche. Nel frattempo, Mussolini aveva avviato trattative separate con rappresentanti del Dagestan, repubblica musulmana sovietica, per ottenere contratti energetici diretti. Ciéerin condannò duramente l'iniziativa, sia perché aggirava il Commissariato sovietico al Commercio estero, sia per il rischio di tensioni religiose e razziali dovute all'ingresso di elementi fascisti in un territorio islamico non del tutto sotto controllo. Il 13 ottobre 1923 arrivò a Mosca il nuovo rappresentante italiano, Gaetano Paternò, accolto positivamente da Giéerin. Pochi giorni dopo, il 17 ottobre, iniziarono a Roma i lavori della conferenza italo-sovietica per la firma di un accordo commerciale, condizione essenziale - secondo Mosca — per arrivare al riconoscimento diplomatico. Tuttavia, i delegati italiani, nel tentativo di ottenere ulteriori vantaggi, rallentarono le trattative, permettendo alla Gran Bretagna di precederli: Londra riconobbe l’Urss il 1° febbraio 1924, sei giorni prima dell’Italia, ma senza un trattato commerciale. 9. Il passaggio parlamentare Nel 1923 la diplomazia sovietica si affidò sempre più a Nicola Bombacci, ex socialista e amico personale di Mussolini, già mediatore tra Krasin e il Duce. Il suo ruolo si consolidò pubblicamente durante un discorso alla Camera il 30 novembre, quando si discuteva del possibile riconoscimento de jure dell'Urss, definito dalla stampa «il patto con il diavolo». Sollecitato dal socialista Costantino Lazzari, Mussolini rivendicò i passi avanti fatti dal fascismo nei rapporti con Mosca. Bombacci colse l'occasione per difendere il riconoscimento dell'Urss, ricordando a Mussolini il suo desiderio di normalizzare i rapporti senza pregiudizi politici e invitandolo a superare le opposizioni interne. Nel suo intervento, Bombacci denunciò le manovre economiche delle potenze occidentali — Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti — volte a monopolizzare le risorse energetiche russe, escludendo l'Italia. Cercò anche di avvicinare la Russia rivoluzionaria al fascismo, presentandoli entrambi come movimenti rivoluzionari, provocando reazioni sarcastiche e polemiche. Non è chiaro se Bombacci parlasse per conto proprio o se fosse stato ispirato da Jordanskij per sondare il clima politico italiano. Il suo intervento suscitò l'immediata reazione del Partito Comunista d’Italia (Pcd’1), che si dissociò ufficialmente il 5 dicembre, sostenendo che il riconoscimento dell'Urss doveva avvenire in nome del proletariato russo e non per interesse della borghesia italiana. La stampa interpretò questa presa di distanza come un segno della preoccupazione di perdere l'esclusiva nei rapporti con Mosca e gli aiuti del Komintern, ma anche come un imbarazzo per il fatto che proprio il fascismo stesse per riconoscere l'Urss. Secondo Renzo De Felice, Mussolini perseguiva due obiettivi: rafforzare le relazioni economiche italo-sovietiche mostrando pragmatismo in politica estera, e altempo stesso indebolire il Partito comunista italiano, tentando di creare una frattura tra il governo sovietico e il Komintern. A sostegno di quest'ultima ipotesi, i documenti russi oggi disponibili confermano le dure critiche di Mussolini alla propaganda antifascista dell'Internazionale comunista, ritenuta un ostacolo ai rapporti bilaterali. Il Duce puntava quindi a spingere Mosca a distinguere tra governo e Komintern, così da isolare politicamente i comunisti italiani e minare la loro legittimità. 10. Gli accordi finali per il riconoscimento dell’'Urss Dopo mesi di lentezze soprattutto da parte italiana, nel dicembre 1923 le trattative per il trattato commerciale italo-sovietico registrarono significativi progressi. Mosca si mostrò disponibile a favorire le richieste italiane, come il transito di navi italiane nei porti sovietici. Cigerin, in un'intervista affermava il buon andamento dei negoziati a Roma e riconosceva in Gaetano Paternò un rappresentante de facto dell'Italia a Mosca. Poco prima della firma, il premier britannico MacDonald tentò di frenare l'iniziativa italiana, suggerendo di limitarsi a un incaricato d'affari e di coordinarsi con Londra, ma l’Italia rifiutò. | sovietici concessero comunque all'Italia fascista un ruolo privilegiato tra le potenze dell'Intesa con un accordo commerciale vantaggioso. Il 6 febbraio 1924 la Pravda celebrava invece il riconoscimento dell'Urss da parte della Gran Bretagna,