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Riassunte Lingue e Corpo, Sbobinature di Psicologia Cognitiva

Riassunto del libro Lingue e Corpo per l'esame di Psicologia Cognitiva Applicata

Tipologia: Sbobinature

2019/2020

Caricato il 28/10/2020

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LINGUE, CORPO, PENSIERO: LE RICERCHE CONTEMPORANEE
Marco Tullio Liuzza – Felice Cimatti – Anna M. Borghi
1. CORPO, AZIONE E PAROLE
1.1 Parole e azione: le teorie embodied
Secondo la concezione dell’attività cognitiva tradizionale, la mente consiste in una serie di
meccanismi per manipolare simboli. Questa concezione si basa sulla metafora per cui la mente
è assimilabile al software di un computer. Elaborano, quindi, dei modelli di processi mentali che
non sono vincolati alla conoscenza sul cervello e sul copro degli organismi.
Di recente, si stanno facendo strada le teorie embodied: è una teoria secondo cui lo studio
dei processi cognitivi non può essere affrontato separatamente da quello delle loro basi neurali
e dallo studio del corpo degli organismi, è stato proposto che la cognizione sia incarnata.
Quindi il tipo di corpo che possediamo influenza sia i nostri processi cognitivi e non p possibile
studiarli indipendentemente dal corpo. La cognizione si dice grounded, si fonda sui sistemi
sensomotori.
Esempi a sostegno di questa teoria: rassegne di Pecher e Zwaan 2005, Fischer e Zwaan 2008,
Rizzolatti e Craighero 2004.
Adottare la prospettiva embodied porta a rifiutare l’idea della separazione tra processi di livello
presunto “basso” (es. quelli percettivi e motori) e processi di livello presunto “alto” (es. del
pensiero) e a rilevare la profonda continuità esistente tra percezione, azione e cognizione.
Il presupposto della teoria tradizionale è l’idea di Fodor (1975): esisterebbe un linguaggio del
pensiero; i concetti del pensiero sarebbero simboli dati dalla combinazione di un insieme di
tratti di natura proposizionale, simil-linguistica. Ad esempio, DIVANO potrebbe essere dato dai
tratti “è comodo, è soffice, è un mobile”. Il vantaggio sarebbe, secondo i sostenitori, che i
simboli con la loro proprietà combinatoria consentirebbero la produttività e la creatività del
pensiero; ad esempio riusciamo a pensare a un divano a pois a forma di stella.
In contrasto a questa sta la proposta delle teorie embodided: i concetti si fondano sull’attività
sensomotoria; un concetto corrisponde alla riattivazione del pattern di attivazione neurale che
si forma quando percepiamo e interagiamo con una data entità. Ad esempio: il mio concetto
computer coincide con la riattivazione dell’esperienza recente con i computer. Ovviamente il
concetto è dinamico e viene sempre aggiornato alla luce delle nuove esperienze che ho con i
computer.
1.2 Parole e azioni: prove sperimentali
Prese in esame prove sperimentali a favore di una teoria embodied della conoscenza.
Quando osserviamo oggetti, riattiviamo esperienze sensoriali e motorie avute con oggetti
simili. Ad esempio, se vediamo una tazza con il manico sulla destra tendiamo automaticamente
e inconsapevolmente a muovere la mano destra come se dovessimo afferrarla. In pratica, si
attivano aree neurali simili a quelle che si attiverebbero se dovessimo afferrare la tazza, anche
se non muoviamo la mano.
Esempi di esperimenti p. 14-15
Caso delle lingue e del linguaggio: come simuliamo un’azione quando osserviamo un oggetto,
così la simuliamo quando leggiamo o ascoltiamo la parola che all’oggetto rimanda.
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LINGUE, CORPO, PENSIERO: LE RICERCHE CONTEMPORANEE

Marco Tullio Liuzza – Felice Cimatti – Anna M. Borghi

1. CORPO, AZIONE E PAROLE

1.1 Parole e azione: le teorie embodied

Secondo la concezione dell’attività cognitiva tradizionale , la mente consiste in una serie di meccanismi per manipolare simboli. Questa concezione si basa sulla metafora per cui la mente è assimilabile al software di un computer. Elaborano, quindi, dei modelli di processi mentali che non sono vincolati alla conoscenza sul cervello e sul copro degli organismi. Di recente, si stanno facendo strada le teorie embodied : è una teoria secondo cui lo studio dei processi cognitivi non può essere affrontato separatamente da quello delle loro basi neurali e dallo studio del corpo degli organismi, è stato proposto che la cognizione sia incarnata. Quindi il tipo di corpo che possediamo influenza sia i nostri processi cognitivi e non p possibile studiarli indipendentemente dal corpo. La cognizione si dice grounded , si fonda sui sistemi sensomotori. Esempi a sostegno di questa teoria: rassegne di Pecher e Zwaan 2005, Fischer e Zwaan 2008, Rizzolatti e Craighero 2004. Adottare la prospettiva embodied porta a rifiutare l’idea della separazione tra processi di livello presunto “basso” (es. quelli percettivi e motori) e processi di livello presunto “alto” (es. del pensiero) e a rilevare la profonda continuità esistente tra percezione, azione e cognizione. Il presupposto della teoria tradizionale è l’idea di Fodor (1975): esisterebbe un linguaggio del pensiero; i concetti del pensiero sarebbero simboli dati dalla combinazione di un insieme di tratti di natura proposizionale, simil-linguistica. Ad esempio, DIVANO potrebbe essere dato dai tratti “è comodo, è soffice, è un mobile”. Il vantaggio sarebbe, secondo i sostenitori, che i simboli con la loro proprietà combinatoria consentirebbero la produttività e la creatività del pensiero; ad esempio riusciamo a pensare a un divano a pois a forma di stella. In contrasto a questa sta la proposta delle teorie embodided: i concetti si fondano sull’attività sensomotoria; un concetto corrisponde alla riattivazione del pattern di attivazione neurale che si forma quando percepiamo e interagiamo con una data entità. Ad esempio: il mio concetto computer coincide con la riattivazione dell’esperienza recente con i computer. Ovviamente il concetto è dinamico e viene sempre aggiornato alla luce delle nuove esperienze che ho con i computer.

1.2 Parole e azioni: prove sperimentali

Prese in esame prove sperimentali a favore di una teoria embodied della conoscenza. Quando osserviamo oggetti, riattiviamo esperienze sensoriali e motorie avute con oggetti simili. Ad esempio, se vediamo una tazza con il manico sulla destra tendiamo automaticamente e inconsapevolmente a muovere la mano destra come se dovessimo afferrarla. In pratica, si attivano aree neurali simili a quelle che si attiverebbero se dovessimo afferrare la tazza, anche se non muoviamo la mano. Esempi di esperimenti p. 14- Caso delle lingue e del linguaggio: come simuliamo un’azione quando osserviamo un oggetto, così la simuliamo quando leggiamo o ascoltiamo la parola che all’oggetto rimanda.

Simulare significa che, quando comprendiamo un enunciato linguistico, reclutiamo gli stessi sistemi percettivi, emozionali che usiamo quando copiamo l’azione o ci troviamo nella situazione descritta linguisticamente. Il sostrato neurale dell’idea della simulazione è da ricercarsi nella scoperta dei neuroni specchio (mirror neurons) che si trovano in un’area della corteccia premotoria della scimmia: questi neuroni si attivano sia quando le scimmie compiono azioni sia quando osservano qualcuno compiere un’azione orientata a uno scopo (es. afferrare una nocciolina). [area F5 scimmia = area di Broca uomo] Diverse prove rivelano che, durante l’elaborazione linguistica, si attiva un meccanismo di simulazione basato sui neuroni specchio. Esempio di esperimento p.

1.3 Parole e azioni: simulare il linguaggio

Per formulare un’ipotesi plausibile e scientificamente verificabile è utile servirsi di strumenti che ci consentano di oltrepassare i limiti imposti dal metodo sperimentale , che si presenta come un metodo analitico (=si basa sul presupposto che i fenomeni studiati abbiano tra loro interazioni lineari // il fenomeno complessivo è uguale alla somma delle sue parti) Il linguaggio è un sistema complesso fondato su interazioni non lineari in cui l’interazione fra le parti dà vita a caratteristiche dette “emergenti”, che non si ritrovano nelle parti che lo compongono (es. liquidità dell’acqua). Esperimento p. 17 I primi tentativi di studiare la mente sono stati ispirati da un paradigma cognitivista che si basa sull’assunzione che la mente sia l’analogo del software di un computer, un sistema di simboli che, componendosi attraverso precise regole, danno vita a determinati processi, esattamente come un software composto da algoritmi, che può girare su qualsiasi hardware. Dagli anni Ottanta del Novecento si afferma il paradigma connessionista , ma si tratta di una seconda rinascita perché in realtà risale agli anni Cinquanta. I suoi primi modello, ispirati ai neuroni coinvolti nella percezione, si chiamano percettroni. Il connessionismo cerca di riprodurre il funzionamento di una rete neurale mediante un sistema composto di tre strati: uno di input (riceve la stimolazione), uno interno (elabora l’input), uno di output (codifica la risposta alla stimolazione). Queste reti si sono rivelate particolarmente capaci di generalizzare regole a partire dalla loro esperienza. A partire da un insieme di neuroni connessi casualmente come una sorta di tabula rasa , queste reti sviluppano proprietà che emergono dalle loro interazioni con un ambiente. Prende piede anche l’approccio delle neuroscienze computazionali che ha l’obiettivo di simulare il più possibile la fisiologia del cervello umano. Un punto di svolta fondamentale, per la simulazione del linguaggio umano è stata l’implementazione di reti in grado di processare input nel tempo, cioè di processare ogni singolo pattern in un determinato tempo tenendo conto del pattern presentato nell’unità di tempo precedente. La rete di Elman descritta sopra si è dimostrata in grado di apprendere abbastanza bene regole sintattiche, senza bisogno di avere moduli specificamente progettati per questo scopo se non, appunto, una semplice struttura in grado di generalizzare regole a partire da input. Reti del genere sono utili anche per formulare ipotesi sull’ontogenesi e la filogenesi del linguaggio. p.20-22 minimo locale ed esempi

1.4 Le teorie embodied: i problemi irrisolti

Esempio che mostra come soffermarsi soltanto sugli aspetti referenziali del linguaggio non sia sufficiente. Malt e Sloman dimostrano che l’intenzione del creatore non è cruciale né per il nome dell’artefatto stesso né per la nostra valutazione di cosa sia effettivamente un artefatto. I risultati indicano che si preferisce il nome selezionato da chi ha realizzato l’artefatto, ma la scelta del nome viene modulata dalla situazione. La selezione del nome è influenzata dagli scopi comunicativi della situazione oltre che dalle intenzioni di chi lo ha creato. Questo riflette il fatto che le lingue hanno primariamente scopi comunicativi e sociali, e che e proprietà delle entità cui le parole rimandano, come le proprietà degli oggetti e le intenzioni di chi le ha create, possono essere meno rilevanti per i nostri concetti. Pochi studi sperimentali, partendo dalla prospettiva embodied, si sono concentrati sul dialogo e sull’interazione verbale, solo alcune ricerche hanno tenuto conto dell’impatto che il fatto che si parli una specifica lingua ha sulla cognizione. Tomasello propone l’idea che da bambini apprendiamo una lingua semplicemente perché siamo esposti ad essa. Per apprendere una lingua non occorre avere in dotazione una grammatica universale, innata, la grammatica emerge piuttosto dall’uso; perché ciò accada sono necessarie due sole capacità di base, quella di comprendere le intenzioni altrui e di categorizzare. Da qui l’ipotesi secondo cui i bambini a differenza dei cuccioli di altri primati, dimostrano vari tipi di intelligenza sociale.

1.6 Tra embodied e simbolico

Alcuni autori hanno proposto di recente che la cognizione è sia embodied sia simbolica. Louwerse e Jeuniaux da un lato riconoscono che ormai ci sono chiare prove sperimentali che dimostrano che i simboli linguistici sono embodied; dall’altro però affermano che vi sono altrettante evidenze che i simboli possono derivare il loro significato dalle loro relazioni con altri simboli amodali. Questi autori prendono le difese di modelli in base ai quali la relazione semantica tra unità testuali differenti è data analizzando la frequenza e dalla somiglianza dei contesti in cui co- occorrono. Questi modelli hanno il vantaggio di fornire risultati altamente correlati con quelli di studi sperimentali, ad esempio di studi condotti usando il paradigma del priming semantico. PRIMING SEMANTICO = fenomeno per cui quando ci viene chiesto di elaborare una parola come “dottore” rispondiamo più velocemente, quindi siamo facilitati nel rispondere, se questa è preceduta da una parola ad essa semanticamente associata, come “ospedale”, rispetto ai casi in cui è preceduta da un termine ad essa meno associato, come ad esempio “cetriolo”. Gli autori propongono l’ipotesi dell’interdipendenza dei simboli secondo la quale la comprensione linguistica è un processo misto, sia embodied sia simbolico. I simboli sono grounded, fondati sul sistema sensomotorio, ma non lo sono necessariamente. Le dimostrazioni più chiare che i simboli sono embodied sono ottenute con compiti che comportano un’elaborazione semantica profonda. In questi casi non è necessario postulare che la simulazione che facciamo leggendo le parole e le frasi venga tradotta in un codice amodale astratto. Non è così per i compiti che richiedono un’elaborazione semantica superficiale. In alcuni compiti non è necessario che i segni siano grounded ed embodied: non occorre tradurre quanto leggiamo o ascoltiamo in un codice extralinguistico. Diverse ricerche mostrano che, durante la comprensione linguistica, il sistema motorio è attivato assai precocemente, e anche con compiti come la decisione lessicale, che dunque comportano un’elaborazione semantica superficiale. Inoltre, anche i risultati ottenuti con compiti che richiedono un’elaborazione semantica profonda mostrano che il sistema sensomotorio si attiva anche laddove la dimensione indagata non è rilevante per il compito esplicitato ai partecipanti. Esempio esperimento prof. Pag. 33.

Il modo in cui le parole sono grounded può differire a seconda del tipo di parole che si considerano. Può essere che qualche forma di grounding ci sia da subito, e che applichiamo etichette verbali a concetti che già ci siamo formati durante la nostra esperienza sensomotoria con il mondo o in seguito, e che l’aver acquisito nuove parole ci porti a leggere le nostre esperienze in modo selettivo, per trovare quello cui si riferiscono. Un’altra proposta è quella del pluralismo rappresentazionale di Dove. Secondo l’autore le teorie embodied sono in grado di spiegare i concetti concreti, mentre occorre postulare l’esistenza di simboli amodali per spiegare i concetti astratti. Ma non si capisce la ragione per cui occorra postulare l’esistenza di simboli amodali. Secondo la teoria LASS la conoscenza è rappresentata da sistemi multipli, in particolare da un sistema basato sulle simulazioni e da un sistema basato sul linguaggio. Questa proposta amplia ed estende la visione embodied riconoscendo il ruolo del linguaggio. Il suo problema principale, tuttavia, è che al linguaggio attribuisce ancora un ruolo superficiale, non riconoscendo che anche quella linguistica è un’esperienza a tutti gli effetti. Jesse Prinz parla di word tracking. Propone che una parola astratta venga compresa in parte associando alla parola immagini concrete, in parte richiamando definizioni che rimandano ad altre parole. Le definizioni ci aiutano a rintracciare ulteriori definizioni, e in ultima analisi ci consentono di capire a cosa si riferisce la parola. (vicina alla teoria embodied del libro) Motivi per cui l’esperienza linguistica è embodied p. 35.

2. IL LINGUAGGIO, LE LINGUE E IL LORO IMPATTO SULLA COGNIZIONE

2.1 Linguaggi e mente estesa: le parole come utensili

Le parole sono come utensili, protesi, come estensioni del nostro corpo. La cosa bizzarra è che la nostra mano per noi è un oggetto, come un portafogli o una penna, ma è al contempo parte del nostro corpo, per cui avvertiamo una sensazione di calore se la avviciniamo alla fiamma, sentiamo freddo se tocchiamo la neve e così via. Qualcosa di simile accade per le parole. Le parole che produciamo sono al contempo oggetti e forse non parti, ma prodotti del nostro corpo. È come se ritenessimo il bastoncino parte del nostro corpo, e quindi percepissimo le nostre braccia e mani come molto più lunghe, atte a raggiungere il nostro obiettivo.

2.2 Lingue e cognizione: oltre l’universalismo

La visione dominante nella psicologia cognitiva ha trascurato i potenziali effetti delle culture e delle lingue sulla cognizione individuale. Solo di recente c’è stata una ripresa generale di interesse per questi temi. Alcuni ambiti in cui il tema della lingua sulla cognizione è stato affrontato di recente:  Fino a che punto la lingua che parliamo influenza l’attività cognitiva? Può essere, come sostiene Slobin, che non vi siano differenze tanto tra pensiero e comportamento linguistico, quanto tra il pensare, il parlare e il pensare per parlare.  L’influenza della lingua differisce a seconda del dominio considerato?  Ad esempio, Malt osserva che se i concetti di livello basic e subordinato sono abbastanza immuni da influenze culturali, come dimostra la sostanziale corrispondenza tra la classificazione popolare e quella scientifica, non è così per i concetti sovraordinati, più astratti.

Per categorizzazione percettiva, in ambito simulativo, si intende quell’operazione con cui un continuum di dati sensoriali viene organizzato in insiemi di dati ritenuti somiglianti tra di loro o, in modo ancora più operativo, quando un organismo raggruppa in classi stimoli a cui però risponde nello stesso modo; la somiglianza è funzionale a un’interazione tra l’organismo e il suo ambiente, qualcosa somiglia a qualcos’altro sotto un certo aspetto o per un certo scopo. Sul tema della categorizzazione percettiva si sono scontrate tre correnti di pensiero: a. Innatisti = i processi fisiologici che determinano la percezione dei colori sarebbero universali, ma o sarebbero anche le stesse categorie percettive, frutto di processi di ordine più alto. b. Empiristi = le categorie percettive non sono innate, ma sono il frutto della nostra esperienza del mondo e quindi rispecchierebbero le caratteristiche degli oggetti del mondo. c. Culturalisti = è la cultura, mediata da una determinata lingua naturale, a influenzare la formazione delle nostre categorie percettive. Luc Steels e Tony Belpaeme esperimento con robot autonomi p.55. Angelo Cangelosi e Stevan Harnad fanno notare che nell’evoluzione del linguaggio sembrano competere due processi:

  1. Derivazione di concetti e categorie dalla nostra esperienza sensomotoria
  2. Acquisire nuove categorie per trasmissione orale, tramite proposizioni linguistiche. Esperimento p.57- Replica esperimento da parte di Fontanari e Perlovsky p. p.61-63 vedi libro Marocco, Cangelosi e Nolfi (2002) cercano di dimostrare il ruolo svolto sia dalle abilità cognitive che da quelle sociali nell’emergere del linguaggio in uno scenario simulativo leggermente diverso: i robot evolutivi. Questi robot consentono di simulare la coevoluzione tra agenti dotati di un corpo e il loro ambiente. Questo permette di osservare l’emergere di processi come quelli comunicativi a partire dall’interazione complessa di diverse variabili. Gli agenti non sono necessariamente guidati da una rete neurale, ma possono essere implementati con algoritmi che cercano di simulare come un agente possa interagire con un ambiente e con altri agenti. Linguaggio privato di Luc Steels p. 66- p.73 motivi per cui sono state fatte o scartate queste ricerche sulla lingua.

2.4 Concetti e significati

Capitolo che confronta varie teorie per argomentare la questione della lingua.

2.5 Il ritorno dell’ipotesi Sapir-Whorf

Leggenda degli esquimesi sulla neve. L’ipotesi Sapir-Whorf: il caso dei colori mette in contatto due ambiti che, a un primo sguardo, sembrano affatto diversi. Ci poniamo due domande: se esistono forti vincoli biologici e universali sui modi in cui le diverse lingue lessicalizzano il campo semantico dei colori, quanto sono forti questi vincoli? Come facciamo a capirci quando parliamo di colori? La teoria apparsa come opposta afferma che ogni lingua segmenta il campo semantico del colore in modo assolutamente arbitrario. Esempio di Hjelmslev sui colori p.91; per lui le lingue sono in grado di formare qualunque materia, soltanto nella lingua è possibile lottare con l’inesprimibile finché si arrivi ad esprimerlo.

Bren Berlin e Paul Kay, contro l’impostazione di Hjelmslev, sostengono che in realtà esistono degli universali semantici”; non è vero che il campo cromatico sarebbe un continuo amorfo. Al contrario, al suo interno ci sarebbero zone che sarebbero intrinsecamente più salienti delle altre, cioè zone che naturalmente attirano il nostro sguardo, indipendentemente dal fatto che ad esse siano o no associate parole. Quindi è la fisiologia della percezione che impone quali porzioni dello spettro visibile nominare. Il continuo amorfo non esiste e la teoria di H. è ribaltata. C’è però da subito un problema che il modello universalista di B&K deve affrontare: se queste categorie percettive fossero davvero universali, ci aspetteremo di trovarle espresse in tutte le lingue del mondo, ciò che invece non accade. Loro ipotizzano uno schema evolutivo che si arricchisce e sviluppa il lessico dei colori in qualunque lingua. La via d’uscita è di indebolire la presunzione universalista: se sono universali i “colori focali”, non lo sono però i confini di queste categorie. Tesi Sapir-Whorf : caso del frutto e della scimmia. Da un punto di vista neurologico è del tutto corretto sostenere che si tratti di un “vedere con la mano, rispetto al quale l’oggetto percepito appare immediatamente codificato come un insieme determinato di ipotesi d’azione”. La scimmia vede quel che può fare con quel frutto e tutto questo accade direttamente al livello della percezione-azione. Al contrario, i dati sperimentali ci raccontano una storia completamente diversa: il “confine fra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso”. Significa che è l’accoppiamento fra forma e consistenza dell’oggetto a dettare, allo sguardo d’azione della scimmia, il modo in cui vedere quello stesso oggetto. L’atteggiamento umano verso l’oggetto è capace, al contrario, non solo di vedere quello che l’oggetto offre in modo percettivamente coercitivo, ma di vedere anche quello che la mano non suggerisce; vedere e basta, contemplare o, anche, cercare di vedere quello che l’oggetto potrebbe diventare. C’è qui un nesso strutturale fra percezione e immaginazione. Quest’idea non implica affatto sostenere che l’animale umano sia un essere tutto mente senza corpo; significa che un pensiero come quello umano, un pensiero capace di vedere in una tazzina anche quello che la tazzina non è, né ciò che nessuno ha mai immaginato potesse essere, è a) un pensiero diverso da quello degli altri animali; b) diverso perché si stacca dall’aderenza percettivo-motoria sulle cose che, invece, caratterizza la mente degli altri animali. Significa appunto pensare per ipotesi. [intuizione teoria della tesi di Sapir-Whorf] Whorf non sostiene affatto che senza lingua il pensiero (umano, e a maggior ragione non umano) non sia possibile, tantomeno che l’unico pensiero possibile sia quello umano; sostiene che si tratta di dare conto del modo umano di agire. Il punto interessante è che questo vale anche nel caso dei colori, nonostante la base biologica universale che ci porta a categorizzare lo spettro cromatico in un modo determinato. L’animale si emoziona e pensa nella lingua della sua comunità, si emoziona e pensa mediante categorie storiche, a partire da una dotazione biologica che non è storica, la facoltà del linguaggio. Quanto al rapporto fra pensiero mediato linguisticamente e pensiero non verbale, è lo stesso Whorf a notare che la pura percezione dello spazio, ad esempio, non dipende dalle categorie linguistiche. Lo confermano i dati neurologici prima riportati: noi mammiferi dotati di mani vediamo gli oggetti come potenzialità d’azione, e questa capacità non dipende dalle conoscenze esplicite (culturalmente variabili) che possiamo avere sul mondo; è un vedere-agire, è una comprensione. Il punto che ci interessa non riguarda direttamente il vedere, bensì il pensare/immaginare quel che si vede: Whorf insiste che il modo in cui organizziamo e ci rappresentiamo ciò che gli occhi ci mostrano del mondo, comprese le potenzialità d’uso implicite in quel vedere, non dipende soltanto da quello che vediamo; mentre nel caso degli animali non umani il pensiero e l’azione dipendono dalla percezione, nel caso dell’animale umano il rapporto si inverte, ed è il ragionamento a guidare l’esplorazione percettiva, il pensiero che guida l’occhio e la mano.

delimitata area cromatica a cui il colore basilare si riferisce. Ma tutte le lingue hanno almeno due basi color terms. Qui non conta tanto ciò a cui “bianco” o “nero” si riferiscono nel mondo o sulla nostra retina, quanto che l’uso del primo sia diverso da quello del secondo: questo significa che i vincoli universali, in realtà, non sono affatto stringenti, e che anzi fin dall’inizio l’operazione di categorizzazione del campo dei colori è guidata dalle “funzioni della lingua” e non dalla fisiologia della percezione. Vedi problema dei bambini nell’imparare a parlare di colori. L’ipotesi Sapir-Whorf torna al centro del dibattito sul rapporto fra natura e cultura. Non si tratta di stabilire se le lingue influenzino il pensiero, ma di prendere atto del dato di fatto biologico che gli animali umani mostrano un tipo di pensiero diverso da quello degli altri animali, e che questo pensiero è impastato di lingua. Il caso dei colori conferma questa ipotesi. I vincoli biologici non dettano alle lingue il modo in cui categorizzare il campo percettivo dei colori. Secondo Vygotskij si può distinguere fra una percezione “naturale” (es. quella dei bambini prima che imparino a parlare) e una percezione artificiale (quella articolata mediante la lingua). In questa prospettiva la lingua non è soltanto un mezzo di comunicazione che si colloca all’esterno rispetto alle capacità cognitive umane; essa viene incorporata nel pensiero trasformandolo dall’interno: l’animale umano pensa/immagina nelle parole. Non ha più senso distingue fra ciò che sarebbe naturale/biologico da ciò che è storico/culturale. Gli adulti discriminano i colori appoggiandosi soprattutto sull’emisfero sinistro di quello linguistico, i bambini prelinguistici si basano su quello destro, adibito a compiti prevalentemente spaziali. L’adulto linguisticizzato vede i colori anche attraverso le categorie lessicali che la sua lingua gli offre, diversamente dal bambino che ancora non parla o che ha appena cominciato a farlo, e che quindi ancora non pensa nelle parole. Una volta che il pensiero si è intrecciato con la lingua, la stessa distinzione fra “colori focali” fisiologicamente più salienti, corrispondenti ai basic terms, e tutti gli altri diventano inutili: ogni colore è in qualche misura focale, ma la lingua ha il potere di rendere saliente anche ciò “naturalmente” non lo sarebbe; e viceversa rendere non saliente ciò che per fisiologia della percezione invece lo sarebbe. In questo modo prestiamo attenzione a differenze cromatiche che altrimenti tralasceremo oppure tracciamo differenze laddove i nostri occhi coglierebbero somiglianze. p.104-109 LIBRO!!

3. CONCLUSIONI. LINGUE CORPO E CONTESTO

Il fatto di non considerare l’effetto del linguaggio e delle lingue sulla cognizione è un profondo limite delle teorie embodied. Sul piano teorico, l’assunto implicito per cui i processi cognitivi sono universali e indipendenti dalla cultura è stato dominante anche nell’ambito delle teorie embodied sul linguaggio; in realtà non vi è alcuna giustificazione teorica. Questa separazione risente di una visione molto limitata della nozione di embodiment. Forse per questa razione alcuni ricercatori preferiscono il termine grounded cognition a quello di embodied cognition. Il punto è che, secondo la formulazione più interessante delle teorie embodied, il corpo non va visto come universale, ma piuttosto come primo modo di essere situati nel mondo. La conoscenza è sia embodied sia situata, ed è dinamica. A seconda del nostro corpo, in funzione di come si rapporta al contesto fisico e sociale attuale, varia il nostro modo di intendere, o più precisamente di rappresentarci, i significati delle parole. Dunque, sul piano teorico non ci sarebbe difficoltà a inserire nel quadro dell’embodiment l’idea della centralità dell’esperienza linguistica. La cognizione non è soltanto embodied, ma è più generalmente situata e si dà nel tempo. In quest’ottica il corpo viene a essere un’importante ma non unica, forma di situatedness , che ci vincola e al contempo di offre possibilità. Quindi le teorie embodied sottolineano l’importanza del corpo per la cognizione, mentre le teorie della situatedness sottolineano l’importanza data da cultura e dalla lingua. E non hanno problematizzato la nozione di corpo e di confini. Vedi libro.