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Riassunti dei libri di pedagogia della scuola e di sociologia
Tipologia: Dispense
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Diversi insegnanti propongono, come alternativa alla propria attività didattica, un accompagnamento alla maturazione dei giovani che di fatto prevede la necessità di far prevalere l’amore verso i propri studenti rispetto all’amore per la propria disciplina di studio e insegnamento. In questa prospettiva si tende a contrapporre la scuola delle competenze alla scuola delle discipline e delle conoscenze, come se fosse possibile sviluppare competenze personali in assenza di solide e approfondite conoscenze. Attraverso la stesura di questo volume, David Steiner, direttore dell’Institute for Education Policy presso l’Università di Baltimora negli Stati Uniti, offre un contributo prezioso con premesse culturali estremamente chiare: cercare di insegnare competenze cognitive in assenza di conoscenze vere e proprie è un passaporto verso l’ignoranza.
Un grido di allarme
È importante partire da un dato di realtà: l’attuale sistema di istruzione italiano non è in grado di accompagnare pienamente la maturazione dei talenti di ciascun giovane, dovendo scontare problematiche radicate nel tempo. Le analisi nazionali e internazionali rilevano, tra gli studenti italiani, alti livelli di dispersione scolastica. A preoccupare particolarmente, oltre alla dispersione diretta (drop-out), è la cosiddetta dispersione indiretta, che a livello nazionale supera l’8% dei giovani: una situazione che rende i livelli di apprendimento estremamente preoccupanti. Steiner afferma che, annoiati da ciò che studiano, gli studenti si disinteressano e ogni anno apprendono sempre meno. Per evitare poi la percezione del fallimento, si abbassano continuamente gli standard di apprendimento, rilasciando voti e diplomi sempre più privi di significato.
Conoscenze vs competenze? Oltre ingenui riduzionismi e sterili contrapposizioni
La tesi centrale del libro di Steiner è che, nel corso degli ultimi decenni, siano cambiati gli obiettivi fondamentali assegnati al sistema d’istruzione: compito degli insegnanti non sarebbe più quello di trasmettere le discipline, ma di prendersi cura del benessere complessivo dello studente, trasformando così profondamente ruolo e funzione del docente. Anche in Italia oggi si registra un forte interesse attorno a tematiche quali skills , competenze trasversali, metacognizione, pensiero critico, ecc. È fondamentale precisare che Steiner non è affatto contrario allo sviluppo del pensiero critico; ne critica però l’eccessiva enfasi, giudicando che si tratti perlopiù di nuove etichette che finiscono per perdere di vista il reale obiettivo: il recupero della centralità delle conoscenze. Si tratta, a volte, di polarizzazioni semplicistiche e riduzionistiche. Non solo perché – come ricordava già Aristotele – l’insegnante può insegnare soltanto ciò che conosce molto bene, ma anche perché lo studente non può maturare reali competenze senza che esse siano saldamente fondate su conoscenze e saperi fondamentali. Qualunque tipo di pensiero richiede un contenuto: qualunque cosa
A ciascun insegnante spetta dunque il compito di non affievolire il desiderio di conoscenza delle giovani generazioni, ma di ravvivarlo continuamente.
Un’istruzione solida e di qualità per tutti gli studenti americani è, insieme alla loro salute, il dono più prezioso che una società possa offrire alla prossima generazione. Tuttavia, ormai da tempo, i risultati di apprendimento rimangono stazionari: più della metà dei bambini in America non raggiunge le competenze base nelle principali materie scolastiche. Come siamo arrivati a questo? sempre meno studenti nelle scuole pubbliche americane parlano l'inglese come lingua madre, ponendo agli insegnanti sfide sempre maggiori. Allo stesso tempo, è stata messa al centro del sistema di istruzione la ripetizione meccanica delle competenze di base con riferimento a leggere scrivere e far di conto. Tutto ciò porta gli studenti, annoiati da ciò che studiano specialmente nella scuola di primo e secondo grado, ad un totale disinteresse e di conseguenza ad un apprendimento sempre minore. Per evitare quella che è una percezione di fallimento tendiamo così ad abbassare continuamente gli standard di apprendimento rilasciando voti e diplomi sempre più privi di significato. L'obiettivo di formare individui beni istruiti, in grado di compiere scelte ponderate, non potrà essere raggiunto finché l'America non comprenderà perché l'apprendimento scolastico sia così prezioso e non agirà per liberare la scuola dai modelli riduzionistici che oggi continuano a dominare il sistema. Questa missione di salvataggio richiede atti di scoperta e coraggio: riscoperta della saggezza sulla condizione umana e il coraggio di portare tale saggezza nella pratica educativa quotidiana. lo svuotamento dell'apprendimento scolastico può e deve essere fermato. Dobbiamo quindi riconoscere che lo studio include sempre nuovi ambiti e propone importanti e stimolanti sfide cognitive, può essere un percorso indispensabile per la realizzazione umana. In realtà esistono comunque dei segnali, seppur Modesti, che ciò abbia avuto inizio. I dipartimenti universitari che si occupano di educazione e di formazione degli insegnanti sono oggi sottoposti a una crescente pressione affinché si concentrino sulla preparazione di docenti realmente efficaci nella pratica quotidiana di insegnamento. Di conseguenza, alcuni programmi di formazione Iniziano a non ostacolare più attivamente le strategie didattiche che si sono dimostrate efficaci sul piano dell'apprendimento. Per quanto riguarda la valutazione degli studenti sono stati formulati nuovi metodi, meno rigidi rispetto ai test tradizionali che riescono a esplorare una comprensione più profonda delle materie. Questi approcci innovativi promuovono lo studio approfondito dei contenuti disciplinari. Infine, sono stati fatti dei progressi nella progettazione dei piani di studio con nuovi modelli che sostengono un insegnamento più stimolante a livello cognitivo.
Considerando il k-12 (ovvero negli Stati Uniti il riferimento all'intero ciclo di istruzione obbligatoria che va dalla scuola dell'infanzia, kindergarten, fino al termine della scuola secondaria di secondo grado, gli sforzi positivi risultano frammentari e fragili. Lo scopo principale di questo libro è spiegare come mai siamo arrivati a questo punto e suggerire una possibile via d'uscita. in un momento di vivaci dibattiti e discussioni questo libro Sostiene che esiste ancora un interesse collettivo
fondamentale rappresentato dalla qualità dell'Istruzione di tutti i bambini americani.
Il testo nasce a partire da un’esperienza situata presso la realtà di Buffalo, un’area economicamente svantaggiata nella parte occidentale dello Stato di New York. L’andamento scolastico degli studenti delle scuole pubbliche della città risultava costantemente insoddisfacente; privi di dibattito, gli studenti apparivano distaccati e annoiati. Oltre a una serie di difficoltà, emergevano gravi forme di negligenza: ad esempio, molti insegnanti, ostacolati a ogni passo da una dirigenza incompetente, risultavano assenti da scuola in media per più di quattro settimane ogni anno.
Questo libro si occupa dei processi educativi che l’America deve garantire ai suoi bambini, analizzando le ragioni per cui il suo sistema di istruzione versi in cattive condizioni e interrogandosi su che cosa potrebbe essere fatto per restituire qualità a tale sistema. La premessa è quella di creare una futura generazione ben istruita, che rappresenti un autentico interesse pubblico collettivo.
L’assunto secondo cui l’educazione rappresenta un bene comune è oggi seriamente messo in discussione. Secondo la visione di molti politici, i fondi pubblici dovrebbero continuare a sostenere l’istruzione dei bambini, mentre la definizione dei contenuti dovrebbe essere lasciata in capo alle singole scuole. L’idea è quella di delineare un interesse pubblico condiviso, orientato a una società democratica e pluralista, suggerendo che tutti i bambini (indipendentemente dal fatto che siano iscritti a scuole private o statali) meritino un’istruzione che comporti lo stesso impegno verso l’apprendimento.
Tuttavia, separare l’interesse pubblico per i contenuti dalle strutture politiche e dai valori che le sostengono non è un’impresa semplice.
● GUTMANN: dobbiamo valorizzare, fornire e proteggere un sistema educativo che permetta ai futuri cittadini di partecipare, a pari condizione, all’agone del dibattito pubblico e delle scelte politiche. Questa prospettiva è piuttosto impegnativa e richiede molto alle nostre scuole. Non sorprende che infatti molti critici accusino Gutmann di esagerare: le divergenze di opinione tra gli americani su questioni come la moralità, il genere e la giustizia, insieme a molti altri temi fondamentali, sono troppo profonde per poter pensare che un unico sistema scolastico pubblico possa adottare un approccio neutrale e condiviso nell’educare i nostri bambini.
● La soluzione proposta da MCCONNELL è per questo quella di togliere l’educazione dalle mani dell’amministrazione pubblica.
Gutmann deduce che i contenuti fondamentali dell’istruzione pubblica debbano essere quelli necessari a insegnare ai cittadini a discutere e deliberare in modo democratico. McConnell, invece, parte dalla realtà politica concreta e afferma che, in pratica, esistono divergenze troppo profonde su ciò che si dovrebbe insegnare a scuola. Egli sostiene che nessuna autorità pubblica dovrebbe decidere in modo definitivo tra queste diverse opzioni, perché ciò significherebbe inevitabilmente giudicare inaccettabili le preferenze educative di alcuni genitori.
Il punto centrale è tuttavia il disprezzo che sembra emergere nei confronti della “qualità” dell’istruzione: la parola stessa compare spesso tra virgolette, quasi a segnalarne l’inaffidabilità. È evidente che oggi la libertà di scelta venga considerata il valore fondamentale più importante. Diversi studiosi sostengono che la libertà di scelta nelle politiche educative possa in generale portare a migliori risultati di apprendimento. Tuttavia, così come non possiamo prevedere che tipo di scuola produrrà un sistema gestito da enti privati, non siamo in grado di valutarne in anticipo la qualità nei risultati. Al momento, non esistono prove che la diffusione di scuole basate sulla scelta dei genitori migliorerebbe di per sé gli apprendimenti.
Nel frattempo, i sostenitori del mantenimento del monopolio statale sulle scuole finanziate con fondi pubblici devono difendere l’attuale struttura del sistema, nonostante le gravi lacune nel rendimento tra le diverse popolazioni studentesche e nonostante i risultati complessivi piuttosto modesti. Probabilmente ai genitori dovrebbe essere presentata una gamma più ampia di scuole tra cui scegliere, ma i loro valori personali non possono dettare completamente i contenuti dell’istruzione pubblica. Alla fine, anche il modello di Gutmann si rivela inevitabilmente insufficiente come guida completa a ciò che un sistema educativo dovrebbe offrire: Gutmann si concentra solo sulle scuole pubbliche, ma l’istruzione riguarda tutti i bambini ed è un bene universale. Ancorare i contenuti dell’istruzione unicamente alla struttura politica esistente non può costruire una base adeguata per rispondere pienamente alla complessità delle sue finalità.
Un’istruzione di base dovrebbe comunque sempre fondarsi sul diritto fondamentale di ogni singolo individuo alla libertà di pensiero.
Che cosa si aspettano gli americani dalle scuole pubbliche? Anche all’interno dell’ampio ventaglio di aspettative, il consenso è tutt’altro che unanime. Non c’è accordo su che cosa si intenda esattamente per “competenza scolastica di base”. Il Paese è diviso su quali discipline meritino di essere insegnate.
In un sistema scolastico che accoglie circa cinque milioni di studenti, è inevitabile che emergano divergenze su che cosa insegnare e come farlo. Poiché l’istruzione implica anche la trasmissione di valori culturali, le opinioni contrastanti degli americani su quali di questi valori dovrebbero essere trasmessi alle nuove generazioni sfociano inevitabilmente in tensioni e disaccordi sugli obiettivi concreti del sistema di istruzione.
Le istituzioni scolastiche, tuttavia, sono chiamate a fornire risposte specifiche e concrete a queste questioni. Quando assumono un insegnante, scelgono un problema didattico, stabiliscono regole disciplinari o definiscono le attività extracurricolari: in ciascuna di queste scelte traducono in azione la loro visione degli obiettivi dell’istruzione.
In che modo le scuole pubbliche definiscono i propri obiettivi e orientano le loro scelte? Queste istituzioni devono rispondere a obblighi di rendicontazione statale, dipendono dai finanziamenti pubblici e dai consigli scolastici eletti e sono
influenzate da un universo di pensieri educativi che condizionano la pratica degli insegnanti.
Proprio per questo, accade molto spesso che le scuole pubbliche tendano ad adottare pratiche che suscitino il minor numero possibile di controversie. Al contrario, le scuole private tendono a riflettere i valori e le aspettative delle famiglie degli studenti che le frequentano. Tuttavia, le scuole operano anche all’interno di contesti geografici specifici; quindi, pur condividendo gli obiettivi generali dell’istruzione, le aspettative delle loro comunità possono variare, influenzate da storie, aspirazioni e convinzioni diverse.
Considerato il divario tra aspettative, livello di preparazione degli studenti e risorse finanziarie, ha ancora senso parlare di obiettivi condivisi nel sistema di istruzione? Nonostante le profonde disparità tra le scuole pubbliche e i vari distretti in cui sorgono, la maggior parte degli americani condivide alcune speranze fondamentali per l’istruzione della prossima generazione:
● I genitori ritengono che le scuole dovrebbero garantire ai bambini solide conoscenze di base, ma molti insegnanti sono convinti che esistano obiettivi più ampi e significativi da perseguire. ● Gli studenti che terminano la scuola secondaria di secondo grado e vogliono proseguire gli studi non dovrebbero trovarsi bloccati da disoccupazione o lavori senza prospettive. Tuttavia, le scuole pubbliche americane offrono opportunità limitate di formazione professionale e tecnica che conducano a solidi risultati occupazionali. ● Gli americani concordano sul fatto che il colore della pelle di un bambino o il reddito dei genitori non debbano influenzare la possibilità di successo scolastico. ● C’è un ampio consenso sull’importanza di insegnare agli studenti la struttura del governo e i valori della democrazia. Tuttavia, il livello di conoscenza in termini di educazione civica è ai minimi storici.
Evitare la discussione sui risultati di apprendimento
Sebbene la maggior parte dei genitori condivida l’idea che l’insegnamento delle competenze e delle conoscenze sia lo scopo fondamentale dell’istruzione americana, gli insegnanti dei loro figli la pensano diversamente. Sia i genitori che gli insegnanti desiderano che gli studenti facciano progressi, ma i genitori sono più concentrati sui livelli di apprendimento dei propri figli rispetto agli insegnanti. Ancor più sorprendente è che quasi due terzi degli insegnanti americani considerano prioritario un altro obiettivo rispetto a quello dei risultati di apprendimento: preparare gli studenti alla cittadinanza democratica.
Che cosa significa educare alla cittadinanza democratica? Si tratta inevitabilmente di un tema che raccoglie una serie di obiettivi pedagogici diversi, tra cui l’insegnamento delle competenze sociali ed emotive, il pensiero critico e una concezione dell’istruzione centrata sul bambino secondo un’ottica costruttivista. Quando due terzi degli insegnanti non ritengono che l’apprendimento disciplinare degli studenti sia il principale obiettivo dell’istruzione, ci si aspetterebbe di trovare prove concrete di queste convinzioni nelle pratiche operative dell’intero sistema scolastico.
certa regolarità e dimostrino un minimo impegno. L’inflazione dei voti si aggrava gradualmente. Che si pensi che le performance scolastiche non siano così importanti o, al contrario, ci si vergogni dell’incapacità di migliorare gli scarsi risultati degli studenti svantaggiati, il risultato non cambia. Gli Stati Uniti offrono sempre più spesso un facile lasciapassare agli studenti, eliminando o rendendo sempre più insignificanti le valutazioni oggettive dei loro successi individuali. Si può sostenere che la perdita di valore attribuito ai criteri di valutazione delle prestazioni scolastiche finisca per ridurre l’attenzione dedicata ai contenuti e rendere così meno efficace il loro insegnamento? È una questione complessa, ma il buon senso suggerisce una risposta affermativa. Se si vuole seriamente raggiungere un obiettivo, sono necessarie misure affidabili per valutare il successo formativo.
Che cos’è l’istruzione tecnica e professionale?
È diventato quasi un cliché nell’istruzione americana affermare che gli studenti dovrebbero essere preparati per l’università e per il lavoro. Se la prima parte di questo obiettivo richiede un’istruzione efficace nelle discipline, che cosa implica invece una preparazione in un’ottica di lavoro?
Istruzione STEM
Negli ultimi anni è aumentato il numero di studenti delle scuole secondarie di secondo grado americane che si cimentano nello studio di queste materie a un livello avanzato, simile a quello dei corsi universitari di base. I dati, però, sono preoccupanti per due ragioni: da un lato, c’è un interesse economico nazionale a migliorare l’accesso e il successo nelle discipline STEM; dall’altro, lo studio di queste discipline porta vantaggi finanziari diretti per gli studenti. Inoltre, i laureati in percorsi formativi orientati alle STEM ottengono guadagni mediamente più alti rispetto a quelli di altre discipline. Le specializzazioni che generano i redditi futuri più elevati includono ingegneria aerospaziale e settori chimici e biologici legati allo sviluppo di software ed elettronica.
Ma se l’importanza di rafforzare l’istruzione nelle discipline STEM è così evidente, sia per il progresso nazionale che per il successo individuale, perché stiamo fallendo così clamorosamente? La risposta ci riporta alla prima parte di questo capitolo: il continuo abbassamento dei requisiti per ottenere il diploma spiega il basso numero di corsi STEM frequentati.
Programmi di istruzione tecnica e professionale (CTE - Career and Technical Education)
Ciò che attualmente il sistema educativo americano offre in questi ambiti è davvero piuttosto limitato. Negli Stati Uniti, l’istruzione e la formazione professionale sono spesso state considerate un’opzione di ripiego, solitamente e intenzionalmente riservata a studenti svantaggiati che o non avevano una preparazione scolastica sufficiente per affrontare un percorso universitario, oppure provenivano da famiglie che non potevano permettersi le difficoltà economiche legate al rinvio delle entrate salariali durante gli anni di università. Ancora oggi una percentuale significativa di coloro che vengono indirizzati verso percorsi professionali appartiene a minoranze etniche, spesso dirottate verso lavori senza prospettive di crescita. Ci sono oggi alcune università che puntano a un ampliamento di scelta per gli studenti, offrendo opportunità che garantiscano ottimi lavori e guadagni a lungo termine, paragonabili a quelli dei laureati universitari. Ad esempio, nella zona del South Carolina ciò avviene grazie a collaborazioni tra realtà universitarie e grandi aziende come Bosch e Michelin. In quest’ottica, ogni programma viene pensato combinando una formazione pratica con corsi di supporto mirati a sviluppare le cognitive skills necessarie, in modo che gli studenti non solo sappiano come fare le cose, ma comprendano anche il perché.
Prendendo come esempio l’ingegneria aerospaziale, gli studenti studiano la scienza dei materiali e delle strutture aeronautiche insieme alle competenze richieste, avendo già completato con successo diversi corsi teorici. Tuttavia, queste opportunità sono davvero rare, considerando l’eredità storica che vede l’istruzione e la formazione professionale come un percorso di secondo livello riservato ai meno privilegiati. Ciò che sarebbe probabilmente importante è la possibilità che i programmi professionali vengano progettati in modo da non precludere a priori, in maniera definitiva, la possibilità di accedere in seguito a un percorso di tipo universitario. Per potersi avvicinare a un modello simile a quello svizzero, che pone l’istruzione tecnica in primo piano, gli Stati Uniti devono però prima affrontare un ostacolo enorme: la maggior parte degli studenti americani non ha una preparazione scolastica adeguata per accedere alle numerose opportunità che un sistema forte potrebbe offrire. Per iscriversi a programmi quali, ad esempio, scienze biomediche, gli studenti devono aver già dimostrato competenze in algebra e biologia; analogamente, percorsi legati all’informatica richiedono competenze che gli studenti devono dimostrare di possedere superando rigorosi corsi offerti dal percorso stesso. La possibilità quindi di adottare questi programmi negli Stati Uniti ci riporta al punto di partenza: l’importanza della qualità del sistema di istruzione.
In sintesi, la conclusione è che l’obiettivo di offrire agli studenti delle scuole di secondo grado un’opzione di formazione tecnica di livello mondiale richiede di trasformare un programma storicamente rivolto a studenti con una preparazione insufficiente in uno in cui la maggior parte dei percorsi richieda un livello di preparazione molto più alto di quello attualmente posseduto dalla maggior parte degli studenti americani. È una sfida ambiziosa che richiede un impegno profondo verso un’istruzione più efficace di quella che oggi viene fornita.
Tuttavia, i ricercatori concordano sul fatto che la spiegazione più significativa risiede nelle enormi disuguaglianze economiche, sociali e sanitarie che separano le comunità nere e latine dal resto della popolazione americana. Sebbene questo libro si concentri sull’istruzione in sé, non c’è dubbio che la colpa vada condivisa tra fattori interni ed esterni alle scuole americane: c’è un lavoro enorme da fare in entrambi i campi.
Ridurre il divario tra risultati e opportunità di apprendimento
Che cosa si può fare, in tutto il paese, per ridurre questo tipo di divario? Negli ultimi anni si è delineato un consenso condiviso su alcune priorità fondamentali.
In primo luogo, è essenziale che il Paese ponga maggiore attenzione sugli insegnanti. L’America necessita di molti più docenti qualificati provenienti da minoranze etniche. Studi dimostrano, infatti, che gli studenti afroamericani ottengono risultati migliori quando sono seguiti da insegnanti a loro volta afroamericani. Per garantire l’accesso alla professione docente a coloro che provengono da contesti educativi più modesti, sarebbe necessario offrire programmi di formazione gratuiti per gli aspiranti insegnanti appartenenti a minoranze. Sarebbe inoltre importante che i test di selezione non escludano inutilmente i candidati appartenenti a minoranze e che vengano assicurati salari competitivi rispetto ad altre professioni che richiedono una laurea.
In secondo luogo, le scuole devono implementare programmi di alfabetizzazione di qualità. I bambini appartenenti a minoranze svantaggiate iniziano la scuola dell’infanzia con un vocabolario più limitato rispetto ai loro coetanei provenienti da contesti socio-economici più favorevoli. Questo divario iniziale si traduce spesso in una carenza di comprensione nella lettura, che raramente viene poi colmata. Il sistema di istruzione deve ridurre drasticamente, se non eliminare, la pratica della remediation (cioè il supporto agli studenti nel raggiungimento delle competenze di base).
Da un lato, i sostenitori la considerano uno strumento indispensabile per garantire pari opportunità nell’accesso all’istruzione, offrendo agli studenti meno preparati la possibilità di colmare le proprie lacune e affrontare con successo il percorso accademico. Dall’altro, i critici sostengono che la remediation possa perpetuare le disuguaglianze, stigmatizzando gli studenti coinvolti e scoraggiandoli dal proseguire negli studi.
Gli studenti appartenenti a minoranze spesso iniziano la scuola già in ritardo rispetto agli altri e la politica nazionale ha cercato di recuperare questo svantaggio proponendo loro programmi compensativi. Tuttavia, questa strategia ha fallito: non solo perché tali programmi tendono a stigmatizzare gli studenti, ma anche perché utilizzano materiali eccessivamente semplici, progettati per bambini molto più piccoli.
Inoltre, esiste una contraddizione intrinseca: mentre gli studenti in ritardo recuperano, i loro compagni avanzano ulteriormente, rendendo così impossibile colmare il divario già esistente.
La soluzione risiede in un intervento deciso fin dall’asilo nido e dalla scuola dell’infanzia, per colmare il divario iniziale, seguito da politiche che accelerino l’apprendimento consentendo agli studenti di lavorare sugli stessi contenuti dei loro coetanei.
Troppo difficile, troppo lento
Sebbene le cinque strategie, se implementate su larga scala, potrebbero ridurre il divario tra risultati e opportunità di apprendimento, esse richiedono cambiamenti significativi nelle politiche attuali, una ridefinizione delle priorità di finanziamento e un profondo mutamento nelle pratiche di molti insegnanti. Molti critici delle attuali disuguaglianze nel sistema di istruzione non credono che questi cambiamenti siano realizzabili, o nella migliore delle ipotesi li considerano in grado di offrire solo miglioramenti estremamente lenti.
Semplificando, i critici di tale prospettiva possono essere suddivisi in tre grandi gruppi:
Un dibattito particolarmente acceso si svolge tra i primi due gruppi, poiché diversi studiosi delle disuguaglianze educative sostengono che, fino a quando le condizioni di vita delle famiglie afroamericane non saranno paragonabili a quelle dei bianchi americani, ogni tentativo di eguagliare i risultati scolastici sarà destinato a fallire.
Profondi disaccordi
Il dibattito è inoltre molto acceso perché molti critici vedono le charter schools come una minaccia per l’intero sistema pubblico di istruzione. Sebbene siano soggette ad accountability a livello statale, esse operano al di fuori del controllo dei consigli scolastici eletti localmente. Il loro successo suggerisce che il controllo politico locale possa ostacolare un’istruzione efficace. I critici, invece di permettere alle charter schools di sottrarre studenti alle scuole pubbliche, chiedono di aumentare i finanziamenti a queste ultime per dimostrare che anch’esse potrebbero migliorare significativamente.
Tuttavia, i difensori delle charter schools ribattono che, sebbene maggiori finanziamenti siano certamente utili, il livello di spesa delle scuole pubbliche di periferia è cresciuto più rapidamente dell’inflazione, senza che i risultati scolastici siano migliorati in modo significativo. Questo dibattito nasce però da una disputa molto più profonda, che rischia di far implodere qualsiasi consenso su come affrontare il divario tra risultati e
Che cosa fare?
I critici progressisti delle disuguaglianze sociali e i dirigenti delle charter schools hanno entrambi ragione: non ha senso contrapporre la necessità di affrontare il razzismo sistemico, in ambiti come il diritto alla casa, la sanità e il welfare, con l'urgenza di garantire un'istruzione adeguata agli studenti delle minoranze svantaggiate. Sono due obiettivi che devono procedere di pari passo. Tuttavia, il punto centrale è che i genitori e i leader politici non possono smettere di spingere per cambiamenti profondi nel sistema scolastico pubblico, cambiamenti capaci di colmare le lacune che penalizzano gli studenti delle minoranze. Sostenere più insegnanti provenienti da minoranze etniche richiede risorse, ma è indispensabile. È altrettanto necessario abbandonare la pratica di abbassare le aspettative nei confronti degli studenti svantaggiati, offrire loro materiali didattici scadenti e ignorare il valore del mentoring e del tutoraggio, strumenti fondamentali per cambiare il loro futuro. Inoltre, è importante evitare che il miglioramento della qualità dell’istruzione per gli studenti più svantaggiati venga messo da parte con la scusa di combattere il razzismo nelle scuole. Le grandi figure della lotta per i diritti civili afroamericani hanno sempre riconosciuto l'importanza di un'istruzione solida, anche se basata su ciò che oggi viene sminuito come discorso egemonico. Sebbene sia legittimo discutere sui contenuti specifici dell’istruzione, non c'è alcuna giustificazione per attaccare le conoscenze che le scuole non sono riuscite a trasmettere.
Per essere chiari: è fondamentale lavorare affinché tutti gli insegnanti trattino ogni studente senza pregiudizi, consci o inconsci. È altrettanto importante che i materiali didattici evitino la retorica del trionfalismo nazionalista o una narrazione edulcorata della storia americana. In definitiva, non esistono scorciatoie: è necessario affrontare il duro lavoro di migliorare radicalmente la qualità dell’istruzione offerta agli studenti di colore in America. Solo così si potrà colmare il divario e offrire a tutti gli studenti pari opportunità di apprendimento e di crescita formativa.
Educazione civica
Anche un'analisi superficiale dell'educazione civica rivela un ampio divario tra retorica e realtà. Come già accennato, la maggior parte degli insegnanti ritiene che la preparazione alla cittadinanza democratica sia l'obiettivo primario della scuola. In 32 Stati americani questo viene considerato la finalità più alta dell’istruzione pubblica. La maggior parte degli americani, indipendentemente dall'appartenenza politica, crede che l'educazione civica sia lo strumento più efficace per rafforzare un'identità nazionale condivisa. Eppure, ogni rapporto sull'educazione civica negli Stati Uniti ripete lo stesso messaggio: l'educazione civica è trattata come un'aggiunta marginale nelle scuole pubbliche, con insegnanti tra i meno supportati e classi tra le più numerose. I risultati, come mostrano i dati del National Assessment of Education Progress, non sorprendono: già nel 2018 solo uno studente su quattro, all'ultimo anno della scuola secondaria, ha raggiunto un livello di competenze in educazione civica adeguato, un tasso significativamente più basso rispetto a qualsiasi altra materia.
Le difficoltà legate all'educazione civica derivano da molteplici fattori. In primo luogo, non esiste un consenso sui contenuti da insegnare: in alcune aule si tratta di familiarizzare con i documenti fondativi della nazione e memorizzare alcune nozioni sui tre poteri dello Stato e sulle loro funzioni. In altri casi, l'educazione civica viene affrontata con un approccio orientato alle competenze, mirato a stimolare l'interesse degli studenti per la partecipazione attiva a livello civico e a sviluppare le capacità necessarie per partecipare alla vita pubblica in modo efficace. Infine, sin dalla nascita della Repubblica, l'educazione civica è stata interpretata come educazione al carattere, con l'obiettivo di formare cittadini che prendano seriamente i propri doveri verso gli altri e considerino la tolleranza per le differenze individuali come una norma fondamentale dell'etica politica.
I molteplici obiettivi dell'educazione alla cittadinanza in aula potrebbero essere più simili se ci fosse quantomeno un consenso condiviso sui valori civici. In sua assenza, le divisioni profonde della cultura nazionale si riflettono inevitabilmente anche nelle scuole. La polarizzazione politica, già in costante crescita negli Stati Uniti, ha ormai raggiunto un livello senza precedenti. Questi fattori creano un ambiente pedagogico estremamente complesso. Preparare gli studenti alla partecipazione civica in una società segnata da polarizzazione ideologica, disuguaglianze razziali, disparità economiche, rapidi cambiamenti demografici e norme sociali in evoluzione è una sfida straordinaria. In altre parole, il compito dell'insegnante di educazione civica deve andare oltre la semplice acquisizione di nozioni di base sul governo americano.
Le competenze cognitive richieste agli studenti sono considerevoli. Per prima cosa, gli studenti devono non solo assimilare una vasta gamma di conoscenze provenienti da diversi ambiti disciplinari, ma anche comprendere le complesse interrelazioni e interdipendenze tra questi campi. Devono essere in grado di sviluppare la capacità di valutare con attenzione i meriti relativi di argomentazioni espresse in discorsi che appartengono a contesti molto differenti, e devono riflettere su tutto questo materiale e sui giudizi di valore che ne emergono all'interno delle convinzioni familiari, delle credenze dei loro coetanei, delle comunità e delle rispettive realtà scolastiche.
La sfida di offrire un'educazione civica può essere vista come una lente d'ingrandimento sull'intero sistema scolastico: affrontare una responsabilità così importante significa insegnare una vasta gamma di competenze e conoscenze durante tutti gli anni di scuola, e farlo ad un livello elevato. Significa anche preparare gli studenti a riflettere su dilemmi morali ed etici, a confrontarsi con questioni legate all'identità e a collocare le proprie esperienze nel contesto della storia politica e contemporanea. Che si tratti dell’innalzamento degli standard educativi, della fornitura di un'educazione tecnica e professionale, della necessità di ridurre il divario di opportunità e risultati o dell’esigenza di garantire un'educazione civica adeguata, la conclusione è sempre la stessa: c'è un bisogno urgente di migliorare la qualità complessiva del sistema di istruzione.
Oggi negli Stati Uniti oggi l’apprendimento non è l’obbiettivo principale di molti insegnanti, come dimostrano voti regalati e progressivo abbassamento della
affermazioni scontate. Esso è stato elevato a obiettivo pedagogico come se si potesse insegnare, tuttavia esso non può essere insegnato isolandolo dai contenuti, qualsiasi tipo di pensiero richiede infatti un contenuto. Dan Willingham riassume la questione dicendo che si impara a pensare in modo critico in modo tradizionale, ovvero studiando un argomento; decontestualizzato il pensiero critico si riduce al diffidare della prima risposta. Essendo il pensiero critico un atteggiamento mentale e non una forma di conoscenza esso non si trasferisce automaticamente da un ambito accademico all’altro (es imparare a analizzare criticamente un documento storico ha scarso impatto sulla capacità di analizzare criticamente e con precisione un esperimento scientifico). L’idea che il pensiero critico possa essere insegnato si lega a una convenzione più ampia che nell’era di Google la conoscenza sia secondaria rispetto alle meta-competenza.
Un intermezzo - Comprendere la ricerca
Prima di continuare a analizzare gli altri distrattori educativi facciamo qualche delucidazione terminologica. Esistono tre modelli di ricerca empirica:
● studi correlazionali, puntano a individuare una correlazione tra un intervento e un risultato, non si dimostra una relazione di causa-effetto (conclusioni deboli); ● studi quasi sperimentali; ● triali controllato randomizzato RCT.
Questi ultimi due prevedono la presenza di un gruppo di intervento, che sperimenta una nuova variabile (es provare una nuova strategia didattica), e uno di controllo. La ricerca quasi sperimentale produce risultati più affidabili degli studi correlazionali, in questo metodo si cerca di creare due gruppi il più possibile simili, tuttavia essendo impossibile rendere i due gruppi uguali non possiamo affermare i risultati con certezza ma solo considerarli verosimili. Nel modello RCT un gruppo di soggetti viene suddiviso casualmente in due gruppi (di controllo e di intervento), più ampio è il gruppo di soggetti studiati più si può affermare che le differenze nei risultati tra i due gruppi siano effettivamente dovute alla variabile studiata. La misura più comune dell’efficacia di un intervento si chiama grandezza dell’effetto, maggiore è la grandezza dell’effetto più sono convincenti i risultati.
2. Mentalità di crescita, grinta e tenacia
Come il pensiero critico, si tratta di atteggiamenti mentali, a differenza di esso ci sono delle strategie specifiche (teoricamente basate su ricerche) per integrare il growth mindset e la determinazione nell’educazione; tuttavia ad una analisi più accurata queste strategia risultano deboli. Alla base del growth mindset c’è l’idea che quando gli studenti credono di poter migliorare in una disciplina questo effettivamente accade (e viceversa in negativo). Cambiando la prospettiva psicologia degli studenti cambia il loro potenziale, solo se ci si crede davvero allora un maggiore impegno porta migliori risultati.
L’indagine di ricerca più completa su questo argomento è stata condotta da Erin Harrison (2015) che ha analizzato più studi realizzati con il metodo RCT ed ha concluso che tutti gli studi hanno riportato grandezze degli effetti ridotte. Carol Dweck ha studiato il growth mindset in Cile utilizzando i punteggi dei test e
controllando le opinioni degli studenti sulla propria intelligenza; così facendo sono state trovate delle grandezze degli effetti statisticamente significative, sebbene ancora molto modesti. Dweck afferma che gli studenti di famiglie a basso reddito erano due volte più inclini a sostenere una mentalità rigida rispetto agli studenti delle famiglie con redditi più alti.
Anche l’OCSE ha condotto degli studi su larga scala (indagine PISA 2018) con l’obiettivo di verificare la tesi di Dweck. È stato chiesto agli studenti se fossero d’accordo con l’affermazione “la tua intelligenza è una qualità che non può cambiare molto”, una risposta negativa è stata interpretata come mentalità di crescita. È stata confermato che gli studenti più svantaggiati erano molto più propensi a credere che la loro intelligenza fosse immutabile; quanto più disuguale era la struttura economica del Paese, tanto più marcata era la differenza tra gli studenti meno abbienti e quelli più benestanti riguardo le loro opinioni sull’intelligenza.
Nel 2018 vengono fatte altre indagini sotto forma di meta-analisi. La prima posta alla conclusione che la correlazione media tra mentalità di crescita e rendimento scolastico fosse molto debole. Nella seconda invece i ricercatori hanno confrontato il rendimento scolastico di studenti che avevano ricevuto interventi di mentalità di crescita e quelli che non lo avevano ricevuto, anche qui sono state rilevate scarsi effetti degli interventi di mentalità di crescita.
In conclusione possiamo quindi dire che, diversamente dal pensiero critico, il growth mindset è stato oggetto di ricerche, tuttavia non è stato provato l’impatto positivo degli interventi della mentalità di crescita. Dweck inoltre dice che ad oggi talvolta viene fatto un uso improprio della sua teoria dicendo agli alunni che sono tutti intelligenti allo stesso modo solo per compiacerli e non per stimolarli ad impegnarsi. La sua growth mindset, da strumento per contrastare l’autostima vuota, è diventato qualcosa che la alimenta. Quindi la growth mindset, secondo la letteratura scientifica, potrebbe portare modesti miglioramenti nell’apprendimento principalmente per studenti con background svantaggiati. In questo discorso è anche da osservare il ruolo dei genitori che spesso etichettano i figli in base ai loro risultati scolastici portando a una sorta di profezia che si auto-avvera.
Dweck consiglia agli insegnanti di premiare impegno e miglioramenti, sottolineare l’utilità di chiedere aiuto e cercare di non scoraggiarsi quando le cose vanno male. La school of Education della American University pone degli esempi di frasi con mentalità rigida e frasi con mentalità di crescita: 1-“è normale avere difficoltà. Forse l’algebra non è uno dei tuoi punti di forza”; 2-“quando impari a risolvere un nuovo tipo di problema, stai sviluppando il tuo pensiero matematico”.
3. Grinta, tenacia, determinazione
All’idea di determinazione leghiamo il concetto di autodisciplina, si ritiene che se i bambini vengono educati a rafforzare l’autocontrollo e resistere alla gratificazione immediata avranno risultati scolastici migliori. Tuttavia le ricerche a sostegno dell’efficacia della determinazione sono ancora più deboli delle precedenti e sono state svolte principalmente da Angela Duckworth. Secondo lei in tutti gli indicatori di successo scolastico (voti, frequenza, ecc) hanno risultati