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Riassunti di Postwar di Tony Judt
Tipologia: Sintesi del corso
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Alla fine della seconda guerra mondiale l’Europa offriva uno spettacolo di miseria e desolazione totali. La guerra, iniziata con l’invasione nazista della Polonia nel 1939 e terminata con la resa incondizionata della Germania nel maggio 1945 era stata totale, aveva coinvolto allo stesso modo soldati e civili. Nei paesi occupati dalla Germania nazista la guerra aveva innanzitutto riguardato la popolazione. Gli scontri militari si sono concentrati nelle fasi iniziali e finali, nel mezzo fu guerra di occupazione, repressione, sfruttamento e sterminio. In alcuni paesi l’occupazione è durata per quasi tutto il conflitto e ha portato paura e miseria. A differenza della prima, la seconda guerra mondiale è stata un’esperienza universale e molto lunga: quasi sei anni per i paesi coinvolti dall’inizio alla fine, in alcune regioni, come la Cecoslovacchia, il conflitto ebbe inizio prima, in altre continuò dopo la resa della Germania, come nei Balcani. Le occupazioni di certo non erano una novità di questo conflitto, ma l’atteggiamento nazista le portò a un grado d’intensità del tutto nuovo. In passato i paesi occupanti saccheggiavano e uccidevano solo in maniera occasionale, le popolazioni asservite al Reich invece venivano sterminate in modo sistematico e ciò per gli europei era un’esperienza del tutto nuova. La Germania ha sfruttato tutti i paesi conquistati per finanziare la propria guerra. I nazisti hanno sfruttato il più a lungo possibile la ricchezza delle proprie vittime e così bene che solo dal 1944 la popolazione civile tedesca ha cominciato a sentire gli effetti delle restrizioni e della scarsità di merci tipiche dei periodi guerra, quando ormai il conflitto si avviava verso la sua conclusione. La guerra aveva lasciato dietro di se parecchia distruzione. Ben poche città erano riuscite a sopravvivere senza ferite, per tacito consenso o per semplice fortuna, antichi e celebri centri storici, come Roma, Praga, Parigi, non vennero mai bombardati. Molti piccoli centri però vennero spazzati via, così come interi quartieri periferici delle grandi città. I danni materiali più spaventosi però vennero provocati dai bombardamenti aerei, d’intensità senza precedenti, effettuati dagli alleati nell 44-45, nonché dall’irresistibile avanzata dell’Armata Rossa. Dozzine di città tedesche e dell’est Europa furono distrutte, al momento della fine della guerra, con la caduta di Berlino nelle mani dell’Armata rossa, la capitale tedesca era ridotta in macerie, il 75% degli edifici non era più abitabile. I veri orrori riguardarono l’Europa dell’est. I nazisti trattarono gli occidentali con una certa benevolenza e questi ricambiarono il favore facendo relativamente poco per ostacolare lo sforzo bellico. Nell’Europa orientale invece le forze d’occupazione non mostrarono alcuna pietà. Nell’est le conseguenze materiali dell’occupazione tedesca,
dell’avanzata sovietica e delle lotte partigiane ebbero portata maggiore rispetto ai danni che la guerra aveva provocato ad ovest. Al di là dei danni fisici, altissimo è il numero di perdite umane durante la guerra. Si calcola che persero la vita circa 36,5 milioni di europei (cifra equivalente alla popolazione della Francia al momento dello scoppio del conflitto). Tantissime furono le perdite civile, causate da stermini di massi nei campi di concentramento, malattie, denutrizione, fucilazioni, rappresaglie. Le maggiori perdite militari furono subite dall’URSS, poi Germania, Italia e Romania. Se si sommano morti civili e militari, la Polonia è il paese che ha avuto il maggior numero di perdite. Non sorprende dunque che l’Europa postbellica si trovasse gravemente a corto di uomini. Si era venuto a creare uno squilibrio tra popolazione femminile e maschile. In URSS il numero delle donne superava di 20 milioni quello dei maschi, per colare il divario c’è voluta più di una generazione. Alla fine del conflitto. L’economia agricola sovietica dipendeva dalle donne per ogni tipo di lavoro, anche perché oltre agli uomini mancavano anche i cavalli. Una situazione particolarmente complicata si viveva in Germania. Qui la popolazione fu duramente colpita dall’avanzata dell’Armata rossa. Le principali vittime furono i maschi adulti e le donne di ogni età. Il comportamento dei russi fu probabilmente una reazione ai soprusi subiti dai tedeschi e alla rabbia nel vedere che le condizioni di vita in Germania non erano affatto male rispetto a quello in URSS. L’Armata rossa si diede ai soprusi in ogni paese conquistato, ma lo fece con particolare ferocia in Germania. Dopo essere sopravvissuti alla guerra, occorreva sopravvivere alla pace. Grazie all’intervento degli alleati di riuscirono a evitare epidemie e malattie contagiose, ma la situazione era estremamente dura. Il problema del cibo stava nella distruzione delle fattorie e dei sistemi di comunicazione, ma soprattutto nel semplice numero delle persone disperate e impotenti che dovevano essere sfamate. Laddove era ancora possibile coltivare, i contadini non erano disposti a rifornire le città. Le monete non valevano nulla e anche se avessero avuto valore, non c’era cibo da comprare. Il cibo si trovava infatti solo sul mercato nero, ma a prezzi inaccessibili. Nel frattempo la gente si ammalava e moriva di fame. Il problema di nutrire la disperata popolazione civile era complicato e moltiplicato dalla crisi dei profughi, che aveva una portata senza precedenti in Europa. Durante la guerra Stalin e Hitler spostarono intere popolazioni o le costrinsero a emigrare. Tra il 1939 e il 1942 in due leader sradicarono, trapiantarono, deportarono e dispersero circa 30 milioni di persone. Alla fine della guerra si verificò un enorme flusso di migrazione da est a ovest. Un gruppo particolare di sradicati era rappresentato dai sopravvissuti ai campi di concentramento. Moltissimi morino pochi giorno dopo essere stati liberati, chi riusciva a resistere si dirigeva verso l’Europa occidentale,
guerra fredda e una nuova disponibilità a trattare i profughi del blocco sovietico come rifugiati politici. Nel 1951 la Convenzione europea per i diritti umani avrebbe dato forma codificata alla protezione cui questi profughi avevano diritto, fornendo così sicura garanzia da ogni possibile ritorno forzato in un regime persecutorio. Inizialmente gli Stati dell’Europa occidentale, a corto di manodopera e impegnati nella ricostruzione, furono inizialmente piuttosto aperti a importare alcune categorie di persone senza nazione di appartenenza. I criteri per l’ammissione erano semplici: gli occidentali volevano lavoratori robusti e ragazze nubili, nessuno voleva persone anziane, organi o donne single con bambini. I profughi non venivano accolti a braccia aperte, verso di loro veniva mostrata ben poca compassione. La maggior parte della gente voleva che l’immigrazione fosse ridotta. Particolare era il problema degli ebrei. All’inizio le autorità occidentali li trattarono come gli altri, ma nell’agosto 1945 il presidente Truman annunciò che si dovevano allestire strutture separate per tutti i profughi ebrei che si trovavano nella zona americana della Germania. Alla fine del settembre 1945 tutti gli ebrei della zona americana erano assistiti separatamente. Ad est nessuno mostrava interesse per loro, ma gli ebrei non erano particolarmente ben accetti nemmeno ad Occidente, così rimasero in Germania. Nel giro di una mezza dozzina i governi militari degli Alleati e le agenzie civili dell’ONU riuscirono a rimpatriare, integrare o reinsediare un numero senza precedenti di profughi. L’ultimo campo di accoglienza fu chiuso nel 1957. I profughi e i rifugiati erano sopravvissuti non solo a un conflitto generale, ma a un’intera serie di guerre locali e civili. Dal 1934 al 1949 l’Europa fu caratterizzata da una successione senza precedenti di violenti scontri combattuti entro i confini dei singoli Stati. In molti casi l’occupazione straniera servì a facilitare la realizzazione di programmi politici e la soluzione di antagonismi prebellici con nuovi e violenti mezzi. Gli occupanti naturalmente non restavano neutrali, ma solitamente si schieravano con una fazione. Soprattutto i tedeschi fomentarono scontri interni nei paesi occupati. Il termine “collaborazionista” ha assunto col tempo una connotazione molto negativa dal punto di vista morale, ma spesso non si tiene conto di alcune contingenze. In molti paesi occupati dai tedeschi alcune comunità o fazioni si sono fatte illudere dalle promesse di autonomia e hanno collaborato col nazismo senza malafede. Particolarmente complessa era la situazione dell’Italia, con lo scontro tra la Repubblica di Salò e la resistenza partigiana. La situazione era completamente intricata ad Oriente. Slovacchi e croati approfittarono della presenza tedesca per stabilire stati formalmente indipendenti, mentre negli stati baltici, in Finlandia e Ucraina la Germania fu accolta come alternativa all’assorbimento da parte dell’URSS. Nei Balcani il secondo conflitto
mondiale fu percepito soprattutto come guerra civile, con una violenza senza precedenti. Per l’Europa postbellica le conseguenze di queste guerre civili furono immense. Innanzitutto significavano che il conflitto non terminò con la ritirata e la sconfitta dei tedeschi. Una traumatica caratteristica delle guerre civili consiste proprio nel fatto che il nemico, anche dopo essere stato vinto, continua a restare lì al proprio posto e con lui anche la memoria del passato. Inoltre le lotte intestine di quegli anni ebbero un effetto più profondo: insieme alla brutalità senza precedenti dell’occupazione nazista e poi sovietica, corrosero il tessuto dello Stato europeo. Le occupazioni delle potenze straniere erosero inevitabilmente autorità e legittimità dei governanti locali. Con l’eccezione della Germania e del nucleo centrale dell’URSS, gli altri Stati continentali coinvolti nel conflitto furono occupati almeno due volte, prima dai loro nemici e poi dagli eserciti di liberazione. Alcuni altri come la Polonia, la Grecia, la Iugoslavia e i paesi baltici addirittura tre volte in cinque anni. A ogni nuova invasine, il precedente regime veniva abbattuto, le autorità smantellate e le classi dirigenti eliminate. L’eliminazione delle vecchie élite sociali ed economiche fu probabilmente il mutamento più drammatico. Lo sterminio degli ebrei ebbe anche profonde conseguenze sociali per le numerose città dell’Europa centrale in cui essi avevano costituito la classe professionale locale. Da queste stesse città spesso fu rimossa anche un’altra parte importante della borghesia urbana, quella tedesca. Il risultato finale fu una radicale trasformazione del panorama sociale e l’opportunità per altre minoranze di prendere il lavoro di coloro che se ne erano andati. Questo processo di livellamento attraverso cui le popolazioni autoctone dell’Europa centrale presero il posto delle minoranze bandite, fu il duraturo contributo di Hitler alla storia sociale. L’occupazione nazista portò nelle varie società una quantità di violenza inaudita e la violenza portò al cinismo. Ricorrendo alla violenza, lo Stato aveva perso il controllo sulla violenza. Gruppi partigiani ed eserciti si scontravano senza alcun controllo per imporsi. La violenza entrò a far parte della vita quotidiana e sparì ogni senso di civiltà tra gli individui. C’era diffidenza tra tutti, ognuno sospettava dell’altro e non c’era alcuna protezione dall’alto dello Stato. Tutti questi cambiamenti erano ben evidenti soprattutto nell’Europa dell’Est, dove la violenza delle varie occupazioni fu molto più evidente. Hitler continui dunque, per primo, a dividere in due l’Europa.
processo, con risultati che variarono a seconda del momento e del luogo. Molto furono ingiustamente accusati e colpiti, mentre molti altri riuscirono a scampare a una giusta punizione. Ci furono incredibili irregolarità procedurali e situazioni paradossali e i risultati furono largamente imperfetti. Tutto sommato però, dato il contesto precario, è sorprendente che si sia riusciti a stabilire in tempi relativamente brevi lo Stato di diritto, seppur con svariate problematiche. Il numero delle persone condannate e la severità delle pene variarono considerevolmente in ogni paese. La percentuale più alta di punizioni fu in Norvegia, seguita da Belgio e Olanda. In Francia il collaborazionismo fu punito in maniera piuttosto blanda, anche perché fu largamente diffuso durante la guerra. Si nota una sostanziale differenza tra i paesi in cui i governi erano andati in esilio, come Olanda, Belgio e Norvegia, e Francia, dove il regime di Vichy era il governo legittimo. Poiché lo Stato era il principale colpevole, sembrava davvero crudele accusare i cittadini del medesimo reato, soprattutto tenendo conto che, nei processi contro i collaborazionisti, un giudice su quattro aveva lavorato per quello Stato. La punizione principale per i collaborazionisti fu la “degradazione nazionale”, che consisteva nell’essere privati di tutto ciò che i francesi consideravano piacevole, come il diritto d’indossare decorazioni di guerra, di fare l’avvocato, il notaio, l’insegnante, di possedere una casa editrice o di fare il direttore di banca. Nessuno in Francia fu punito per “crimini contro l’umanità” come i tedeschi. Per varie ragioni, l’esperienza italiana fu particolare. Sebbene fosse un ex potenza dell’Asse, gli Alleati le concessero di svolgere autonomamente i processi. Ma rimanevano notevoli incertezze su chi processare e per cosa, visto che il termine fascista poteva essere applicato a una categoria di persone triplo ampia e indefinibile. Il solo reato chiaramente perseguibile era la collaborazione col nemico dopo l’armistizio, dunque la maggior parte degli accusati si trovava a nord ed era connessa alla Repubblica di Salò. La differenza dunque si applicò ai fascisti che aderirono alla RSI e quelli che non lo fecero. I processi però furono condotti per larga parte da ex fascisti ed essi si rivelarono molto comprensivi visto che sul banco degli imputati potevano esserci loro. I risultati dei processi non soddisfecero nessuno. Negli anni della Guerra Fredda, la trasformazione dell’Italia da potenza dell’Asse ad alleato democratico, avvenuta in modo sospettosamente indolore, è stata spesso attribuita alle pressioni americane e all’influenza politica del Vaticano, ma la realtà è più complessa. Sicuramente la Chiesa se la cavò a poco prezzo, tenendo conto degli amichevoli rapporti col fascismo e del silenzio sui crimini nazisti. La pressione della Chiesa però doveva essere sopportata, quindi l’epurazione dei fascisti fu condotta con maggiore efficienza nelle regioni in cui la Resistenza e la sinistra avevano il controllo del potere. Fu Palmiro Togliatti, leader del PCI, a redigere, in qualità di Ministro della Giustizia, l’amnistia del 1946 con cui si concluse l’epurazione fascista. Togliatti infatti non vedeva alcun motivo, in un paese dove quasi tutti i cittadini erano stati
compromessi col fascismo, nell’esasperare la situazione di una nazione che era già sull’orlo della guerra civile. Era molto meglio lavorare per ristabilire normali condizioni di vita, lasciandosi il fascismo alle spalle. Un caso particolare fu quello della Grecia, dove le punizioni colpirono i partigiani di sinistra che cercavano di rovesciare il governo postbellico. Nei paesi sovietici e nella Iugoslavia di Tito, le punizioni contro i fascisti furono un modo per ripulire il panorama sociale e politico locale da ogni possibile ostacolo al dominio comunista. È difficile giudicare il successo ottenuto dai processi postbellici e dalle epurazioni antifasciste nei paesi che avevano subito l’occupazione. Le sentenze furono molto criticate: chi era stato processato durante la guerra o subito dopo la liberazione ricevette punizioni ben già severe di chi fu giudicato più tardi. I colpevoli, anche di reati minori, furono condannati nella primavera del 1945 a scontare pene nettamente più lunghe rispetto a quelle cui furono sottoposti collaborazionisti di primo piano uno o più anni dopo. Le condanne a morte furono frequenti e provocarono scarsa opposizione: la svalutazione della vita portata dalla guerra le faceva sembrare meno severe, e più giustificate, di quanto sarebbe apparso in circostanze normali. Ciò che provocò indignazione fu la manifesta incongruenza di sentenze e punizioni, che tra l’altro erano emesse da giudici e giurie che non erano certo senza macchia. Furono puniti molti intellettuali, mentre uomini d’affari e alti funzionari che avevano tratto vantaggio dall’occupazione, se la cavarono con poco almeno in Europa Occidentale. In Italia ad esempio gli alleati lasciarono al suo posto il dirigente della FIAT Vittorio Valletta, malgrado la sua nota collusione con le autorità fasciste. In tutta Europa banchieri e funzionari che avevano lavorato per i regimi di occupazione e rifornito le forze tedesche, furono lasciati al loro posto, purché continuassero a fornire i medesimi servizi alle nuove democrazie, garantendo continuità e stabilità. Forse compromessi di questo genere erano inevitabili. Nel 1945 c’era un grande desiderio di ripartire da qualsiasi cosa fosse necessaria come base di costruzione per il futuro. I governi provvisori stabiliti dopo la liberazione si erano rivelati quasi del tutto impotenti e quindi l’aiuto delle élite economiche, finanziarie e industriali era essenziale per aiutare la popolazione. Le epurazioni economiche potevano risultare controproducenti e persino disastrose. Ma per tali compromessi si dovette pagare un prezzo in termini di cinismo politico e drastica cancellazione delle illusioni e delle speranze suscitate dalla liberazione. Ciò portò ad un rapido cambiamento di umore. Una volta assegnata la colpa per il recente passato e puniti coloro i cui casi erano più eclatanti o soddisfacenti sul piano psicologico, quasi tutti gli abitanti delle regioni precedentemente occupate dai tedeschi volevano soprattutto mettersi alle spalle quello che era accaduto e tornare a una vita normale. Erano pochi quelli ancora disposti a incolpare i concittadini dei
Adenauer che credeva che costringere i tedeschi a confrontarsi con i crimini nazisti avrebbe rischiato di suscitare una nuova vampata nazionalistica e quindi incoraggiava il silenzio. I risultati della denazificazione furono piuttosto modesti. I tedeschi non avevano grande percezione del modo in cui erano considerati, non avevano coscienza del male che avevano fatto, ma erano molto più preoccupati dei problemi postbellici che della sofferenza che avevano causa in tutta Europa, vedendosi più come vittime. Quando, con l’inizio della guerra fredda, gli alleati rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di denazificazione, apparve chiaro che i risultati erano stati piuttosto mediocri. Nella zona d’occupazione sovietica l’eredità nazista fu affrontata in maniera piuttosto diversa. Ad Est, le denazificazione si concentra sulla punizione collettiva dei nazisti e sull’estirpazione dell’ideologia da ogni ambito della vita. Qui comunque il processo di denazificazione si fondava sull’assicurazione del potere comunista e sull’eliminazione del capitalismo, ed era quindi strumentale a questi obiettivi. Il nazismo era considerato un semplice fascismo, che a sua volta era una degenerazione del capitalismo. Dunque le autorità si curarono ben poco dei crimini nazisti, concentrandosi su arresti ed espropriazioni sugli uomini d’affari e su chiunque aveva favorito gli interessi della classe sociale che aveva favorito l’ascesa di Hitler. Dunque lo smantellamento dell’eredità nazista in Germania non fu sostanzialmente diverso dalla trasformazione sociale che Stalin stava realizzando in altre parti d’Europa. Il carattere opportunistico della politica sovietica era dettata da ragioni di debolezza. Nella Germania occupata i comunisti non erano un movimento forte e la loro unica possibilità era rivolgersi in modo calcolato agli interessi personali. Dappertutto in pratica si chiusero gli occhi sul passato, era il costo per ritrovare al più presto un equilibrio. Dimenticare era la parola d’ordine, era sicuramente più facile che affrontare quello che era successo. Senza un’amnesia collettiva in effetti la stupefacente ripresa compiuta dall’Europa del dopoguerra non sarebbe stata possibile.
La guerra aveva aperto le strade a nuove opportunità, aveva cambiato tutto e un ritorno alle condizioni precedenti al 1939 era assolutamente inimmaginabile. I problemi però non erano iniziati nel 1940, ma affondavano ben prima le proprie radici. Dovunque i partigiani antifascisti si consideravano in guerra contro un intero sistema sociale che ritenevano responsabile dei disastri accaduti. Erano stati i politici, i banchieri, gli imprenditori e i militari del periodo tra le due guerre ad aver portato l’Europa nell’oblio, tradendo i sacrifici della prima guerra mondiale e creando le condizioni per lo scoppio della seconda. La resistenza era dunque di per sé rivoluzionava, aspirava a riplasmare da zero una società talmente corrotta da aver prodotto il fascismo. In buona parte dell’Europa orientale la tabula rasa era effettivamente avvenuta, ma questa aspirazione era presente anche ad Occidente. Dal punto di vista della resistenza, la politica del dopoguerra avrebbe dovuto essere il proseguimento della battaglia condotta durante il conflitto. Per molti giovani, affermatisi come personaggi di spicco nel mondo della clandestinità, la politica era una cosa sconosciuta. In Italia, Germania e Austria la politica non esisteva dagli anni 20-30, i partiti erano stati banditi, le elezioni truccate o soppresse. Per questa nuova generazione quindi la politica era soprattutto resistenza. La resistenza si spostò dal fascismo agli errori degli anni 30. Sconfitto Hitler, il principale ostacolo a un mutamento radicale erano i legittimi governi in esilio, la maggior parte dei quali si era trasferita a Londra, pianificando il proprio ritorno. Questi consideravano le organizzazioni locali della resistenza un problema: giovani imprudenti che dovevano essere disarmati e riportati alla vita civile, lasciando che la guida del paese fosse ripresa in mano da una classe politica debitamente ripulita da collaborazionisti e traditori. Qualsiasi atra cosa avrebbe significato anarchia o un’occupazione degli eserciti alleati. I gruppi della resistenza erano altrettanto sospettosi. Per loro, i politici sfuggiti all’occupazione erano doppiamente screditati: dagli errori compiuti prima della guerra e dalla loro successiva assenza. Le autorità che rientravano nei loro paesi erano screditate ed erano pronte al compromesso sulle principali questioni politiche, soprattutto sulle riforme sociali ed economiche. In Europa orientale furono i sovietici a determinare la forma dei governi e a dirigerne l’attività. In Europa occidentale, in attesa di elezioni, il potere fu assunto da autorità provvisorie. Ma in ogni caso i movimenti della resistenza furono sciolti. Sorprendentemente vi fu ben poca opposizione a questa restaurazione dello status quo istituzionale. In Polonia e in certe regioni dell’URSS occidentale rimasero ancora per qualche anno alcuni gruppi di partigiani armati, ma la loro era una battaglia nazionale e anticomunista. In Francia e Italia i movimenti della resistenza confluirono
Nell’Europa del dopoguerra, obiettivo principale della pianificazione furono gli investimenti. In un momento di estrema scarsità di capitali e con enormi necessità in ogni settore, i governi furono costretti a decidere dove indirizzare le limitate risorse statali e soprattutto a discapito di chi. Vennero privilegiate le spese per le infrastrutture fondamentali come strade, ferrovie, fabbriche e servizi di pubblica utilità. Restava ben poco a disposizione per cibo e abitazioni, ancora meno per assistenza sanitaria, istruzione e altri servizi sociali. Non sorprende dunque il malcontento popolare che seguì queste decisioni. Le teorie della pianificazione si fondavano direttamente sulla lezione degli anni 30: una strategia di successo per la ripresa postbellica doveva impedire qualsiasi ritorno al protezionismo e alla disoccupazione. Le stesse considerazioni crearono il presupposto del moderno Welfare State europeo. Negli anni 40 si pensava che la polarizzazione politica dell’ultimo decennio precedente la guerra era stata diretta conseguenza della Depressione. Fascismo e comunismo erano entrambi cresciuti sulla disperazione, sull’enorme divario che separava ricchi e poveri. Se volevano riaffermarsi, le democrazie dovevano affrontare la questione delle condizioni del popolo. La seconda guerra mondiale cambiò totalmente lo stato moderno. Gli stati assistenziali dell’Europa postbellica furono molto diverso l’uno dall’altro quanto ai servizi forniti e al modo in cui furono finanziati, ma si possono tuttavia individuare alcuni punti generali. La fornitura di servizi riguardava principalmente istruzione, abitazioni, assistenza sanitaria, ricreazione di aree urbane, trasporti pubblici e finanziamento pubblico di arte e cultura. La previdenza sociale consisteva sostanzialmente nella fornitura di assicurazioni contro malattie, disoccupazioni, incidenti e pericoli della vecchiaia. Negli anni del dopoguerra ogni Stato europeo fornì o finanziò la maggior parte di questi servizi. Le differenze più importanti stavano nei metodi adottati per finanziarli. In alcuni paesi, come l’Inghilterra, furono raccolte le entrate per mezzo della tassazione e assistenza e servizi gratuiti o fortemente sovvenzionati venivano forniti. In altri paesi invece furono pagati ai cittadini sussidi in denaro stabiliti con determinati criteri sociali e poi i beneficiari potevano scegliere quali servizi acquistare. Queste differenze erano conseguenza dei diversi sistemi di finanza e contabilità nazionale, ma anche frutto di fondamentali scelte strategiche. Fu in Inghilterra che si fecero i maggiori sforzi per costituire un autentico Welfare State. La legislazione britannica si basava sul Rapporto si Sir William Beveridge, che stabilì quattro punti essenziali per il sistema assistenziali:
uscirono con un numero di macchine utensili maggiore di quello con cui vi erano entrate. In Italia solo le industrie areonautica e navale subirono seri danni, quelle ingegneristiche non furono toccate. Alcuni paesi come Spagna, Portogallo, Svizzera e Svezia non avevano subito alcun danno. In Occidente i danni materiali vennero ripara con sorprendete rapidità. A stupire maggiormente fu la capacità di recupero della Germania. Ciò era merito dell’impegno profuso dalla popolazione, che lavorò con straordinaria unità d’intenti per ricostruire il paese, ridotto in macerie. Il giorno in cui Hitler morì. Solo il 10% delle linee ferroviarie era in funzione, un anno dopo, il 93% era nuovamente in funzione. Tale rapidità si spiega anche con il fatto che, una volta ricostruite le case degli operai e rimessi in piedi i trasporti, l’industria era più che pronta a ripartire. Nelle fabbriche della Volkswagen il 91% dei macchinari era sopravvissuto ai bombardamenti d già nel 1948 una macchina su due prodotte dalla Germania Ovest era della Wolkswagen. Grazie agli investimenti fatti durante la guerra, nel 1945 un terzo dei macchinari industriali era in funzione da meno di cinque anni, inoltre i settori sui cui la Germania aveva maggiormente investito in tempo di guerra erano precisamente quelli che avrebbero posto le basi per il boom economico degli anni 50. All’inizio del 1947 il principale ostacolo non erano più i danni di guerra, ma la mancanza di materie prime e di altre risorse e, soprattutto, l’incertezza sul futuro politico. Il 1947 fu un anno cruciale per il destino del continente. Sino a quel momento gli europei erano stati impegnati a temp pieno nei lavori di ricostruzione. Nel corso dei 18 mesi successivi alla vittoria degli Alleati, l’umore del continente passò dal sollievo per la semplice prospettiva della pace e di un nuovo inizio a una fredda rassegnazione e a una crescente disillusione di fronte all’enorme portata dei compiti da affrontare. All’inizio del 1947 appariva chiaro che le decisioni più difficili non erano ancora state prese ma non potevano essere rinviate. Innanzitutto c’era da risolvere il problema dei rifornimenti alimentari. In Occidente il problema stava nel fatto che non si poteva più ricorrere ai granai orientali dai quali si era tradizionalmente dipeso, anche lì infatti non c’era da mangiare. A complicare la situazione arrivò il crudele inverno del 1947, il più freddo dal 1880, che colpì la produzione industriale. Pochi mesi dopo, iniziò una delle estati più calde e secche di sempre che diede un colpo di grazia all’agricoltura. Due dilemmi strutturali stavano alla base della crisi del 1947. Il primo era l’effettiva scomparsa della Germania dal sistema economico. Prima della guerra essa era stata il principale mercato per quasi tutta l’Europa centrale e orientale, ma sino a quando il futuro politico non fosse stato deciso, l’economia tedesca rimaneva congelata, bloccando la ripresa nel resto del continente. Il secondo problema riguardava gli USA. Il congelamento dell’economia tedesca aveva portato ad un significativo aumento della richiesta di merci americane, ma ci volevano i dollari per comprare
queste merci. Gli europei non avevano nulla da vendere al resto del mondo, e senza valuta pregiata non potevano comprare cibo e merci. La crisi del dollaro fu molto seria, Inghilterra e Francia accumularono un pesante deficit, gli altri paesi non avevano nemmeno una moneta con cui commerciare. In Germania non esisteva neppure una moneta corrente, il mercato nero prosperava e le sigarette divennero il principale mezzo di scambio. L’America si rese perfettamente conto della gravità di crisi, che costituì una delle principali ragioni di pressione per risolvere la questione tedesca, con o senza la cooperazione sovietica. Nella primavera del 1947 l’Europa si trovava sull’orlo della rovina e ciò poteva aumentare il fascino del comunismo o dell’anarchia. Il senso di disperazione e la percezione di un imminente disastro erano generali. In un clima di rassegnazione generale che caratterizzava l’Europa, l’iniziativa per risollevare le sorti del continente doveva partire da Washington. Il piano elaborato dal segretario di Stato americano George Catlett Marshall per la ricostruzione europea, reso noto in un famoso discorso pronunciato all’università di Harvard ul 5 giugno 1947, era davvero radicale, ma non nasceva dal nulla. Tra la fine della guerra e l’annuncio del Piano Marshall, gli USA avevano già speso miliardi di dollari in sovvenzioni e prestiti, diretti soprattutto a Inghilterra e Francia. Ma essi erano serviti solo a tappare i buchi e affrontare le emergenze, non erano stati impiegati per la ricostruzione o per investimenti a lungo termine, ma solo per merci, servizi e riparazioni essenziali. Inoltre i prestiti si accompagnavano a certi obblighi che spesso erano troppo restrittivi. Nella primavera del 1947 appariva chiaro che il primo approccio di Washington per risolvere i problemi europei era fallito. Il deficit commerciale nei confronti dell’USA era raddoppiato rispetto al 1946. Le proposte di Marshall erano decisamente innovative. Innanzitutto si lasciava agli europei il compito di decidere se accettare l’aiuto e come usarlo, inoltre l’assistenza si sarebbe dovuta prolungare lungo il corso degli anni, rappresentando un programma strategico di ripresa e non semplicemente un fondo di soccorso. Poi le somme messe a disposizione erano davvero elevate: quando il programma si concluse, nel 1952, gli USA avevano speso circa 13 miliardi di dollari, una cifra superiori alla somma di tutti i loro precedenti aiuti. La parte più sostanziosa andò a Inghilterra e Francia, ma l’importanza che ebbe per Italia e altri destinatari minori fu probabilmente maggiore. Tutti i paesi dell’Europa occidentale accettarono gli aiuti del piano Marshall, mentre i paesi comunisti rifiutarono i sussidi. Gli aiuti furono offerti a tutti, ma Stalin rifiutò, con grande gioia degli americani che consideravano il piano Marshall una barriera economica all’espansione sovietica. Il piano Marshall si pose l’obiettivo di ripristinare la fiducia dei popoli europei nel futuro economico dei propri paesi e di tutto il continente. Gli americani non offrivano semplici aiuti in denaro, ma fornivano merci esenti da imposte, sulla base di richieste annuali formulate in conformità a un programma quadriennale di sviluppo. Questo
Durante il conflitto, la principale preoccupazione degli Alleati era quello di rimanere uniti. Americani e inglesi temevano che Stalin potesse trattare una pace separata con Hilter, soprattutto dopo che l’URSS riuscì a riconquistare parte del territorio perduto. Stalin invece vedeva con sospetto il ritardo nell’apertura di un secondo fronte a ovest, avendo paura di un complotto degli occidentali per la lasciare la Russia si dissanguasse prima d’intervenire, traendo così vantaggio dai suoi sacrifici. L’unico collante era il nemico comune. Questo reciproco disagio spiega gli accordi e i compromessi stabiliti durante la guerra. A Casablanca nel gennaio 1943 si decise che il conflitto sarebbe finito con la resa incondizionata della Germania. Undici mesi dopo a Teheran si stabilì lo smantellamento della Germania. Nel febbraio 1945 a Jalta si ribadì essenzialmente quello che era stato deciso a Casablanca e Teheran. Ma a Jalta non si tratta la questione principale, ovvero l’accordo sulla Germania postbellica. Fu la Germania a unire URSS e occidente, ma con la sconfitta della Germania, l’alleanza fece il suo tempo. Grosse divergenze c’erano prima della guerra e riemersero non appena la guerra terminò. Era naturale dunque, dopo la sconfitta della Germania, che si riaprissero le antiche divergenze. Grazie al conflitto gli USA erano divenuti una potenza anche in Europa. La loro forza schiacciante appariva chiara anche paragonata alla potenza dell’Armata Rossa. Nel 1945 l’America deteneva metà della capacità di produzione, gran parte delle riserve alimentari e praticamente tutte le riserve finanziarie del pianeta. L’America era una potenza troppo superiore a tutte le altre. Per quanto riguarda la Germania, la posizione americana inizialmente era piuttosto rigida: andava tratta come una nazione sconfitta. Il punto era evitare uno dei principali errori di Versailles: non essere riusciti a far capire ai tedeschi la gravità delle loro colpe e le conseguenze da pagare. Gli americani intendevano smilitarizzare, denazificare e deindustrializzare la Germania, privarla delle risorse militari ed economiche e rieducare la popolazione. Ma questa linea dura suscitò alcune perplessità. Innanzitutto prima o poi la Germania avrebbe dovuto provvedere a ricostruire da sola la propria economia, inoltre umiliare la nazione avrebbe potuto significare ondate di nazionalismo come dopo la prima guerra mondiale. All’indomani della guerra gli americani contribuirono a creare delle istituzioni internazionali come l’ONU, nell’ottobre 1945, e gli accordi di Bretton Woods. Secondo gli americani il collasso economico tra le due guerre era la vera radice della crisi europea. Da questo principio nacquero gli accordi di Bretton Woods. Fu creato un fondo monetario internazionale per facilitare l’espansione e la crescita equilibrata
del commercio internazionale. Il primo Consiglio direttivo era costituito da rappresentanti di USA, Inghilterra, Francia, Cina e URSS. Tutti i membri accettavano la riduzione delle tariffe e altre concessioni, precisi codici di comportamento commerciale e procedure per la soluzione di dispute e la punizione di eventuali violazioni. Negli obiettivi e nelle istituzioni di Bretton Woods era assegnato un ruolo senza precedenti all’interferenza internazionale negli affari interni. Gli USA inizialmente intendevano svincolarsi dall’Europa e ciò era visto con timore, soprattutto dagli inglesi. Un allentamento della presenza americana avrebbe cambiato gli equilibri in Europa, e la paura dei britannici era che l’URSS potesse assumere il controllo della Germania ottenendo così il dominio assoluto sul continente. Gli inglesi arrivarono per primi a quella che sarebbe stata la soluzione adottata quattro anni dopo: la divisione della Germania in zone d’influenza. Gli inglesi però temevano non tanto un attacco russo, quanto una ritirata americana. L’attenzione degli inglesi era fissa sulla Germania, considerata ago della bilancia in Europa. Anche l’attenzione della Francia era concentrata sulla Germania, considerando tutti i trascorsi tra le due guerre delle due nazioni. La Francia dunque premette per lo smantellamento della Germania, non trovando però supporto da Gran Bretagna e America. La Francia dovette comunque, alla fine, allinearsi alle altre due potenze, perché non aveva la forza di sostenere da sola la propria posizione. Nel 1945 l’URSS si trovava in una situazione estremamente opposta. Dopo vent’anni di effettiva esclusione dagli affari europei, era tornata al centro della scena. La resistenza della popolazione, i successi dell’Armata rossa, nonché la capacità dei nazisti di farsi nemiche anche le nazioni più sinceramente antisovietiche avevano dato a Stalin credibilità e influenza, nei consigli amministrativi come nelle città. Il nuovo fascino del bolscevismo si fondava sulla seduzione del potere. L’URSS era davvero una potenza formidabile, tanto che nel 1945 nonostante le ingenti perdite costituiva la più grande forza militare che l’Europa avesse mai visto. Stalin esercitava un controllo diretto o indiretto su un’enorme porzione di territorio in Europa orientale e centrale e i generali occidentali sapevano bene che non si sarebbe potuta fermare l’avanzata sino all’Atlantico se Stalin l’avesse ordinata. Senza dubbio, americani e inglesi avevano un chiaro vantaggio strategico nella capacità di bombardamento e l’America possedeva la bomba atomica. Ma l’atomica, sebbene preoccupasse i leader sovietici, non riuscì a mutare i loro calcoli militari. Essi derivavano direttamente dagli obiettivi politici di Stalin. Il primo era la restituzione del territorio perso col Trattato di Brest-Litovsk e con la guerra di Polonia due anni dopo, obiettivo raggiunto in parte coi patti segreti con Hitler nel 1939 e 1940 e poi completato con la controffensiva dopo l’invasione nazista. La questione dell’incremento territoriale per l’URSS era duplice: era una questione di prestigio, che innalzava l’URSS tra le grandi potenze, ma anche di sicurezza.