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riassunto del libro di Casetti-Di Chio, con i primi 4 capitoli rivisti e rimpolpati rispetto ai riassunti che girano sul web.
Tipologia: Sintesi del corso
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Casetti – Di Chio (riassunto rivisto e rimpolpato nei primi 4 cap)
1.1 Analizzare
Possiamo definire l’analisi come un insieme di operazioni compiute su un oggetto e consistenti in una sua scomposizione e ricomposizione, al fine di individuarne meglio le componenti, l’architettura, i movimenti, le dinamiche, ecc. Lo si frammenta e lo si ricompatta, arrivando al medesimo oggetto di prima ma reso esplicito nelle sue configurazioni e nella sua meccanica. Si mostra il suo principio di costruzione e il suo principio di funzionamento. Si tratta quindi di un percorso alla fine del quale si guadagna una migliore intelleggibilità dell’oggetto investigato.
1.2 La buona distanza
L’analisi testuale del film comporta necessariamente un distacco dalla situazione normale in cui quest’ultimo viene percepito. Il cinema costringe lo spettatore a rimanere sottomesso alla concatenazione delle immagini e dei suoni. La scomposizione e ricomposizione propri dell’analisi sono possibili solamente disponendo del film al di fuori del suo canale principe di distribuzione, ad es. attraverso le videocassette. Ma il distacco non è solo la ratifica di una nuova forma di visione, ma anche la ricerca di una qualche distanza dall’oggetto. Una “buona distanza” è quella che permette l’investigazione critica, e insieme quella che non esclude un’investigazione appassionata. Essa serve a rendere il film disponibile e insieme dominabile, presente nelle sue singole parti e nel tutto.
1.3 Analizzare, riconoscere, comprendere
L’analisi mira a riconoscere e comprendere ciò che ha di fronte: riconoscimento : legato alla capacità di individuare quanto appare sullo schermo, è un’azione puntuale, compiuta su elementi singoli, volta a coglierne essenzialmente l’identità. A questo scopo la scomposizione procede ad una ricognizione sistematica degli elementi del testo, un vero e proprio inventario riconoscere meglio e di più. comprensione: legata alla capacità di riportare quanto sullo schermo ad un insieme più vasto, le singole componenti all’interezza del testo. Si tratta dunque di un lavoro di integrazione che consiste nel connettere più elementi fra loro e nel riportare ciascuno di essi all’insieme che li circonda. La ricomposizione del testo mette in luce, oltre alla struttura e alle dinamiche dell’oggetto, anche il cosa, il come, il perché abbiamo capito capire oltre al testo, come si arriva a comprenderlo.
Si tratta quindi di ripetere un meccanismo di fruizione “naturale” (riconoscimento- comprensione) in modo “mediato”, distaccato, per lavorare con sistematicità e autocoscienza.
1.4 Analizzare, descrivere, interpretare
Ma l’analisi si mescola anche ad altre due operazioni:
Apparentemente, la descrizione trionfa nella fase di scomposizione, l’interpretazione
emerge invece nella ricomposizione. In realtà entrambi i momenti dell’analisi hanno a che
fare con i due processi: la scomposizione in qualche modo deve fare i conti con il testo
originale quindi è una ricognizione oggettiva, mentre la ricomposizione risponde ad un
punto di vista più personale ma anche la scomposizione è orientata dall’osservatore infatti,
ripercorrere l’esistente significa già applicargli un punto di vista. Parallelamente la
ricomposizione deve essere guidata non dalla semplice invenzione ma anche da un
principio di oggettività.
1.5 La presenza dell’analista
L’analista, davanti ad un film e più in generale ad un testo, si trova a imboccare una strada
che lo conduce da un oggetto concreto a un oggetto nuovo che mette a nudo i principi di
costruzione e i principi di funzionamento del primo. Lungo il percorso egli attiva una lettura
che si avvale di riconoscimento, comprensione, descrizione e interpretazione. L’avvio
dell’analisi, oltre che da un distacco dall’ oggetto, è marcato da altri fattori:
L’analisi di un film non è semplicemente la decifrazione di un testo, ma anche la
valorizzazione di un proprio modo di accostarsi al cinema.
2.2 La scomposizione
2.2.1 Due tipi di scomposizione
Di fronte al testo filmico, l’analista si pone due serie di domande:
Si dovrà rispondere con i propri criteri di intervento, in parte condizionati da regole
condivise, ed in parte determinati dalla creatività.
2.2.2 La scomposizione della linearità, o SEGMENTAZIONE
La scomposizione consiste nel dividere il testo in segmenti sempre più brevi che
rappresentino unità di contenuto sempre più piccole. Il problema è decidere sulla base di
cosa intervenire sul flusso del film per interromperlo. L’approccio immediato è quello di
cominciare a suddividere il film in grandi unità di contenuto, per poi continuare
progressivamente a frammentare fino a che il contenuto si mostri passibile di ulteriori
suddivisioni. Si avranno così segmenti di diversa grandezza e complessità:
vengono generalmente percepite come un blocco unico giacché la loro funzione contenutistica trascende le barriere fisiche)
La scomposizione, in definitiva, serve per determinare la successione degli elementi del
testo filmico, la loro dimensione, la loro articolazione interna e il loro ordine. Essa traccia lo
schema lineare del testo filmico, il suo “indice generale”arrivando ad una sceneggiatura a
posteriori
2.2.3 La scomposizione dello spessore, o STRATIFICAZIONE
La stratificazione consiste nello spezzare la compattezza del film e nel coglierne i diversi
strati che lo compongono. Non si segue più la linearità per determinare i segmenti
adiacenti ma si opera trasversalmente per individuare le componenti dei segmenti isolati.
Una volta ripartito il film in episodi, sequenze, inquadrature, immagini, se ne individuano le
varie componenti interne (spazio, tempo, azione, valori figurativi, commento musicale) e le
si analizzano una alla volta sia nel loro gioco reciproco all’interno di un dato segmento, sia
nella diversità di forme e funzioni che assumono durante tutto il film.
Questa seconda forma di scomposizione si articola in due fasi:
Opposizioni e varianti consentono di cogliere i diversi elementi che formano una serie:
omogenei ma distinguibili fra di loro.
dà una visione concentrata dell’oggetto evidenziandone le linee di forza e gli andamenti
ricorrenti.
Il modello è fondamentalmente un dispositivo che consente di mettere in luce l’intelligibilità
del fenomeno investigato. Deriva dall’oggetto di partenza, ma è anche una cosa
completamente nuova, in cui ciò che conta è la formalizzazione delle strutture e dei
meccanismi più intimi dell’oggetto. Rivela delle regolarità e una sistematicità altrimenti
nascoste.
La prima grande scelta che si pone all’analista nell’elaborazione di un modello, è la forma
che può/deve avere:
Si ha poi la distinzione tra:
Naturalmente si danno anche casi in cui le diverse tipologie di modello possono mischiarsi,
dando origine a modelli dinamici-figurati o statici-astratti.
2.4 Criteri di validità dell’analisi
Si tratta ora di stabilire in base a cosa un modello può risultare accettabile, perché si
possa scegliere una tipologia rispetto ad un’altra. Innanzitutto un’analisi, per poter essere
ritenuta valida, deve possedere almeno tre caratteristiche:
Al di là di questi parametri generali, ne esistono altri specifici, che giustificano le singole
strade che si vogliono imboccare, e quindi i singoli tipi di modelli. In particolare:
nascosto del testo, il nocciolo che al tempo stesso riassume il testo e ne illumina il
senso. Presuppone una concezione del testo a più livelli: da uno esplicito, denotativo, a un cuore segreto che sintetizza e motiva tutto quanto gli sta intorno. Il limite è legato al rischio di cercare un senso profondo anche dove non c’è verità modello figurato- dinamico il nocciolo di verità
sottesa è quella di un testo costituito di una trama di fili che si intrecciano in maniera complessa che non può essere colta secondo un approccio in profondità ma grazie a una visione a largo orizzonte. Il rischio è quello di inseguire una completezza irraggiungibile raggio d’azione modello statico-astratto la completezza
possibile. L’idea è quella che il testo si possa “riassumere” nei suoi minimi termini, cogliendone meglio la natura. Il rischio è di non trovare minimi comuni denominatori funzionalità modello dinamico-astratto il succo della sintesi
quale l’analista è chiamato a partecipare. Intimo piacere dell’atto interpretativo e della creatività che questo esprime. Si rischia di escludere le valenze conoscitive e metaconoscitive dell’analisi piacere modello astratto-figurato giocare col testo
2.5 Istruzioni per l’uso
Non sempre nella pratica dell’analisi tutti i passaggi fin qui evidenziati vengono rispettati o
esplicitati, per esigenze di scorrevolezza dell’esposizione. Purtuttavia l’itinerario è corretto,
e va almeno mentalmente seguito in ogni sua fase.
Inoltre, anche se è vero che scomposizione e ricomposizione sono due momenti
successivi, è altrettanto vero che non si può cominciare a scomporre senza avere già in
mente una qualche idea del modello. Si tratta di avere un’ipotesi guida, che funga da
criterio per la segmentazione e la stratificazione.
3.1 La “linguisticità” del film
Ormai vi è un diffuso riconoscimento della linguisticità del film. E’ infatti in grado di dare
significato ad oggetti o a gesti. Esprime, significa e comunica. Dal punto di vista semiotico
però, sono messi in luce dei problemi. Il film infatti rispetto agli altri linguaggi pare godere
di due caratteristiche ben precise:
Dall’esigenza di superare queste difficoltà nascono diverse strategie di analisi.
Fondamentalmente se ne possono individuare tre:
Passiamo ora al terzo approccio che ci consente di vedere oltre a quello che c’è in un film,
anche l’insieme delle possibilità che ad esso si aprono, poi permette di valutare il senso
delle scelte effettuate, infine porta a cogliere gli effetti sul cinema dell’utilizzo di soluzioni
mutuate da altre aree espressive.
3.4 I codici
3.4.1 La nozione di codice
Un codice è sempre e comunque:
E’ solo grazie alla presenza simultanea di questi tre aspetti che un codice è in grado di
funzionare: consente di definire l’area in cui ci si trova, di decrittare le formule usate e di
riportarle ad altre scelte possibili.
Si desume che il cinema non ha probabilmente codici “forti” come quelli delle lingue
naturali. Tuttavia ci sono insiemi di possibilità ben strutturati, in cui gli elementi hanno
valori ricorrenti, e cui si può far riferimento comune anche il cinema ha dei codici effettivi.
3.4.2 Codici cinematografici e codici filmici
Il cinema è un linguaggio variegato che combina più tipi di significanti (immagini, rumori,
parole, musica, scritte) e più tipi di segni (indici, icone e simboli). Si dovrà parlare quindi
anche di molteplicità dei codici, in grado però di operare secondo una strategia di
significazione complessiva.
Si deve innanzitutto distinguere tra due tipi di codici:
CODICI TECNOLOGICI DI BASE (o del mezzo in quanto tale)
Sono i codici che determinano il tipo di conservazione e trasmissione dell’informazione
cinematografica. Ciò che caratterizza il cinema come mezzo prima ancora che come
mezzo d’espressione riguardano la composizione fisica del messaggio, intervenendo sulla
qualità e quantità di informazione trasmessa e quindi sulla praticabilità o meno di certe
soluzioni espressive. Tipi principali:
differenza nei costi ma cambia la resa dell’immagine e il suo rapporto con la realtà rappresentata.
CODICI VISIVI
spettatore, lo normalizza, oppure se accentuata ne enfatizza debolezza e impotenza e tutto ciò dipende inoltre dal tipo di angolazione (se è motivata narrativamente es. due personaggi uno in alto e uno in basso, sono visti come se uno vedesse l’altro)
La mobilità è un tratto caratterizzante del linguaggio cinematografico, e i codici che la
regolano sono quindi più specifici di quelli del primo e secondo gruppo. Innanzitutto si deve
distinguere tra:
La distinzione, anche se a volte non è facilmente operabile, è essenziale per il richiamo a
meccanismi psicologici di riconoscimento diversi, e per il rinvio a meccanismi linguistici
divaricati. Osservare da un punto di vista fisso qualcosa che si muove comporta
inevitabilmente un distacco dal reale, uno sguardo oggettivo e assoluto. Viceversa,
adottare un punto di vista mobile sugli oggetti provoca sempre un senso di forte
coinvolgimento, e dà l’idea di soggettività, precarietà, finitezza dello sguardo. La funzione
base del movimento di macchina sta nel scoprire nuove porzioni di realtà, nel mostrare
l’altra faccia degli oggetti, nel definire meglio la situazione (montaggio interno, che non è
un vero montaggio in cui A+B=C MA è un’unica unità che grazie alla sua coesione e alla
concentrazione spaziale e temporale, induce a un maggior senso di immediatezza e
verità).
La grammatica cinematografica tradizionale ha elaborato una classificazione dei
movimenti di macchina di grande utilità pratica:
La panoramica è più spesso utilizzata in senso descrittivo, mentre il carrello è di
preferenza soggettivo. Si può distinguere inoltre tra movimenti reali di macchina e
movimenti apparenti. Questi ultimi sono rappresentati fondamentalmente dalla zoomata ,
che produce un’alterazione della profondità di campo (“schiacciamento”) che annulla lo
spazio invece di attraversarlo.
Le tracce grafiche sono tutti i generi di scritte che sono presenti in un film. Si possono
suddividere in:
Le tracce grafiche sono direttamente legate ai codici della lingua con cui sono costruite.
Nel cinema però intervengono principi di costruzione particolari, legati ai codici narrativi
(ad es. “Dieci anni dopo…”). Esistono inoltre codici stilistici e figurativi, che intervengono
nel trattamento grafico dei titoli e ne fanno un elemento composito, che si legge come un
nome e si guarda come un’immagine. Infine si deve tener conto delle connotazioni legate
alla dimensione delle lettere, all’eventuale animazione o decorazione, ecc.
Ne nasce un sistema di intrecci e sovrapposizioni che può fare di una semplice scritta il
luogo di un complicato processo di significazione.
I codici che regolano i fatti sonori sono molto ampi, e caratterizzano ogni forma di
espressione: volume, altezza, ritmo, colore, timbro, ecc. Esistono però alcuni tratti che
definiscono il sonoro in ambito cinematografico. In particolare sono quelli che presiedono
l’interazione del sonoro con il visivo, regolando la provenienza del primo rispetto al
secondo.
Il suo intervento “in” o “off” è molto raro, diffusissima invece la modalità “ over ”, tanto come
accompagnamento della scena quanto come conclusione in crescendo di una sequenza e
accentuazione dello stacco rispetto alla seguente.
La tipologia degli impieghi della musica è comunque assai varia: naturalismo, realismo più
o meno “falso”, enfasi retorica, accompagnamento discreto, stacco brusco, giunzione, ecc.
In conclusione, è evidente che la dimensione sonora, in tutte le sue manifestazioni, ha
valenza cinematografica quando intrattiene relazioni significative con la parte visiva,
caricandola di ulteriore senso e fungendo da tessuto connettivo.
Un principio generale del cinema è quello secondo cui le immagini si sviluppano lungo una
continuità, attraverso una durata. E questa molteplicità del visivo appare regolata dalla
totalità dei mezzi espressivi cinematografici e non solo da ciò che si presta allo sguardo.
I codici sintattici regolano l’associazione dei segni e la loro organizzazione in unità
progressivamente sempre più complesse. Tali codici possono attivarsi a due livelli distinti:
E ‘possibile delineare una tipologia delle associazioni rinvenibili tra le immagini:
uno stesso elemento ritorna identico da immagine a immagine. La relazione può riguardare sia:
immagini contigue sono rinvenibili elementi simili ma non identici, nel secondo caso elementi marcatamente differenti ma la cui stessa differenza diventa fonte di correlazione. Questi due tipi di associazione sono spesso compresenti (entrambe donne, giovani e belle ma una buona una cattiva, una bionda una mora…). L’associazione può agire a differenti livelli: da un semplice richiamo figurativa a casi ben più articolati di montaggio parallelo.
contigui: campo/controcampo (A parla, B ascolta), montaggio alternato (inseguitori/ inseguiti, ecc.).
prolungamento e completamento nell’inquadratura B.
Vi è poi un’altra forma di collegamento, in antitesi all’associazione: l’ accostamento ,
ovvero la giustapposizione di due immagini che non hanno nessun elemento di raccordo.
I diversi tipi di legame danno luogo a grandi modelli di “andamento sintattico”, a modi di
costruzione del discorso ricorrenti. le diverse maniere in cui si connettono le immagini si
raccolgono attorno ad alcune soluzioni tipiche che rinviano ciascuna a una certa idea di
montaggio. Forme sintattiche di base:
3.5 I regimi di scrittura
Ogni film è caratterizzato dalla messa in opera di solo alcune delle categorie che abbiamo
visto. Ne deriva un sistema di scelte coerente e motivato, articolato per addensamenti e
rarefazioni intorno ad alcune opzioni, che finisce per marcare l’individualità e organicità di
un testo.
Nella definizione di questi sistemi di opzioni, due sono le alternative problematiche di
fondo:
parzialità dei punti di vista, esalta le manipolazioni del montaggio, si rende avvertibile come esplicito filtro della realtà.
In questo caso l’unitarietà è solo di stile: il principio d’ordine c’è, ma è determinato di volta in volta. Scrittura e lettura sono rese molto difficoltose.
4.1 La rappresentazione
Il termine di rappresentazione sta ad indicare per un verso l’allestimento di una raffigurazione o di una recita, per l’altro la raffigurazione o la recita stessa. Dato che il nostro approccio al cinema è di carattere strutturale e categoriale, e non generativo, privilegeremo il risultato piuttosto che il processo, l’immagine ottenuta più che i passaggi compiuti per ottenerla, anche se questi non saranno del tutto tagliati fuori dall’analisi. Inoltre, nella natura stessa della rappresentazione (“stare per”) risiedono le radici di un doppio percorso: da un lato verso la ripresentazione e ricostruzione fedele del mondo, dall’altro verso la costruzione di un “mondo a sé” ambiguità duplice tra processo/risultato e riproduzione/produzione.
Queste due ambiguità, di termine e di direzione, percorrono e rendono difficile il cammino
dell’analisi.
4.2 I livello della rappresentazione
4.2.1 I tre livelli della rappresentazione
Davanti ad un’immagine filmica, abbiamo la sensazione che essa metta in gioco tre grandi
piani di funzionamento:
voci fuori campo, ecc. livello delle modalità di rappresentazione
e ci fa prefigurare ciò che avverrà in seguito. Sono le relazioni che le immagini intrattengono tra di loro livello dei legami
Di solito questi tre livelli vengono riportati ad altrettante fasi del lavoro cinematografico:
LA MESSA IN SCENA (1)
Si tratta di “allestire” ed “arredare” l’universo raffigurato dal film: si definisce il mondo da
rappresentare e lo si dota di tutti gli elementi che esso richiede. E’ qui che l’analisi fa i conti
con il contenuto dell’immagine:oggetti, persone, paesaggi, gesti, parole, situazioni,
psicologie, ecc. Tutti questi dati possono essere fondamentalmente classificati in:
Quello che è apparentemente l’oggetto del discorso può rivelarsi un semplice pretesto
narrativo, è la struttura tematica complessiva che indica che cosa sta al centro della
messa in scena.
Un secondo modo di organizzare i dati di un testo filmico può invece puntare a ricostruire:
LA MESSA IN QUADRO (2)
Messa in scena e messa in quadro sono operazioni molto interdipendenti fra di loro: non si
dà un contenuto senza una modalità di espressione. Alcuni elementi del contenuto
determinano le modalità di ripresa (ad es. i protagonisti al centro dell’immagine). Ma anche
le forme di ripresa (campo lungo piuttosto che primo piano, ripresa frontale o dall’alto,
ecc.) determinano la forma di realtà rappresentata, e quindi la messa in scena. Spesso si
deve ricorrere alla manipolazione degli elementi rappresentati in quanto essi, colti al
naturale, non vengono restituiti con la fedeltà ed evidenza sperate. La scelta di una certa
messa in quadro determina una data forma di messa in scena.
La messa in quadro, in ogni caso, definisce il tipo di sguardo che il film getta sul mondo. E
a questo livello pertengono temi di analisi quali la scelta del punto di vista, la selezione su