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Lo sviluppo della comunicazione intenzionale nel bambino, a partire dai primi mesi di vita. Vengono descritti i meccanismi di interazione sociale e di attenzione condivisa che emergono già a 2-3 mesi di vita, come la capacità del bambino di rispondere ai segnali sociali e di produrli, creando i primi episodi di interazione sociale. Viene inoltre approfondito il ruolo dei gesti comunicativi, distinguendo tra gesti deittici (con funzione richiestiva o dichiarativa) e gesti referenziali, che precedono l'emergere della parola corrispondente. Particolare attenzione è dedicata alle differenze nell'uso dei gesti comunicativi tra bambini con sviluppo tipico e bambini con disturbo dello spettro autistico, evidenziando le difficoltà di questi ultimi nell'uso del gesto indicare con funzione dichiarativa, legato alla capacità di comprendere gli stati mentali dell'interlocutore.
Tipologia: Dispense
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Generalmente le prime parole compaiono intorno ai 12 mesi prima di questa età l'infante (ovvero il bambino che ancora non parla) è capace di comunicare i propri desideri e i propri bisogni attraverso i vocalizzi e i gesti. Lo studio sullo sviluppo comunicativo durante il primo anno di vita ha evidenziato due importanti transazioni evolutive: la transazione da comunicazione non intenzionale a comunicazione intenzionale e la transazione da comunicazione gestuale a comunicazione verbale.
1. FASI DELLO SVILUPPO COMUNICATIVO. 1.1. L’interazione diadica e triadica e l’attenzione condivisa. Già nei primissimi giorni di vita il bambino risponde in maniera selettiva agli stimoli sociali, infatti, preferiscono figure schematiche di facce, figure di volti, i movimenti prodotti da esseri animati piuttosto che prodotti da computer; inoltre preferiscono la voce, il volto e l'odore della madre rispetto a quelli di altre donne. La preferenza dei neonati per figure simili alle facce dipende da un meccanismo sottocorticale detto CONSPEC presente alla nascita che rileva in modo primitivo le caratteristiche base del volto umano ed è sensibile alle caratteristiche strutturali delle facce, ma non a quelle distintive. Tale meccanismo basterebbe a orientare il bambino verso l’ambiente umano piuttosto che verso l’ambiente fisico. Dopo due mesi di vita emerge un altro meccanismo detto CONLEARN che in seguito all’esposizione del bambino ai volti delle persone si attiverà per rispondere alle facce in modo preferenziale rispetto a stimoli non facce, come gli oggetti. Perciò si può dire che l’infante è socialmente responsivo, ma anche socialmente attivo perché produce segnali, cioè i comportamenti di pianto e sorriso: questi comportamenti anche se sono prodotti in modo non intenzionale vengono interpretati come indicatori di disagio e dolore, oppure di gioia o piacere e quindi totalmente talmente importanti che non si può evitare di rispondervi. Inoltre, in condizioni sperimentali è stato anche notato che il bambino è capace di produrre espressioni facciali per imitazione dell'adulto, come alcuni movimenti della bocca e questo è stato spiegato con la successiva scoperta dei neuroni specchio. La capacità del bambino di rispondere ai segnali sociali e di produrli crea i primi episodi di interazione sociale e questo avviene all'età di due mesi. Si tratta di s cambi di natura “diadica” realizzati faccia a faccia senza che ci sia un evento o un oggetto su cui comunicare. In questa fase precoce dello sviluppo comunicativo madre e bambino producono segnali quali sorrisi, mimica facciale e vocalizzi attraverso una sequenza di turni poiché madre e bambino sono sincronizzati in questi scambi tanto che alcuni autori hanno parlato di “danza conversazionale”, “pseudo dialogo” o “protoconversazione”. In questo caso parliamo inoltre di intersoggettività primaria che sta a delineare il coinvolgimento emotivo e affettivo profondo tra i due partner, entrambi ugualmente impegnati nello scambio sociale anche se c'è differenza del loro status psicologico, dato che l'adulto ha una soggettività più matura del bambino. L’intersoggettività primaria è la capacità del bambino di entrare in una relazione diretta di tipo espressivo, emotivo e corporeo con la persona che si occupa di lui. Questa relazione è fatta di contatti di sguardi di contatto fisico, di scambi vocali in cui ciò che conta non è tanto il significato delle parole ma la tonalità affettiva che viene trasmessa (si parla di motherese per indicare il modo con cui il genitore parla con il bambino piccolo). Un elemento importante è la reciprocità, la capacità, cioè di rispondere in modo reciproco alle espressioni, ai gesti e al contatto fisico dell’altro. L'aggettivo primaria ci ricorda che la comunicazione realizzata in questo periodo rappresenta una fase iniziale centrata sullo scambio di affetti emozioni espressioni facciali e non nello scambio di dialoghi su un argomento preciso. La comunicazione faccia a faccia può essere definita come preintenzionale , questo perché il bambino è come un partner comunicativo, ma non ne è consapevole: è l’adulto che raccoglie i segnali del bambino per imitarli a sua volta ed ecco che il bambino diventa un partner “conversazionale”, anche se ancora non lo è per suo merito. Per concludere durante i primi 6 mesi di vita il bambino si impegna in interazioni a “due” (ecco perché si parla di interazione diadica ) cioè soltanto con l’adulto, senza un oggetto su cui comunicare, oppure soltanto con l’oggetto, in assenza dell’adulto. Proprio per questo succede che il bambino mentre gioca con un oggetto interrompe l’attività per comunicare con il genitore, o viceversa, interrompe la comunicazione con il genitore per manipolare un oggetto appena trovato. Dai 6 mesi in poi assistiamo a un fenomeno nuovo: il bambino comincia ad alternare lo sguardo tra l'adulto e l’oggetto/evento esterno così l'interazione diadica diventa interazione triadica , perciò l'oggetto diventa
qualcosa su cui comunicare, diventa il potenziale argomento della conversazione. In questa fase si parla di intersoggettività secondaria , che si afferma intorno ai 4 mesi e riguarda la capacità del bambino di entrare in relazione con l’altro condividendo con lui l’interesse per una terza cosa o persona. Implica quindi la capacità di attenzione condivisa. Compare in questa fase la capacità del bambino di attirare l’attenzione dell’adulto su qualcosa che a lui interessa, indicandola per poterla ottenere (indicare richiestivo) oppure portando o indicando la cosa stessa per “farla vedere” al genitore (indicare dichiarativo). In questa fase diventano sempre più frequenti, perciò, gli episodi di attenzione condivisa , in cui l’adulto e il bambino guardano lo stesso oggetto/evento; quindi, condividono l’attenzione verso un oggetto esterno, mantenendo allo stesso tempo un coinvolgimento sociale reciproco. L’attenzione condivisa può essere osservata in una forma primitiva, cioè nella capacità del bambino di seguire la direzione dello sguardo dell’adulto e questo può accadere a partire dai 3 mesi di vita (in pochi bambini) fino ad arrivare agli 8 mesi (in quasi tutti i bambini). È stata quindi descritta la sequenza evolutiva dello sviluppo dell’attenzione condivisa per cui
all’ambiente esterno. Il volto e la voce umana sono stimoli che rivestono un ruolo importante nell’attivazione delle risposte infantili nei primi 2 mesi; perciò, il sorriso esogeno è in particolare causato da questi stimoli. 3) Sorriso sociale, è una risposta selettiva al comportamento degli adulti, in particolare ai familiari. L’interazione faccia a faccia favorisce l’espressività facciale e quindi di conseguenza la produzione del sorriso, che diventa un mezzo di comunicazione affettiva e di sviluppo dell’intersoggettività primaria. 2.2. Suoni, vocalizzi e lallazione. Nelle prime 2-3 settimane di vita l’infante produce solo suoni di natura vegetativa (ruttini, sbadigli) e suoni legati al pianto. Gradualmente questi suoni, detti “pre-pianto” si dissociano dal loro contesto originario e cominciano ad essere prodotti quando il bambino si trova in uno stato di benessere. Così compaiono le prime reazioni circolari vocaliche , cioè l'infante ripete i suoni che ha scoperto per caso e comincia a giocarci. Tra i 2 e i 3 mesi compaiono le imitazioni vocali che di solito coinvolgono il bambino e il genitore. Nell’ambito dei suoni prelinguistici, i vocalizzi non di pianto si stabiliscono tra i 2-6 mesi, mentre i suoni consonantici compaiono dai 5 mesi in poi. Durante questo periodo la vocalità viene prodotta dal bambino al solo scopo di esplorare i suoni offerti dalla propria lingua e di esercitarsi a riprodurli. Questi vocalizzi sono presenti nello scambio diadico tra adulto e bambino andando a costituire una protoconversazione ed è quindi proprio all’interno di questi episodi interattivi che si sviluppa il pre-linguaggio. La sequenza consonante-vocale (CV) compare intorno ai 6-7 mesi: il bambino ripete ad esempio “da”, “ma” e a volte le ripete in due o più volte consecutive “dadada”, “mamama” nella cosidetta lallazione canonica. Le ripetizioni di “mama” o “papa” al genitore sembrano delle vere e proprie parole, ma non è così: il bambino a questa età riproduce i suoni per il piacere di farlo e per esercizio, non hanno un significato, non stanno evocando la figura di un genitore in particolare. Questo esercizio viene fatto per scoprire i suoni della lingua madre. Verso i 10-12 mesi compare la lallazione variata , in cui il bambino produce combinazioni sillabiche complesse, come “bada”, “dadu”. Sempre a questa età compaiono i primi suoni simili a parole o “protoparole”. Poi successivamente il bambino diventa capace di imitare, anche se con errori fonetici, qualsiasi parola di due sillabe (Paolo diventa “pallo”) e se imitano parole di tre sillabe, di solito vengono omesse alcune sillabe (caramella diventa “mella”) oppure vengono pronunciate con storpiature fonetiche.
2.3. Gesti comunicativi. Tra i 9-12 mesi il bambino comincia ad utilizzare i gesti per esprimere le proprie intenzioni comunicative: indica, mostra, offre, dà, fa richieste ritualizzate. Nella figura sottostante sono riportate le caratteristiche del gesto comunicativo, confrontandole con quelle che si ritrovano nei bambini autistici e nei primati non umani. Questi gesti nei bambini con sviluppo tipico hanno a) Natura triadica , vengono usati per indirizzare l’interlocutore verso un evento/oggetto esterno b) Distali , il destinatario del gesto non viene messo in azione “meccanicamente”, attraverso il contatto fisico, ma a distanza c) Implica il contatto visivo o l’alternanza del contatto d) Prodotto sia con intenzione richiestiva, sia con intenzione dichiarativa Essendo gesti utilizzano la motricità, così come per le azioni strumentali: la differenza è che mentre le azioni strumentali servono per raggiungere un obiettivo nel mondo fisico, i gesti servono a comunicare l’obiettivo da raggiungere (ciò che vogliamo ottenere) a un’altra persona, la quale potrà interpretare il significato solo in relazione al contesto in cui il gesto viene prodotto. Per questa ragione si ricorre al termine DEISSI , cioè l’insieme delle espressioni prodotte dalla persona, in una specifica situazione spazio- temporale: perciò questi gesti, la cui interpretazione dipende dal contesto in cui sono prodotti, vengono chiamati “ deittici ” e sono detti anche “ performativi ” perché implicano la realizzazione dell’azione. A partire dai 12 mesi compare un nuovo tipo di gesti, detti referenziali o rappresentativi , che a differenza dei gesti deittici esprimono un’intenzione comunicativa e rappresentano un referente specifico: il loro significato non varia al cambiare del contesto (aprire e chiudere la mano per dire “ciao”; scuotere la testa per dire “no”). Questi gesti nascono dai “giochi di fare finta” (gioco simbolico) e nelle routine sociali con l’adulto, attraverso l’imitazione. Successivamente questi gesti si distaccano dal contesto, vengono decontestualizzati, e vengono utilizzati sempre di più per scopi comunicativi veri e propri, piuttosto che per giochi simbolici o come schemi di azione. Ad esempio, il bambino che prima ballava solo quando sentiva una certa musica, successivamente balla per chiedere alla madre di accendere la radio. Nello stesso periodo in cui compaiono i gesti referenziali, compaiono anche le prime parole, le quali, come i gesti sono legate a situazioni specifiche e solo man mano vengono decontestualizzate. L’uso del gesto per rappresentare un oggetto specifico precede l’emergere della parola corrispondente all’oggetto e l’utilizzo di combinazioni gesto-parola precede le combinazioni di due parole. Inoltre, quando il linguaggio verbale comincia a consolidarsi fino a raggiungere le circa 50 parole, l’uso dei gesti referenziali diminuisce gradualmente fino a scomparire. Perciò i gesti referenziali sono un fenomeno caratteristico del primo sviluppo linguistico e consentono al bambino di comunicare utilizzando gesti ben esercitati piuttosto che sequenze vocaliche ancora incerte.
dimostrato che il bambino in presenza di uno stimolo prossimale producono sia richiesta ritualizzata, sia il gesto di indicare, mentre in presenza di uno stimolo distale i bambini producevano solo l’indicare: quindi in conclusione i bambini usano la richiesta ritualizzata per esprimere il desiderio di ottenere un oggetto; invece, il gesto di indicare viene usato come intenzione dichiarativa, quindi per condividere con l’interlocutore l’interesse o l’attenzione sull’oggetto indicato. In conclusione, nessuna delle due ipotesi è stata verificata completamente: il gesto di indicare non sembra originare dalla richiesta ritualizzata (prensione) e non ha una funzione esclusivamente contemplativa (dichiarativa) dato che viene usato anche per esprimere una richiesta (richiestiva). 3.2. Le intenzioni del gesto indicare. Il gesto di indicare viene usato dai bambini con due diversi intenti comunicativi: con intenzione richiestiva , per richiedere un oggetto desiderato e con intenzione dichiarativa , per condividere l’interesse o l’attenzione su un evento/oggetto esterno. Queste due intenzioni corrispondono a sequenze comunicative diverse che implicano differenti forme di uso di strumenti: nel primo caso il bambino utilizza l’adulto come strumento per ottenere l’oggetto desiderato, mentre nel secondo caso utilizza l’oggetto come strumento per ottenere l’attenzione dell’adulto. Nella sequenza di sviluppo tra l’ indicare richiestivo e l’ indicare dichiarativo è stato osservato che è sempre presente prima lo sviluppo dell’indicare richiestivo e poi dell’indicare dichiarativo. L’indicare dichiarativo ha ottenuto una maggiore attenzione, infatti recentemente Tomasello ha ipotizzato che il gesto dichiarativo sia collegato alla capacità umana di condividere con l’altro l’intenzionalità, che richiede la presenza di abilità sociocognitive (condivisione dell’attenzione e comunicazione intenzionale) e di abilità sociomotivazionali (motivazione ad aiutare l’altro e condivisione di emozioni e attitudini). Queste capacità sono presenti fin dall’inizio della comparsa del gesto indicare e permettono la comprensione degli stati mentali dell’interlocutore che sono relativi ad attenzione, conoscenze e intenzioni. Nel secondo anno di vita il bambino utilizza l’indicare con intenzione informativa sia in comprensione, cioè, comprende dove deve cercare un oggetto nascosto quando l’adulto gli indica dove è nascosto, sia in produzione, cioè, indica all’adulto dove si trova l’oggetto che sta cercando. In conclusione, l’acquisizione della capacità di usare l’indicare richiestivo con funzione comunicativa/informativa emerge gradualmente, attraverso l’attenzione condivisa, in cui mette in atto i proprio comportamenti, gesti e azioni per interagire con l'altro. Il fatto che il bambino metta in atto questi comportamenti non si sa ancora se dipende dal fatto che ha già acquisito queste funzioni sociocognitive o se le acquisisce proprio attraverso queste situazioni: Tomasello sostiene che il gesto indicare compare quando il bambino ha già acquisito tali funzioni; invece, dall’altro lato l’uso del gesto potrebbe favorire lo sviluppo di queste funzioni, come ad esempio concepire l’altro come agente intenzionale o come agente. QUADRO 4.2. IL GESTO DI INDICARE E’ UN PRECURSORE DELLA TEORIA DELLA MENTE? La teoria della mente si riferisce alla capacità di capire e prevedere il comportamento sulla base della comprensione degli stati mentali, quali intenzioni, emozioni, desideri e credenze proprie e altrui. Questa capacità viene raggiunta dal bambino intorno ai 3 anni di età e secondo alcuni studiosi è possibile che l’ indicare dichiarativo sia il precursore della teoria della mente. Secondo Baron-Cohen la comprensione dell’attenzione negli altri avviene a diversi livelli: a un primo livello questa comprensione si basa sugli aspetti comportamentali dell’attenzione; quindi, ciò che la persona vede o non vede; a un livello più complesso la comprensione fa riferimento agli stati mentali, come ad esempio l’essere interessati a qualcosa. Il secondo livello è necessario per il verificarsi della comunicazione dichiarativa , in cui è presente l’interazione mentale tra la persona e l’oggetto. Anche secondo Camaioni la comunicazione dichiarativa sia alla base della teoria della mente. Quando il bambino indica un evento/oggetto nell’ambiente vuole influenzare l’atteggiamento psicologico dell’altro in relazione a quell’aspetto (evento/oggetto) per condividere l’esperienza. Questo implica la comprensione del fatto che le persone sono capaci di mostrare attenzione e interesse per determinate cose (oggetto/evento) e che questi stati mentali si possono condividere.
Gli studiosi a favore di questa ipotesi condividono prove a suo favore, cioè: i primati non umani e i bambini autistici non sviluppano una teoria della mente e infatti non producono l’indicare dichiarativo, ma solamente l’indicare richiestivo. 3.3. Gesto di indicare e sviluppo del linguaggio. Il gesto di indicare è fondamentale nell’acquisizione del linguaggio e segna la continuità da comunicazione gestuale a comunicazione verbale. I bambini che usano maggiormente il gesto di indicare in età precoce presentano in età più avanzata una maggiore capacità linguistica. Sulla base di questi risultati la capacità di usare il gesto di indicare è stata inserita come criterio in strumenti che valutano il primo linguaggio, come ad esempio nel Questionario sullo sviluppo comunicativo e linguistico nel secondo anno di vita e nel Questionario sul primo linguaggio. Anche l’età in cui compare il gesto è importante ed è correlata con lo sviluppo linguistico: prima il bambino impara a usare l’indicare per orientare l’attenzione dell’interlocutore (ad es. prima di 12 mesi), più avanzato è il suo successivo sviluppo del linguaggio. Inoltre, la relazione maggiore sembra esserci con l’ indicare dichiarativo , piuttosto che con l’indicare richiestivo. Questa correlazione non può essere spiegata in termini di causa-effetto perché il gesto di indicare costituisce la prima forma di comunicazione non linguistica che dipende dall’acquisizione di abilità necessarie alla comparsa del linguaggio e allo stesso tempo l’uso del gesto di indicare crea l’interazione tra bambino e adulto che stimola lo sviluppo del linguaggio. 3.4. Il gesto di indicare nei bambini con disturbo dello spettro autistico. L’autismo o, meglio, denominato “disturbi dello spettro autistico”, è un disturbo del neuro-sviluppo che coinvolge principalmente linguaggio e comunicazione, interazione sociale, interessi ristretti, stereotipati e comportamenti ripetitivi. I genitori di bambini autistici iniziano a rendersi conto che il proprio figlio ha problemi proprio per il mancato o ritardato sviluppo del linguaggio; infatti, il deficit comunicativo si presenta in tutte le fasi dello sviluppo. Nella fase prelinguistica i bambini autistici presentano difficoltà riguardo l’ interazione triadica e l’ attenzione condivisa. I bambini autistici guardano l’interlocutore quando sono impegnati in uno scambio diadico (giocare a palla, fare il solletico, fare un gioco sociale) e comprendono la direzione dello sguardo dell’interlocutore; però non sono in grado di usare l’attenzione condivisa, cioè non alternano lo sguardo tra l’interlocutore e l’oggetto, a meno che non richiedono l’aiuto del partner per ottenere un oggetto o un’azione. Inoltre, non hanno in sé il processo del riferimento sociale , cioè non guardano il volto dell’adulto per capire come comportarsi in situazioni ambigue. Quindi sono capaci di usare lo sguardo nell’interazione con l’altro, ma non hanno la capacità di condividere l’attenzione con l’altro attraverso lo sguardo. I bambini autistici hanno un ampio repertorio di gesti, i quali però sono caratterizzati dalle stereotipie (sequenza invariata e costante di uno o più comportamenti). I gesti che usano di più sono: “ di contatto ”, come prendere la mano dell’adulto e portarla sull’oggetto desiderato senza guardarlo negli occhi oppure portare un oggetto all’adulto e guardarlo aspettando la risposta; alcuni gesti distali ( per ottenere l’aiuto dell’adulto; gesti distali, come l’indicare richiestivo; in alcuni bambini autistici vengono prodotti i gesti referenziali , come “ciao”, “no” e “battere le mani”, ma rispetto ai bambini con sviluppo tipico vengono prodotti raramente e sono limitati. Riguardo l’utilizzo del gesto indicare con funzione dichiarativa e con funzione richiestiva è stato osservato che i bambini autistici sono in grado di comprendere la direzione dello sguardo dell’adulto, producono e comprendono l’indicare richiestivo, ma hanno difficoltà nel produrre e comprendere l’indicare dichiarativo, che viene usato per condividere con l’interlocutore l’interesse per un oggetto/evento dell’ambiente. In conclusione, nei bambini autistici è presente l’intenzione comunicativa richiestiva, ma risulta carente o assente l’intenzione comunicativa dichiarativa e questo ha portato a definire come indicatore del disturbo autistico la mancanza dell’indicare dichiarativo, tanto da includerlo negli strumenti diagnostici. La difficoltà delle persone autistiche nell’indicazione dichiarativa risiede nel fatto che la comunicazione dichiarativa si basa su capacità complesse, cioè il riconoscimento degli stati interni dell’altro e la comprensione dell’altro come un soggetto pensante con il quale si possono condividere le proprie