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Una guida alla Divina Commedia di Dante, analizzando l'allegoria fondamentale e l'invenzione strutturale dell'opera. Vengono descritti i personaggi principali, i luoghi e le tematiche affrontate. Inoltre, viene fornita una cronologia del lavoro di Dante sulla Commedia e viene spiegato il significato del titolo dell'opera.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Dante: guida alla Divina Commedia
Nel XVI del Purgatorio, attraverso il discorso di Marco Lombardo, Dante dice che se il mondo disvìa , la causa va ricercata nel libero arbitrio degli uomini, non nelle influenze celesti. L’anima umana è naturalmente incline al bene, ma proprio per questo può ingannarsi e si inganna dal falso bene delle cose mondane; da qui deriva la necessità della legge positiva e di un esecutore di giustizia, che però mancava, perché l’imperatore non era stato ancora incoronato e il papa non ha la virtù necessaria ad amministrare la giustizia. L’imperatore monarca, possedendo tutto, è immune da cupidigia, e perciò può amministrare la giustizia con perfetta equità. Nessun altro uomo è immune da cupidigia, neanche il papa. Dante dichiara che la donazione di Roma al papa da parte di Costantino fu illegittima, e principio del temporalismo ecclesiastico. Per il cristiano Dante, i lineamenti fondamentali della storia umana dalla Resurrezione di Cristo alla Fine del tempo, sono scritti nell’ Apocalisse di San Giovanni. Nello schema apocalittico, l’insorgenza trionfante del male precede immediatamente la vittoria del Messia. La figura del Veltro unisce tratti romano-imperiali a una fisionomia escatologica: dopo la vittoria del Veltro, la cupidiga, con tutto il male che ne consegue, sarà esclusa dal mondo. Dante chiama ad agire, fa appello alla responsabilità di ciascuno e di tutti, incita a combattere contro il male nella storia, più che ad attendere la fine di essa. Dante sa che il trionfo del bene avverrà nel segno storico dell’aquila romana, nel nome di quel popolo santo cui Dio ha affidato l’Impero. È importante la rivelazione di Beatrice nel XXXIII del Purgatorio, nel momento dopo la rappresentazione della cattività avignonese ( un gigante feroce che rapisce la puttana e il suo mostruoso carro): enigma di Cinquecento diece e cinque si scoglie in DXV, anagramma di DVX; ma soprattutto conta il messo di Dio sia presentato quale erede dell’Aquila, cioè un imperatore romano.
sconfitta: la vera pena di Farinata non è il fuoco, ma l’umiliazione politica, e ancor di più, la sofferenza per l’odio, per il suo nome e per i suoi cari da parte della patria tanto amata. Il secondo personaggio interrompre il dialogo tra Dante e Farinata a metà dell’episodio, che guarda con ansia se qualcuno accompagni il viaggiatore e poi, dolorosamente deluso, piange chiedendo notizie del figlio: Cavalcante de’ Cavalcanti ha pensato che Dante stia compiendo il suo viaggio per sola virtù d’intelletto, e ha quindi sperato che con lui ci fosse anche Guido, ma poco dopo Cavalcante intende che il figlio è morto: il padre crolla, resta prigioniero del suo errore anche dopo che l’eterna condanna glielo ha rivelato: egli sente disperatamente l’inevitabile sconfitta, in sé stesso e anche nel figlio. Nel canto dei suicidi (XIII Inferno) c’è in primo piano Pietro delle Vigne , cancelliere dell’imperatore Federico II, accusato di tradimento e rinchiuso in un carcere pisano, dove si uccise. Autore di qualche poesia siciliana, grande scrittore di prosa latina, cultore e innovatore dello stile romano. La scena del canto si presenta misteriosamente vuota di presenza umana: Dante sente dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso, mentre dal fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore. Il maestro invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia; questa rappresentazione suggerisce il rifiuto del corpo umano da parte del suicida; la descrizione del tronco parlante è orrorosa. Nel suo discorso, Pietro intreccia il giuramento solenne di innocenza dalle accuse di infedeltà al sovrano, con l’analisi del gesto suicida, ma traspare anche il compiacimento orgoglioso per la posizione personale raggiunta. Il suicidio viene visto come l’atto in cui autodistruzione e vittimismo, odio e culto di sé sono indissolubili. Anche i consiglieri di frode sono puniti in un modo che sottrae alla vista la loro forma umana: per loro, la fantasia del poeta ha scelto non una forma vegetale, come per i suicidi, o animale, come per i ladri, ma il fuoco, la pena infernale per eccellenza, ma anche immagine del desiderio (sessuale/intellettuale), che offre inoltre un potente effetto visivo. Protagonista del XXVI canto è Ulisse , la cui vicenda è ritenuta storica quasi quanto quella di Enea. Ulisse è punito insieme a Diomede, avendo tramato insieme gli inganni per i quali è dannato, primo tra tutti l’agguato del cavallo che decise la guerra di Troia. Ma Ulisse si trova qui non tanto per essere stato un astuto ingannatore, bensì per la sua intelligenza inquieta, che si presenta nel peccato perché vista come sete di conoscenza: il desiderio naturale di sapere insorge in Ulisse come il più forte impulso esistenziale, che vince ogni altro sentimento. Ulisse però si accorgerà che la sete naturale di conoscenza non è affatto saziata. Mentre Dante sa, dalla Rivelazione, che il suo desiderio di conoscenza verrà saziato dalla visione eterna di Dio, Ulisse è sospinto dallo stesso desiderio in una direzione giusta, ma per una rotta che non può essere percorsa con “argomenti umani”: dunque è folle il volo di Ulisse nell’Oceano, non lo è il viaggio ultraterreno di Dante. Finito nel naufragio, il volo di Ulisse è stato folle, ma la follia non è altro che la ricerca di un oggetto indisponibile, che porta a un fallimento ineluttabile. Dante non esalta né condanna la sfida di Ulisse, che rappresenta drammaticamente l’uomo inappagato dalla verità. Un legame tematico molto preciso è quello che si registra tra le apparizioni di Guido da Montefeltro (Inferno, XXVII), e di suo figlio Bonconte (Purgatorio, V): quest’ultimo si è salvato grazie a un pentimento estremo, l’altro si è dannato per mancanza di pentimento. Guido patisce, come Ulisse, la pena dei consiglieri di frode. La fiamma in cui arde la sua ombra è
di speranza, Piccarda aveva donato il cuore a Cristo, prendendo l’abito della Clarisse. Ella vide in Dio l’unico confidente e consoltare: a quel Dio, la bella Donati è ora congiunta in pace. Dante ritrae i santi come figure intellettuali e morali: uomini e donne che godono di una felicità piena, di cui sono parte viva la memoria del bene già operato e la cura sollecita per i fratelli ancora in via. L’esperienza terrena è per loro qualcosa come una sana giovinezza, dei cui eventuali errori la conquistata maturità può sorridere.