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Riassunto "Dante: guida alla Divina Commedia" di Giorgio Inglese, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Italiana

Una guida alla Divina Commedia di Dante, analizzando l'allegoria fondamentale e l'invenzione strutturale dell'opera. Vengono descritti i personaggi principali, i luoghi e le tematiche affrontate. Inoltre, viene fornita una cronologia del lavoro di Dante sulla Commedia e viene spiegato il significato del titolo dell'opera.

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2021/2022

In vendita dal 15/09/2022

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Dante: guida alla Divina Commedia
1. Allegoria fondamentale e unità narrativa
L’inizio della Commedia ( Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva
oscura…) segna tre punti di riferimento: il tempo dell’azione, il luogo, la presenza di un io narrante.
Si dichiarano trascorsi 1266 anni dalla morte di Cristo: siamo perciò nel 1300.
L’identità del narrante è rivelata per gradi: prima apprendiamo che professa l’arte letteraria, poi che
è amico della beata Beatrice, che è fiorentino; solo al 30 del Purgatorio Beatrice ne pronuncia il
nome.
Verbo “mi ritrovai indica un ritorno alla coscienza (risveglio dal torpore, o sonno in cui Dante era
immerso quando smarrì la verace via e entrò nella selva).
Dopo che esce dalla selva e va verso un colle illuminato dal primo sole, Dante viene affrontato da
tre bestie: una lonza, un leone e una lupa, la quale lo respinge nell’oscurità. (terzetto biblico).
Appare improvvisamente una figura di incerto contorno, che si presenta come lo spirito di Virgilio,
ricevendo l’omaggio di Dante.
Selva = vita mondana, afflitta dal peccato, ma anche deserto, valle, pelago (mare profondo e
tempestoso).
Verace via = Cristo
Sole = Dio
Colle illuminato da sole = felicità naturale e si identifica idealmente con la montagna dell’Eden
Bestie = tentazioni diaboliche, che impediscono a Dante di ritornare con le sole proprie forza alla
retta via.
Lonza= lussuria
Leone = superbia
Lupa = + pericolosa, immagine della cupidigia. Virgilio spiega che la lupa impedisce a chiunque di
accedere al colle, e continuerà così finché non sarà uccisa da un veltro, un cane da caccia.
Il suo smarrimento nella selva non è solo una condizione individuale, ma rappresenta anche lo
sviamento del genere umano in quel momento storico.
Infatti, la cupidigia non è tanto una tentazione personale di Dante, ma concretamente, la
manifestazione più grave della cupidiga è la Chiesa corrotta, che per sete di dominio si è fatta
nemica dell’Impero.
Dalla Provvidenza si aspetta dunque l’avvento di chi ristabilisca la giustizia e la pace, vincendo la
cupidigia (annuncio affidato a Virgilio).
Al peccatore Dante la misericordia divina ha inviato una guida che lo riconduca alla verità e alla
salvezza attraverso questo viaggio.
Virgilio preannuncia anche una successiva ascesa tra le beate genti, condotta da un’anima + degna
(Beatrice); come Dante rappresenta allegoricamente l’umanità, così Virgilio e Beatrice
rappresentano le due guide, coordinate tra loro, che Dio ha concesso all’umanità: la Ragione
naturale e la Rivelazione.
Virgilio poi assicura Dante che il viaggio è assistito da 3 donne celesti: Maria, Lucia e Beatrice, la
quale si è spinta nel Limbo per chiedere al poeta latino di farsi da guida per la prima parte del
tragitto.
Dante ha concepito per il suo viaggio oltremondano una cronologia serratissima.
L’esordio della commedia è in medias res, come nell’Eneide
Riassunto Inferno, Purgatorio, Paradiso
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Dante: guida alla Divina Commedia

  1. Allegoria fondamentale e unità narrativa L’inizio della Commedia ( Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura… ) segna tre punti di riferimento: il tempo dell’azione, il luogo, la presenza di un io narrante. Si dichiarano trascorsi 1266 anni dalla morte di Cristo: siamo perciò nel 1300. L’identità del narrante è rivelata per gradi: prima apprendiamo che professa l’arte letteraria, poi che è amico della beata Beatrice, che è fiorentino; solo al 30 del Purgatorio Beatrice ne pronuncia il nome. Verbo “ mi ritrovai ” indica un ritorno alla coscienza (risveglio dal torpore, o sonno in cui Dante era immerso quando smarrì la verace via e entrò nella selva). Dopo che esce dalla selva e va verso un colle illuminato dal primo sole, Dante viene affrontato da tre bestie: una lonza, un leone e una lupa, la quale lo respinge nell’oscurità. (terzetto biblico). Appare improvvisamente una figura di incerto contorno, che si presenta come lo spirito di Virgilio, ricevendo l’omaggio di Dante. Selva = vita mondana, afflitta dal peccato, ma anche deserto, valle, pelago (mare profondo e tempestoso). Verace via = Cristo Sole = Dio Colle illuminato da sole = felicità naturale e si identifica idealmente con la montagna dell’Eden Bestie = tentazioni diaboliche, che impediscono a Dante di ritornare con le sole proprie forza alla retta via. Lonza= lussuria Leone = superbia Lupa = + pericolosa, immagine della cupidigia. Virgilio spiega che la lupa impedisce a chiunque di accedere al colle, e continuerà così finché non sarà uccisa da un veltro, un cane da caccia. Il suo smarrimento nella selva non è solo una condizione individuale, ma rappresenta anche lo sviamento del genere umano in quel momento storico. Infatti, la cupidigia non è tanto una tentazione personale di Dante, ma concretamente, la manifestazione più grave della cupidiga è la Chiesa corrotta, che per sete di dominio si è fatta nemica dell’Impero. Dalla Provvidenza si aspetta dunque l’avvento di chi ristabilisca la giustizia e la pace, vincendo la cupidigia (annuncio affidato a Virgilio). Al peccatore Dante la misericordia divina ha inviato una guida che lo riconduca alla verità e alla salvezza attraverso questo viaggio. Virgilio preannuncia anche una successiva ascesa tra le beate genti, condotta da un’anima + degna (Beatrice); come Dante rappresenta allegoricamente l’umanità, così Virgilio e Beatrice rappresentano le due guide, coordinate tra loro, che Dio ha concesso all’umanità: la Ragione naturale e la Rivelazione. Virgilio poi assicura Dante che il viaggio è assistito da 3 donne celesti: Maria, Lucia e Beatrice, la quale si è spinta nel Limbo per chiedere al poeta latino di farsi da guida per la prima parte del tragitto. Dante ha concepito per il suo viaggio oltremondano una cronologia serratissima. L’esordio della commedia è in medias res, come nell’Eneide Riassunto Inferno, Purgatorio, Paradiso
  1. L’invenzione strutturale Secondo Boccaccio, i primi sette canti dell’Inferno sarebbero stati composti da Dante ancora a Firenze, prima dell’esilio, anche se non è stata ancora reperita alcuna prova sicura che permetta di collocare l’inizio effettivo del lavoro sul poema in anni anteriori al 1307. L’Inferno rimase disponibili a correzioni e interventi almeno fino all’aprile del 1314 (profezia della morte del papa Clemente V); il Purgatorio contiene un’allusione alla battaglia di Montecatini, agosto 1315; quanto al Paradiso, alcuni canti entrarono in circolazione dopo la morte di Dante. In conclusione, Dante lavorò al poema almeno per 15 anni. Per quanto riguarda il titolo, il poema dantesco fu subito noto come “Commedìa”. “Divina Commedia” è una formula boccacciana, che fu utilizzata come titolo a partire dal 1555. Dante scelse, come titolo generale, il sostantivo che indica il “genere”, ovvero lo stile dell’opera. In alcune attestazioni, Dante usa l’espressione comica verba con il significato di “lingua volgare”: l’autore vuole alludere non solo all’uso del volgare (fiorentino), ma più largamente al grado stilistico, all’insieme delle risorse letterarie impiegate. La Commedia non ha per protagonista un eroe severo e pieno di maestà, ma un uomo comune che non esita a mostrarsi anche come un bambino spaventato, che ha bisogno dell’amore di una madre. Questa scelta stilistica è tutta spirituale; Dante ha trovato il suo punto di riferimento in una realizzazione molto speciale di stile “umile”, ovvero la Sacra Scrittura. La Commedia narra la storia di un’anima, sotto la forma di un viaggio nei tre regni dell’Aldilà. Risulta probabile che Dante abbia avuto una versione del famoso Visio Pauli (resoconto di visioni d’Oltretomba), si ricorda anche la Visione di Alberico da Montecassino. Dante presenta sé stesso come il primo tra i moderni cui Dio abbia concesso di visitare la sua corte. E il solo vero modello letterario del suo viaggio è la discesa di Enea agli Inferi. Dante personaggio considera la discesa di Enea come un evento reale, voluto da Dio per favorire la fondazione dell’Impero romano. L’inferno di Dante può considerarsi come una rielaborazione di quello virgiliano: i Campi elisi sono stati ricreati da Dante in parte nel Limbo e in parte nell’Eden; l’incontro tra Enea e Anchise è il modello dell’incontro tra Dante personaggio e Cacciaguida.
    • Dante rappresenta l’Inferno come una voragine conica, il cui vertice tocca il centro della Terra. Subito oltre la porta, la pianura dell’Antinferno è sede di coloro che in vita non scelsero tra bene e male; il primo fiume infernale è l’Acheronte, di là del quale si trova il primo cerchio, o Limbo, che ospita gli innocenti non battezzati. Nei cerchi dal secondo al quinto, dati in custodia a personaggi o mostri della mitologia classica, trasformati in demoni, come Minosse, Cerbero, Pluto e Flegiàs, sono puniti i lussuriosi, i golosi, gli avari, gli iracondi con gli accidiosi. Subito dentro la città, nel sesto cerchio, ci sono gli eretici. Il settimo cerchio tormenta i violenti, e include il Flegetonte, un fiume di sangue bollente. L’ottavo cerchio detiene gli ingannatori, divisi in dieci fosse concentriche (bolge). Il nono cerchio, quello dei traditori, è un pozzo, sul fondo del quale stagnano ghiacciate le acque del fiume Cocìto. Posto al centro del globo, Lucifero ha la testa con 3 facce e il busto nell’emisfero settentrionale, le gambe nell’emisfero meridionale. Lungo un ruscello sotterraneo, la prigione di Lucifero comunica con la montagna dell’Eden, sulla cui cima, dai giorni della creazione, c’è il Paradiso terrestre. Da quando Cristo riconciliò l’umanità con Dio, le pendici sono sede del Purgatorio. L’ordine delle pene purgatoriali è diverso da quelle delle infernali, perché è riferito ai vizi capitali della morale cristiana. Inoltre, l’anima che si purga soggiorna per il tempo necessario in ciascuno dei gironi corrispondenti ai peccati commessi.
  1. Storia e Profezia Nella Commedia domina la polisemia (pluralità di significati), con un senso letterale e un senso allegorico/mistico. ✗ Il senso letterale ha una costituzione dinamica, caratterizzata dal ritorno di temi, che spesso sono chiariti a distanza di canti: per esempio, il tema dell’amore, esposto prima nel V dell’Inferno, trova il suo compimento nel discorso di Virgilio nel XVIII del Purgatorio; il motivo politico si sviluppa nel sesto di ogni cantica; il tema della virtù mondana e dell’orgoglio, posto nel IV e nel XV dell’Inferno, si completa nell’episodio dei superbi nei canti XI-XII del Purgatorio. Altri motivi profondi sono rappresentati da sistemi metaforici che abbracciano l’intero poema: la navigazione, come immagine dell’esistenza, perigliosa, ma se Dio lo concede, destinata a un porto tranquillo; la falconeria, come immagine dell’elevazione morale o del suo contrario; il mangiare, come immagine del conoscere. ✗ Nel senso allegorico, il rapporto tra figura e figurato non è di ordine convenzionale e arbitrario, ma è stabilito sul piano della realtà narrativa. È raro che la funziona allegorica ecceda la determinatezza del personaggio, e in questo modo si riveli. Ciò avviene chiaramente nel XXXII del Purgatorio, dove Beatrice recita la parte della verità rivelata, e quando scaccia la volpe; Virgilio nel IX dell’Inferno, davanti alle porte di Dite, rappresenterebbe una cultura (il paganesimo) e una facoltà (la ragione naturale) insufficienti a vincere il male. Questi episodi hanno sicuramente un proprio significato spirituale/mistico che sta al di là del velo letterale: si collocano su questo piano anche in tre sogni del Purgatorio: l’Aquila d’oro del IX canto (la grazie divina), la femmina balbuziente del XIX canto (i beni mondani), Lia nel XXVII canto (la vita attiva). Altrove Dante ricorre a complesse figurazioni, di tenore evidentemente simbolistico: è il caso della vicenda del Carro nel XXXII del Purgatorio, che figura la storia della Chiesa, dalla sua fondazione al papato di Clemente V. In ogni caso, non si può escludere che qualche altro momento della narrazione sia portatore di un soprasenso. La questione dell’allegorismo si lega strettamente con la questione della “visione” dantesca. La finzione narrativa ( fictio ) ci dice che Dante viaggia per l’Inferno e il Purgatorio con il corpo corruttibile e sensibilmente ; rimane invece indecisa la condizione in cui si è svolto il percorso celeste. Di fatto, l’ascensione attraverso i cieli fisici è descritta come se il protagonista la compisse con il corpo; per la visione dell’Empireo invece, San Bernardo usa un’espressione che nel linguaggio designa il rapimento dello spirito: ma perché ‘l tempo fugge che t’assonna… Secondo Dante l’alta poesia è una variante o una forma della scrittura profetica. I libri profetici del Vecchio Testamento suggeriscono alcuni tratti tipici e comuni: il profeta ha ricevuto da Dio l’incarico di manifestare i peccati del popolo; egli preannuncia a Israele la punizione imminente; ciò lo rende odioso ai concittadini; la giustizia regnerà, gli afflitti saranno consolati; l’annuncio della liberazione si incarna in un nome storico. Il mondo di Dante è Firenze, amata come il bell’ovile della fanciullezza e detestata come pianta di Satana, matrice del fiorino d’oro che ha corrotto la Chiesa. Firenze = antitesi del Paradiso Celeste. Nel XIV del Purgatorio, Guido del Duca disegna un’orrida carta della Toscana, ormai dimora di brutti porci (Casentino), botoli ringhiosi (Arezzo), lupi (Firenze), volpi (Pisa); Dante autore pronuncia l’invettiva contro Firenze nel VI del Purgatorio, accusando l’ingerenza della Chiesa nel dominio temporale, accusando l’ignavia crudele dell’imperatore Alberto d’Asburgo, e interrogando la divina Provvidenza.

Nel XVI del Purgatorio, attraverso il discorso di Marco Lombardo, Dante dice che se il mondo disvìa , la causa va ricercata nel libero arbitrio degli uomini, non nelle influenze celesti. L’anima umana è naturalmente incline al bene, ma proprio per questo può ingannarsi e si inganna dal falso bene delle cose mondane; da qui deriva la necessità della legge positiva e di un esecutore di giustizia, che però mancava, perché l’imperatore non era stato ancora incoronato e il papa non ha la virtù necessaria ad amministrare la giustizia. L’imperatore monarca, possedendo tutto, è immune da cupidigia, e perciò può amministrare la giustizia con perfetta equità. Nessun altro uomo è immune da cupidigia, neanche il papa. Dante dichiara che la donazione di Roma al papa da parte di Costantino fu illegittima, e principio del temporalismo ecclesiastico. Per il cristiano Dante, i lineamenti fondamentali della storia umana dalla Resurrezione di Cristo alla Fine del tempo, sono scritti nell’ Apocalisse di San Giovanni. Nello schema apocalittico, l’insorgenza trionfante del male precede immediatamente la vittoria del Messia. La figura del Veltro unisce tratti romano-imperiali a una fisionomia escatologica: dopo la vittoria del Veltro, la cupidiga, con tutto il male che ne consegue, sarà esclusa dal mondo. Dante chiama ad agire, fa appello alla responsabilità di ciascuno e di tutti, incita a combattere contro il male nella storia, più che ad attendere la fine di essa. Dante sa che il trionfo del bene avverrà nel segno storico dell’aquila romana, nel nome di quel popolo santo cui Dio ha affidato l’Impero. È importante la rivelazione di Beatrice nel XXXIII del Purgatorio, nel momento dopo la rappresentazione della cattività avignonese ( un gigante feroce che rapisce la puttana e il suo mostruoso carro): enigma di Cinquecento diece e cinque si scoglie in DXV, anagramma di DVX; ma soprattutto conta il messo di Dio sia presentato quale erede dell’Aquila, cioè un imperatore romano.

  1. Questioni di dottrina Dante viene spesso definito come il “cantore della rettitudine”: questa formula, quando per rettitudine si intende l’animus etico-politico di una ricognizione estesa all’intera vita del cosmo, si applica bene al poeta nella Commedia. Dante tenta di integrare alle basi razionali del pensiero cristiano la filosofia di Aristotele, tornata accessibile dopo il Medioevo. La Commedia nega che il desiderio di conoscenza, naturale nell’uomo, possa trovare soddisfazione nella vita terrena; il desiderio naturale si estende, fin dal suo nascere, a quel divino che potrà conoscersi solo oltre la vita terrena. Perciò le anime dannate, che non vedranno mai Dio, non troveranno mai un’autentica perfezione. Nella discussione teologica sul modo del rapporto tra i beati e Dio, Dante sceglie ancora Tommaso, che dà priorità all’intendere sull’amare: nel cielo del Sole, Salomone spiega che lo splendore dei beati è manifestazione del loro amore, il quale segue la cognizione. Giunto nel cielo della Luna, Dante interroga Beatrice sui segni bui visibili sulla faccia che il pianeta mostra alla Terra. La varia luminosità dei corpi celesti, delle stelle e della Luna dipende dalla molteplicità delle virtù, che sono più o meno preziose a seconda della materia. In principio Dio creò immediatamente le forme pure (gli angeli), la materia pura o prima, i composti indissolubili di forma e materia (i cieli). Il cielo Primo Mobile ha da Dio una virtù informante, che il contiguo cielo stellato distribuisce scondo diverse essenze; i cieli inferiori ricevono la virtù vitale dall’alto e per varie differenze la trasmettono sulla Terra. I movimenti celesti, da cui dipende il mondo sensibile, sono prodotti dagli angeli motori, nel cui volere si riflette la volontà creatrice di Dio. Insomma, l’uomo ha sotto i suoi occhi, nel mondo sensibile, l’immagine dell’amore divino.
  1. I personaggi Il soggetto letterale è il viaggio salvifico di un vivo attraverso i regni dell’Aldilà; il subiectum morale deve rivelare la misericordia divina, insieme alla giustizia. Ma il vero soggetto della fantasia dantesca non è il mondo dei morti, ma il nostro mondo, in tutte le varietà dell’esistenza: l’intero Aldilà è rappresentato sensibilmente con le forme del nostro mondo. In particolare, gli uomini che si presentano sulla scena, lo fanno con fisionomia e passioni di viventi: anche la disperazione assoluta e la beatitudine dell’amore sono passioni di viventi, non di spettri. Per il Dante filosofo, le anime vivono eternamente, nella pena o nella gioia; per il Dante poeta, ogni personaggio è colto nel momento culminante della sua vitalità, nel bene o nel male, fissato in un attimo senza fine: il bene e il male, compiuti nella vita terrena, decidono e anticipano il bene e il male eterni; in più, il bene e il male eterni prolungano in un certo senso il bene e il male terreni. La Commedia ricrea la funzione letteraria detta “personaggio”, cioè la rappresentazione dell’umano sotto la forma di individuo determinato. In Dante si verifica un’autentica e profonda conversione, dalla disperazione nell’Inferno alla più alta speranza nel Paradiso, dal torpore amaro del peccato all’estasi nella visione di Dio. Ogni tratto del viaggio, ogni situazione morale, si riflette in un approfondimento introspettivo. Il viaggio di Virgilio non può tradursi in un mutamento interiore, in quanto è pur sempre un dannato, e anche perché è una guida, già in pieno possesso di sé. I modi della presenza di Beatrice, nelle 3 cantiche, rispecchiano la situazione morale del protagonista. Nella sua breve discesa al Limbo, mentre Dante è sopraffatto dalla lupa, Beatrice piange per la compassione. Nell’Eden riappare con grande bellezza, santità; nel Paradiso infine, è maestra e duce, ma soprattutto realtà d’amore. Il primo grande episodio della Commedia ha per protagonista Francesca , figlia di Guido da Polenta, amante del cognato Paolo e con lui assassinata dal marito Gianciotto Malatesta. Si trova nel II cerchio dell’Inferno, dove i peccatori carnali sono trascinati da una bufera senza fine. L’autore ha messo in azione la metafora lirica della tempesta passionale, e specialmente erotica. Dante prova pietà, dolore, dinanzi a tanta umanità precipitata nel peccato e nella pena: egli sente tanto la situazione sia perché il viaggio è appena agli inizi, sia perché l’esperienza del peccato d’amore lo coinvolge profondamente. Nello stormo dei lussuriosi si distingue una coppia, cui Dante si rivolge con un grido affettuoso; Francesca avvia il racconto, appellandosi a versi famosi di Guinizzelli [ Al cor gentil rimpaira sempre Amore ]; Francesca è offesa, senza rimedio, della sua trasgressione, ma non possiede autentica coscienza del peccato commesso: nella morale dantesca, i dannati non possono davvero amare, e ciò che Francesca chiama amore non è altro che ardore estremo dei sensi, che continua a vivere nel personaggio. Come Paolo, che accanto a lei tace e piange, Francesca è un “cuore gentile”, che però non ha saputo distinguere e ordinare la bellezza morale, la bellezza dell’arte e la bellezza dei corpi. L’insistenza di Francesca sulla mediazione del libro e della lettura rivela lo sforzo di respingere la responsabilità personale del peccato: Dante però dà un giudizio etico negativo sulla letteratura che celebra l’eros e i suoi miti; lo stesso svenimento di Dante alla fine del canto sottolinea forse il fatto che il folle amore sia sì un appassionante fantasma letterario, ma anche un’autentica tragedia esistenziale, in cui tanti uomini e donne hanno perduto sé stessi. Il peccato dell’eresia, il rifiuto di accettare gli insegnamenti della Chiesa è esteso da Dante fino a comprendervi il bestiale rifiuto di un’evidentissima verità di ragione come l’immortalità dell’anima; qui ci sono due fiorentini che si dannano: il primo si presenta con un’apostrofe, nobilmente ordinata, e si manifesta in posa statuaria: egli è il capo dei ghibellini di Firenze, Manente degli Uberti, detto Farinata , che battè due volte i guelfi, ma poco dopo la sua morte la parte ghibellina fu

sconfitta: la vera pena di Farinata non è il fuoco, ma l’umiliazione politica, e ancor di più, la sofferenza per l’odio, per il suo nome e per i suoi cari da parte della patria tanto amata. Il secondo personaggio interrompre il dialogo tra Dante e Farinata a metà dell’episodio, che guarda con ansia se qualcuno accompagni il viaggiatore e poi, dolorosamente deluso, piange chiedendo notizie del figlio: Cavalcante de’ Cavalcanti ha pensato che Dante stia compiendo il suo viaggio per sola virtù d’intelletto, e ha quindi sperato che con lui ci fosse anche Guido, ma poco dopo Cavalcante intende che il figlio è morto: il padre crolla, resta prigioniero del suo errore anche dopo che l’eterna condanna glielo ha rivelato: egli sente disperatamente l’inevitabile sconfitta, in sé stesso e anche nel figlio. Nel canto dei suicidi (XIII Inferno) c’è in primo piano Pietro delle Vigne , cancelliere dell’imperatore Federico II, accusato di tradimento e rinchiuso in un carcere pisano, dove si uccise. Autore di qualche poesia siciliana, grande scrittore di prosa latina, cultore e innovatore dello stile romano. La scena del canto si presenta misteriosamente vuota di presenza umana: Dante sente dei lamenti da ogni parte e non vede chi li emette, perciò si ferma e rimane confuso. Egli crede che degli spiriti si nascondano tra le piante, ma Virgilio lo invita a spezzare un ramoscello da uno degli alberi. Dante obbedisce e appena ha spezzato il ramo di un albero, dal tronco esce la voce di uno spirito che lo accusa di essere impietoso, mentre dal fusto esce sangue nero. Dal tronco spezzato escono le parole, simili ad un soffio, e insieme il sangue, cosa che induce Dante a lasciar cadere a terra il ramo e a restare in attesa, pieno di timore. Il maestro invita il dannato a manifestarsi e a raccontare la sua storia; questa rappresentazione suggerisce il rifiuto del corpo umano da parte del suicida; la descrizione del tronco parlante è orrorosa. Nel suo discorso, Pietro intreccia il giuramento solenne di innocenza dalle accuse di infedeltà al sovrano, con l’analisi del gesto suicida, ma traspare anche il compiacimento orgoglioso per la posizione personale raggiunta. Il suicidio viene visto come l’atto in cui autodistruzione e vittimismo, odio e culto di sé sono indissolubili. Anche i consiglieri di frode sono puniti in un modo che sottrae alla vista la loro forma umana: per loro, la fantasia del poeta ha scelto non una forma vegetale, come per i suicidi, o animale, come per i ladri, ma il fuoco, la pena infernale per eccellenza, ma anche immagine del desiderio (sessuale/intellettuale), che offre inoltre un potente effetto visivo. Protagonista del XXVI canto è Ulisse , la cui vicenda è ritenuta storica quasi quanto quella di Enea. Ulisse è punito insieme a Diomede, avendo tramato insieme gli inganni per i quali è dannato, primo tra tutti l’agguato del cavallo che decise la guerra di Troia. Ma Ulisse si trova qui non tanto per essere stato un astuto ingannatore, bensì per la sua intelligenza inquieta, che si presenta nel peccato perché vista come sete di conoscenza: il desiderio naturale di sapere insorge in Ulisse come il più forte impulso esistenziale, che vince ogni altro sentimento. Ulisse però si accorgerà che la sete naturale di conoscenza non è affatto saziata. Mentre Dante sa, dalla Rivelazione, che il suo desiderio di conoscenza verrà saziato dalla visione eterna di Dio, Ulisse è sospinto dallo stesso desiderio in una direzione giusta, ma per una rotta che non può essere percorsa con “argomenti umani”: dunque è folle il volo di Ulisse nell’Oceano, non lo è il viaggio ultraterreno di Dante. Finito nel naufragio, il volo di Ulisse è stato folle, ma la follia non è altro che la ricerca di un oggetto indisponibile, che porta a un fallimento ineluttabile. Dante non esalta né condanna la sfida di Ulisse, che rappresenta drammaticamente l’uomo inappagato dalla verità. Un legame tematico molto preciso è quello che si registra tra le apparizioni di Guido da Montefeltro (Inferno, XXVII), e di suo figlio Bonconte (Purgatorio, V): quest’ultimo si è salvato grazie a un pentimento estremo, l’altro si è dannato per mancanza di pentimento. Guido patisce, come Ulisse, la pena dei consiglieri di frode. La fiamma in cui arde la sua ombra è

di speranza, Piccarda aveva donato il cuore a Cristo, prendendo l’abito della Clarisse. Ella vide in Dio l’unico confidente e consoltare: a quel Dio, la bella Donati è ora congiunta in pace. Dante ritrae i santi come figure intellettuali e morali: uomini e donne che godono di una felicità piena, di cui sono parte viva la memoria del bene già operato e la cura sollecita per i fratelli ancora in via. L’esperienza terrena è per loro qualcosa come una sana giovinezza, dei cui eventuali errori la conquistata maturità può sorridere.

  1. La poesia del molteplice concreto La sfida contenuta nella necessità di dare rappresentazione sensibile all’Aldilà, si risolve nel conferire un’animazione infernale, purgatoriale, paradisiaca alle forme del mondo terreno. La rappresentazione degli spiriti è risolta da Dante sul piano dottrinale con l’idea del corpo fittizio, che in Inferno e Purgatorio si traduce nell’immagine di un uomo vivo (talvolta devastato), mentre in Paradiso si presenta come una gemma fasciata di luce. La figura mostruosa si realizza con l’unione innaturale di elementi naturali/realistici secondo un impianto che può essere razionalmente simbolico, o più orroroso, a imitazione dell’esperienza onirica. Quanto ai luoghi, l’Inferno è in concreto una grotta enorme, immersa nel buio, ora balenante di fiamme, ora tormentata nell’acqua. Si incontrano paludi, fiumi ribollenti, burroni, tutto ciò che può rendere il cammino faticoso e penoso. Tutta diversa è l’atmosfera del Purgatorio, e soprattutto la sua luce, dato che il monte appartiene alla superficie terrestre e conosce giorno e notte, alba e tramonto. Caratteristica fondamentale è che nel Purgatorio l’espiazione è nel tempo. Qui il mare è un’illuminazione di pura bellezza e speranza, e anche per questo la seconda cantica è quella in cui può spiegarsi la varietà dei colori. Nell’Eden poi, la bellezza degli elementi e delle forme terrestri risplende al più alto grado. La visione paradisiaca ha come contenuto la luce intellettuale, in cui si esprime la natura divina. I tentativi di riferire direttamente lo spettacolo celeste sono rari. Più frequente è il ricorso alle similitudini. Soprattuto nella rappresentazione degli spiriti beati, soccorre il ricordo di quelle concrezioni di luce che sono le gemme. Nel paradiso ci sono poi complesse figurazioni, di disegno astratto, come avvenne nel cielo di Giove, in cui sullo sfondo argenteo del pianeta, i beati danzano componendo lettere, fino a una M che si trasforma poi nel contorno di un’aquila; o anche nel caso della geometria mistica della visione finale. La similitudine è il mezzo principale con il quale la poesia dantesca realizza la sua vocazione alla correlazione universale, alla sintesi tra i diversi aspetti del mondo umano e tra il mondo umano e il mondo della natura. La similitudine dantesca può essere breve e concentrata; può essere più complessa; può svariare dalle note “basse” alle “alte”, secondo la materia densa o rara; può implicare un contenuto mitologico, storico, o biblico; può fare riferimento al vario mondo dell’operare umano (modo di camminare dei frati); può paragonarsi alla psicologia; non mancano le similitudini “ipotetiche” Attraverso le similitudini, anche le piante e gli animali entrano nel sentimento dantesco, che li pervade mentre, tenendosi al di qua del fittizio, li umanizza; persino gli oggetti meccanici, fabbricati dall’uomo, possono animarsi e mutare il proprio suono metallico in una nota amorosa.
  1. Il viaggio del letterato Il personaggio narratore è un poeta e nel suo viaggio incontra altri poeti, confrontandosi con essi: questo confronto entra a far parte del flusso narrativo. Il rapporto con gli antichi è celebrato nel VI dell’ Inferno , quando Virgilio e Dante sono accolti, dinanzi al nobile castello, da una schiera di poeti: oltre a Omero ci sono Orazio, Ovidio e Lucano: manca Stazio, perché cristiano e quindi salvo, ma la sua presenza nel canone dei migliori è indubitabile. Infatti, dal canto XXI alla fine della seconda cantica, Stazio assume addirittura funzioni di guida per Dante: chiederà notizie su alcuni autori latini, come Terenzio, Cecilio, Plauto e Varro, e Virgilio risponde che questi sono nel Limbo, insieme a Giovenale e Persio, ma anche a quattro greci, tra cui Euripide. Dante presenta sé stesso come il poeta volgare che meglio è riuscito a entrare in contatto con l’arte dei sommi maestri, candidandosi all’incoronazione poetica. La scelta classicistica avrebbe consentito a Dante di sviluppare la propria scrittura poetica, mentre Cavalcanti si sarebbe negato tale possibilità di crescita: la divaricazione tra lui e Guido è posta da Dante in un momento determinato, quello in cui l’amico “ebbe a disdegno” di prendere Virgilio per maestro, o Beatrice per meta. Tuttavia, il distacco sancito nel X dell’ Inferno non esclude una viva presenza della poesia cavalcantiana nella tessitura letteraria della Commedia, come nel caso del discorso di Oderisi in Purgatorio XI. Però, se Dante è colui che “fore trasse le nove rime”, di cui si ribadiscono il contenuto e la tonalità, Guido Guinizzelli è il “padre suo”: Caratteristica della Commedia è l’arte della composizione tra accordi che, senza essere privati della tonalità originaria, si ritrovano fusi in una nuova misura coerente. La lettura del poema è costante esperienza di varietà e unità. Dante sceglie e crea la lingua della Commedia integrando il dizionario fiorentino con estratti dal latino, sia classico sia biblico, sia letterario sia tecnico, anche con volgari italiani diversi dal fiorentino. (ne deriva un alto numero di neoformazioni) Dalla tradizione lirica Dante ritrae l’interesse per la rima come deposito di valori fonici, tecnici e semantici. Il verso della Commedia è fortemente unitario, e la cesura risulta generalmente attenuata.