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Riassunto del libro: Geografia economica.(...) Romei, Randelli, Dini, Sintesi del corso di Geografia Economica

Riassunto del libro indicato dalla professoressa. Necessario per il superamento dell'esame per i non frequentanti.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

In vendita dal 19/11/2024

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Geografia economica. Mercati, imprese, ambiente e le sfide del mondo contemporaneo.
Capitolo 1
Come siamo arrivati a oggi? Traiettorie dell'economia mondiale fino al XXI secolo
Fra la geografia e ogni tipo di attività umana esiste una relazione necessaria e ineliminabile,
poiché chi compie qualsiasi tipo di azione (economica, ecc) ha bisogno di appropriarsi delle
risorse nell'ecosistema.
In questa relazione costitutiva possiamo dire che c'è una duale necessità:
-individuale: non si potrebbe sopravvivere senza utilizzare le funzioni dell'ecosistema
-collettiva: una collettività infatti, è un qualsiasi insieme di individui legati da vari tipi di
relazioni e legami all'interno di un'associazione (istituzioni, norme, cultura ecc). Ogni
organizzazione ha la funzione di assicurare la sopravvivenza e di provvedere ai bisogni
degli individui. L'attività di quest'ultima ne definisce il profilo sociale, politico ed
economico di unaa collettività. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza una
relazione diretta con il territorio circostante, a causa di oggettivi vincoli ambientali.
Proprio per gli evidenti vincoli ambientali, potremmo capire meglio le specializzazioni delle
economie sia sul territorio che delle stesse imprese. Le strategie dell'economia dipendono
fortemente dal territorio. Quindi, osservare il processo economico dal punto di vista di questa
relazione e comprenderne gli effetti è il compito della geografia economica.
Certo è che non è semplice separare la componente economica da quella sociale e quella politica.
Una tale separazione viene operata dall'economia politica, che spiega il processo economico
attraverso unicamente variabili economiche dalla premessa implicita che l'unico generatore dei
processi economici sia il mercato, e che esso sia regolato dall'incontro tra domanda e offerta e
che quindi funzioni nel medesimo modo ovunque. I meccanismi dell'economia politica sono
quindi regolati dal concetto di analogia, poiché per alcuni casi il mercato tende a produrre effetti
simili.
La geografia economica invece non può accettare nulla del genere poiché la sua ragione sociale
sta nell'indagine delle interazioni tra i comportamenti economici e l'ambiente nel quali essi
vengono espressi. Molto spesso infatti la realtà è molto più complessa nella diversità delle
condizioni sociali e politiche oltre che economiche rispetto ad un modello economico o ad una
teoria.
Quindi possiamo dire che le parole chiave della geografia economica siano:
- Spazio
- Tempo
- Ecosistemi
- Vita
-Clima, infatti la fuoriuscita dalla vita dal mare si è realizzata a seguito delle grandi
inversioni climatiche tra periodi glaciali e periodi interglaciali. Queste fasi alterne del
clima hanno condizionato la vita sulla terra in modo assolutamente decisivo. La grande
glaciazione 60 milioni di anni fa portò all'estinzione dei grandi rettili, lasciando spazio
sulla terra ai mammiferi, poi ai primati, e poi l'homo sapiens sapiens. Già la nostra specie
ha dovuto affrontare le 4 glaciazioni Wurmiane. Dunque, possiamo dire che il clima ha
generato minacce e conferito opportunità alla nostra specie. Cosa successe nello
specifico?
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Scarica Riassunto del libro: Geografia economica.(...) Romei, Randelli, Dini e più Sintesi del corso in PDF di Geografia Economica solo su Docsity!

Geografia economica. Mercati, imprese, ambiente e le sfide del mondo contemporaneo. Capitolo 1 Come siamo arrivati a oggi? Traiettorie dell'economia mondiale fino al XXI secolo Fra la geografia e ogni tipo di attività umana esiste una relazione necessaria e ineliminabile, poiché chi compie qualsiasi tipo di azione (economica, ecc) ha bisogno di appropriarsi delle risorse nell'ecosistema. In questa relazione costitutiva possiamo dire che c'è una duale necessità:

  • individuale : non si potrebbe sopravvivere senza utilizzare le funzioni dell'ecosistema
  • collettiva : una collettività infatti, è un qualsiasi insieme di individui legati da vari tipi di relazioni e legami all'interno di un'associazione (istituzioni, norme, cultura ecc). Ogni organizzazione ha la funzione di assicurare la sopravvivenza e di provvedere ai bisogni degli individui. L'attività di quest'ultima ne definisce il profilo sociale, politico ed economico di unaa collettività. Ma tutto questo non sarebbe possibile senza una relazione diretta con il territorio circostante, a causa di oggettivi vincoli ambientali. Proprio per gli evidenti vincoli ambientali, potremmo capire meglio le specializzazioni delle economie sia sul territorio che delle stesse imprese. Le strategie dell'economia dipendono fortemente dal territorio. Quindi, osservare il processo economico dal punto di vista di questa relazione e comprenderne gli effetti è il compito della geografia economica. Certo è che non è semplice separare la componente economica da quella sociale e quella politica. Una tale separazione viene operata dall'economia politica, che spiega il processo economico attraverso unicamente variabili economiche dalla premessa implicita che l'unico generatore dei processi economici sia il mercato, e che esso sia regolato dall'incontro tra domanda e offerta e che quindi funzioni nel medesimo modo ovunque. I meccanismi dell'economia politica sono quindi regolati dal concetto di analogia, poiché per alcuni casi il mercato tende a produrre effetti simili. La geografia economica invece non può accettare nulla del genere poiché la sua ragione sociale sta nell'indagine delle interazioni tra i comportamenti economici e l'ambiente nel quali essi vengono espressi. Molto spesso infatti la realtà è molto più complessa nella diversità delle condizioni sociali e politiche oltre che economiche rispetto ad un modello economico o ad una teoria. Quindi possiamo dire che le parole chiave della geografia economica siano: _- Spazio
  • Tempo
  • Ecosistemi
  • Vita_
  • Clima , infatti la fuoriuscita dalla vita dal mare si è realizzata a seguito delle grandi inversioni climatiche tra periodi glaciali e periodi interglaciali. Queste fasi alterne del clima hanno condizionato la vita sulla terra in modo assolutamente decisivo. La grande glaciazione 60 milioni di anni fa portò all'estinzione dei grandi rettili, lasciando spazio sulla terra ai mammiferi, poi ai primati, e poi l'homo sapiens sapiens. Già la nostra specie ha dovuto affrontare le 4 glaciazioni Wurmiane. Dunque, possiamo dire che il clima ha generato minacce e conferito opportunità alla nostra specie. Cosa successe nello specifico?

5 MILIARDI: l’aggregazione di materiale cosmico portò alla formazione del pianeta terra, che per 4 miliardi di anni non ha ospitato ecosistemi, limitandosi a presentare un paesaggio lunare. Nonostante presentasse, nell'aspetto fisiologico, somiglianze con la luna, la Terra si è sempre differenziata dal satellite, in quanto il nostro pianeta ospitava il mare e quindi la vita. 1 MILIARDO: primi ecosistemi, nati grazie alla presenza dei cianobatteri, organismi unicellulari, che, producendo l’ossigeno, sono riusciti a creare lo strato protettivo dell’ozono capace di bloccare le radiazioni solari ultraviolette, rendendo così’ il pianeta compatibile con la vita. ’uscita dalle acque è stata possibile grazie al lavoro di “macchina termica” della Terra, all’alternarsi di periodi glaciali e interglaciali, che alzavano ed abbassavano le superfici marine. 60 MILIONI: a seguito di una grande glaciazione, i grandi rettili si estinsero lasciando spazio ai mammiferi, ai primati. 100 MILA: I primati diventano homo sapiens sapiens. L’homo sapiens sapiens ha affrontato in circa 100'000 anni 4 picchi glaciali: le Glaciazioni Wurmiane. 18MILA: è avvenuto l’ultimo picco glaciale, In Europa sono costretti a rifugiarsi lungo le coste del mediterraneo. 15 MILA: I sapiens sapiens arrivano in tutto il mondo dopo il guado dello Stretto di Bering, i cacciatori-raccoglitori austro-siberiani arrivano nel continente americano. Avviene la combinazione tra attività umane e condizioni climatiche. 12 MILA: il disgelo inizia a modificare gli ecosistemi, il mondo che conosciamo è figlio di quest’ultima glaciazione. Inizia il processo che porterà alla TRANSIZIONE ALL’AGRICOLTURA, nuova strategia dello sfruttamento delle risorse, stanzialità e produzione alimentare. Questa strategia, utilizzata per reperire le risorse per la sopravvivenza, è basata sull'applicazione del lavoro alla produzione alimentare pianificata, e pone le basi per la multiplazione della biomassa e per lo sviluppo dei processi economici, politici e sociali. La stanzialità ha generato l'agricoltura, che nel corso degli anni si è evoluta sempre di più, acquisendo nuove tecniche e tecnologie. Soltanto grazie alla pratica irrigua, l'agricoltura si perfezionerà, i villaggi diventeranno città e le relazioni di potere si completeranno, assisteremo alla nascita di grandi canalizzazioni a favore di lunghi campi lavorati in modo standardizzato con aratri trainati da buoi e la creazione di un vasto sistema satellite di insediamenti coloniali a distanza. Per la prima volta nella storia, questo accadde nella città di Uruk (600 b.p.), dove è avvenuta sia un'evidente stratificazione sociale, sia lo sviluppo di procedure amministrative di statalizzazione, come ad esempio la scrittura. Da ciò si evince che non appena l’uomo ha preso possesso del pianeta Terra, l’ambiente da squisitamente naturale è divenuto antropico e l’inalienabilità del rapporto uomo-ambiente. Ogni collettività sceglie il modo in cui applicare il lavoro alle risorse per produrre le condizioni della propria sopravvivenza e lo farà scegliendo le combinazioni che risultano essere più economiche ed efficaci nelle condizioni date.

Nonostante il miglioramento delle pratiche, la ricerca itinerante di cibo portava strutturalmente ad un equilibrio ecologico a bassa produttività e bassa densità di popolazione

- Prima stanzialità che genera agricoltura. Intorno a 10.000 anni fa nella mezzaluna fertile nasce un modello che sarà la base delle pratiche economico sociali dell'uomo fino ad oggi: produzione alimentare attraverso il lavoro agricolo, residenza stabile, unità economico politica del villaggio e riconoscimento identitario. Nasce quindi un'economia stazionaria basata sull'agricoltura che è in grado di mantenere in vita molti più uomini, anche se inizialmente le condizioni fisiche delle persone (PIÙ GRACILI) sembrano peggiori perché mangiano solo vegetali (cacciatori invece si nutrivano di proteine). Ma comunque inizia un aumento della crescita demografica della popolazione e la diffusione dell'attività agricola stessa. - Convivenza tra caccia e agricoltura pluviale. All'inizio c'era una convivenza delle due strategie, anche dovuta al fatto che l'agricoltura fosse pluviale e quindi dipendente dalle precipitazioni atmosferiche, quindi l'agricoltura era in balia del clima, fortemente minacciata da periodi di siccità, per questo serviva ancora la caccia. La prima forma di agricoltura irrigua documentata si ha 6.000 anni fa, ad Uruk nella mesopotamia. - Pratica irrigua, città commercio e mercato Uruk è nota per essere la prima città fortificata con una popolazione complessa e statalizzata. Ci troviamo nel 4000 avanti cristo e la città aveva creato un vasto sistema satellite di insediamenti coloniali a distanza. L'agricoltura irrigua ad Uruk si sviluppa con grandi canalizzazioni a favore di campi lunghi un centinaio di metri che dovevano essere lavorati solo da grandi aratri trainati da più coppie di buoi. Nell'arco di mille anni l'agricoltura irrigua si sviluppa talmente tanto da creare una situazione in cui si aveva una grande quantità di surplus e quindi molto capitale sociale fisso.Si crea una rete urbana e si produce una forte stratificazione sociale. La popolazione aumenta ed è in questo contesto che si iniziano a creare le prime procedure amministrative e di statalizzazione, le quali comprendono le prime forme di scrittura. La documentazione scritta ci dice che le attività di redistribuzione erano gestite da un’agenzia religiosa: Il Tempio. Ma, dopo il 5'000 i sali minerali rilasciati dall’evaporazione sul terreno fanno calare le rese agricole, tanto da non riuscire più a sostenere la popolazione. L’esperienza di Uruk fallisce ma rimane molto importante e darà vita a sistemi di città stato in Mesopotamia. - Nascita del commercio Osserviamo come le grandi città-stato e comunque tutte le organizzazioni statali si vanno a formare sui grandi bacini idrografici. Infatti solo con grandi quantità di acqua si possono produrre grandi eccedenze agricole. é proprio nelle interfluvio mesopotamico, dove le città nascono a causa del bacino fluviale, che inizia a svilupparsi il commercio, ovvero la procedura attraverso la quale un ecosistema si approvvigiona di risorse scarse o assenti scambiando allo stesso tempo quelle in eccesso. Ad esempio la Mesopotamia riusciva a produrre molto surplus agricolo

e doveva quindi comprare le risorse per costruire le città – pietre, legno – dai Chiefdom a Est, alle pendici dei monti Zagros. Inoltre, il commercio è pubblico, lo amministra come per la produzione e la redistribuzione il tempio e lo appalta a privati che devono conferire carovane di asini con cui attuare gli scambi. é ovvio che il commercio sia nato molto prima, almeno già con i cacciatori e le bande, ma è ovvio che l'incremento dell'attività della vendita di risorse si ha nei villaggi e nelle comunità stanziate e strutturate a livello agricolo. Gli scambi inizieranno a svilupparsi a pari passo con la crescita della produzione e questo farà si che il commercio diventi una componente essenziale dell'economia negli stati originari. Il mercato inteso come complesso di transazioni effettuate tra chi compra e vende inizia a svilupparsi nel 6'000 insieme allo sviluppo dei traffici. E quindi una parte di economia organizzata secondo il principio di redistribuzione inizia a strutturarsi secondo una forma di mercato. Sarà lo sviluppo di pratiche e ruoli commerciali a stimolare i processi di istituzionalizzazione e a orientare la stratificazione sociale che sussegue alla crescita demografica e produttiva. Comunque, l'agricoltura e il suo controllo rimane la fonte esclusiva di ricchezza e del potere. Non sappiamo con certezza quando la pratica commerciale inizia ad emanciparsi dal controllo del tempio e dello stato, ma sappiamo che al crescere della popolazione e della complessità sociale il mercato inizia a diventare un'attività elitaria e monopolistica esercitata da un numero limitato di grandi mercanti alle dipendenze dirette del potere politico. Ovviamente, in questa situazione chi possedeva una terra conferiva sicuramente ricchezza e potere politico. Il processo di verticalizzazione iniziato dal Chiefdom porterà al controllo monopolistico della terra da parte dello Stato e quindi all’appropriazione del surplus. Ricchezza e potere si accumulano attorno ai medesimi individui: la carta geopolitica e geoeconomica del mondo sono coincidenti. Le coltivazioni si estendono – da Mesopotamia e Huang Ho – verso Sud Est Asiatico, Medio Oriente, Africa Mediterranea e Subsahariana, Europa, India. In America l’agricoltura si sviluppa autonomamente (centro, sud e nord) ma con 5000 anni di ritardo (5500-4500). Comunque, tanto è potente questa espansione che secondo lo studioso Renfrew è responsabile della diffusione geografica del ceppo indoeuropeo: un ceppo linguistico presente dall'europa fino all'Asia. Questa antropizzazione del mondo sarebbe dovuta alla diffusione delle pratiche agricole. Parliamo di una geografia molto plurale, diversità di climi, ecosistemi e anche produttività. In questa pluralità le condizioni dei ricchi potevano cambiare da luogo ad altro, ma le condizioni di chi viveva in una zona agricola erano sostanzialmente simili. La responsabilità è di una trappola dell’equilibrio, ovvero la trappola Malthusiana: chi gode di maggior surplus in virtù di un vantaggio biologico e/o tecnico di produttività e dovrebbe quindi godere di condizioni materiali minori, in realtà muore di meno e ha un’aspettativa di vita più ampia e quindi cresce anche di numero. Per questo la quantità di alimenti pro capite viene spinta in basso e si colloca a livello di quella delle aree con minore produttività e minore popolazione. Quindi, a livello orizzontale (geografia dell’agricoltura), il mondo , nonostante le differenze di produttività e popolazione, rimane privo di particolari differenze. Questo rimarrebbe uguale se non intervenisse il commercio a modificarne la geografia.

adattarsi e sfruttare risorse in evoluzione. Ad esempio, il passaggio dall'agricoltura pluviale a quella irrigua rappresenta un adattamento a nuove opportunità, e l'uso di metalli come rame, bronzo e ferro segna ulteriori progressi. Queste innovazioni, come la domesticazione del cavallo, il carro a ruote, la scrittura e la navigazione a vela, incrementano l'efficienza nella mobilità di persone, merci e informazioni, ampliando le reti commerciali e agevolando la nascita degli Stati. La geografia economica si intreccia con la geografia del potere: i mercati si strutturano secondo i confini degli imperi, che stabiliscono condizioni favorevoli per il commercio. I mercanti prosperano nelle epoche imperiali, come quelle delle dinastie cinesi, i persiani, i greci, i romani e le grandi nazioni mercantili indiane, in cui l'amministrazione e le vie di comunicazione, come le Vie della Seta, garantiscono stabilità e accesso a mercati lontani, fino a Roma. Inoltre, le stime dei paleodemografi offrono un quadro della popolazione mondiale, evidenziando il diverso potenziale della strategia agricola rispetto a quella di caccia e raccolta. La capacità di un ecosistema di sostenere cacciatori-raccoglitori varia in base al clima, alle precipitazioni e alle biomasse. Negli ecosistemi più favorevoli, come la savana sub-tropicale, un individuo poteva sopravvivere con le risorse di poco più di due chilometri quadrati, mentre in ecosistemi poveri la densità non superava un individuo ogni cento km². Pertanto, la distribuzione della popolazione era irregolare e rarefatta, con stime che collocano la popolazione umana tra 2 e 6 milioni di individui nei 2.000 anni che precedono la transizione all'agricoltura, corrispondente a una densità media di circa 0,03 individui per km², equivalente a un essere umano ogni cinquemila campi di calcio. Durante gli ultimi centomila anni, caratterizzati da quattro picchi glaciali würmiani, la popolazione dei sapiens sapiens ha subito notevoli oscillazioni. Queste oscillazioni si riflettono nella Tabella 1.1, che riporta le stime sulla popolazione mondiale tra il 10.000 e l'8.000 a.C., in un periodo di clima caldo e nella fase di transizione agricola. La Tabella 1.2 analizza come la produttività agricola influenzi la distribuzione della popolazione. Nell'anno 1 dell'era cristiana, tre quarti della popolazione mondiale risiedevano in Asia, che occupava solo un terzo delle terre emerse, indicando l'ambiente altamente favorevole di questa regione per l'agricoltura. Le culle primigenie dell'agricoltura, come la Mezzaluna fertile e la valle dello Huang Ho, si collocano agli estremi dell'Asia, che ospitava civiltà antiche e densamente popolate come l'India e la Cina. Nel 1 d.C., l'Eurasia accoglieva il 90% della popolazione mondiale, con una densità di 3,2 abitanti per km² in Europa e quasi 4 in Asia, mentre Oceania e Nord America presentavano una densità notevolmente più bassa a causa della predominanza della caccia e raccolta. La dinamica demografica del primo millennio dell'era cristiana mostra un periodo di debole crescita, con alcuni autori che sostengono che non ci sia praticamente crescita demografica. Anche le stime più generose indicano un rallentamento rispetto al millennio precedente. La crescita demografica riprende in modo vigoroso nei 500 anni successivi, con la popolazione mondiale che raddoppia. Tuttavia, gli andamenti demografici mostrano una complessità, con un aumento nei primi due secoli dopo Cristo, seguito da un significativo calo durante i secoli centrali, culminato in una grave flessione demografica associata a un periodo di oscillazione climatica fredda, che influisce negativamente sulla produttività biologica, sull'agricoltura e sul commercio, causando il collasso delle maggiori organizzazioni statali, tra cui l'Impero romano.

La ripresa demografica ed economica avviene grazie a un miglioramento della produttività agricola legata all’optimum climatico medievale, che si verifica dagli ultimi secoli del millennio fino al 1300. Questo periodo è caratterizzato da una ristrutturazione delle organizzazioni politiche, che ripristinano il controllo tributario e creano le condizioni favorevoli alla ripresa dei mercati. L'agricoltura si espande nelle regioni settentrionali di Europa e Asia, mentre i mari diventano vie di intenso traffico commerciale. Le condizioni climatiche favorevoli non solo stimolano il commercio nel Mediterraneo, nell'Oceano Indiano e nelle acque indocinesi, ma permettono anche la navigazione nell'Atlantico settentrionale. I vichinghi colonizzarono le isole del Nord Europa e la Groenlandia, che ospiterà colonie dal IX al XV secolo, fino all’arrivo di un clima freddo che renderà la terra inospitale. Nei secoli a cavallo del millennio, si forma un sistema mercantile che connette le regioni del mondo conosciuto, costituito da otto aree di mercato distinte ma interconnesse. Sebbene le tecnologie non consentano a un intermediario di gestire l'intero sistema, i vari circuiti commerciali permettono un efficiente movimentazione delle merci su lunghe distanze. Le vie terrestri della seta, ad esempio, tornano a essere sicure, terminando nella colonia genovese di Caffa, dove le merci vengono trasferite al porto di Genova per raggiungere i mercati europei. Nella prima metà del secondo millennio, la strategia agricola di sfruttamento delle risorse e l’integrazione tra produzione e commercio trasformano il mondo. Delle 76 culture esistenti al momento della scoperta dell'America, solo 13 praticano forme evolute di agricoltura, ma queste culture rappresentano il 98,4% della popolazione mondiale. La Prima Globalizzazione La Prima Globalizzazione è caratterizzata dalla creazione di un mercato geografico che collega tutte le principali aree del mondo conosciuto, in cui alcune imprese operano simultaneamente in ciascuna di esse. Questo processo è reso possibile dalle compagnie commerciali, che gestiscono produzione e traffico attraverso tecnologie avanzate, contabilità rigorosa, e sistemi di noleggio e assicurazione. Contrariamente a quanto si pensava, i circuiti commerciali orientali, con mercati dinamici e una notevole produttività, superavano quelli europei in termini di volume d'affari. L'Europa, soprattutto nel periodo iniziale, si presentava come un'importatrice marginale e tecnologicamente arretrata, dipendente dalle innovazioni di altri continenti, come la bussola e il sistema di numerazione arabo. Tuttavia, nell'arco di pochi secoli, l'Europa occidentale inizia a crescere rapidamente, culminando nella sua dominazione globale. Il commercio marittimo europeo inizia a decollare con la costruzione di navi a tre alberi, portando alla scoperta dell'America e all'apertura di rotte commerciali per l'Asia. Adam Smith, nel 1776, osserva le conseguenze drammatiche di questo processo: mentre l'unione delle parti più lontane del mondo ha portato vantaggi commerciali, gli indigeni delle Americhe hanno subito gravi conseguenze a causa delle ingiustizie perpetrate dagli europei.

Nel lungo periodo, si prevedeva che i mercanti avrebbero sostituito i nobili al potere. In Asia, al contrario, i possessori di terra controllavano i mercanti cooptando a corte o requisendo le loro attività. In Europa occidentale, i mercanti riuscirono a dar vita a nuove entità politiche, come i comuni italiani, la Repubblica di Venezia e le Province Unite olandesi, o a imporre un regime di collaborazione alle monarchie assolute di Spagna, Francia e Inghilterra. Questo fenomeno rappresenta l'eccezionalismo europeo, che ha suscitato varie interpretazioni, economiche, politiche e culturali. In Asia, i grandi imperi come quello Ming in Cina, i Moghul in India e l'Impero ottomano avevano una base tributaria così vasta da impedire la competizione da parte dei mercanti. In Europa, la frammentazione politica emersa nel V secolo ha ridotto il potere dei nobili, con 500 organismi statali autonomi presenti nel 1500, ognuno con una limitata base tributaria. Questo ha reso la posizione dei mercanti più forte. La frammentazione ha costretto i sovrani a collaborare con i mercanti per finanziare le guerre e mantenere il potere. Ogni re, anche solo per difendersi, aveva bisogno dei mercanti per coprire le spese militari. La crescente forza contrattuale dei mercanti ha portato a un sistema giuridico che proteggeva le libertà individuali e la proprietà privata, facilitando lo sviluppo dei mercati e indebolendo il potere dei nobili. Questo contesto ha favorito la sperimentazione, la ricerca e la conoscenza, tutte componenti impossibili per chi giustificava il potere come divino. In Europa, il processo di formazione dello Stato è stato caratterizzato da un'iniziativa congiunta tra possessori di terra e mercanti, portando alla creazione di mercati sempre più ricchi e potenti. I mercanti, a lungo andare, sono diventati i veri titolari del potere politico, sostituendo i nobili. Infine, la base tributaria ridotta delle dinastie regnanti deriva dalla disintegrazione dell'impero romano. Il clima europeo, moderato e influenzato dalla corrente del Golfo, ha dato origine a un sistema inter-statale composto da piccoli Stati, in netto contrasto con i grandi imperi asiatici, che si fondavano sul controllo delle risorse idriche in aree soggette a monsoni. La transizione del potere dai nobili ai mercanti, spesso definita avvento del capitalismo mercantile, ha dunque radici ecologiche e storiche significative. Fino al XVIII secolo, le differenze di ricchezza tra Europa occidentale e Asia sono state oggetto di dibattito, ma si concorda che il miglioramento del tenore di vita è stato complessivamente lento e limitato. Secondo le stime di Maddison, dal 1500 al 1820 il reddito pro capite è aumentato solo del 20%, mentre il prodotto lordo mondiale è quasi triplicato, evidenziando una crescita demografica marcata e una crescente pressione sulle risorse naturali, come cibo, combustibili, fibre tessili e materiali da costruzione. Questa pressione ha reso sempre più insostenibile l’uso del capitale naturale, portando a una scarsità relativa di risorse, in particolare in Asia, dove una popolazione elevata è diventata un punto di debolezza. Cina e India, specializzate in produzioni intensive di terra e lavoro, hanno affrontato difficoltà maggiori rispetto all’Europa, che ha invece privilegiato una produzione più capital-intensive. Inoltre, l’Europa ha cercato di mitigare la pressione interna tramite l’emigrazione verso il Nuovo Mondo e il trasferimento di alcune produzioni. In questo contesto, il sistema interstatale europeo ha iniziato a sviluppare un modello economico e politico competitivo, con la Gran Bretagna che emerge come il membro più forte. La Gran

Bretagna ha saputo capitalizzare le difficoltà climatiche del XVIII secolo, in particolare il deterioramento climatico noto come "piccola era glaciale", che ha colpito l'economia agricola europea. Sebbene la Gran Bretagna fosse inizialmente colpita, il suo passaggio a un’economia più orientata al commercio marittimo ha consentito di trasformare le sfide in opportunità, mentre la Cina, con un sistema di accumulazione regionale meno flessibile, ha sofferto maggiormente a causa delle nuove condizioni di scarsità. L'industria La Rivoluzione Industriale segna un momento di discontinuità nella storia economica e sociale, rappresentando il punto di arrivo di un processo secolare. Essa si sviluppa a partire da una particolare versione dell’economia di mercato capitalistica, che ha un rapporto organico con lo Stato, e che si afferma a scapito delle forme di mercato arabo, cinese e indiano. La Gran Bretagna, nella seconda metà del Settecento, innesca una nuova strategia di sfruttamento delle risorse, passando da un’economia agricola a una produzione industriale su larga scala. Questa trasformazione avviene grazie a importanti innovazioni tecnologiche, come la macchina a vapore e le macchine tessili meccaniche, che aumentano la produttività del lavoro e del capitale. La produzione industriale diventa rapidamente l’attività umana più redditizia, attrattiva per gli investimenti, e favorisce un rapido cambiamento dell’organizzazione economica e sociale di intere regioni. Questo porta alla despecializzazione delle aree agricole e commerciali, con una rispecializzazione nella manifattura. L’espansione dell’industria, così, si estende rapidamente geograficamente, interessando anche altre economie con le basi necessarie per lo sviluppo industriale. Il cambiamento è sistemico e coinvolge sei principali aspetti:

  1. Crescita demografica: l’industria causa un’esplosione della popolazione mondiale, che passa da circa 750 milioni nel 1760 a 6 miliardi entro la fine del XX secolo, grazie all’introduzione di nuove tecnologie e risorse come i combustibili fossili.
  2. Grande divergenza: si amplificano le disuguaglianze tra le condizioni di vita delle popolazioni a livello mondiale.
  3. Integrazione globale: l’industria promuove l’interconnessione globale dei mercati, sostenuta da nuove tecnologie e mezzi di trasporto.
  4. Nascita del mercato interno: si sviluppano mercati integrati a livello nazionale e regionale.
  5. Urbanizzazione: si inverte il rapporto rurale-urbano, con una crescente concentrazione della popolazione nelle città.
    1. La Seconda globalizzazione descrive l'accelerazione dell'integrazione geografica dei mercati tra la fine dell'Ottocento e la Prima guerra mondiale, periodo definito Prima globalizzazione da alcuni studiosi. Tuttavia, considerando la Prima globalizzazione quella dell'integrazione dei mercati oceanici nel XVI secolo, questo periodo viene qui indicato come Seconda globalizzazione. Le tecnologie industriali, in particolare il vapore e il macchinismo, hanno impiegato quasi un secolo per creare una nuova interdipendenza geografica. La svolta avvenne con l'introduzione del telegrafo elettrico, che permise all'informazione di viaggiare velocemente tramite cavi sottomarini (come il primo cavo transatlantico tra Gran Bretagna e Stati Uniti nel 1866), rendendo possibili scambi di informazioni commerciali quasi istantanei. La combinazione di navigazione a vapore e telegrafo sottomarino ha permesso un'integrazione dei mercati globali senza precedenti, facilitando una rapida circolazione delle merci. Questa interconnessione ha portato a un'intensificazione del colonialismo, con il Vecchio Mondo (Africa e Asia) quasi totalmente colonizzato dalle potenze europee, rendendo la mappa politica del mondo alla fine dell'Ottocento simile a un'immensa proprietà europea. Il potere tecnologico-industriale, quindi, ha amplificato l’espansione dei mercati globali, con effetti cumulativi e su diverse scale.
    1. Con la strategia industriale per l’uso delle risorse nasce il mercato interno , un concetto che sembra naturale oggi ma che non esisteva nelle società mercantili, dove i mercati erano locali e centrati su città. Nella prima fase dell'industrializzazione, fino agli anni Quaranta dell’Ottocento, i mercati industriali restavano locali, con produzione e consumo circoscritti al contesto immediato. Solo con l’introduzione del telegrafo elettrico (brevettato nel 1837 da Samuel Morse) e della ferrovia, nella seconda metà dell’Ottocento, i mercati locali si sono connessi rapidamente ed economicamente. Questa interazione tra telegrafo e ferrovia ha integrato i mercati regionali in un unico mercato interno, permettendo alle imprese di ottenere capitale e lavoro su scala nazionale e vendere su tutto il territorio, formando mercati nazionali spesso oligopolistici per vari settori.
    1. L'industria ha trasformato l’insediamento umano, provocando una forte urbanizzazione e modificando la distribuzione della popolazione, prima diffusa nelle campagne. Prima dell'industrializzazione, l’agricoltura richiedeva che la maggioranza vivesse in campagna e le città erano piccole e dipendenti dalle zone rurali per il cibo e le risorse; nel 1500, le maggiori città europee, Parigi e Napoli, non superavano i 200.000 abitanti. Nel 1800, la popolazione urbana in Europa occidentale era solo il 10%. L’industria ha spezzato questa dipendenza, trasformando l’economia delle città in industriale, dotandole di impianti produttivi e attirando migrazione. Inoltre, nuove tecnologie come la conservazione degli alimenti, l'inscatolamento e il frigorifero hanno permesso alla città di rifornirsi a distanza, liberandola dalla dipendenza agricola locale. Questo ha spinto le popolazioni rurali verso le città, creando un mercato del lavoro urbano. Anche le città non industrializzate hanno subito l’impatto, riempiendosi di commercianti e dettaglianti di prodotti agroindustriali. Questo processo ha spinto verso le città anche la popolazione rurale di Paesi non industrializzati, spesso con pochi mercati del lavoro. Il modello industriale ha così favorito l’urbanizzazione globale: la popolazione urbana è salita dal 3,5% nel 1500 al 19% nel 1900, al 30% nel 1950 e oltre il 50% a fine secolo. Nei Paesi avanzati, la popolazione urbana ha raggiunto l’80-90%, con metropoli come Tokyo che contano circa 40 milioni di abitanti.
    1. Il sesto impatto della strategia industriale è la creazione di un modello geografico di produzione (modello duale) diverso da quelli precedenti, che ristruttura i territori dell’era industriale e spesso entra in conflitto con gli ecosistemi, imponendo una morfologia urbana. L’industria si concentra in pochi luoghi selezionati, una netta rottura rispetto alla diffusione geografica dell’agricoltura e del commercio, che seguivano la distribuzione della popolazione. L'industria non necessita di dispersione geografica: le imprese tendono a concentrarsi dove trovano condizioni materiali (fattori produttivi accessibili) e immateriali (competenze e mercati del lavoro efficaci) che favoriscono la specializzazione. Quando questa è efficace, attrae imprenditori con interessi simili, portando vantaggi come infrastrutture, manodopera qualificata, servizi efficienti e informazioni rapide sulle attività dei concorrenti (spillover informativi). Vicino alle imprese specializzate si insediano anche fornitori di input e servizi necessari per la produzione, un fenomeno più evidente rispetto all’agricoltura o al commercio per via della complessità del prodotto industriale. L’esempio classico è l’automobile, un prodotto industriale con centinaia di componenti. Nonostante i tentativi delle case automobilistiche di produrre in loco, attorno agli stabilimenti si è formato un vasto indotto di produttori di componenti specifici come fanali e pneumatici. Questa concentrazione alimenta mercati ampi e paralleli, incluso il mercato del lavoro, dove la produzione di un bene industriale remunera anche altre attività economiche correlate. La geografia industriale è quindi basata sulla concentrazione territoriale, che ottimizza le relazioni tra imprese, riducendo costi e aumentando l’efficienza, ma crea un vuoto nei luoghi non interessati da questa crescita. Si forma così un modello duale, che alimenta la crescita di pochi poli produttivi drenando risorse – materiali e umane – da altri luoghi. Questo schema si osserva nei principali esempi di sviluppo industriale: dal Regno Unito, che centralizzò l’industria nelle Midlands e nel Nord, agli Stati Uniti con la Manufacturing Belt, alle regioni di Milano e Torino in Italia, alla cintura industriale di Tokyo-Yokohama in Giappone, fino alle moderne province manifatturiere della Cina lungo le coste del Mar Cinese. Ora, una panoramica sulle basi ecologiche e tecnologiche che hanno caratterizzato l'era industriale, dividendola in secoli dominati da diverse potenze e innovazioni:
  1. Secolo britannico (Ottocento): La Gran Bretagna ha dominato il periodo con la Prima Rivoluzione Industriale, sfruttando innovazioni come il motore a vapore e la meccanizzazione della produzione tessile. La Gran Bretagna, attraverso l'innovazione tecnologica e il controllo dei mercati, abbia dominato la produzione mondiale, a discapito di paesi come Cina e India. Grazie al monopolio tecnologico, l'economia britannica ha esteso la sua influenza sui mercati globali, sostituendo la produzione locale nei paesi colonizzati.
  2. Secolo americano (Novecento): Gli Stati Uniti, seguendo le politiche di Alexander Hamilton, hanno creato un mercato interno protetto e infrastrutture di supporto, per proteggere e promuovere la propria crescita industriale, con un forte sfruttamento delle risorse naturali e una disponibilità di terra che ha favorito la crescita economica. La disponibilità di terre e risorse ha favorito salari alti e uno sviluppo tecnologico e organizzativo che ha incrementato la produttività e portato alla standardizzazione e alla

Tuttavia, la crescita di questo periodo non è sostenibile nel lungo termine. Se da un lato la nuova strategia industriale mostra efficienza, con un passaggio a tecnologie capital-intensive e all'uso di materiali riproducibili come la plastica, dall'altro si manifestano situazioni di congestione nelle grandi aree urbane, portando a un incremento dell'inquinamento e a preoccupazioni per la sostenibilità. Già nel 1968, Paul Ehrlich parlava di una "bomba demografica", mentre un rapporto del Club di Roma del 1972 metteva in discussione la sostenibilità del modello industriale e prevedeva l'esaurimento delle risorse non rinnovabili, come i combustibili fossili. La fine della Golden Age è segnata dagli shock petroliferi del 1973 e del 1979, causati dalla guerra del Kippur e dalla volontà dell'OPEC di ripristinare un equilibrio favorevole nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali. Questi eventi innescano una crisi economica di tipo stagflativo, caratterizzata da stagnazione e inflazione, aggravata da una già esistente contrazione dei profitti dovuta a rigidità del modello fordista e all'aumento dei costi del lavoro, che diventa un costo fisso. Le difficoltà nel mantenere l'equilibrio economico e sociale si traducono nella necessità di adottare una globalizzazione come soluzione, segnando la transizione dall'era industriale a una fase post-industriale. Questo comporta un cambiamento radicale nei processi produttivi e nelle dinamiche di mercato, con implicazioni politiche, economiche e tecnologiche significative. Quindi, il periodo della Golden Age è caratterizzato da un'espansione economica senza precedenti, ma culmina in una crisi che mette in luce le fragilità di un modello industriale e l'esigenza di un nuovo paradigma economico. La Terza Globalizzazione La Terza globalizzazione, che si sviluppa dagli ultimi decenni del Novecento, si distingue dalle precedenti ondate di globalizzazione. La prima iniziò a metà millennio con la navigazione oceanica, mentre la seconda avvenne dopo metà Ottocento grazie alla rivoluzione industriale. Questa nuova fase è spesso associata alla Terza rivoluzione industriale, caratterizzata dalla microelettronica, dalla computer science e da Internet, ma presenta una genesi complessa, con tre fattori principali: economico, politico e tecnologico. Aspetto Economico Dopo la Seconda guerra mondiale, la crescita economica ha aumentato salari e costi di produzione, riducendo i margini di profitto delle imprese. Per riportare i profitti a livelli adeguati, le aziende hanno dovuto espandere la produzione oltre i mercati interni, cercando aree con costi più favorevoli. Aspetto Tecnologico Le tecnologie (internet) hanno giocato un ruolo fondamentale, consentendo flessibilità nel ciclo produttivo e l'organizzazione a distanza delle attività aziendali. L'innovazione tecnologica, in particolare l'introduzione del microprocessore e lo sviluppo dell'industria del software negli anni Settanta, ha reso possibile ottimizzare la produzione e la logistica, abbattendo i costi di trasporto e creando reti efficienti di coordinamento.

Aspetto Politico Il fattore politico è stato essenziale per integrare i mercati. L’amministrazione Reagan, a partire dal 1981, ha rimosso restrizioni alla circolazione dei capitali, creando un mercato unico privo di vincoli.La fine della Guerra fredda ha consentito agli Stati Uniti di riaffermare il loro dominio economico. Inoltre, la chiusura del GATT nel 1994 ha portato alla creazione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), completando il processo di liberalizzazione commerciale. Quali sono state le conseguenze? L'impatto della Terza globalizzazione ha modificato profondamente la struttura economica, sociale e politica. Questa ha modificato radicalmente l'assetto industriale basato sui mercati interni, creando una strategia politica mirata a ripristinare il dominio delle imprese americane.

  • Conseguenze Sociali: La globalizzazione ha contribuito a un aumento della disoccupazione e ha polarizzato la società, riducendo la classe media e aumentando il divario tra ricchi e poveri. Le politiche redistributive sono state compromesse, aumentando la pressione fiscale sui cittadini e riducendo i servizi essenziali.
  • Crisi stato-nazione: Si osserva una crisi dello Stato-nazione, evidenziata dalla cessione di sovranità verso istituzioni sovranazionali e sub-nazionali, rendendo difficili le politiche condivise a livello nazionale. Le economie regionali rispondono in modo diverso ai mercati globali, complicando la sintesi governativa.
  • Questione ambientale: Inoltre, la globalizzazione ha amplificato la questione ambientale, accentuando la pressione sulle risorse e sugli ecosistemi. Nonostante le politiche sviluppate per affrontare le problematiche ambientali, la loro attuazione risulta insoddisfacente. La crescente popolazione e l’aumento della produzione mondiale pongono interrogativi sull’efficacia dei modelli di sviluppo attuali e sulla necessità di riorganizzare le strategie industriali di sfruttamento delle risorse. Dobbiamo quindi sottolineare la complessità della situazione attuale, in cui è difficile stabilire se sia necessario aggiornare o sostituire le attuali strategie industriali. Capitolo 2 Metodologie e strumenti della geografia economica Conoscere i luoghi; la geografia e le sue radici: La geografia, che significa "descrizione della Terra" (dal greco "gê" e "gráphein"), risponde al bisogno umano di conoscere i luoghi. Questa disciplina evolve con i cambiamenti delle società e dei territori, dando origine a specializzazioni come la geografia politica, storica, della popolazione, urbana, sociale, del turismo e della percezione. Questo manuale si concentra sulla Geografia economica. La geografia ha origini nell'antica Grecia, con i primi studi sistematici riscontrabili negli scritti di autori come Erodoto, considerato il padre della storia e della geografia, e Eratostene, che coniò il
  • Il possibilismo geografico , sviluppato da Lucien Febvre, si concentra sulle relazioni tra società umane e ambiente naturale, affermando che non si deve studiare solo l'influsso della natura sugli uomini, ma anche come le società interagiscono con l'ambiente. Questa corrente, influenzata da Vidal de la Blache, sottolinea che l'azione umana ha un ruolo fondamentale nella trasformazione dell'ambiente, con le società che non subiscono passivamente la natura ma la gestiscono e la trasformano. Dalla seconda metà del XX secolo, la crescente consapevolezza dell'impatto della modernizzazione industriale sugli ecosistemi ha favorito l'emergere di teorie e movimenti ecologisti. Questo nuovo approccio, noto come volontarismo, enfatizza l'importanza della gestione degli spazi e richiede metodi di analisi per studiare la complessità delle relazioni tra processi geoeconomici e ambiente, affrontando tematiche come industrializzazione, urbanizzazione, consumo di risorse e inquinamento. Negli anni Sessanta, la Teoria Generale dei Sistemi (TGS), formulata dal biologo Ludwig von Bertalanffy, ha rivoluzionato il pensiero scientifico introducendo un modello di causalità circolare in contrasto con il modello lineare tradizionale. La TGS considera i sistemi come insiemi complessi di elementi interagenti in cui l'intero sistema è diverso dalla semplice somma delle sue parti: ogni cambiamento in una parte influisce sull'intero sistema attraverso feedback. Un sistema è un insieme unico di elementi interdipendenti (come popolazione, imprese, servizi, biodiversità) che evolve nel tempo e nello spazio. I sistemi possono essere:
  • Isolati, senza scambi di energia o materia (alta entropia);
  • Chiusi, con scambio di energia ma non di materia (entropia crescente);
  • Aperti, con scambi di energia e materia (bassa entropia), come i sistemi territoriali che richiedono scambi esterni (commercio, comunicazioni) per mantenere una bassa entropia e svilupparsi. La nozione di entropia è centrale: introdotta nel 1865 dal fisico Clausius, rappresenta la tendenza naturale dei sistemi a degradarsi secondo il secondo principio della termodinamica. L’energia totale dell’universo rimane costante, ma l’entropia aumenta, portando l’energia da uno stato utilizzabile a uno non disponibile. L'entropia indica quindi anche il disordine di un sistema, come dimostrato da Albert Einstein, che la definì "la legge prima di tutta la scienza." Negli anni Settanta, l’economista Nicholas Georgescu-Roegen applicò i principi della termodinamica all’economia. Egli dimostrò che ogni processo produttivo aumenta irreversibilmente l'entropia del sistema Terra, diminuendo le risorse energetiche per le future generazioni e aumentando il disordine ambientale. Questa teoria si oppone alla concezione classica e neoclassica del mercato, in cui il sistema tende a ritrovare un equilibrio; la TGS, invece, permette un’analisi dinamica dei cambiamenti nei sistemi socio economici, in continuo adattamento all'ambiente.

I feedback nei sistemi viventi possono essere:

  1. Non lineari (circolari), dove gli effetti influenzano l'origine stessa della causa;
  2. A catena (sequenziali), con effetti progressivi e successivi. Il sistema economico e sociale si adatta e modifica il proprio ecosistema, formando reti di interazione caratterizzate da anelli di retroazione o feedback. Questi feedback possono essere:
  • Positivi , che aumentano la funzionalità del sistema ma anche l’instabilità e l’entropia;
  • Negativi , che stabilizzano riducendo perturbazioni e crisi. L'analisi sistemica dell’organizzazione spaziale identifica gli spazi dinamici occupati dai sistemi territoriali, articolata su tre livelli di complessità crescente:
  1. Identificazione degli elementi e attori principali del sistema;
  2. Studio delle relazioni (orizzontali e verticali) tra questi elementi;
  3. Analisi sistemica completa, individuando processi come resilienza e autoreferenzialità. Le condizioni per l’auto-organizzazione di un sistema richiedono complessità, ricchezza di risorse e scambi con l'esterno. Le caratteristiche dei sistemi sono:
  • Elaborazione delle informazioni;
  • Adattamento al cambiamento;
  • Auto-organizzazione: i principi che regolano l'auto-organizzazione sono quelli di minimizzazione dello sforzo e massimizzazione dei benefici.
  • Auto-mantenimento. Gli studiosi Prigogine, Maturana e Varela hanno contribuito alla TGS introducendo i concetti di autopoiesi (capacità del sistema di auto-rigenerarsi) e resilienza (capacità di mantenere l’equilibrio di fronte a pressioni esterne), evidenziando l’importanza dell’omeostasi per la stabilità di un sistema, e della allometria, che misura la crescita proporzionale delle sue parti rispetto all'intero sistema. La geografia economica La geografia economica nasce nella seconda metà dell'Ottocento come ramo della geografia umana che si occupa delle relazioni economiche territoriali, prendendo forma come "geografia commerciale", che studiava scambi, spazi commerciali mondiali e regionali. Nel Novecento, questo campo si amplia includendo l'analisi di attività produttive come agricoltura, industria, risorse, trasporti, comunicazioni e urbanizzazione, diventando una scienza che analizza i fenomeni economici distribuiti a varie scale geografiche (locale, regionale, nazionale, globale). Gli obiettivi principali sono comprendere la dimensione spaziale dei processi economici, le