Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


TOP

Riassunto del testo L'Ucraina e Putin di A. Graziosi, Sintesi del corso di Antropologia Culturale

Riassunto del testo L'Ucraina e Putin di A. Graziosi.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 01/07/2023

marianiz
marianiz 🇮🇹

4.4

(108)

32 documenti

1 / 12

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
L’Ucraina e Putin
Ucraina e Russia dopo il 1991: storia ed esiti di una divergenza
Sarebbe sbagliato vedere nel conflitto attuale un classico scontro di etnonazionalismi → le scelte sono il prodotto della
comparsa e della crescita di due fenomeni nuovi, incarnati da due diverse concezioni di cosa siano uno Stato e una
società e di come essi possano rigenerarsi:
in un caso basata sulla necessità di creare un mondo russo, anche se non etnicamente solo tale, in risposta alla
decadenza dell’Occidente.
L’altro caso ha al centro un’inattesa trasformazione di un nazionalismo tradizionale verso una visione aperta del
paese, che guarda verso occidente.
La guerra ha quindi un forte contenuto ideologico, sia nell’aggressione che nella difesa da essa. Per comprendere il
conflitto bisogna quindi soffermarsi sul crescere di questi due fenomeni più che su presunti interessi politici o
economici → la storia di una divergenza, di un passato che da adito a rielaborazioni attorno ai suoi lasciti.
Situazione nel 1991 presentava forti affinità: nella cultura e formazione del gruppo dirigente (statalismo, tendenze
isolazioniste, attitudine per le logiche di potere piuttosto che per il confronto), vistosa debolezza dello stato di diritto e
del sistema legale, diffuse culture dell’illegalità, strumenti finanziari arretrati, popolazioni urbane dai caratteri
perbenista e conservatore mentre le campagne giacevano in afasia, alcolismo come piaga comune. Comune anche il
ripiegamento valoriale verso ideali più grossolani a seguito del fallimento del socialismo: qui però non si arrivo alla
situazione balcanica, con il rifiorire di nazionalismi → il socialismo sovietico lasciò ad entrambi i paesi un piccolo
nucleo positivo (umanesimo sovietico e rifiuto dell’uso della violenza che accomunava le élite tardo-sovietiche, de-
etnicizzazione della lingua russa come lingua veicolare). Questi valori portarono a rapporti inizialmente tuttalpiù
cordiali, ma germe in Russia: già nel 1992-93 il parlamento votava la revoca della cessione della Crimea all’Ucraina,
oppure bombardamento del parlamento da parte di El’cin, che lasciò veleni.
Situazione in Transnistria → problema reale dei confini lasciati alle repubbliche post-sovietiche, non affrontato. Molti
di questi conflitti ricalcavano quelli già emersi nel 1917-1922 dopo il crollo dell’impero zarista. Già allora forti tensioni
opposero il movimento nazionale ucraino ai bolscevichi del Donbas, le cui campagne ucraine erano disseminate di
insediamenti industriali e urbani imperiali. Conflitti tacitati dopo la vittoria bolscevica, ottenuta anche sostenendo il
diritto dei popoli all’autodeterminazione fino alla separazione creazione di uno stato senza etichetta etnica ma
composto da repubbliche etnonazionali, con preminenza russa (ma le accuse di Putin a Lenin sono infondate in
quanto la decisione fu motivata da un’effettiva ribellione Ucraina).
1991 → resistenza di Kyiv alle richieste autonomiste della Crimea per evitare che queste si estendessero al Donbas, che
rivendicava il passato e i privilegi sovietici, più che russi (area industriale con privilegi speciali).
Agli specialisti apparivano tre possibili scenari del futuro post-sovietico:
competizioni etnonazionali;
ricostruzione imperiale;
nascita di una nuova area liberale e democratica.
Le ultime due ipotesi hanno preso pieghe inattese, aiutate dalla cultura avversa alla forza delle élites di una situazione
internazionale favorevole, che non voleva umiliare gli sconfitti. Si svilupparono così divergenze ben visibili: nascita
anche di due nuovi nazionalismi entrambi non etnici: ucraino nuove basi su di un futuro di apertura, russo →
convinzione della necessità di guidare l’assalto ideologico-revanscista all’ordine internazionale che avrebbe umiliato la
Russia. Nella nascita di queste visioni di se stessi, di queste divergenze, e nella perdita di centralità di un potere bianco
di origine europea, stanno le radici del conflitto attuale
L’Ucraina si costruisce e si scopre diversa
Il cammino dell’Ucraina, 1991-2021
Lo stato appena nato portava in se le cicatrici dell’esperienza sovietica (holodomor, seconda guerra mondiale,
olocausto, crisi del sistema di vita e devastante alcolismo), ma anche il suo seme positivo, che si era incarnato nelle
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa

Anteprima parziale del testo

Scarica Riassunto del testo L'Ucraina e Putin di A. Graziosi e più Sintesi del corso in PDF di Antropologia Culturale solo su Docsity!

L’Ucraina e Putin

Ucraina e Russia dopo il 1991: storia ed esiti di una divergenza

Sarebbe sbagliato vedere nel conflitto attuale un classico scontro di etnonazionalismi → le scelte sono il prodotto della comparsa e della crescita di due fenomeni nuovi, incarnati da due diverse concezioni di cosa siano uno Stato e una società e di come essi possano rigenerarsi:

  • in un caso basata sulla necessità di creare un mondo russo, anche se non etnicamente solo tale, in risposta alla decadenza dell’Occidente.
  • L’altro caso ha al centro un’inattesa trasformazione di un nazionalismo tradizionale verso una visione aperta del paese, che guarda verso occidente. La guerra ha quindi un forte contenuto ideologico, sia nell’aggressione che nella difesa da essa. Per comprendere il conflitto bisogna quindi soffermarsi sul crescere di questi due fenomeni più che su presunti interessi politici o economici → la storia di una divergenza, di un passato che da adito a rielaborazioni attorno ai suoi lasciti. Situazione nel 1991 presentava forti affinità: nella cultura e formazione del gruppo dirigente (statalismo, tendenze isolazioniste, attitudine per le logiche di potere piuttosto che per il confronto), vistosa debolezza dello stato di diritto e del sistema legale, diffuse culture dell’illegalità, strumenti finanziari arretrati, popolazioni urbane dai caratteri perbenista e conservatore mentre le campagne giacevano in afasia, alcolismo come piaga comune. Comune anche il ripiegamento valoriale verso ideali più grossolani a seguito del fallimento del socialismo: qui però non si arrivo alla situazione balcanica, con il rifiorire di nazionalismi → il socialismo sovietico lasciò ad entrambi i paesi un piccolo nucleo positivo (umanesimo sovietico e rifiuto dell’uso della violenza che accomunava le élite tardo-sovietiche, de- etnicizzazione della lingua russa come lingua veicolare). Questi valori portarono a rapporti inizialmente tuttalpiù cordiali, ma germe in Russia: già nel 1992-93 il parlamento votava la revoca della cessione della Crimea all’Ucraina, oppure bombardamento del parlamento da parte di El’cin, che lasciò veleni. Situazione in Transnistria → problema reale dei confini lasciati alle repubbliche post-sovietiche, non affrontato. Molti di questi conflitti ricalcavano quelli già emersi nel 1917-1922 dopo il crollo dell’impero zarista. Già allora forti tensioni opposero il movimento nazionale ucraino ai bolscevichi del Donbas, le cui campagne ucraine erano disseminate di insediamenti industriali e urbani imperiali. Conflitti tacitati dopo la vittoria bolscevica, ottenuta anche sostenendo il diritto dei popoli all’autodeterminazione fino alla separazione → creazione di uno stato senza etichetta etnica ma composto da repubbliche etnonazionali, con preminenza russa (ma le accuse di Putin a Lenin sono infondate in quanto la decisione fu motivata da un’effettiva ribellione Ucraina). 1991 → resistenza di Kyiv alle richieste autonomiste della Crimea per evitare che queste si estendessero al Donbas, che rivendicava il passato e i privilegi sovietici, più che russi (area industriale con privilegi speciali). Agli specialisti apparivano tre possibili scenari del futuro post-sovietico:
  • competizioni etnonazionali;
  • ricostruzione imperiale;
  • nascita di una nuova area liberale e democratica. Le ultime due ipotesi hanno preso pieghe inattese, aiutate dalla cultura avversa alla forza delle élites di una situazione internazionale favorevole, che non voleva umiliare gli sconfitti. Si svilupparono così divergenze ben visibili: nascita anche di due nuovi nazionalismi entrambi non etnici: ucraino → nuove basi su di un futuro di apertura, russo → convinzione della necessità di guidare l’assalto ideologico-revanscista all’ordine internazionale che avrebbe umiliato la Russia. Nella nascita di queste visioni di se stessi, di queste divergenze, e nella perdita di centralità di un potere bianco di origine europea, stanno le radici del conflitto attuale

L’Ucraina si costruisce e si scopre diversa

Il cammino dell’Ucraina, 1991- Lo stato appena nato portava in se le cicatrici dell’esperienza sovietica (holodomor, seconda guerra mondiale, olocausto, crisi del sistema di vita e devastante alcolismo), ma anche il suo seme positivo, che si era incarnato nelle

speranze della perestrojka e nel ceto dirigente di cui emblema fu Kravcuk → legge sulle lingue, tutela del patrimonio linguistico. Contrari intellettuali dissidenti durante il periodo sovietico, per i quali la lingua era una bandiera identitaria, ma il loro nazionalismo era distante da un nazionalismo integrale. Alleanza nazionalisti Kravcuk → decisione di adottare una legge sulla cittadinanza (nell’URSS ognuno aveva un suo passaporto interno con descritta la nazionalità etnica): scelta di estendere la cittadinanza “anazionalmente” come lo erano i cittadini sovietici da un punto di vista federale, nazionalità aperta → potere deriva dal popolo ucraino inteso come tutti gli abitanti del paese aldilà della loro etnia. Eguaglianza di fronte alla legge in uno stato di diritto dalla costituzione ancora agli inizi e dalle pesanti eredità sovietiche → la politica spesso si riduceva a confronto (élite appoggiate da oligarchi locali e élite regionali), anche se meno drammatico di ciò che avveniva in Russia, benché vi fossero divisioni tra chi guardava ad ovest e chi guardava ad est. Pluralizzazione religiosa che partì da Leopoli: rinascita della chiesa greco-cattolica nel periodo Gorbacev, ma un terzo della popolazione preferì rimanere ortodosso (tra autocefali ucraini e patriarcato di Mosca). Il presidente Kravcuk poi fondò una chiesa ortodossa (patriarcato di Kyiv) → anche in questo caso si andava verso uno stato civico-territoriale aperto, le cui divisioni favorivano l’integrazione democratica più che una polarizzazione disgregante. Mancata nascita di una coalizione rosso-bruna: odio della parte di destra nazionalista della parte filocomunista, contrario di ciò che accadde a Mosca → ridotto lo spazio per un presidenzialismo populista e democratico → evidenza nei sondaggi (sguardo a occidente). Sondaggi a Doneck: chi non si sentiva ucraino si sentiva principalmente sovietico e non russo → non era una contrapposizione Russia-Ucraina, ma situazione più fluida, di scelta civica. Questione linguistica con una minoranza che dichiarava di parlare surzik. Marginalità del paese e transizione tranquilla Kravcuk- Kucma, costituzione approvata relativamente positivamente. Scelta europea: Kuckma aveva il sostegno delle aree orientali del paese grazie a politiche di avvicinamento con Mosca e dato il passato da dirigente industriale → sembra confermare la natura bipolare del paese, ma aveva posizioni ambigue, e al secondo mandato fu votato in maniera ribaltata rispetto alla votazione precedente, con sostegno occidentale. Rapporti con il Ruch e navigazione tra Russia e occidente (Europa e Nato, 2002 chiede l’ingresso nell’organizzazione atlantica). Omicidio di Gongadze, giornalista oppositore, con coinvolgimento di Kucma → crisi della presidenza, differentemente da quello che accadde a Mosca. Juscenko – Janukovyc → vittoria del secondo al secondo turno, con sospetti brogli e avvelenamento del primo. Immagine di un paese diviso, proteste e rivoluzione arancione per i brogli → Juscenko vittorioso al terzo turno straordinario → inquietò Putin, tappa fondamentale della divergenza tra i due paesi, inizio di una fase più attiva in Ucraina, verso un modello più aperto di società. Mandato presidenziale che non convinse molto, ma trattato di associazione con l’UE e scelta dell’holodomor come discorso legittimante. 2010 vittoria Janukovyc su Tymosenko, sotto crisi economica e grazie alla sua maggiore presa sul paese → aumento dei poteri in capo alla presidenza e controllo sulla magistratura. Accuse di corruzione e disprezzo per la cultura ucraina, comportarono una crescita dei partiti di destra radicale nazionalista, apparente svolta verso un paese diviso in conflitti etnonazionali, ma forte crescita della popolarità della prospettiva europea e pochi ucraini dicevano di rimpiangere l’Urss. Frizioni sulla questione europea e volontà di non ratificare l’accordo UE del 2008, in opposizione al parlamento: Januk rifiutò di firmarlo, orientamento smaccatamente filorusso → occupazione di piazza Indipendenza, sgombero e rioccupazione → Euromajdan, rivoluzione della dignità, grande sconfitta di Putin, rivelava il forte orientamento filoccidentale, della popolazione e di parti rilevanti del potere politico ed economico. Alle manifestazioni presenti militanti della destra ultranazionalista, ma non costituì una parte rilevante (percentuali bassissime alle elezioni successive). Verso un nazionalismo civico, con le sue retoriche: quella di una Rus di Kyiv democratica e quello dei cosacchi come uomini liberi, storia dell’Ucraina di frontiera e libertà → visione di un paese democratico di natura. Scarso peso di Bandera in una rivoluzione più nazionale che nazionalista. Dopo un mese Januk, abbandonato anche da alcuni oligarchi, capitolò e fuggì in Russia facendo appello all’intervento militare. Elezioni che videro l’affermazione di Porosenko, grande industriale che aveva sostenuto la rivoluzione arancione, ortodosso-russo, che si affermò con nettezza anche a est. Grande sconfitta per la Russia, che reagì in modo disordinato ricorrendo alla forza → apertura del conflitto riacutizzatosi nel 2022, occupazione della Crimea, tentativo tragico di proclamazione della repubblica popolare di Odessa. A differenza della Crimea la popolazione ucraina aveva idee molto diverse da quelle che la Russia pensava circa al futuro del proprio paese: la penisola era stata ripopolata compattamente dal 1945. tentativo nel Donbas, dov’erano

Questione della lingua nell’Ucraina attuale: evoluzione che porta il peso dell’eredità sovietica → ruolo favorevole verso gli spostamenti di popolazione, russificazione dolce rispetto alle azioni del ‘33-’35, in cui il russo diventa una lingua veicolare per i non russi, russo de-etnicizzato, come l’Inglese in Europa. Adozione facilitata dalle precedenti politiche repressive zariste e staliniane. 1863-64 rivolta polacca → zar ostacola la maturazione dell’ucraino, temendo l’eco delle rivolte, e con teorie panrusse: lo zar riteneva possibile tenere unite le lingue e le culture slavo-orientali russa, bielorussa e «piccolo russa». Politiche aiutate da processi di urbanizzazione e modernizzazione che avevano luogo in territori in cui le campagne erano ancora largamente analfabete, alfabetizzazione condotta verso il russo. La guerra e le decisioni di Lenin permisero dopo il ‘23 un grande sviluppo della lingua e cultura ucraine, all’interno di una repubblica fortemente differenziata. Fu in base a questo sviluppo che Stalin decise di assestare il doppio colpo: carestia sterminatrice ed eliminazione sistematica della élite, con interventi anche sulla lingua volti ad avvicinarla al russo. Sul successo di queste politiche terribili fu poi costruito quello della russificazione successiva al 1953, che portò ad un paese con una forte minoranza etnica russa e in cui la grande maggioranza degli ucraini era bilingue. È quindi difficile fare ricorso alla questione della lingua per farsi un’idea della questione nazionale nell’Ucraina post-sovietica. Situazione linguistica nell’89: altissima percentuale di ucraini russofoni, gruppo decisivo che deteneva quindi le chiavi della politica di costruzione nazionale → premette con una costruzione non etnonazionale e contribuì ad evitare il conflitto interno russo-ucraino. Pluralismo religioso: presenza iniziale di quattro confessioni cristiane di rito ortodosso, che favorì anche in questo caso l’affermazione di una visione aperta e inclusiva, favorita anche dalla scarsa religiosità militante del paese, di derivazione sovietica. 2019, evento che scatena una forte reazione da parte di Mosca: riconosciuta l’autocefalia della nuova chiesa ortodossa d’Ucraina, fine al monopolio canonico di quella russa sul territorio della repubblica. La speranza era che riunisse la chiesa autocefala, quella patriarcato Kyiv e quella patriarcato Mosca, ma solo due vescovi di quest’ultima accettarono. Comunque non si poneva come chiesa nazionale ucraina, e Santa Sofia mantiene lo status di museo nazionale. Il patriarcato di Mosca non demorde e reclama esclusività sul territorio ucraino intero → conflitto all’interno dell’ortodossia nel suo complesso → pressioni di Kirill su Putin dal 2019. Importanza dei rapporti con altri stati occidentali in due componenti:

  • presenza di una diaspora ben organizzata, attiva e attenta a ciò che succedeva in Ucraina, soprattutto in USA e Canada, composta da numerosi strati temporali e politico-culturali, con egemonia del gruppo proveniente dalle regioni occidentali con esperienze di clandestinità e prigionia → ideologia del nazionalismo integrale, ma evoluto nella lotta al totalitarismo sovietico, integrato nelle grandi democrazie occidentali e uso al discorso di mondo libero caratteristico della guerra fredda. Influenza della diaspora favorevole all’evoluzione occidentale dell’Ucraina.
  • Ruolo della nuova emigrazione verso i paesi UE generata dalla crisi post-indipendenza, nutrito anche dalla mancanza di risorse. Centinaia di famiglie ucraine hanno partecipato dal basso alla vita di un occidente che permette una vita non facile ma aperto e migliore, che non è solo corruzione e consumismo. Tra i pochi paesi a poter far poi un confronto diverso tra l’esperienza ucraina e quella russa di altrettanti immigrati. Nello sguardo ad occidente c’è anche un tessuto costruito dal basso che ha costruito un’opinione. Anche i riflessi snodali della storia sovietica nell’evoluzione dello stato verso un nuovo modello: anche nei termini delle possibilità che essa offriva per lo sviluppo di un discorso legittimante. Tra grande carestia staliniana e movimenti di resistenza all’occupazione sovietica, lotta armata compatta ma compromessa dalla vicinanza alla Germania di Hitler e difficilmente utilizzabile per il suo nazionalismo integrale, la scelta ricadde sull’Holodomor → la scelta del genocidio pone l’Ucraina non come allineata al nazionalismo integrale, ma come paese che si presenta vittima di un crimine efferato ai danni di un popolo in nome dell’affermazione della superiorità di un altro, che guardava agli altri paesi vittima di genocidi come a fratelli. Questa resistenza aggiungerà in futuro un fondamentale sostrato al discorso legittimante e ne nascerà ancora un nuovo rapporto con lo Stato → Putin paradossalmente può fornire un contributo alla nascita della nuova Ucraina, anche se ad un prezzo altissimo.

Un «mondo russo» da ricostruire con la forza

Avventura di Putin comincia nel 1999 con la nomina a primo ministro. Prima maturazione ideologica nel 2007, preceduta dalla ricostruzione dello stato, facilitata dalla presenza di grandi risorse → forte incremento dei prezzi del gas

e dell’olio dopo il 1998, che fecero della Russia un petrostate. L’andamento precedente aveva ostacolato particolarmente la perestrojca, con prezzi molto bassi negli anni ‘90. Putin ebbe le risorse per la ricostruzione dello Stato e i suoi apparati e per guadagnare il sostegno della popolazione, ottenuto anche subordinando gli oligarchi al potere dello Stato: resi soci di minoranza o repressi. Putin ebbe il sostegno delle grandi burocrazie imperiali moscovite, di cui ripristinò autorità e ambizioni → gli fornirono strumenti e appoggio necessari, così come fece ampia parte di una popolazione frustrata dalle difficoltà causate dal crollo dell’Urss e da quella che molti sentivano come l’umiliazione degli anni ‘90 → parte della popolazione che si era identificata con l’ideologia imperiale sovietica da tardo stalinismo e dell’interpretazione che esso diede alla vittoria del 1945 → potenza di un grande Stato ad esercitare la sua signoria sul mondo. Umiliazione che però si trovava solo nella loro mente. Su basi di ordine e relativo benessere il primo Putin costruì un successo sostenuto da miglioramenti reali e dalla ricostruzione dell’autorità dello Stato → solleticava i vecchi pilastri dell’ideologia sovietica. Contribuì anche un parziale miglioramento demografico avviatosi dopo il 2004. Popolarità vera di Putin, entrata in crisi nel 2010 e poi rianimata nel 2014 con l’annessione della Crimea → scelta la via della forza per ripristinare la «grandezza russa», elemento presente fin dall’inizio, con i metodi repressivi della seconda guerra cecena. La cultura della nuova élite russa era ancora quella di un paese vincitore e pronto ad utilizzare la forza, per di più di un paese rimasto ai margini della grande stagione del moralismo in politica estera (da qui le simpatie per una parte degli studiosi “realisti”, che sottovalutano l’evolversi degli interessi e l’influenza delle idee e ideologie). Frequenti richiami alle minoranze russofone nelle ex repubbliche: solo una parte di esse era interessata ma il discorso smuoveva principalmente nella destra ultranazionalista russa e nei gruppi più fanatici dell’Urss, uniti nel desiderio di ripristinare i confini o di creare protettorati. Disprezzo per i riformisti della perestrojka, alla strenua di agenti dell’occidente interessato al crollo dell’Urss (dimenticando che la dissoluzione era stata mossa da El’cin e che USA avevano provato a salvarla) → crollo presentato come la scomparsa di una russa storica, supposta continuità tra impero, Urss e Russia. Ciò assieme alla demonizzazione degli anni 90: presentati come un inferno creato da un occidente spietato, contrapposto all’idealizzazione della Russia eterna. Discorso falso ma potente e creduto, abbaglia i tanti che avevano psicologicamente sopportato la modernità inferiore sovietica, compensandola col prestigio e la grandezza che essa aveva assicurato al paese, effettivamente venuti meno tra perestrojka, crollo sovietico e difficoltà iniziali della nuova Russia. La subitanea realizzazione che la Russia era molto più povera dell’Occidente si accompagnò ad un profondo rancore, Occidente che non fa nulla per aiutare. Ma il discorso è falso e sbagliato: Russia mai vessata come lo fu la Germania, e scelta autonoma di sciogliere l’Urss (Chicken Kiev Speech) mentre Washington remava contro ad uno scioglimento; non fu imposta alcuna riparazione e non fu tolto alcun territorio, subito ammessa nel G8, restituzione delle 4000 testate nucleari in territorio ucraino. Quadro di malessere amaro e sofferenza sociale presentato dalla Russia degli anni 90: non frutto di perversione o contagio occidentali, ma piuttosto il prodotto del passato sovietico aggravato dal collasso dello Stato, mentre esplodevano un mercato nero e imprenditoria abituate alla clandestinità. All’immagine di umiliazione Putin rispose con discorsi centrati sulla ricostruzione dell’autorità dello Stato. Democrazia sovrana, termine utilizzato a partire dal 2006. Termine affiancato nel 2007 al concetto di mondo russo, nel quale la lingua russa non era solo il cemento dello spazio vivo di milioni di persone, ma era anche chiamata a preservare un passato “russo eterno”. Russi e russofoni erano per Putin tutti gli slavi orientali. Contemporaneo irrigidimento del mito del 1945 come base del discorso legittimante del nuovo Stato → perse l’ambiguità di una guerra tra la liberazione e una guerra di prepotenza brutale per assumere un nuovo unilaterlismo: generali maschi e vittoriosi. Figura di Putin, importante ruolo della personalità di un uomo solo al comando. Peso di un’educazione di strada violenta e prepotente nella sua formazione, piacere nel celebrare un culto di sé basato su una forza e virilità primitivamente intese. Uomo pericoloso per il quale la violenza è arma lecita e piacevole da utilizzare (omicidi giornalisti, ma anche per piegare intere popolazioni). Crescente ossessione per la Storia: presa di coscienza del suo ruolo storico come presidente-zar, rifondatore di una Russia eterna. Nazionalismo di Putin: nazionalismo non strettamente etnolinguistico, mondo russo russocentrico e guidato da Mosca ma non solo russo, universo che si ritiene un universo a parte rispetto ad altre civilizzazioni; antioccidentalismo reazionario russo dell’ottocentesco è pilastro del suo anticomunismo (con cui non si fanno i conti perché ciò minerebbe le basi dell’autorità dello Stato, Medinskij regista della normalizzazione) → da questa sua ambiguità riceve stima sia da parte della sinistra italiana sia da parte del campo liberale (vicinanza di Putin al discorso di Zirinovskij). Influenza dell’eurasiatismo post-sovietico influenzato da

convinzione che la Russia potesse ambire non solo a costruire un nuovo mondo russo ma anche ad alterare radicalmente l’ordine mondiale. Parole di Lukjanov: fine dell’esperimento di inclusione della Russia nell’ordine mondiale, verdetto che ha portato a riaccendere il conflitto del 2014, dandogli nuova forma e modificandone scala e impatto. Fattori determinanti per determinare fosse il momento: paura di perdere l’Ucraina, delusione per il comportamento di Zelensky, riconoscimento recente dell’autocefalia Ucraina, convinzione di un declino occidentale senza ritorno (pivot to the east americano). Giudizio sprezzante sulla corruzione morale dell’occidente, in particolare dell’UE poco patriottica e militarista, con funzionari politici facilmente corruttibili da Mosca → probabile reazione di sorpresa e shock alla situazione seguente al conflitto. Testi di Putin → confermano un quadro dove l’Urss è vista come Russia storica e di appartenenza ad essa delle sue repubbliche. Discorsi sull’inevitabilità di un’azione preventiva: difesa legittima dalla nato e denazzificazione dell’Ucraina prima che sia troppo tardi.

  1. Retorica anti-nato presente fin dal 2007, discorso di Monaco, con coscienza della presa nel pubblico europeo, ma alcuni fatti sono incontrovertibili: nel 1990 non ci fu mai alcuna promessa formale, solo ragionamenti con un funzionario di uno stato che cessò di esistere l’anno dopo, che aveva assicurato la libertà degli stati di scegliere le proprie disposizioni in materia di sicurezza.
  2. Trattato di Budapest 1994: in cui la Russia si impegnava a riconoscere formalmente e garantire l’inviolabilità dei confini ucraini in cambio della consegna di 4000 testate nucleari.
  3. 1997, a Parigi la Russia e Nato firmano un atto costitutivo che stabiliva i passi verso la cooperazione, Nato e Russia non si consideravano avversarie, riconoscevano il diritto intrinseco di tutti gli stati a scegliere i mezzi per garantire la propria sicurezza.
  4. 2002 consiglio consultivo congiunto tra Russia e Nato, aperto all’ingresso per altri stati ex-Urss nell’Alleanza.
  5. Freddezza francese e tedesca alla possibile entrata nella nato di Georgia e Ucraina nel 2008.
  6. dato di fatto che la nato non costituisse una minaccia: soldati americani sul suolo europeo in netto calo fin dalla fine della guerra fredda. → natura pretestuosa dell’appello alle ragioni della difesa preventiva. Azione controproducente di Putin che porta al riarmo di Germania e all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia, intimorite dall’atteggiamento Russo: nuova legittimazione alla Nato. Quello che Mosca probabilmente temeva probabilmente era il pericolo costituito dalla stessa Ucraina, che seguiva una sua via e aveva scelto di guardare ad Occidente, preferendo l’Europa al mondo russo gerarchicamente ordinato. Il pericolo risiedeva nell’UE e nella sua cultura: per partecipare alle strutture istituzionali europee è necessario soddisfare i criteri prescritti. Nascita dell’UE: progetto statuale nato senza riflettere sui suoi confini e teorizzandone di fatto un allargamento senza limiti, ma che imponeva vincoli e richiedeva sottomissione a principi e a regole chi voleva entrarvi. Per la Russia era oggettivamente difficile accettare di riempire tutte le infinite caselle necessarie per far parte dell’Unione. Giustificazione per la necessità di fermare un genocidio antirusso: i dati parlano chiaramente di un contesto, nel Donbas, dove non ha luogo un genocidio. Termine denazificazione → radici nel desiderio di conquistare consensi all’estero, dove il nazionalismo ucraino più conosciuto è quello integrale dei banderisti. Ma ha contato nella scelta del termine anche la volontà di utilizzare la vittoria del 1945 come retorica fondante del nuovo stato russo. Vicinanza a termini come dekulachizzazione e decosacchizzazione. Termine denazificazione che ha assunto vari significati nel corso del conflitto: rimozione dei dirigenti all’inizio, la massa incorrotta avrebbe accolto i liberatori e sarebbe tornata sulla retta via (idea del popolo su cui il leader scrive come su di una pagina bianca) → idea che il successo sarebbe stato facile e che tutto si sarebbe concluso in breve tempo, ma la resistenza ucraina è stata straordinaria, con appoggio occidentale e dure sanzioni alla Russia → cambio di discorso, il campo di battaglia seleziona i pezzi della complessa ideolabrams tankogia putiniana, favorendo alcuni elementi a scapito di altri → fine dell’idea grande Russia, con una mirabile unione di intenti, invece rafforzamento delle correnti nazionaliste di impostazione bianca, grande Russia moscovita e grande-russa → potenziale geografia variabile intellettuale del putinismo, ma cresce la rabbia → dibattiti in TV e probabili crimini di guerra sul campo, esacerbati, anche se c’è il rischio di trovarsi di fronte ad un’operazione di denazificazione sistematica e pianificata fin dal primo giorno. Svolta genociaria del discorso russo: da fratelli gli ucraini sono visti sempre più come corrotti essi stessi, traditori, in preda alla follia collettiva e da rieducare → si parla di distruggerli come gruppo e di distruggere l’Ucraina come Stato, per sostituirla con una diversa e più vicina a Mosca

(esempio dell’articolo di Ria Novosti → non regge più l’idea del popolo buono con il governo cattivo, discorso dell’articolo ampiamente genocidario; nazismo ucraino descritto come essenzialmente il suo desiderio di indipendenza e di uno sviluppo europeo, equivalente ad una degradazione; occidente collettivo, il capitalismo, produceva comunque e automaticamente un nazismo, in questo caso dato dal voler essere altro dalla Russia → de-ucrainizzazione necessaria). Il futuro dei due paesi, estrema rilevanza della posta in gioco:

  • Ucraina, destino che dipende dall’andamento della guerra: stato + o – grande associato all’UE e al discorso liberaldemocratico, ma anche impoverito, mutilato e amareggiato;
  • territori occupati: vita dura e pesante, con una Russia senza risorse per badarvi e dato che è improbabile che i rifugiati vi facciano ritorno;
  • Russia: sappiamo che i piani iniziali sono falliti, ma il regime almeno all’inizio potrebbe consolidarsi. Sondaggi attuali inaffidabili, unico dato rilevabile è la distanza tra la popolazione anziana e quella più giovane, dove la prima è più favorevole al regime. All’annessione della Crimea i sondaggi di Putin salirono. Tre gruppi statistici: uno sul 20-30% di russi aperti, colti e cosmopoliti, un secondo di dimensioni simili decisamente nazionalista e antioccidentale, un terzo gruppo meno orientato politicamente e deciso a vivere la sua vita → il primo e il terzo gruppo non si parlano, questo parla invece con il II. La situazione sembra abbastanza stabile. La realtà, aldilà dei sondaggi parla di un disastro: una Russia che dopo aver perso il XX secolo per colpa del bolscevismo rischia ora di perdere il XXI secolo per colpa di Putin, che non facendo i conti con la realtà potrebbe rimpicciolire il paese. Involuzione interna. Il peso del passato sovietico in Russia-Ucraina Fino a qualche anno fa la vita in Russia era più libera, più aperta di quanto non fosse in epoca sovietica e di quanto non sarà per anni a venire. Ma perché questa involuzione e speranze tradite? Alcuni studiosi filorussi e antioccidentali hanno sottolineato un’aggressività e un atteggiamento ostile occidentale, che si sarebbero imposti causando la reazione di Mosca, altri indicavano i fallimenti del liberalismo russo principalmente economico. L’involuzione verso l’autoritarismo interno dal 2000 da molti è stata attribuita a Putin e alla sua cerchia, che avrebbe volontariamente spinto su questo percorso per sete di ricchezze → siccome questa cerchia è frutto dell’educazione sovietica, questa tesi è una tesi ridotta dell’eredità sovietica, assieme al riemergere del lascito zarista. Pian piano divenne per molti innegabile il potere duraturo dei retaggi istituzionali comunisti e persino pre-comunisti nel plasmare gli esiti post-comunisti. Precedentemente, nel periodo tra anni ‘80 e ‘90, questo lascito era stato sottovalutato: studiosi revisionisti avevano normalizzato l’esperienza sovietica come un’altra via alla modernizzazione, alcuni dei tratti distintivi e degli esiti peculiari di quell’esperienza erano stati sottovalutati. Ha senso invece la teoria delle modernità multiple: una sovietica e una occidentale. Una valutazione realistica dell’esperienza sovietica punta in una direzione opposta rispetto a tendenze ottimistiche → il passato sovietico non poteva non esercitare una influenza, essenzialmente negativa, sulla nuova Russia post 1991. Eredità da non leggersi in modo deterministico: il passato non è un lascito statico. Mappe di problemi, linee di famiglia, debolezze e punti di forza. L’esito non era predeterminato, le scelte illiberali degli attori politici sono state condizionate da tali eredità e hanno finito per rafforzarle e radicalizzarle.

La Russia post-sovietica: quali prospettive comparative?

La questione dell’eredità sovietica è stata trattata spesso in un quadro che comprendeva gli altri stati ex-sovietici, ma ciò non è esaustivo: in Russia fu creato il sistema economico, sociale e imperiale sovietico, e quello rimase il suo cuore. Altre due angolazioni:

  1. lascito degli altri totalitarismo classici del XX secolo, Germania nazista e Italia fascista;
  2. eredità degli imperi coloniali europei: sia come nucleo imperiale che come stato nato dalla decolonizzazione (sia centro imperiale che stato vittima delle aspirazioni comuniste al potere mondiale).
  • Anche caso Jugoslavo, Russia-Serbia. Nei primi due casi con le dovute differenze. Sorprende una differenza sostanziale di longevità: 74 anni di esperienza sovietica, che porta ad un’eredità più complessa. Morte di Stalin: smantellamento del culto del dittatore ma mantenuto ed esaltato il suo sistema economico → eredita di violenza estrema e stress da essa derivante, stagnazione e deriva. Le esperienze italiana e tedesca si conclusero con eventi molto più traumatici, con l’occupazione di potenze straniere e l’introduzione di nuove classi dirigenti. In Russia fu molto minore ai casi continentali la disillusione nei confronti del

prima della catastrofe della seconda guerra mondiale, principio che a Mosca ha continuato ad agire a differenza delle potenze sconfitte nella guerra. Eredità delle repressioni staliniane ha reso più difficili le relazioni tra Mosca e il vicino estero: problemi già presenti nell’estero interno della Russia post-sovietica. Impatto delle guerre cecene → Eredità sovietica fatta di tradizioni imperiali, minoranze imperiali all’estero, mescolanze di popolazione e populismo statalista → alimentazione di un’ideologia centralizzatrice con potenti sfumature nazionaliste e neoimperiali, che le guerre cecene hanno energizzato → Riconcettualizzazione del concetto di vicino estero come Russkij Mir: da un’idea di fedeltà che riconosce alterità al secondo, arma a doppio taglio che da un lato viene presentato come come un modo benigno di promuovere la cultura e la lingua russa all’estero, dall’altro diventa uno strumento politico e culturale per sezionare lo spazio ex sovietico: apre a rivendicazioni storiche sui territori russi del passato, in linea con l’imperialismo russo di vecchio stampo. Declassamento delle ambizioni di Mosca: fine della dottrina universalista verso la sfera di influenza.

Il peso delle idee e delle mentalità

Originalità di un modo di pensare sovietico rafforzata da decenni di relativo isolamento culturale, che menomò le capacità e gli strumenti intellettuali della parte migliore delle élite politiche e intellettuali sovietiche e quindi russe. Pochissimi contributi con le scienze umane e sociali, psicologiche ed economiche occidentali. Non bassa qualità dei leader e degli intellettuali ma scarsità e povertà dell’educazione delle élite, prodotto diretto del mondo sovietico, e ancor più basso nel ceto dei funzionari → difficoltà tra questi dell’infiltrazione dell’umanesimo sovietico, la cui egemonia fu limitata. Scoperta dopo 1986 del peso insopportabile della storia sovietica → imperativa ricerca di un passato utilizzabile, necessario per rimediare al senso di mancanza di radici e valori, così come al concomitante sentimento di mancanza di se. La scelta ricade rapidamente sulla grande guerra patriottica e sulla vittoria del 1945: dal 1995 sanzionata una giornata della memoria alla gloria militare il 7 novembre. L’evento era realmente popolare, la scelta fu anch’essa un’eredità sovietica. La guerra aveva un significato e un’eredità ambivalenti: contemporaneamente una guerra popolare di liberazione individuale contro un nemico odioso, sia l’affermazione del potere e dell’arroganza di Mosca, della gloria statale e dell’espansione imperiale, così come del trionfo di Stalin. Eredità sovietica consistente nella promozione delle caratteristiche peggiori della tradizione russa → sottomissione acritica all’autocrazia, valore militare, amore per la gloria militare, sospetto e odio per gli stranieri. (vengono promossi quei valori lì, frutto dell’eredità sovietica). Esaltazione che corrispondeva all’interno alla credenza nella superiorità dello stato sull’individuo, di pari passo con l’idea che la superiorità statale fosse nell’interesse del popolo e della società → ruolo paternalistico. Aspettative popolari che le promesse e la propaganda sovietiche avevano alimentato per decenni, soddisfatte, differentemente dal resto degli altri stati, dalla presenza dei redditi relativi alle materie prime legato alla riduzione delle spese dovuta alla fine dello status di superpotenza. Al contempo unità delle élite statuali radicata nel controllo dei mezzi statali. Statalismo nazionalista radicato in due specifiche tradizioni sovietiche: lo status di grande potenza e il paternalismo (detto sopra) → antioccidentalismo e anticapitalismo. Alla fine dell’esperienza sovietica molti funzionari statali, abituati ad un sistema anti-liberale, attribuì la sconfitta sovietica ad uno svilimento del ruolo dello stato e quindi del loro stesso status in quanto dirigenti statali → male imputato al liberalismo piuttosto che al sistema sovietico → Putin salvatore rispetto ad entrambe le piaghe, ripristinatore dell’ordine giusto: potere dello stato all’estero e superiorità dello stato all’interno (statalismo nazionalista sovietico ha radicamento in due componenti, ossia la retorica di un grande potenza e quella di stato paternalista → imputazione del crollo alla fine dello Stato potente e paternalista, vista come causata dall’ordine liberale → Putin rimette le cose al giusto ordine). Eredità della modernità sovietica nelle ideologie e nei comportamenti di ampi segmenti della popolazione urbana: popolazione filtrata in epoca sovietica attraverso il sistema di passaporti interni e dei permessi di residenza → controllo e selezione dei residenti urbani, premiati con privilegi rispetto agli altri cittadini, disposti alla sopportazione pur di non perdere il loro status e identificanti la loro condizione di benessere nella repressione e nell’emarginazione degli altri → conformismo e sostegno all’autoritarismo. Mentalità di massa conservatrice legata anche all’eredità e alla natura redistributiva del sistema sovietico (cosa danno?) → consenso nei confronti dello stato non appena questo ha trovato i mezzi per redistribuire qualcosa. Lascito del sistema economico non ufficiale, esploso poi, e di pratiche, mentalità e comportamenti generati e alimentati da quel settore per decenni: valore delle relazioni, dei favori reciproci e dagli accordi private, dell’ottenere cose di

nascosto e della corruzione aperta e di un tipo specifico di criminalità. Versione sovietica della mafia: insieme di comportamenti e pratiche condivisi da vasti settori della società sovietica, un insieme che generava anche credenze tendenti al complotto su come veniva gestito il mondo. Comportamenti esacerbati dal peggioramento delle condizioni di scarsità di beni tipiche degli ultimi anni del sistema sovietico, anche dalle politiche di Gorbaciov (proibizionismo). Eredi del sistema politico precedente: la Rsfsr non fu autorizzata fino al 1990 ad avere un proprio partito comunista o una propria accademia delle scienze perché la loro presenza avrebbe minato le corrispondenti istituzioni sovietiche. Si nota così la difficoltà sovietica a risolvere il nodo delle nazionalità → in questa maniera si fortificò un’idea grande-russo ma rimase bassa la coscienza di una statualità Russa. Miseria intellettuale anche prodotto del processo di rimozione causato dal peso insopportabile del passato sovietico di terrore e repressione di massa. Questa rimozione assieme + la posizione privilegiata data alla Russia da Stalin (all’interno Urss) + le specificità della rottura di questo totalitarismo + riabilitazione della gloria sovietica post 1995 (scelta della vittoria nella guerra patriotica) → il passato cessò di essere un problema. Immiserimento colpì anche la chiesa ortodossa: a lungo filtrata da un regime capace di penetrare e corrompere buona parte delle sue gerarchie → molti vedono nel potere dello Stato la base della chiesa: anche in campo religioso spinta ad un rafforzamento della struttura autoritaria dello Stato e ripulitura del passato.

La peculiare modernità sovietica: parti mancanti e presenze reali

Urss come esperimento completo di modernità non capitalistica o socialista, esperienza essenzialmente diversa da quella del resto d’Europa, durata per più di 74 anni → finì per produrre una società neotradizionale in cui lo status vinceva sulla classe e l’uguaglianza di genere era solo fittizia. Presenze di ancien regime: struttura sociale quasi-casta e ruoli di genere neotradizionali. Eredità di un sistema giuridico repressivo dove l’apparato di sicurezza esercitava grande potere, assenza di diritto commerciale, mancante indipendenza di giudici e avvocati nei confronti delle istituzioni statali, privilegi per la classe dirigente e continue interferenze dall’alto. Lo Stato russo ha ereditato dal passato il nucleo delle burocrazie sovietiche, mantenendone gli uffici centrali, le strutture e il personale. Contemporaneamente l’esperienza sovietica ha portato a numerose assenze, parte della sua eredità: smantellato il sistema fiscale capace di monitorare le attività delle imprese private → da ricostruire quasi da zero nel 1992. Era stato eliminato il sistema bancario zarista, anch’esso da ricostruire da zero. Il sistema economico sovietico era stato costruito fin dal 1923 come integrato, da cui nel 1991 una drammatica spartizione di parti disegnate per lavorare assieme: evidente nel complesso militare-industriale, le cui componenti si trovavano in paesi diversi (le regioni economiche sovietiche non coincidevano con le repubbliche nazionali). Problemi aggravati dalla preferenza sovietica per fabbriche gigantesche → crisi nel momento in cui venne meno la rete che le legava, paralisi estesa alle città che dominavano + caratteristica bassa produttività. Comunque il crollo della produzione fu in effetti meno pesante di quello che si pensava: le statistiche economiche sovietiche erano tutt’altro che affidabili, molta produzione sovietica era pura perdita di valore, crollo più apparente che reale. La produzione dell’economia informale sovietica, d’altro canto, precedentemente non veniva registrata anche a causa dell’assenza di un apparato fiscale. Inoltre fu un crollo alleviato in parte dalla fine delle spese legate allo status di superpotenza. Soffrirono principalmente le città e regioni precedentemente privilegiate soffrirono → risentimento di strati precedentemente privilegiati, crescita tra loro del senso di umiliazione. Inoltre le rendite dalle fonti prime resero il peso del fallimento economico sovietico meno gravoso → ma anche meno necessità di riforme complessive e sopravvivenza di alcune caratteristiche del sistema sovietico (sussidi). Impressione, appena dopo l’indipendenza, di un senso di attività febbrile, dato dalle forti risorse, da una volontà di migliorare la propria condizione tipicamente sovietica e dalla concentrazione urbana delle scarse risorse demografiche del paese → impoverimento post-sovietico bipolare, forte al nord e nelle campagne, ma esplosività urbana di benessere, con la fuga dalle campagne di migliaia di giovani, dove la miseria era forte ben prima del collasso sovietico → la presunta miseria posti ‘91 era quindi anche la rivelazione tardiva dei veri costi del regime precedente. Crollo del valore delle pensioni causato dalla disintegrazione dello Stato sovietico: popolazione anziana impoverita che poneva enormi problemi sociali. Immagine della realtà cupa degli anni ‘90 anche data la crescita sistematica dei suicidi: già prima del crollo la modernità sovietica aveva causato un drastico aumento dei suicidi, il crollo peggiorò le aspettative di tanti russi. Tendenze demografiche negative si sono apprezzate in tutti i paesi industrializzati, ma in Urss