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Riassunto articolo di Francesco Ghelli "Da Mike Bongiorno a Platinette", Sintesi del corso di Storia Della Radio E Della Televisione

Riassunto dell'articolo di Ghelli "Da Mike Bongiorno a Platinette: figure dell'eccentricità fra paleotelevisione e neotelevisione".

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 10/05/2022

Mina.erva
Mina.erva 🇮🇹

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DA MIKE BONGIORNO A PLATINETTE: FIGURE DELL’ECCENTRICITA’ FRA PALEOTELEVISIONE E
NEOTELEVISIONE di Francesco Ghelli
Il cambiamento da paleotelevisione a neotelevisione è un cambiamento che si descrive in maniera profonda e
multiforme, poiché in pochi anni l’orizzonte politico-culturale e il paesaggio antropologico sono cambiati
radicalmente.
La neotelevisione è stata teorizzata da Eco e Casetti in base a innovazioni tecnico-formali, come microfoni, telecamere
che svelano il dietro alle quinte, sempre più uso di programmi del telefono per ottenere la partecipazione del
pubblico. Insomma il medium perde la trasparenza e l’accento non è più posto sulla “verità dell’enunciato”, ma sulla
“verità dell’enunciazione”, la funzione metalinguistica e di contatto hanno la meglio sulla funzione referenziale,
diventando sempre più autoreferenziale, avendo contatto con il pubblico, ma parlando sempre meno del mondo
esterno.
Paleotelevisione è quindi la televisione dello stato, mentre la neotelevisione un regime misto di soggetti privati e
pubblici. Questo passaggio avviene velocemente fra anni Settanta e Ottanta, partendo dal ’76 con la liberalizzazione
dell’etere, con l’emergere di network nazionale, con il duopolio di Mediaset-Rai e infine con l’avvento del colore nel
1977.
L’avvento del colore ha segnato quello che Peppino Ortoleva ha chiamato il “surrealismo del consumo”, un nuovo
mondo televisivo dominato dall’intrattenimento e pubblicità.
L’opposizione paleotelevisione e neotelevisione può essere visto come il pedagogismo di stato della rai a conduzione
democristiana e dall’altro gli intenti puramente commerciali che mirano all’audience e moltiplicano le pubblicità.
Passaggio da una televisione rispettosa ad una caratterizzata da un “antiintellettualismo” ormai esplicito. Dalla tv della
povertà- pochi canali, austeri, poche ore- a una tv dell’opulenza.
Lascia o Raddoppia? È il quiz di maggior successo nella televisione italiana e simbolo della paleotelevisione, condotto
da Mike Bongiorno, che in pochi mesi diventa il primo divo della televisione italiana. Come affermava Eco nella
Fenomenologia di Mike Bongiorno al fascismo superlativo e trasgressivo della star cinematografica, subentra la grigia
normalità del divo televisivo, l’everyman, l’uomo medio a cui tutti possono ambire.
Questa scelta della tv dell’origine è antiromanzesca e antieroica nel nome di un buon senso piccolo borghese.
In realtà si tratta di mezze verità perché questo programma, come altri, era un calibrato compromesso fra modernità e
tradizione, fra il quiz veloce all’americana e la commedia dell’arte italiana, fra intrattenimento e pedagogismo.
L’adattamento del quiz americano alla realtà italiana lo si può vedere nella valletta, o nella figura imparziale del notaio.
Questo quiz era segno della modernizzazione italiana, trasmesso dalla Fiera di Milano, e vetrina dei nuovi progressi
tecnologici e della società del consumo (premio era fiat 600).
Proprio per questo viene accusato di aver incoraggiato il consumismo e di essere stato strumento di
“americanizzazione”; ma anche di diffondere una cultura nozionistica e mnemonica.
Tuttavia, per John Foot nel quiz l’ideologia consumistica era compensata largamente dall’”ethos paternalistico della
dc” in una compresenza fra vecchio e nuovo. Inoltre, il programma era pensato come esercizio didattico per gli italiani,
infatti le vendite dei libri sulle materie dei quiz subivano una impennata, rendendo il programma una enciclopedia
popolare.
I diversi dualismi trovano una sintesi al centro della scena: dove al fianco di un presentatore mediocre, quasi
impiegatizio, vi sono concorrenti di altra natura. Il concorrente non è solo l’ossimoro dell’iomo comune scaraventato
in televisione, ma neanche la figura scialba dei successivi quiz, nel quiz col tempo si succederanno i personaggi più
ricchi ed impreveduti, figure eccentriche e memorabili, la cui caratterizzazione va verso l’eccezionalità e la stranezza.
Spesso sono una smentita o una correzione dei vari clichés.
Essi sono accomunati da una competenza del tutto eccezionale su un argomento ma si presentano in maniera opposta
rispetto a ciò che ci aspetteremmo, vi è spesso un capovolgimento del personaggio. In tutti i casi il quiz attiva
sceneggiature collaudate: storie commoventi di riscatto sociale o commedie mondane. Si tratta di storie che
simboleggiano l’impatto liberatorio della modernità sulle singole esistenza, la sua capacità di fluidificare identità e
comportamenti.
Agli occhi degli italiani che uscivano da una dura realtà di privazione e ignoranza, la cultura tradizionale e i nuovi
comfort consumistici potevano essere accomunati nel segno del progresso e dell’emancipazione. Insomma che per i
concorrenti e spettatori del programma la sintesi fra denaro e sapere, educazione e consumo non appariva così
forzata come ai critici postumi.
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DA MIKE BONGIORNO A PLATINETTE: FIGURE DELL’ECCENTRICITA’ FRA PALEOTELEVISIONE E

NEOTELEVISIONE di Francesco Ghelli

Il cambiamento da paleotelevisione a neotelevisione è un cambiamento che si descrive in maniera profonda e multiforme, poiché in pochi anni l’orizzonte politico-culturale e il paesaggio antropologico sono cambiati radicalmente. La neotelevisione è stata teorizzata da Eco e Casetti in base a innovazioni tecnico-formali, come microfoni, telecamere che svelano il dietro alle quinte, sempre più uso di programmi del telefono per ottenere la partecipazione del pubblico. Insomma il medium perde la trasparenza e l’accento non è più posto sulla “verità dell’enunciato”, ma sulla “verità dell’enunciazione”, la funzione metalinguistica e di contatto hanno la meglio sulla funzione referenziale, diventando sempre più autoreferenziale, avendo contatto con il pubblico, ma parlando sempre meno del mondo esterno. Paleotelevisione è quindi la televisione dello stato, mentre la neotelevisione un regime misto di soggetti privati e pubblici. Questo passaggio avviene velocemente fra anni Settanta e Ottanta, partendo dal ’76 con la liberalizzazione dell’etere, con l’emergere di network nazionale, con il duopolio di Mediaset-Rai e infine con l’avvento del colore nel

L’avvento del colore ha segnato quello che Peppino Ortoleva ha chiamato il “surrealismo del consumo”, un nuovo mondo televisivo dominato dall’intrattenimento e pubblicità. L’opposizione paleotelevisione e neotelevisione può essere visto come il pedagogismo di stato della rai a conduzione democristiana e dall’altro gli intenti puramente commerciali che mirano all’audience e moltiplicano le pubblicità. Passaggio da una televisione rispettosa ad una caratterizzata da un “antiintellettualismo” ormai esplicito. Dalla tv della povertà- pochi canali, austeri, poche ore- a una tv dell’opulenza. Lascia o Raddoppia? È il quiz di maggior successo nella televisione italiana e simbolo della paleotelevisione, condotto da Mike Bongiorno, che in pochi mesi diventa il primo divo della televisione italiana. Come affermava Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno al fascismo superlativo e trasgressivo della star cinematografica, subentra la grigia normalità del divo televisivo, l’everyman, l’uomo medio a cui tutti possono ambire. Questa scelta della tv dell’origine è antiromanzesca e antieroica nel nome di un buon senso piccolo borghese. In realtà si tratta di mezze verità perché questo programma, come altri, era un calibrato compromesso fra modernità e tradizione, fra il quiz veloce all’americana e la commedia dell’arte italiana, fra intrattenimento e pedagogismo. L’adattamento del quiz americano alla realtà italiana lo si può vedere nella valletta, o nella figura imparziale del notaio. Questo quiz era segno della modernizzazione italiana, trasmesso dalla Fiera di Milano, e vetrina dei nuovi progressi tecnologici e della società del consumo (premio era fiat 600). Proprio per questo viene accusato di aver incoraggiato il consumismo e di essere stato strumento di “americanizzazione”; ma anche di diffondere una cultura nozionistica e mnemonica. Tuttavia, per John Foot nel quiz l’ideologia consumistica era compensata largamente dall’”ethos paternalistico della dc” in una compresenza fra vecchio e nuovo. Inoltre, il programma era pensato come esercizio didattico per gli italiani, infatti le vendite dei libri sulle materie dei quiz subivano una impennata, rendendo il programma una enciclopedia popolare. I diversi dualismi trovano una sintesi al centro della scena: dove al fianco di un presentatore mediocre, quasi impiegatizio, vi sono concorrenti di altra natura. Il concorrente non è solo l’ossimoro dell’iomo comune scaraventato in televisione, ma neanche la figura scialba dei successivi quiz, nel quiz col tempo si succederanno i personaggi più ricchi ed impreveduti, figure eccentriche e memorabili, la cui caratterizzazione va verso l’eccezionalità e la stranezza. Spesso sono una smentita o una correzione dei vari clichés. Essi sono accomunati da una competenza del tutto eccezionale su un argomento ma si presentano in maniera opposta rispetto a ciò che ci aspetteremmo, vi è spesso un capovolgimento del personaggio. In tutti i casi il quiz attiva sceneggiature collaudate: storie commoventi di riscatto sociale o commedie mondane. Si tratta di storie che simboleggiano l’impatto liberatorio della modernità sulle singole esistenza, la sua capacità di fluidificare identità e comportamenti. Agli occhi degli italiani che uscivano da una dura realtà di privazione e ignoranza, la cultura tradizionale e i nuovi comfort consumistici potevano essere accomunati nel segno del progresso e dell’emancipazione. Insomma che per i concorrenti e spettatori del programma la sintesi fra denaro e sapere, educazione e consumo non appariva così forzata come ai critici postumi.

Alcuni personaggi, come Maria Luisi Garoppo, fecero scandalo sulla televisione e vennero condannati. La Dc all’epoca però voleva che la TV avesse standard morali più rigidi rispetto al cinema, considerato appannaggio di affaristi spregiudicati. Ciò che però appare peculiare della paleotelevisione è la dialettica fra eccezione e norma, fra eccentricità e mediocrità, concretizzata nel confronto fra presentatore e concorrente. Se la TV diviene un galleria di personaggi strambi e memorabili è possibile solo perché vi è un punto di vista egemone, rappresentato dal presentatore. L’eccentrico è tale rispetto ad un centro, da intendersi anche dal punto di vista geografico, visto che la il compito della rai era quello di unificazione culturale. Tutti coloro che passano per gli schermi sono mediatori cordiali, dai tratti piccolo-borghesi e cittadini, dall’eleganza impiegatizia, dal sex appeal moderato, dall’inossidabile perbenismo. Loro incarnano quello standard- linguistico e ideologico- che la TV è chiamata a trasmettere. La neotelevisione di oggi desta allarmi opposti a quelli che Bocca esprime (perbenismo): si lamenta il trionfo della volgarità, del cattivo gusto, etc. Il male imputato alla televisione odierna non è un eccesso di inibizioni e censura, bensì uno sfogo incontrollato di desideri e pulsioni, primo fra tutto il desiderio di apparire ed essere protagonisti. Il nuovo disagio della postmodernità viene descritto da Bauman come un disagio che nasce dagli eccessi di libertà derivati dall’onda lunga degli anni sessanta e dei loro molti tabù infanti. Molti di coloro che studiano i mass media e la cultura dei consumi afferma che il postmoderno sia dovuto ai valori degli anni sessanta, si parla di “rivoluzione silenziosa”, “valori postmaterialisti”, “bad trip”, “gli anni sessanta andati in malora”. Per altri invece lo stesso spirito libertario e dissacratore degli anni sessanta sarebbe una conseguenza della TV che tende per sua natura ad erodere le gerarchie sociali, a creare una società più democratica, egualitaria e trasparente. Gli spazi segreti e riservati sui quali si basa ogni potere tendono a essere violati sempre più in nome di un’assoluta visibilità e pubblicità di ogni ambito dell’esistenza. Nessuno sta al proprio posto perché i posti diventano comunicanti e accessibili. Queste critiche mal si adattano secondo Ghetto alla postmodernità di un paese cattolico e con un etica pubblica debole come l’Italia, bisognerebbe invece chiedersi quali siano le conseguenza della caduta dei tabù in un contesto lontano dai rigori dell’etica protestante e abituato a una doppia morale. Il postmodernismo, sempre secondo Ghetto, non è la fase matura della modernità in Italia, non è un compimento delle premesse degli anni Sessanta. Ma invece esso porta drammaticamente alla luce i limiti e la superficialità dei processi di modernizzazione: un’Italia rimasta per molti aspetti sorprendentemente arcaica e immutata sotto la crosta sottile lasciata dalla breve stagione della modernità. La grande trasformazione ci mette davanti un paese antico, è come “assistere all’emergere di un’Italia del sommerso, di una che si credeva finita per sempre”. Quella delle tv locali è una piccola Italia di provincia, marginale, per decenni ignorata, che nelle battaglie invocava la libertà di antenna con toni che ricalcano quel diritto alla libertà di informazione delle radio libere. Ma col senno di poi, dietro i toni libertari e movimentisti, è facile intravedere gli interessi commerciali ed economici di questa Italia. Se inizialmente le tv private riempiono un vuoto, una nicchia di mercato incustodita e proliferano in modo incontrollato, con la normalizzazione berlusconiano e con l’arrivo della tv satelittare e della pay tv dovrebbe diminuire, invece le emittenti locali sono in costante aumento. La tv si riempie di imbonitori e televenditori, dove la qualifica di “eccentrico” è un eufemismo, di maschere rese celebri da tic, da una formula, da gesti e vezzi ripetuti continuamente fino al tormentone. La televendita è l’esatto contrario della pubblicità moderna, con le sottigliezze del marketing e del soft selling, con le strategie retoriche sempre più allusive e indirette. Ma nel suo paradossale anacronismo è un ritorno alla pubblicità ciarlatanesca delle origini: le stesse promesse miracolistiche e menzognere si ripresentano. L’idea di “rimedio” e l’ossessione per i difetti fisici onnipresente nel preconsumismo è tradotta nel linguaggio della società opulenta, dominata dall’estetica. Inoltre, non si potrebbe immaginare nulla di più lontano delle vendite rispetto a quel compromesso costituito da carosello in cui gli inserzionisti dovevano in qualche modo scusare la loro invasione fornendo uno spettacolo. Nella televendita il contrario lo spettacolo è interamente fagocitato dalla pubblicità, la vendita diretta è ormai il programma stesso senza più alcuna distinzione fra contenitore e inserzione. La cautela della formula di carosello e spazzata via nel giro di pochi anni dalla più spudorata e gridata delle pubblicità. In parallelo la RAI aveva intrapreso dagli anni settanta una sperimentazione del linguaggio audiovisivo che culmina nella terza Rete degli anni ottanta, nella quale alla neotelevisione che vuole dar dove al “paese reale” si affianca una