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RIASSUNTO GUICCIARDINI, Appunti di Letteratura Italiana

RIASSUNTO VITA E OPERE DI GUICCIARDINI

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 18/01/2024

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alessiaxxxx 🇮🇹

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FRANCESCO GUICCIARDINI (1483-1540)
Il padre di Guicciardini era stato un fedele sostenitore dei Medici, ed era stato ricompensato con importanti
cariche politiche. Egli vi aveva atteso senza particolare entusiasmo, manifestando un’indole più incline agli
studi letterari e filosofici (vicino a Marsilio Ficino; sostenitore di Savonarola). Francesco ha una forte
ambizione politica che lo induce a dedicarsi agli studi giuridici. Nel 1504, alla morte dello zio Ranieri,
arcidiacono di Firenze e vescovo di Cortona, gli si offre l’occasione di intraprendere la carriera ecclesiastica
ottenendo il godimento dei benefici dello zio. Francesco prende in considerazione questa possibilità perché
sa che potrebbe fare carriera, per l’importanza della sua famiglia e per le sue capacità. Le sue mire di potere
vengono inibite dal padre, uomo di fermissimi principi religiosi, che non intende avviare al sacerdozio un
figlio senza vocazione (disprezza i preti). Intraprende quindi con successo la carriera di avvocato. Contro il
volere del padre contrae un matrimonio di grande prestigio politico con Maria Salviati (questa famiglia era
fra i principali avversari del gonfaloniere Soderini1 e, come Guicciardini, sosteneva un governo degli
ottimati). Nel 1511 ottiene il mandato di ambasciatore della Repubblica presso il re di Spagna (Discorso di
Logrogno: una prima, lucida analisi della crisi politica fiorentina; primo nucleo dei Ricordi, la cui
composizione si protrarrà per tutta la vita dello scrittore). Nel 1512 i Medici riprendono di fatto il controllo
della città, senza abbattere formalmente le istituzioni repubblicane. Francesco Guicciardini riceve importanti
incarichi:
- Diviene avvocato concistoriale del nuovo papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico
- 1514: membro degli Otto di Balìa
- 1515: entra a far parte della Signoria
- 1516: governatore di Modena
- 1517: governatore di Reggio
- 1521: quando scoppia il conflitto fra Leone X, alleato con Carlo V, e il re di Francia, Guicciardini diventa
commissario generale dell’esercito pontificio. Inizia anche la stesura del Dialogo del reggimento di
Firenze, sollecitato dalla nuova crisi in cui versa lo stato fiorentino dopo la morte di Lorenzo di Piero
de’Medici, avvenuta nel 1519.
Papa Adriano VI non gli assegna alcun incarico, cosa che invece farà il suo amico Clemente VII (figlio di
Giuliano fratello del Magnifico). Nominato consigliere di fiducia del pontefice, lo spinge a formare
un’alleanza con la Francia (Francesco I, lega di Cognac) e a entrare in guerra contro l’imperatore (Carlo V). La
conseguenza di ciò è il sacco di Roma del 1527 a opera degli eserciti imperiali. Sentendosi responsabile
Guicciardini torna a Firenze, dove la maggior parte sono avversi a lui e allo stato pontificio. Alessandro e
Ippolito de’ Medici sono estromessi dalla città e al loro posto si insedia un nuovo governo repubblicano
sotto il gonfalonierato di Niccolò Capponi. Per vendetta i suoi concittadini lo accusano di aver rubato sulle
paghe dei soldati e lo conducono in giudizio, ma verrà assolto. Nel frattempo scrive la Consolatoria, per
alleviare la sua condizione, e per discolparsi le orazioni Accusatoria e Defensoria. Nel 1528 da vita alla
redazione B dei Ricordi e scrive le Cose Fiorentine, una storia di Firenze dall’anno 1375 fondata su un’attenta
e scrupolosa comparazione delle fonti. Il 29 giugno 1529 Clemente VII firma col vincitore Carlo V il trattato
di Barcellona con il quale l’imperatore, ormai signore d’Italia, si impegna a restituire Firenze ai Medici.
L’esercito ispano-pontificio assedia la città e Guicciardini la abbandona; l’assedio termina nell’agosto 1530
con la capitolazione della repubblica. In questo anno Guicciardini scrive Considerazioni intorno ai “Discorsi”
del Machiavelli, Ragioni che consigliano la Signoria di Firenze ad accordarsi con Clemente VII e l’ultima
redazione dei Ricordi.
Nel settembre 1530 Guicciardini rientra a Firenze, incaricato dal papa di ripristinare l’ordine e di punire i
repubblicani, cosa che fa crudelmente. Il papa gli affida poi il governo di Bologna; si occupa anche della
riforma dello stato fiorentino che, pur mantenendo i propri istituti repubblicani, si trasformerà di fatto in un
1 Gonfaloniere dal 1498 al 1512
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FRANCESCO GUICCIARDINI (1483-1540)

Il padre di Guicciardini era stato un fedele sostenitore dei Medici, ed era stato ricompensato con importanti cariche politiche. Egli vi aveva atteso senza particolare entusiasmo, manifestando un’indole più incline agli studi letterari e filosofici (vicino a Marsilio Ficino; sostenitore di Savonarola). Francesco ha una forte ambizione politica che lo induce a dedicarsi agli studi giuridici. Nel 1504, alla morte dello zio Ranieri, arcidiacono di Firenze e vescovo di Cortona, gli si offre l’occasione di intraprendere la carriera ecclesiastica ottenendo il godimento dei benefici dello zio. Francesco prende in considerazione questa possibilità perché sa che potrebbe fare carriera, per l’importanza della sua famiglia e per le sue capacità. Le sue mire di potere vengono inibite dal padre, uomo di fermissimi principi religiosi, che non intende avviare al sacerdozio un figlio senza vocazione (disprezza i preti). Intraprende quindi con successo la carriera di avvocato. Contro il volere del padre contrae un matrimonio di grande prestigio politico con Maria Salviati (questa famiglia era fra i principali avversari del gonfaloniere Soderini^1 e, come Guicciardini, sosteneva un governo degli ottimati). Nel 1511 ottiene il mandato di ambasciatore della Repubblica presso il re di Spagna ( Discorso di Logrogno : una prima, lucida analisi della crisi politica fiorentina; primo nucleo dei Ricordi , la cui composizione si protrarrà per tutta la vita dello scrittore). Nel 1512 i Medici riprendono di fatto il controllo della città, senza abbattere formalmente le istituzioni repubblicane. Francesco Guicciardini riceve importanti incarichi:

  • Diviene avvocato concistoriale del nuovo papa Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico
  • 1514: membro degli Otto di Balìa
  • 1515: entra a far parte della Signoria
  • 1516: governatore di Modena
  • 1517: governatore di Reggio
  • 1521: quando scoppia il conflitto fra Leone X, alleato con Carlo V, e il re di Francia, Guicciardini diventa commissario generale dell’esercito pontificio. Inizia anche la stesura del Dialogo del reggimento di Firenze, sollecitato dalla nuova crisi in cui versa lo stato fiorentino dopo la morte di Lorenzo di Piero de’Medici, avvenuta nel 1519. Papa Adriano VI non gli assegna alcun incarico, cosa che invece farà il suo amico Clemente VII (figlio di Giuliano fratello del Magnifico). Nominato consigliere di fiducia del pontefice, lo spinge a formare un’alleanza con la Francia (Francesco I, lega di Cognac) e a entrare in guerra contro l’imperatore (Carlo V). La conseguenza di ciò è il sacco di Roma del 1527 a opera degli eserciti imperiali. Sentendosi responsabile Guicciardini torna a Firenze, dove la maggior parte sono avversi a lui e allo stato pontificio. Alessandro e Ippolito de’ Medici sono estromessi dalla città e al loro posto si insedia un nuovo governo repubblicano sotto il gonfalonierato di Niccolò Capponi. Per vendetta i suoi concittadini lo accusano di aver rubato sulle paghe dei soldati e lo conducono in giudizio, ma verrà assolto. Nel frattempo scrive la Consolatoria , per alleviare la sua condizione, e per discolparsi le orazioni Accusatoria e Defensoria. Nel 1528 da vita alla redazione B dei Ricordi e scrive le Cose Fiorentine , una storia di Firenze dall’anno 1375 fondata su un’attenta e scrupolosa comparazione delle fonti. Il 29 giugno 1529 Clemente VII firma col vincitore Carlo V il trattato di Barcellona con il quale l’imperatore, ormai signore d’Italia, si impegna a restituire Firenze ai Medici. L’esercito ispano-pontificio assedia la città e Guicciardini la abbandona; l’assedio termina nell’agosto 1530 con la capitolazione della repubblica. In questo anno Guicciardini scrive Considerazioni intorno ai “Discorsi” del Machiavelli, Ragioni che consigliano la Signoria di Firenze ad accordarsi con Clemente VII e l’ultima redazione dei Ricordi. Nel settembre 1530 Guicciardini rientra a Firenze, incaricato dal papa di ripristinare l’ordine e di punire i repubblicani, cosa che fa crudelmente. Il papa gli affida poi il governo di Bologna; si occupa anche della riforma dello stato fiorentino che, pur mantenendo i propri istituti repubblicani, si trasformerà di fatto in un (^1) Gonfaloniere dal 1498 al 1512

ducato ereditario, guidato da Alessandro de’ Medici. Il nuovo papa Paolo III non gli conferma il governatorato e quindi torna a Firenze, dove scrive un primo nucleo della sua opera maggiore, la Storia d’Italia. Senza entrare direttamente nel governo della città sostiene Alessandro de’ Medici. Quando nel 1536 un altro membro della famiglia, Lorenzino, lo uccide, Guicciardini prepara il terreno per l’elezione ducale di Cosimo de’ Medici, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, perché è giovane e spera di poterlo controllare. Cosimo però si sottrae alla sua tutela e tratta con l’imperatore per prendere il potere assoluto dello stato fiorentino. Messo da parte politicamente e sempre più odiato dai suoi concittadini, Guicciardini si ritira a vita privata per dedicarsi alla scrittura della Storia d’Italia , che per la prima volta vuole estendersi all’intero ambito nazionale. Uno scrittore clandestino Le opere di Guicciardini, ad eccezione della Storia d’Italia , non erano destinate alla pubblicazione. La sua opera più famosa, Ricordi , arrivò alla stampa nel Cinquecento fortunosamente, in miscellanee di massime sulla politica; le altre hanno tutte visto la luce a cominciare dall’Ottocento. Alcune appartengono al genere dei “libri di famiglia”, cioè sono opere private scritte per gli eredi, altre non potevano essere pubblicate per il lacerante contrasto fra il pensiero politico che rappresentano e le funzioni pubbliche del loro autore. È un contrasto di cui Guicciardini è consapevole: nella seconda redazione del proemio al Dialogo del Reggimento di Firenze egli denuncia l’ovvia contraddizione fra il soggetto dell’opera e il suo servizio ai Medici. In questa opera egli valuta varie soluzioni istituzionali per Firenze. Esamina, e scarta, le forme di governo popolare (poco efficiente), di oligarchia ottimatizia (troppo in balia delle rivalità delle grandi famiglie), di signoria familiare (perché dipendente dal puro arbitrio del principe). La proposta è quella di un governo misto (come nel Discorso di Logrogno ), che dia sfogo sia alle esigenze di rappresentatività politica del popolo, sia al bisogno di prestigio dei grandi, sia alla legittima ambizione del singolo di farsi non signore né principe, ma di emergere come “primo” cittadino, sia pure in un regime di libertà. Guicciardini vs Machiavelli Le Considerazioni intorno ai “Discorsi” di Machiavelli sono un commento polemico relativo a 38 dei 142 capitoli dell’opera machiavelliana. In esso Guicciardini mette in luce la propria differente interpretazione della storia e della politica. L’opera di Machiavelli insiste sulla necessità, per gli uomini moderni, di guardare alla “lezione” degli antichi, traendo dal loro esempio regole utili a “ordinare e mantenere gli stati”. La repubblica romana sembrava all’autore il modello più alto di stato, da imitare e riprodurre come forma ideale di governo. Per quanto riguarda il pensiero di Machiavelli si può parlare di “classicismo storico”, perché è erede dell’ammirazione umanistico-rinascimentale per le cose antiche. A ciò Guicciardini oppone una concezione relativistica della storia, dalla quale non può essere tratta alcuna regola ferma, alcun esempio da imitare, perché i fatti nella storia non si ripetono mai uguali. Egli rifiuta quindi teorie assolute e sistemi ideologici astratti. I Ricordi Nel 1530 Guicciardini termina la redazione definitiva (C) dei Ricordi. I Ricordi sono il frutto della situazione in cui l’autore vive: sono anni negativi sia da un punto di vista personale che politico. Ciò fa si che la sfiducia nei confronti di ogni teoria che prometta una lettura razionale della realtà si approfondisca. In questa opera si consuma definitivamente la rottura con la tradizione umanistico-rinascimentale del confronto con l’antico e con l’idea positiva di una storia magistra vitae. Si ribadisce il pensiero che non sia possibile attingere dal passato regole universalmente valide (di ciò tratta anche uno dei ricordi più importanti) perché i fatti non si ripetono mai uguali. Non servono quindi regole universalmente valide, bensì la capacità di distinguere, di soppesare differenti casistiche. L’avversione alle regole ritorna in molti ricordi, ora come rivendicazione dell’esperienza rispetto alla teoria, ora come negazione esplicita dell’esemplarità dell’antico, ora come negazione dell’efficacia pratica di principi troppo rigidi e universali, ora contestando il principio di esemplarità in quanto basato su un presupposto di consequenzialità in sé fallace. La conseguenza più