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Riassunto Leonardo Sciascia, Sintesi del corso di Letteratura

Letteratura italiana contemporanea riassunto scrittore Sciascia

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 27/04/2019

doretta90
doretta90 🇮🇹

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LEONARDO SCIASCIA
Nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, da famiglia della piccola borghesia
locale, S. ottenuto il diploma di maestro elementare nel 1941, fu assunto come impiegato
all’ammasso del grano nel suo paese. Dopo il matrimonio con Maria Andronico, nel 1944, nel 1949
cominciò a insegnare nella scuola elementare di Racalmuto: la fine degli anni 40 e gli anni 50
videro una sua varia attività letteraria, contatti culturali e iniziative molteplici; il suo forte interesse
per la realtà politica e sociale lo avvicinava alle posizioni della sinistra e del partito comunista a cui
egli guardava con attenzione critica, ma non senza diffidenza, nel 1956 pubblicò il primo libro che
suscitò attenzione a livello nazionale, Le parrocchie di Regalpetra; nel 1957-58 fu a Roma, tornato
in Sicilia, lasciò l’insegnamento e si stabilì a Caltanissetta,lavorando al Patronato scolastico. il
grande successo de Il giorno della civetta(1961) impose all’attenzione dell’opinione pubblica
nazionale il problema della mafia e diede un rilievo notevole alla presenza di S. nella cultura
italiana. nel 1967 si trasferì a Palermo, dove in seguito visse sempre, nel 1970 si ritirò nel suo
impiego statale. A partire da Il Contesto 1971, i suoi scritti suscitarono polemiche sempre più vaste.
La sua vasta produzione fu accompagnata da una ricca attività di organizzatore culturale, da
interventi giornalistici e da un’attività politica. Nel 1975, superati precedenti dissidi con i
comunisti, fu eletto come indipendente nelle liste del Pci alle elezioni comunali di Palermo, ma
deluso per la sua inefficacia della sua presenza nel consiglio comunale e contrario alla politica del
compromesso storico si dimise nel 1977. Ebbe inizio allora una varia polemica con i comunisti che
si complicò nel pesante clima dell’emergenza antiterrroristica: in particolare in occasione del
rapimento di Moro, S. si espresse a favore di una trattativa per la salvezza dell’uomo politico. Fu
deputato alla camera dal giugno 1979 al giugno 1983 facendo parte della commissione d’indagine
sul caso Moro. Fino in fondo si impegnò nel tentativo di difendere, in una realtà sociale e giuridica
stravolta e degradata, la certezza e il rigore civile del diritto. Minato da un male incurabile, S. morì
a Palermo il 20 novembre 1989.
Con l’opera di L.S. il realismo critico si rivolge a un’inquieta analisi dell’antropologia italiana. La
scrittura si pone insieme come confronto difficile e rischioso col mondo oggettivo e come esercizio
di una ragione che cerca di approfondire l’analisi degli avvenimenti e di suggerire di una vita civile
libera e razionale. Vengono così a integrarsi alla concretezza del presente: tensione mirale e civile,
gusto per la finzione e l’artificio combinatorio, passione letteraria. L’impegno narrativo e politico e
civile giungono a scambiarsi le parti: lo scrittore partecipa alla vita pubblica, ne definisce i caratteri
essenziali, ne interpreta gli eventi, cerca la possibilità di inserirvi un segno di razionalità. Le scelte
polemiche di S. si sono sempre fondate su una razionalità laica lontana dalle tattiche consuete nella
vita politica. L’aspirazione a vedere la realtà con il più lucido rigore razionale, a cercare una vita
sociale libera dalla violenza e dell’inganno, lo ha portato a mettere in luce tutta la carica negativa di
quelle forme di potere che fanno leva su intrecci perversi, che rendono cieca e inafferrabile la stessa
ragione. Attraverso personaggi che cercano la verità indagando su eventi e situazioni sia del
presente sia del passato, egli è arrivato a mostrare la difficoltà dell’esercizio della ragione e della
verità. La Sicilia e la sua vita sociale, dominate dalla presenza soffocante della mafia, hanno
costituito per Sciascia dei referenti assoluti, immagini esemplari delle tendenze più perverse
dell’intera realtà italiana. Come per molti autori della tradizione narrativa siciliana, la sua terra ha
rappresentato per lui una metafora del mondo; un mondo che assomiglia ad una trappola, in cui la
ragione, negata e conculcata da poteri e da complicità di tutti i tipi, è costretta a cercare se stessa, a
difendere ostinatamente la sua funzione, di giustizia e di verità. Proprio per questo orizzonte
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LEONARDO SCIASCIA

Nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921, da famiglia della piccola borghesia locale, S. ottenuto il diploma di maestro elementare nel 1941, fu assunto come impiegato all’ammasso del grano nel suo paese. Dopo il matrimonio con Maria Andronico, nel 1944, nel 1949 cominciò a insegnare nella scuola elementare di Racalmuto: la fine degli anni 40 e gli anni 50 videro una sua varia attività letteraria, contatti culturali e iniziative molteplici; il suo forte interesse per la realtà politica e sociale lo avvicinava alle posizioni della sinistra e del partito comunista a cui egli guardava con attenzione critica, ma non senza diffidenza, nel 1956 pubblicò il primo libro che suscitò attenzione a livello nazionale, Le parrocchie di Regalpetra; nel 1957-58 fu a Roma, tornato in Sicilia, lasciò l’insegnamento e si stabilì a Caltanissetta,lavorando al Patronato scolastico. il grande successo de Il giorno della civetta(1961) impose all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale il problema della mafia e diede un rilievo notevole alla presenza di S. nella cultura italiana. nel 1967 si trasferì a Palermo, dove in seguito visse sempre, nel 1970 si ritirò nel suo impiego statale. A partire da Il Contesto 1971, i suoi scritti suscitarono polemiche sempre più vaste. La sua vasta produzione fu accompagnata da una ricca attività di organizzatore culturale, da interventi giornalistici e da un’attività politica. Nel 1975, superati precedenti dissidi con i comunisti, fu eletto come indipendente nelle liste del Pci alle elezioni comunali di Palermo, ma deluso per la sua inefficacia della sua presenza nel consiglio comunale e contrario alla politica del compromesso storico si dimise nel 1977. Ebbe inizio allora una varia polemica con i comunisti che si complicò nel pesante clima dell’emergenza antiterrroristica: in particolare in occasione del rapimento di Moro, S. si espresse a favore di una trattativa per la salvezza dell’uomo politico. Fu deputato alla camera dal giugno 1979 al giugno 1983 facendo parte della commissione d’indagine sul caso Moro. Fino in fondo si impegnò nel tentativo di difendere, in una realtà sociale e giuridica stravolta e degradata, la certezza e il rigore civile del diritto. Minato da un male incurabile, S. morì a Palermo il 20 novembre 1989. Con l’opera di L.S. il realismo critico si rivolge a un’inquieta analisi dell’antropologia italiana. La scrittura si pone insieme come confronto difficile e rischioso col mondo oggettivo e come esercizio di una ragione che cerca di approfondire l’analisi degli avvenimenti e di suggerire di una vita civile libera e razionale. Vengono così a integrarsi alla concretezza del presente: tensione mirale e civile, gusto per la finzione e l’artificio combinatorio, passione letteraria. L’impegno narrativo e politico e civile giungono a scambiarsi le parti: lo scrittore partecipa alla vita pubblica, ne definisce i caratteri essenziali, ne interpreta gli eventi, cerca la possibilità di inserirvi un segno di razionalità. Le scelte polemiche di S. si sono sempre fondate su una razionalità laica lontana dalle tattiche consuete nella vita politica. L’aspirazione a vedere la realtà con il più lucido rigore razionale, a cercare una vita sociale libera dalla violenza e dell’inganno, lo ha portato a mettere in luce tutta la carica negativa di quelle forme di potere che fanno leva su intrecci perversi, che rendono cieca e inafferrabile la stessa ragione. Attraverso personaggi che cercano la verità indagando su eventi e situazioni sia del presente sia del passato, egli è arrivato a mostrare la difficoltà dell’esercizio della ragione e della verità. La Sicilia e la sua vita sociale, dominate dalla presenza soffocante della mafia, hanno costituito per Sciascia dei referenti assoluti, immagini esemplari delle tendenze più perverse dell’intera realtà italiana. Come per molti autori della tradizione narrativa siciliana, la sua terra ha rappresentato per lui una metafora del mondo; un mondo che assomiglia ad una trappola, in cui la ragione, negata e conculcata da poteri e da complicità di tutti i tipi, è costretta a cercare se stessa, a difendere ostinatamente la sua funzione, di giustizia e di verità. Proprio per questo orizzonte

problematico, in S. la narrativa si è sempre intrecciata con la saggistica, la diretta invenzione letteraria con la riflessione sulla letteratura: citazioni e modelli letterari hanno avuto l’esplicita funzione di rivelare i significati e i caratteri degli eventi reali. Nel suo impegno a trarre in piena luce le vicende anche più oscure e intricate, egli si è avvalso di una scrittura dalla precisione estrema, capace di illuminare la realtà: una scrittura di tipo classico, dietro la quale si avverte il modello della grande letteratura illuministica. Il primo libro di rilievo di S. Le parrocchie di Regalpetra, uscito nel 1956, sembra collegarsi direttamente al neorealismo e alla letteratura meridionalistica, ponendosi come un’inchiesta documentaria sulla vita e sulla storia di un immaginario paese siciliano, Racalmuto. Ma l’originalità dell’opera consiste proprio nel fatto che l’aspetto documentario, non si pone a un livello di verità immediata e diretta, ma mescola la realtà più precisa con dati di invenzione non immediatamente riscontrabili. Come l’autore stesso sottolineò più tardi, questo libro vuole essere il punto di partenza di una lunga indagine sulla storia passata e presente della Sicilia, definibile come la storia di una continua sconfitta della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolti e annientati. Nei racconti del volume Gli zii di Sicilia la sconfitta della ragione viene motivata attraverso un confronto con il mito e con la politica vista come mito. Nel successivo breve romanzo Il giorno della civetta, 1961, che trae spunto dell’assassinio del sindacalista comunista Miraglia, avvenuto nel 1947, l’inchiesta sulla realtà siciliana, si appoggia a un particolare uso della struttura del giallo: il detective rappresenta lo sforzo ostinato della ragione alla ricerca della giustizia e della verità, tra poteri e complicità che ne eludono e cancellano ogni traccia. Non solo i veri e propri detectives, ma tutti coloro che vogliono ricostruire la verità dei fatti del passato devono scontrarsi con la falsificazione e l’impostura, alla quale è dedicato il romanzo storico Il consiglio d’Egitto 1963, ambientato nella Palermo del secondo 700. Il romanzo A ciascuno il suo 1966, segue ancora la struttura del giallo: il solitario professore Laurana indaga su un delitto avvenuto nel suo paese, scoprendo responsabilità e complicità impensabili, sino a cadere lui stesso nella trappola degli assassini. Il contesto 1971, è un breve giallo che l’autore presenta esplicitamente come parodia: in un paese indeterminato, l’ispettore Rogas indaga su una serie di misteriosi assassini di giudici, che si susseguono in modo quasi meccanico. Al primo presentarsi della strategia della tensione, S. ne dà qui un quadro spregiudicato e disilluso, con un gioco sottile di sdoppiamenti e di ambiguità, che sembra prefigurare tanti tragici e oscuri eventi, poi realmente accaduti nel corso degli anni settanta. nel successivo romanzo Todo modo 1974, l’indagine sulle oscure trame che trovano connivenze nel governo si rivolge più direttamente verso il sistema di potere democristiano, verso il suo nesso con la tradizione cattolica e gesuitica. Abbiamo davanti una realtà in cui la lotta di potere si svolge attraverso trame che si incastrano l’una nell’altra e che non è mai possibile ricostruire fino in fondo: antiche tradizioni si piegano a usi micidiali, i valori del cattolicesimo si contaminano con le forme della modernità, vengono piegati a strumenti di potere, usati per accrescere gli interessi di piccoli gruppi e la corruzione. Alla vana ricerca di una riforma razionale di questo mondo così tenebroso è dedicato Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia 1977, riscrittura del celebre romanzo di Voltaire Candide: è una specie di autobiografia intellettuale, appassionata e ironica, in cui S. ripercorre le delusioni del suo rapporto con il partito comunista, e più genericamente del suo rapporto di intellettuale disorganico con il mondo politico. Dall’attività di S. è venuto certamente uno dei maggiori contributi che, nelle rapide trasformazioni della recente storia italiana, la letteratura ha dato alla resistenza di una razionalità civile: partendo dalla complicata realtà siciliana, egli ha indagato sulle complicazioni dei rapporti sociali e della scena pubblica contemporanea, mantenendo fede ad alcuni valori estremamente semplici, come la ragione, la giustizia, la libertà. S. avverte che questa semplice ragione resta in fondo sempre sconfitta, ma insegna a far sì che essa continui

che, in verità, cela situazioni tesissime ed inquiete. Il Vice si rende conto che l’avvocato era a conoscenza di affari piuttosto loschi e che i figli dell’ottantanove potrebbero essere solo un’invenzione, una falsa pista messa a punto per confondere e sviare i sospetti. La forza di questo breve romanzo non è tanto nella trama della vicenda poliziesca che, in ogni caso, avvince, ma in tutto ciò che la circonda. La sensazione è che Sciascia abbia usato la storia dell’assassinio come un pretesto perché, in realtà, voleva parlare di ben altro. In primis continuare, come spesso ha fatto in numerosi suoi romanzi, ad evidenziare la ricorrente debolezza della verità, il suo perenne svuotarsi di fronte a determinate condizioni. La difficoltà di combattere, anche da parte di chi gestisce ed amministra la giustizia, contro un potere troppo forte e radicato. Il potere di personaggi che, grazie al loro ruolo e alle loro insinuanti faccende, sono pesci troppo grandi da incolpare o coinvolgere. Figure che sfuggono alla giustizia solo perché appartengono alla categoria degli “intoccabili”. E anche nel momento in cui la loro colpa è palesata, riescono comunque ad insabbiare e nascondere, di conseguenza a sottrarsi alle loro gravi responsabilità. Come quella di un omicidio, per esempio. Sciascia descrive, ancora una volta, la frustrazione degli uomini che, per mestiere e per indole, cercano quella verità. Uomini avviliti e perdenti, esattamente come il diavolo dell’incisione di Düre. Ne “Il cavaliere e la morte”, inoltre, Sciascia lascia trasparire il senso profondo della fine. Della sua fine. Quando il libro uscì, in molti capirono che lo scrittore stava per morire. Il Vice è un uomo malato di cancro che, però, non muore di cancro. Sciascia era malato e pienamente cosciente che non sarebbe vissuto ancora a lungo. E sulla figura della Morte, davanti all’opera di Dürer, Sciascia (Vice) riflette amaramente. Alfabeto pirandelliano Un discorso mai più interrotto: dall'antico Pirandello e il pirandellismo (1953) al recente Alfabeto pirandelliano , elegante dizionarietto dalla voce Abba alla voce Zolfo, in cui convergono, in forma di lievissima fantasmagoria, tutti i temi che hanno ossessionato Sciascia nel corso di una quarantennale rilettura. L'ultimo Sciascia in Pirandello aveva riconosciuto il padre. Un padre che gli era capitato e che non avrebbe voluto, a fronte dei tanti che, poi, consapevolmente scelse, per opporsi a quell'irrazionale Sicilia che nelle pagine pirandelliane gli si era manifestata. I fantasmi di questi padri, insieme a quello di Pirandello (ancora una volta), turbano la cristallina chiarezza dei saggi più significativi ed intensi della bella raccolta Fatti diversi di storia letteraria e civile : pretesti, occasioni, brevi cronache, rapide escursioni che, con la scusa di dipanare un minimo caso una minima vicenda, si portano dietro l'infinito di una Storia privata e pubblica. Si può dire che Pirandello sia fra gli scrittori più celebrati, ma meno compresi. Ammiratori e detrattori, quando parlano di lui, tendono irresistibilmente a lanciarsi in disquisizioni generiche e astratte. Leonardo Sciascia, che conosce Pirandello nelle vene, ha scelto la via opposta: ha cercato i particolari rivelatori, nella vita, nell’opera, nella fortuna letteraria, nel gioco delle influenze. E con la somma di tanti di questi particolari – come se ciascuno fosse una lettera dell’alfabeto – ha composto questo Alfabeto pirandelliano , che illumina Pirandello con tanti fasci di luce obliqua, in modo da rendere la sua presenza molto più viva e immediata di quella che ci potrebbe offrire un ritratto frontale. E questo è un procedimento che ci aiuta a capire anche lo scrittore Sciascia, assertore di una verità che non si stanca di seguire per le vie più tortuose, dove tanto spesso ci aspetta al varco.