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Riassunto libro Donatelli, Sintesi del corso di Filosofia morale

Riassunto del libro di Piergiorgio Donatelli: La filosofia e la vita etica

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 17/02/2026

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CONCETTI CHIAVE CAPITOLO I
Primo capitolo:
Autonomia della morale oggi rispetto alla politica e alla religione: fatto molto nuovo che ha
come unico antecedente la Grecia di Socrate.
È con la democrazia che la morale si impone come linguaggio autonomo.
Novecento: secolo fortemente politicizzato.
Nel Seicento, specie in Hobbes, la religione diventa un ostacolo e la politica assume
connotazioni della morale.
Con Hobbes e Locke il problema centrale della morale è creare un ordine politico attraverso
l’accordo tra individui liberi, uguali e indipendenti con l’aiuto della ragione.
Quando Hobbes descrive la nascita del governo sta descrivendo la nascita della morale. Lui la
chiama “misura comune”, ovvero virtù e leggi insieme.
Hume critica il meccanicismo del contratto ma in comune con gli altri ha l’idea che la sfera
morale è autonoma rispetto alla religione.
Con i moderni non c’è ancora l’esigenza di separare la morale dalla politica: la separazione è tra
l’ordine sociale (politico e morale) e la religione.
La separazione tra morale e politica avviene nel quadro liberale. Di tale esigenza si fa promotore
John Stuart Mill, che sostiene la necessità di allargare la morale ad ambiti diversi.
Nel Novecento il liberalismo è ereditato da John Rawls, che in Una teoria della giustizia” scrive
che il compito della politica consiste nel difendere la maggiore libertà possibile di impostare la
propria vita secondo la propria morale personale.
Paradosso: rivalutazione della morale e contemporaneamente crisi della morale. Crisi
caratterizzata da due elementi principali:
1) Moralismo: pretesa della morale di giudicare ogni aspetto della vita, esempio di
deformazione interna della morale (come nel periodo vittoriano)
2) Attacchi dall’esterno: linguaggio dell’odio che sfocia nel cinismo e nell’indifferenza
(Bollas: “cinismo inconscio, sé trasmissivi)
Progresso tecnologico → cambiamenti → senso di perdita e sfiducia. Pessimismo che può sfociare
nel negativismo.
Tuttavia, per Donatelli il moralismo non è solo la fine della morale ma riflette anche il bisogno
interno di una revisione dei codici e delle condotte.
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Scarica Riassunto libro Donatelli e più Sintesi del corso in PDF di Filosofia morale solo su Docsity!

CONCETTI CHIAVE CAPITOLO I

Primo capitolo:

Autonomia della morale oggi rispetto alla politica e alla religione: fatto molto nuovo che ha

come unico antecedente la Grecia di Socrate.

È con la democrazia che la morale si impone come linguaggio autonomo.

Novecento: secolo fortemente politicizzato.

Nel Seicento, specie in Hobbes, la religione diventa un ostacolo e la politica assume

connotazioni della morale.

Con Hobbes e Locke il problema centrale della morale è creare un ordine politico attraverso

l’accordo tra individui liberi, uguali e indipendenti con l’aiuto della ragione.

Quando Hobbes descrive la nascita del governo sta descrivendo la nascita della morale. Lui la

chiama “misura comune”, ovvero virtù e leggi insieme.

Hume critica il meccanicismo del contratto ma in comune con gli altri ha l’idea che la sfera

morale è autonoma rispetto alla religione.

Con i moderni non c’è ancora l’esigenza di separare la morale dalla politica: la separazione è tra

l’ordine sociale (politico e morale) e la religione.

La separazione tra morale e politica avviene nel quadro liberale. Di tale esigenza si fa promotore

John Stuart Mill, che sostiene la necessità di allargare la morale ad ambiti diversi.

Nel Novecento il liberalismo è ereditato da John Rawls, che in Una teoria della giustizia” scrive

che il compito della politica consiste nel difendere la maggiore libertà possibile di impostare la

propria vita secondo la propria morale personale.

Paradosso: rivalutazione della morale e contemporaneamente crisi della morale. Crisi

caratterizzata da due elementi principali:

1) Moralismo: pretesa della morale di giudicare ogni aspetto della vita, esempio di

deformazione interna della morale (come nel periodo vittoriano)

2) Attacchi dall’esterno: linguaggio dell’odio che sfocia nel cinismo e nell’indifferenza

(Bollas: “cinismo inconscio, sé trasmissivi)

Progresso tecnologico → cambiamenti → senso di perdita e sfiducia. Pessimismo che può sfociare

nel negativismo.

Tuttavia, per Donatelli il moralismo non è solo la fine della morale ma riflette anche il bisogno

interno di una revisione dei codici e delle condotte.

l CONCETTI CHIAVE CAPITOLO II

USO COMUNE:

MORALE: Condotta della comunità o dell’individuo – oggetto della riflessione.

ETICA: riflessione, un’elaborazione intellettuale della condotta; in questo senso può essere

sinonimo di filosofia morale.

USO FILOSOFICO

DUE ESEMPI:

HEGEL: contrasto tra morale come dimensione puramente razionale ed etica come dimensione

della condotta e dei costumi. contrasto tra concreto e astratto.

WILLIAMS: contrasto tra la morale come sfera separata, sigillata ed etica come dimensione che

non esclude altre sfere valutative e pratiche (estetica…)

DUE CONCEZIONI DELLA MORALE:

UNIFICATA:

a) Kant, che separa categoricamente la morale dalle altre sfere valutative e pratiche;

b) Richard Hare, che fonda la morale su argomenti della filosofia del linguaggio. I giudizi

morali hanno caratteristiche precise che li rendono tali e li distinguono dagli altri giudizi.

Tali caratteristiche sono: prescrittività (prescriviamo una condotta in termini morali),

universalizzabilità (le massime sono approvate da qualunque agente razionale) e la

soverchianza (i principi morali predominano sempre su quelli non morali).

PLURALISTA:

a) Bernard Williams, che parla di una molteplicità di condizioni etiche diverse tra loro, dal

momento che “siamo eredi di una lunga e complessa tradizione etica che risente di

religioni diverse e scuole di pensiero…”

b) Cora Diamond, per cui la morale è un miscuglio, un’accozzaglia che la teorizzazione

tende a semplificare troppo;

c) Michael Tomasello (psicologo evolutivo), che è portavoce della psicologia empirica e

della teoria evoluzionistica e scrive: “La morale non un monolito ma un miscuglio…”

TRIPARTIZIONE CLASSICA delle prospettive da cui la filosofia si occupa della morale:

METAETICA: strumento attraverso il quale la filosofia si è occupata del fenomeno della morale:

il linguaggio, i contenuti, le forme di ragionamento; riflette sul fenomeno della morale dal punto

ETICA APPLICATA: impiega le teorie normative e le chiarificazioni concettuali della

metaetica, applicandole a situazioni concrete. In tutti i classici c’è interesse alle situazioni

concrete (suicidio), anche se alcuni temi sono più recenti (ambientalismo, nato negli stessi anni

della bioetica).

MODELLO: aspetto complessivo assunto dall’etica in quanto essa dà forma alla vita…

L’etica come modo di unificare la vita e darle una forma segue tre modelli distinti:

1) Etica come regolazione della condotta, come SAPERE PRATICO, finalizzato alla

convivenza e alla cooperazione tra le persone. È il modello principale, che fiorisce nella

modernità con in grandi classici (Hobbes, Locke, Rousseau, Hume, Kant) ed al centro

della teoria morale contemporanea e delle discipline scientifiche.

2) Etica come arte della vita: si propone di capire come vivere la propria vita. Nasce con

Socrate ed è emerge esplicitamente nello stoicismo e nella prima modernità (Montaigne).

Secondo questo modello l’obiettivo principale è come vivere bene con se stessi.

3) Etica come critica: mette a fuoco il rapporto tra l’individuo e la società. Fiorisce con

Hegel e Marx.

METODI: espressione usata da Henry Sidgwick nei Metodi dell’etica. Definizione di metodo di

Sidgwick: «con metodo dell’etica si intende una qualsiasi procedura razionale attraverso la quale

determinare che cosa gli esseri umani come singoli individui devono fare – o ciò che per essi è

giusto fare – o “devono” cercare di fare attraverso azioni volontarie». I metodi sono quindi

strumenti intellettuali che le persone possono usare consapevolmente per prendere decisioni nella

vita sua una base razionale.

I metodi elaborano le linee direttive del pensiero morale e offrono le ragioni che abbiamo per

agire e per spiegare tale azione dal punto di vista morale. I metodi fanno parte dell’etica del

primo modello e corrispondono alle teorie morali normative. Tuttavia, per Donatelli non tutte le

teorie morali offrono dei metodi, ma soltanto il deontologismo di Kant e l’utilitarismo.

DISTINZIONE TRA NORMATIVO E DESCRITTIVO: l’etica può essere presentata secondo

due prospettive: normativa, che dice come le cose devono essere, e descrittiva, che dice come

sono. Si parla di DIREZIONI DI ADEGUAMENTO DIVERSE:

MONDO – AFFERMAZIONE: il mondo ti dice che le cose sono così, la realtà mi dice se è

vero o falso;

AFFERMAZIONE – MONDO: il mondo deve rispecchiare quello che io dico che deve essere.

Due posizioni fondamentali tra Settecento e Ottocento:

DIVISIONISTI: Kant e Sidgwick, per i quali la ricerca etica è condotta dal punto di vista

dell’universo e della ragione e deve trascendere interessi e desideri. Per Kant il dovere è qualcosa

che non c’entra niente con l’essere.

NON-DIVISIONISTI:

Hume sostiene che la filosofia ha una natura descrittiva. Tuttavia egli esamina la morale di

società come la sua (scozzese) attraverso il filtro delle virtù classiche. Nel Trattato sulla natura

umana afferma che si passa troppo rapidamente da essere a dovere. Non basta dire che le cose

sono così per giustificare che si deve fare così. In Hume il compito descrittivo e quello normativo

si intrecciano e dunque per lui la distinzione è secondaria (al contrario di Kant, per il quale è

cruciale).

J. Stuart Mill sostiene che la normatività non può fare a meno del lato descrittivo, perché fa

riferimento a condotte e interessi già esistenti viste dalla prospettiva della desiderabilità.

La distinzione netta tra descrittivo e normativo avviene nel Novecento e i portavoce sono:

Moore, Max Weber e Kelsen. Per questi autori la filosofia si deve occupare solo di metaetica,

ovvero di descrivere il fenomeno della morale sul piano linguistico. L’etica si occupa della

comprensione del fenomeno della morale e non esamina i principi morali normativi.

Moore, per cui la bontà è completamente indipendente dalla descrizione delle cose.

Con Wittgenstein la filosofia abbandona in parte questo divisionismo e scrive: “Della

comprensione che si raggiunge tramite il linguaggio non fa parte soltanto una concordanza nelle

definizioni, ma anche una concordanza nei giudizi”.

BENEFICENZA E GIUSTIZIA

Nella relazione con gli altri siamo guidati da due motivazioni a cui corrispondono due principi.

Le motivazioni sono:

la preoccupazione per il bene degli altri, a cui corrisponde il principio della beneficenza;

la tendenza a comportarci in modo equo, a cui corrisponde il principio di giustizia.

L’utilitarismo può essere descritto come l’elaborazione del principio di beneficenza, il kantismo

come l’elaborazione del principio di giustizia.

La distinzione tra beneficenza e giustizia proviene dallo stoicismo ed è espressa in modo chiaro

da Cicerone e ritorna nel giusnaturalismo moderno (da Grozio ai moderni, ovvero Hobbes,

Locke, Rousseau e Kant). Per Cicerone la beneficenza è discrezionale e non imparzialista, come

invece sarà per gli utilitaristi. Egli distingue tra i due, affermando che la giustizia è qualcosa a cui

non ci si può sottrarre, mentre la beneficenza è qualcosa di graduale che parte da cerchie più

ristrette e poi si allarga. La giustizia riguarda la protezione dell’integrità fisica e della proprietà

privata e si basa sul rispetto dei patti.

Nella prima modernità la distinzione viene ripresa da Grozio, il quale distingue tra diritti perfetti

(la giustizia) e diritti imperfetti (beneficenza insieme ad altri). I giusnaturalisti mettono al centro

la giustizia. Locke nel Secondo trattato sul governo include nella giustizia la difesa della vita,

della proprietà privata e della libertà, mentre tace sulla beneficenza. Locke distingue tra patto

privato e patto pubblico, che genera il governo. Da Locke in poi fiorisce la tradizione per cui la

libertà non è solo di movimento ma anche intellettuale.

1) Per Hume la giustizia è collegata alla SIMPATIA per l’interesse pubblico. Concetto che

appare nel Trattato sulla natura umana e che indica il meccanismo di trasmissione delle

emozioni. La giustizia nasce da un sentimento positivo: un compiacimento nel vedere che

la macchina sociale funziona, ci compiacciamo dell’ordine garantito dalla giustizia.

2) Per Adam Smith e J. Stuart Mill l’emozione corrispondente alla giustizia è negativa,

ovvero è scatenata dall’ingiustizia. Lo SPETTATORE IMPARZIALE si immedesima in

colui che ha subito l’ingiustizia e in colui che l’ha compiuta, provando vergogna. Quindi

le emozioni sono il risentimento verso chi ha arrecato il danno ma anche il senso di colpa

provato dal reo. Mill fa risalire l’origine della giustizia al desiderio di vendetta: giustizia

come vendetta moralizzata che assicura la felicità di tuta la società → interpretazione

utilitarista della concezione humeana di simpatia per l’interesse pubblico.

3) Locke e Kant: giustizia che nasce dal rispetto per l’autorità della legge morale. Nel suo

trattato sull’educazione Locke dice che bisogna educare i fanciulli alla riverenza nei

confronti dei dettami della ragione e di Dio. Per Locke la legge morale è un’elaborazione

intellettuale del rapporto di riverenza verso il padre. Per Kant la giustizia è la maestà

della ragione, il rispetto di una legge che opera dentro di noi.

Emozione corrispondente alla beneficenza: BENEVOLENZA, come forma di interesse/amore

verso gli altri.

1) Hume colloca la benevolenza nel quadro dell’amore provato in contesti diversi. La

benevolenza è la passione piacevole provata nei confronti della felicità altrui. Amore

come sollecitudine verso il prossimo che genera piacere e compiacimento. Hume applica

il concetto di amore a molte sfere: amore della prole (virtù naturale), amore per il bene

pubblico (virtù artificiale, che ha bisogno di un contesto sociale) e amore per la patria

(lealtà). Per Hume con l’amore spieghi quasi tutto.

Nel Settecento c’è un uso molto ampio del concetto di amore.

2) Rousseau parla di COMPASSIONE, emozione negativa (pitié). Tre massime:

a) non si prova compassione per chi sta meglio ma per chi sta peggio di noi;

b) si compiangono mali dai quali non ci riteniamo immuni;

c) la compassione è proporzionata al grado di sensibilità della persona che patisce.

3) Per Aristotele proviamo pietà per un male che capita a qualcuno che non lo meritava e

che potrebbe capitare a noi o alla nostra cerchia.

4) Martha Nussbaum aggiunge: il dolore deve riguardare qualcosa di significativo, che per

noi ha valore.

Le teorie evoluzionistiche e la psicologia sperimentale recuperano sia la benevolenza sia la

compassione che riconducono al concetto di simpatia esposto da Smith. Si è persa l’idea che le

emozioni che riguardano il bene e il male degli altri siano tutte forme d’amore. Nel Seicento e

nel Settecento l’amore includeva l’amore per sé e il desiderio di alleviare le sofferenze altrui e di

gioire della loro buona sorte. Nei secoli successivi il concetto di amore si restringe alla sfera

privata (amore erotico o coniugale) e all’amore di Dio. Dunque si trova ai margini della morale.

(Per Donatelli la compassione può degenerare nel sentimentalismo che è una forma di

deresponsabilizzazione.)

Tuttavia l’amore può avere un ruolo nella morale.

Amore come uscita dalla ferita narcisistica, come superamento dei meccanismi di evacuazione e

proiezione delle proprie debolezze.

Amore ironico verso le proprie debolezze.

Martha Nussbaum ha sostenuto che la morale democratica, fondata su rapporti di uguaglianza,

reciprocità e compassione, ha bisogno dell’emozione dell’amore.

IMPARZIALITÀ E PARTICOLARITÀ

Nell’antichità solo gli stoici hanno visione universalistica della giustizia, che prescinde dai

rapporti particolari. Oltre a quella hanno anche quella particolaristica del bene.

Con i moderni il lato particolare diventa secondario rispetto all’ordine della società; i legami

particolari diventano quasi un ostacolo.

TEORIE MORALI: espressione tipica dell’universalismo.

Per Kant i legami particolari non hanno nessun ruolo nella morale, perché la volontà buona

prescinde dagli interessi personali. Però Kant assegna ruolo importante all’AMICIZIA, concepita

come esercizio del dovere di benevolenza.

Hume è meno categorico nel distinguere tra sensibilità e ragione, tra universale e particolare. Per

lui le ragioni della morale imparziale e le ragioni che regolano le relazioni particolari

appartengono allo stesso insieme costituito da piacere e utilità.

Per Kant le ragioni sono solo quelle imparziali che provengono dalla ragione.

L’utilitarismo inteso come una teoria della giustificazione ammette una pluralità di motivi pratici

anche particolari, ma sostiene che la giustificazione di tali motivi è condotta dal punto di vista

imparziale →Sidgwick.

Bernard Williams: grande critico dell’universalismo. Parla di SUBJECTIVE MOTIVATIONAL

SET che ci motiva verso gli altri e grazie al quale abbiamo dei valori. Se cerchi una ragione

morale imparziale per amare qualcuno stai cercando una ragione di troppo.

Nell’era contemporanea sono le filosofie nate in seno alla riflessione sulla condizione femminile

a sviluppare l’importanza delle relazioni particolari indipendentemente dalle teorie morali.

entrambi i modelli: 1) quello che diventerà il giusnaturalismo moderno 2) concezione dell’etica come esercizio su se stessi, che il cristianesimo assorbe e trasforma in religione. Nell’etica moderna il modello dell’arte della vita diventa marginale e l’attenzione si sposta sull’etica come strumento di cooperazione sociale. L’etica rivendica una sua autonomia ma non con lo scopo di coltivare il proprio sé bensì con quello di fornire alla società un nuovo ordine dopo il crollo del mondo cristiano medievale. Con il romanticismo il progetto antico di dare forma alla propria vita diventa anche un progetto creativo e personale, legato alla cultura. Per esempio John Stuart Mill dice che l’etica è da una parte quella che stabilisce regole e ha di mira il miglioramento delle condizioni di vita di società liberali e utilitaristiche, e dall’altra è anche la cultura richiesta per dare forma alla vita in queste società. Dunque la morale liberale (Mill) difende due modelli dell’etica: etica come sapere pratico e etica come educazione di se stessi. La seconda modernità produce una cesura tra questi due modelli. Con l’idealismo tedesco ( Fenomenologia dello spirito di Hegel) e poi con l’esistenzialismo (Kierkegaard, Sartre e Heidegger) la filosofia torna a pensarsi come una trasformazione del soggetto. Negli ultimi decenni la filosofia è tornata al tema della cura di sé, alla dimensione qualitativa della vita (esempio: scelte alimentari), un modello che convive con quello dell’etica come sapere pratico. NORMATIVITÀ E STORIA NATURALE: Due forme diverse di scrittura e di pensiero rispetto al tema della natura umana e della natura della società dal punto di vista della morale: MODELLO NORMATIVO (^) MODELLO NON NORMATIVO (STORIA NATURALE DELLA MORALE) La morale ha il compito di delineare dei criteri che giustifichino una condotta o un assetto sociale. Il genere che meglio incarna questo modello è il TRATTATO: Il De Cive e il Leviatano di Hobbes Il Secondo trattato sul governo di Locke Il Contratto sociale di Rousseau Lo scopo non è offrire dei criteri della condotta moralmente giustificata ma di offrire strumenti per una critica interna. Si racconta (STORIA) come le persone sono arrivate a essere vincolate da certe regole… Il punto di partenza non sono le condizioni perfette dell’umanità ma le sue inadeguatezze. Non è ancora presente la nozione di critica ma la riflessione assume la forma della critica. Il Trattato sulla natura umana di Hume: critica alla nozione di contratto. La normatività non può essere separata dalla realtà effettiva in cui opera. Storia naturale della normatività e della giustizia. Discorso sull’origine della disuguaglianza di Rousseau: critica di ciò che viene definito giustizia, diritti e obblighi. IDEA DI CRITICA DA KANT ALLA SCUOLA DI FRANCOFORTE: L’etica non è un insieme di prescrizioni e di obblighi, non offre una teoria generale che giustifichi la condotta. L’etica come critica mette al centro il rapporto tra individuo e società. È già presente nel Rousseau del Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza l’idea che lo scopo della filosofia (morale e non) sia anche quello di criticare pratiche e istituzioni esistenti. Se nel Contratto sociale sosteneva ancora che la società dovesse essere

fondata (prospettiva contrattualistica), il modello della critica presente nel Discorso parte dall’idea che l’ordine politico e morale è già realizzato e la riflessione morale diventa una critica interna all’ordine esistente (pensiero presente anche in Mill). Qui la filosofia non misura l’esistente con metri di paragoni esterni, ma riflette sull’ordine esistente criticandolo. Nel Discorso sull’origine e i fondamenti dell’uguaglianza c’è una sorta di storia congetturale dell’umanità: Rousseau immagina come siamo arrivati alla situazione in cui ci troviamo, che considera negativa e caratterizzata dal dispotismo. DIFFERENZA TRA MODELLO NORMATIVO ED ETICA COME CRITICA: Nel modello normativo viene applicato alla realtà un criterio esterno (su parte da un’immagine ideale che si pretende venga utilizzata nella realtà), mentre l’etica come critica parte da una valutazione delle inadeguatezze e delle imperfezioni della situazione presente e a partire da essa cerca di correggerla proponendo soluzioni. Nel primo caso l’etica è trascendente e si prefigge di applicare alla realtà un criterio che viene colto teoricamente; è un sistema che va dall’alto verso il basso. Nel secondo caso non si parte da una condizione ideale, ma dalla valutazione di ciò che non va per modificarlo. N.B.: l’etica come critica non è del tutto estranea alla normatività, perché propone dei criteri di modificazione. Tale normatività, però, è ricavata dal confronto immanente con le condizioni in cui ci troviamo e non dall’applicazione di un modello ideale. Essa offre delle considerazioni normative che però non prendono la forma del carattere morale. Viene rifiutato il carattere ideale (nel senso di esterno) della moralità. Questa idea della critica immanente parte da Hegel, il quale critica Kant dicendo che la sua morale è vuota e moralista, perché presume che la ragione dall’esterno possa imporre la propria regola alla realtà, mentre Hegel sostiene che la morale ha a che fare con la storia in cui l’essere umano si trova collocato, con le istituzioni, con la famiglia, con lo stato... Dunque non si può costruire una morale che sopravanzi idealmente la storia e la collocazione dell’individuo all’interno di una realtà esistente. Tuttavia in Hegel c’è ancora un’accettazione delle condizioni in cui ci si trova, ma manca una critica trasformativa dell’esistente. Da Hegel verrà presa l’idea di immanenza della morale, ma è da Marx che ereditiamo il carattere rivoluzionario di tale immanente. Pertanto il modello della critica può prendere due strade:

  1. conservatrice, con Hegel.
  2. rivoluzionaria, con Marx (a cui si richiamerà la scuola di Francoforte). KANT: critica della ragione, ragione che critica se stessa, che si pone dei limiti e definisce i momenti in cui la ragione oltrepassa l’esperienza. È un tribunale che mette la ragione entro i propri limiti per renderla effettiva. Questo tipo di critica passa per Hegel e Marx, e nel Novecento arriva alla scuola di Francoforte (Horkheimer e Adorno), come “teoria critica”. In Kant c’è sia l’idea della critica che la ragione rivolge a se stessa sul piano trascendentale (le tre Critiche ), sia quella che la ragione rivolge direttamente alle circostanze empiriche che caratterizzano l’umanità (scritti maturi). HEGEL: è il classico che rompe la tradizione del modello normativo: la filosofia non deve fondare l’ordine morale e politico, ma deve comprenderlo. Il compito della filosofia è comprendere quale sia il posto degli individui nell’ordine della realtà, un ordine culturale, sociale, politico ed economico strutturato razionalmente. La filosofia non si occupa di fondare e giustificare, non assume un punto di vista esterno alla realtà, ma parte dall’interno. Non si può ancora parlare di critica, ma semmai di autocomprensione riflessiva (espressione di Donatelli in Etica ). Nella sua concezione ci si deve collocare nel mondo rinunciando all’idea di trascenderlo per giudicarlo da un punto di vista esterno, che per Hegel sarebbe illusorio. Hegel rifiuta l’autonomia del modello normativo e considera il dovere come ciò che è necessario dentro un sistema di rapporti e che fa parte quindi della realtà. In Hegel viene criticata l’autonomia della sfera morale e viene ricollocato l’individuo con la sua esperienza e i suoi scrupoli morali dentro l’organizzazione razionale della società.

una determinata cosa, ma se non sono motivato, non la faccio. Sul rapporto tra ragione e motivi si aprono varie risposte, che possono essere raggruppate in due grandi famiglie: INTERNALISTI (la motivazione è interna alla ragione) ragioni e motivi seguono la stessa strada ESTERNALISTI (la motivazione è esterna alla ragione; la ragione non basta) ragioni e motivi seguono strade diverse Hume: le ragioni ti motivano perché sono forme di sentimento. Trattato sulla natura umana : “La morale è più propriamente oggetto di sentimento che di giudizio”. Kant: la ragione ti convince perché fa tacere le emozioni (che per Kant sono sempre forme di egoismo). Tuttavia la ragione che comanda alla volontà ha il suo modo di motivare. In Critica della ragion pratica scrive: “La legge morale è anche soggettivamente motivo di rispetto”. Hobbes: la motivazione te la dà qualcosa di esterno: sanzioni, paura della disapprovazione. Ross: le verità morali sono autoevidenti, ma la motivazione dipende da altri fattori come l’educazione. Hume e Kant difendono una concezione internalista della morale e inaugurano l’etica moderna (secondo Vaccari, Donatelli colloca la nascita delle teorie morali nel Settecento con Hume e Kant): i singoli individui possono diventare soggetti moralmente competenti. La morale si sposta al livello del senso comune e diventa autonoma rispetto al diritto e alla religione. C’è una valorizzazione della vita comune che inizia con Hobbes ed è presente in tutti i classici del Seicento e del Settecento. Nell’Ottocento la morale, pur mantenendo la concezione internalista, diventa di nuovo prerogativa di una cerchia ristretta, quella dei filosofi, si rispecializza nella riflessione sul senso comune, di cui corregge errori e pregiudizi. ETICA RIFLESSIVA E CONSUETUDINARIA: L’etica assume sempre che ci sia un distanziamento riflessivo, il che significa che non c’è sempre, ma deve avere l’occasione per porsi, perché se ci fosse sempre la necessità di riflettere, se ci si domandasse sempre perché, si scadrebbe nello scetticismo, che distrugge la morale. Deve esserci un’occasione appropriata, altrimenti non ci sarebbe oggettività. L’etica riflessiva, così come è definita da Dewey e Tufts in Ethics , è quella che si interroga sui criteri normativi che regolano le condotte domandandone le ragioni. Quando si creano conflitti interni a un individuo o a una comunità o tra comunità diverse, si manifesta la necessità di mettere in discussione la morale consuetudinaria, ovvero i codici morali, le abitudini, la tradizione che fino a quel momento hanno prevalso e sono stati insegnati e seguiti alla lettera. Tale bisogno richiede non solo di giustificare un singolo corso di azione, ma anche di riflettere sui criteri ultimi, sui principi più generali. A quel punto nascono conflitti interni o esterni che mettono in discussione la morale ereditata, o consuetudinaria. Secondo Dewey, quando sorge il bisogno di riflettere sui propri criteri normativi si realizza il passaggio da una morale consuetudinaria a una morale riflessiva. Viene dunque messa in discussione la comunità stessa, e la morale viene portata al livello dell’individuo. La morale riflessiva non è più di gruppo ma individuale. Un esempio di tale passaggio è rappresentato dalle domande poste dai bambini agli adulti che chiedono ragioni dell’autorità genitoriale e non la accettano passivamente. Lo sviluppo morale di un individuo richiede la transizione dall’obbedienza all’autorità all’accettazione riflessiva (metodo razionale, come lo chiama Dewey) di ciò che va fatto in cui le ragioni sono comprese e accettate individualmente. Le parole di chiave di una morale riflessiva sono:

interrogarsi riflessivamente sui principi, sui criteri normativi e sulle ragioni di determinate pratiche, sviluppo individuale, interesse volontario e personale al posto dell’identificazione inconsapevole. Dal punto di vista dell’evoluzione storica Dewey e Tufts individuano nell’epoca dei profeti ebraici e in quella di Socrate e dei greci i momenti in cui sorge chiaramente una morale riflessiva. Sostengono anche che la storia umana è costellata di fasi di transizione da una morale consuetudinaria e di gruppo a una morale riflessiva e individuale. Mill aveva già detto qualcosa di simile quando affermava che è nei periodi critici della storia dell’umanità che la credenza morale diventa riflessiva e investe completamente l’individuo, mentre nei periodi di conformismo intellettuale le credenze sono gusci vuoti, privi di essenza. Dewey e Tufts parlano di una morale completa, ovvero di una morale che abbia sia la componente descrittiva sia quella normativa (che ci dice come dobbiamo agire). I principi morali non possono essere troppo svincolati dal modo in cui gli esseri umani agiscono (descrittiva). RELATIVISMO ETICO, RAGIONE E IMMAGINAZIONE Cosa si intende per relativismo? In termini generali il relativismo è una teoria filosofico-scientifica che pone in dubbio la possibilità di una conoscenza oggettiva del mondo. Dunque si può ricondurre a tale definizione ogni dottrina o concezione filosofica che riconosce soltanto il valore relativo, e non oggettivo o assoluto, sia della conoscenza e dei suoi criteri (relativismo gnoseologico) sia dei principi e giudizi etici (relativismo etico), poiché tutti variano da individuo a individuo, da cultura a cultura, da epoca a epoca. Il relativismo come orientamento filosofico viene fatto risalire a Protagora (V secolo a. C.), autore della celebre massima “L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono.” Per Protagora ogni individuo basa la propria conoscenza su ciò che egli percepisce mediante i sensi, pertanto ogni conoscenza è legata all’orizzonte limitato (umano e spazio-temporale) entro cui ha avuto luogo. Il relativismo investe non solo l’ambito della conoscenza ma anche quello dell’etica, dove si caratterizza per la negazione dell’esistenza di giudizi e principi morali validi in assoluto. In quest’ottica il giusto e l’ingiusto, il bene e il male dipendono da ciò che le singole comunità considerano tale. Il relativismo può essere di due tipi:

  1. Relativismo descrittivo, che si basa sull’evidenza empirica che membri di differenti culture e società conducono le loro vite in base a principi morali che non solo variano enormemente tra di loro, ma possono anche essere in reciproco conflitto; secondo questo approccio, se osserviamo i costumi umani come un antropologo, non possiamo non notare la diversità tra i principi morali che fondano la nostra condotta. Questa tesi è già presente in Erodoto, che osservava come i greci considerassero empio il comportamento degli indiani che si cibavano delle salme dei genitori, mentre gli indiani trovavano empio il fatto che i greci le bruciassero. Il relativismo descrittivo è presente anche nella prima modernità con Montaigne e arriva fino a Hume. In Relativismo morale: una mappa concettuale Alessio Vaccari scrive: “I materiali forniti dalla nostra esperienza non sembrano sufficienti a suffragare il relativismo empirico, al contrario, sono compatibili con la tesi che esiste un nucleo costante che attraversa differenti codici morali, secondo cui vi sono bisogni e aspirazioni umane basilari che possono essere soddisfatti e che sono stati soddisfatti con mezzi culturalmente diversi dai nostri. Il nucleo di questa tesi pluralista era stato sostenuto peraltro già nel Settecento da Hume nel saggio Un Dialogo. Nel Trattato sulla natura umana e nella Ricerca sui principi della morale Hume aveva mostrato che la morale anche se influenzata dalle circostanze storiche, dalla forma di Stato e dai processi culturali e di civilizzazione, rimane
  1. L’immaginazione, che indica due attività fondamentali: la capacità di immedesimarsi negli stati d’animo altrui (empatia) e la capacità di comprendere cosa vorrebbe dire vivere in un determinato contesto, come avviene per esempio nei romanzi, nei film. È questo secondo tipo di immaginazione che ci permette di vedere come la cultura possa limitarci e aprire la nostra mente a nuove possibilità. John Stuart Mill assegnava grande importanza alla conversazione che possiamo intrattenere con le grandi menti del passato e con quelle del futuro. Rorty ha una posizione ancora più radicale. Per lui la cultura che configura una comunità in tutti i suoi aspetti, incluso quello morale, è l’esito della sedimentazione di invenzioni immaginative, di metafore che per essere comprese necessitavano che si immaginasse il mondo nel quale si erano sviluppate e che poi sono diventate linguaggio comune. Per Rorty è l’immaginazione e non la ragione ad avere un ruolo fondamentale. Scrive infatti: “lo strumento principale del mutamento culturale non è l’abilità di argomentare ma quella di parlare in modo diverso. […] Un cambiamento nei linguaggi e nelle altre pratiche sociali può generare esseri umani mai esistiti prima”. Per Rorty l’immaginazione non coadiuva la ragione, ma fa tutto da sola. L’immaginazione permette un uso secondario del linguaggio, come lo ha chiamato Wittgenstein, aprendo nuovi orizzonti concettuali e favorendo il cambiamento. La teoria normativa invece punta tutto sulla ragione e sulla sua capacità di trascendere i limiti e i vincoli della cultura locale. Immaginazione e ragione sono due strumenti per liberarsi dai ceppi del localismo e del relativismo normativo. Anche per Amartya Sen non ci troviamo mai di fronte a persone definite da un’unica identità. Diego Marconi, citato da Mordacci, scrive nel suo Per la verità : che “il relativismo morale non è soltanto una posizione teorica difficilmente difendibile, ma è moralmente riprovevole”. E rispetto alla nozione di assoluto come contrario di relativo, Mordacci afferma: “ritenere che vi siano principi morali che, almeno ad un certo livello, possono essere ritenuti come «assolutamente validi» non comporta che si sostenga l’assolutismo morale […] Marconi cita poi vari esempi di pensatori che sostenevano la validità assoluta di qualche principio morale, non necessariamente di ordine metafisico, come nel tomismo. Tra questi cita: 1) Kant: John Stuart Mill (XIX secolo), per il quale la validità del principio di utilità era evidente a chiunque riflettesse sulla natura umana, e nel Novecento la tradizione dell’intuizionismo normativo, secondo la quale esiste un certo numero di principi morali la cui validità è autoevidente. La compresenza di più principi implica un pluralismo normativo. A proposito del pluralismo Vaccari difende la posizione di Mill quando scrive: “Nel saggio On Liberty , Mill aveva discusso le basi filosofiche su cui si fonda la libertà di pensiero e di espressione. La tesi è che ridurre al silenzio l’espressione di un’opinione è un male particolare perché danneggia l’intera specie umana. Se l’opinione è giusta, li si priva dell’occasione di correggere le proprie credenze, se è sbagliata si perde un beneficio che non è inferiore al precedente, quello che riceviamo quando ci scontriamo con l’errore. In questo contesto, Mill discute una importante tesi a favore della libertà di pensiero che è incentrata sul concetto di verità. Egli sostiene in particolare una nozione di sviluppo delle qualità individuali che consiste nella possibilità di scoprire da sé la verità delle cose. L’argomento di Mill è che poiché conosciamo una verità solo quando ne conosciamo i fondamenti, e poiché una parte importante del fondamento di un’opinione consiste nelle ragioni che la difendono dalle opinioni contrarie, è importante lasciare che tutte le opinioni siano espresse liberamente. Ciò rafforzerà la nostra percezione della verità. La circolazione delle dottrine, anche quando è sbagliata, è importante poiché consente a dottrine vere di essere costantemente posta al centro della nostra riflessione intellettuale e dei nostri interessi. La linea indicata dal liberalismo milliano offre un quadro fertile a partire dal quale riflettere sulla importanza morale del pluralismo sui valori. Ciò esige alcune scelte di campo. In primo luogo, dobbiamo abbandonare la postura relativista che è responsabile di una immagine statica delle culture, considerate come universi chiusi e autosufficienti. In secondo luogo, occorre prendere le distanze da prospettive universaliste, neoaristoteliche o neotomiste che ritengono che i «nostri valori» esprimano

l’essenza della natura umana e possano perciò essere imposte a società o a culture diverse dalla nostra. Nell’ottica milliana, i sistemi morali diversi dai nostri non vanno necessariamente approvati o ripudiati. Essi ci permettono di mettere in dubbio l’assolutezza di qualsiasi sistema di credenze in un modo che è indispensabile alla nostra formazione e al nostro perfezionamento individuali ma che è anche il presupposto per poter comunicare e cooperare con gli altri.” Da appunti: il relativismo descrittivo è abbastanza ovvio, quello normativo molto meno e si corre il rischio di scadere nello scetticismo e di far saltare l’oggettività. Se è tutto relativo, vuol dire che non usi mai una parola morale che abbia una forma normativa. Donatelli è d’accordo con Williams sul relativismo della distanza: l’applicazione del termine “dovere” dove c’è molta distanza è problematico. La pretesa universalistica è messa in crisi. Se non ci sono “rassomiglianze di famiglia”, non possiamo capire cosa voglia dire “dovere” per una cultura troppo distanze. TASSONOMIE: (tassonomia: studio della teoria e delle regole di classificazione) Le teorie morali sono una risposta particolare, un’interpretazione particolare dell’idea di distanza riflessiva Sidgwick definisce le teorie normative “metodi”, ovvero procedure razionali attraverso le quali determinare che cosa si deve fare o cercare di fare per mezzo di azioni volontarie. I metodi sono quindi strumenti intellettuali che si possono usare consapevolmente per prendere decisioni su una base razionale. Sidgwick ne indica tre:

  1. Edonismo egoistico, o egoismo razionale
  2. Intuizionismo dogmatico
  3. Edonismo universalistico. L’egoismo razionale consiste nell’avere come fine ultimo delle azioni la PROPRIA felicità. Pertanto, secondo Donatelli, se intendiamo come morale un interesse che riguarda anche gli altri, dobbiamo escludere questo metodo come metodo dell’etica. Per Sidgwick l’edonismo egoistico ha una componente normativa e imparziale (rispetto al tempo, non rispetto alle persone), perché il vero egoista dovrebbe essere in grado di massimizzare il suo bene considerando l’arco complessivo della sua vita, adottando una prospettiva neutrale/imparziale rispetto al tempo con quello che Sidgwick chiama “assioma della prudenza”. Con prudenza si intende la capacità di razionale di badare ai propri interessi. L’educazione alla prudenza fa parte dell’educazione morale. L’amore razionale di sé necessita di educazione e di guida. La prudenza come qualità razionale cu chiede di agire in vista del nostro interesse complessivo. Sidgwick parla di dualismo della ragione pratica: la ragione è divisa al suo interno: possiamo essere egoisti e non per questo entrare in contraddizione con la ragione. Per Sidgwick sei irrazionale solo se sei imparziale rispetto al tempo. Se l’egoista non assume il punto di vista dell’universo e sostiene che per lui la propria felicità è più importante di quella degli altri, non è tenuto razionalmente ad accettare la regola utilitarista. Ecco perché Sidgwick include l’egoismo razionale tra i metodi dell’etica. John Rawls non è d’accordo. In Una teoria della giustizia afferma che l’egoismo, pur essendo logicamente “non contraddittorio e non irrazionale, è incompatibile con ciò che intuitivamente consideriamo come il punto di vista morale. Il significato filosofico dell’egoismo non è di essere un’alternativa alla concezione del giusto, ma una sfida a tale concezione”.

Sidgwick è il dualismo della ragion pratica: se non assumi mai il punto di vista imparziale verso le persone, puoi dire che i tuoi piaceri valgono di più di quelli degli altri. Per Sidgwick è razionale per forza l’imparzialità rispetto al tempo. Quindi è irrazionale non assumerla. Ma non è irrazionale non assumere il punto di vista imparziale verso le persone. La razionalità scinde. Parfit ha messo in dubbio questa cosa, perché Sidgwick ha un’idea per cui la mia identità personale è un dato che non è messo in discussione. (Il Donatelli di oggi è lo stesso di adesso, per cui è irrazionale non preoccuparmi di me nel futuro, mentre è razionale non preoccuparmi di uno che non è me). L’utilitarismo è molto complesso, perché si disfa facilmente di tanti assunti del nostro pensiero comune, ma ha la capacità di fare un distanziamento riflessivo che va più in là di Kant perché l’idea sostanzialista dell’io è molto più importante. Mentre per l’utilitarismo è importante il piacere. Altra cosa che dice su Sidgwick è che la teoria del valore che lui considera fondata è l’edonismo. L’esperienza piacevole nel momento in cui la provi è di valore: PRESENTISMO. Sbagli quando rifletti sulle esperienze passate o future. Donatelli conclude dicendo che se si esclude l’egoismo razionale che non rientra nella morale giustificata dal punto di vista dell’imparzialità, rimangono due metodi: UTILITARISMO INTUIZIONISMO DEONTOLOGISMO ETICA DELLA VIRTÙ La stessa tripartizione è presente in Ethics di Dewey e Tufts, dove si parla più di concetti che di principi. Dewey ne elenca tre:

  1. Bene
  2. Dovere e giusto
  3. Virtù La teoria del bene risale alla Grecia, i cui filosofi, con l’eccezione degli stoici, partono dal bene desiderabile, identificato con la felicità. Per felicità si intende una condizione stabile, distinta dal piacere passeggero. La felicità è una disposizione duratura del sé e non rappresenta lo scopo della condotta, ma una condizione sottostante che ci permette di perseguire scopi. Il concetto di felicità di Dewey riprende quello elaborato da Mill e da Aristotele quando parlava di eudaimonia. Dewey aggiunge anche altre concezioni del bene: epicurea, che valorizza il momento passeggero, ascetica, che valorizza la disciplina esercitata sui propri appetiti, e quella fondata sull’interesse personale illuminata. Sono concetti che si aggiungono alla teoria del bene, ma non la sostituiscono. Dunque la teoria del bene è la riproposizione dell’eudaimonia aristotelica interpretata nella prospettiva utilitarista di Mill. La teoria del dovere si concentra su ciò che è richiesto alle persone e su ciò che è dovuto, non su ciò che esse desiderano. La concezione legalistica dell’etica nasce con i Romani, ma l’autore che più di ogni altro antepone la legge al bene è Kant, il quale sostiene che il dovere non è fondato su un’autorità esterna ma sull’autorità che la ragione esercita sulla volontà del soggetto libero. Dewey cerca l’origine del dovere nella realtà empirica e la trova nei doveri che sorgono dai rapporti reciproci tra le persone. Il dovere nasce da relazioni di reciprocità, viste alla luce del bene che possiamo realizzare. Per lui il bene non può essere separato dal giusto. DEWEY KANT

Il bene non può essere separato dal giusto. L’origine del dovere va cercato nella realtà empirica, nei rapporti tra le persone. Il dovere viene prima del bene e non è fondato su un’autorità esterna ma sull’autorità che la ragione esercita sulla volontà del soggetto libero. Il sistema dei doveri è giustificato dal fatto che promuove il benessere della collettività. Dewey segue Moll nel ricondurre il sistema dei doveri al bene complessivo che esso consente di realizzare. Se nella società manca il senso del dovere, non dobbiamo condannare un’autorità trascendentale ma le condizioni sociali in cui si formano le relazioni di reciprocità. Per Dewey è la tecnologia ad aver impoverito i contatti sociali. Dewey si rifà a Hege nel concepire doveri e lealtà come espressioni dello spirito oggettivo, ovvero delle modalità concrete in cui la società è organizzata. La terza teoria è quella della virtù: Dewey sostiene che il concetto di virtù aristotelico, (per il quale le ragioni sono interne alla prospettiva del virtuoso e se vogliamo spiegare tale prospettiva dobbiamo spiegare come sono educate le persone virtuose) non rende conto della modalità riflessiva e lascia la morale al livello della morale consuetudinaria. Quindi Dewey non si rifà al modello greco ma ai moralisti britannici, ovvero alla tradizione che da Hutcheson e Shaftesbury nel Seicento arriva a Hume e Smith nel Settecento e che si pone il problema di distinguere la virtù dalla sua approvazione. Dewey evidenzia come il criterio da quei filosofi in poi sia l’utile, che viene poi rielaborato dall’utilitarismo formulato per la prima volta da Bentham. Tale criterio include tutti, non solo umani, e racchiude anche il principio dell’uguaglianza. La versione di utilitarismo proposta da Mill e recuperata da Dewey offre sia un criterio per realizzare la propria felicità sia quello per giudicare le istituzioni alla luce della loro capacità di condurre i membri della comunità a ricavare felicità in ciò che rende felici gli altri. L’etica della virtù è il metodo con cui nutriamo un interesse personale per gli altri, interesse che deve essere genuino, continuo, persistente e imparziale. Non è più necessario stilare una lista di virtù, come per la morale consuetudinaria. Dewey presenta dunque l’utilitarismo come una teoria che fornisce il criterio per approvare virtù e condotte. Nel Novecento si consolida la tripartizione di Dewey in utilitarismo, etiche del dovere, rappresentate principalmente da Kant, ed etica della virtù. CARATTERE, AZIONE, CONSEGUENZE: Le tripartizioni di Dewey e di Sidgwick coincidono con la distinzione tra carattere, azione e conseguenze.

  1. L’etica della virtù sostiene che ciò che conta è coltivare tratti del carattere;
  2. La teoria normativa mette al centro le azioni compiute intenzionalmente. Quindi la morale ha a che fare con doveri, con azioni che onorano principi;
  3. L’utilitarismo sostiene che al centro della valutazione morale ci sono le conseguenze delle azioni rispetto alla felicità delle persone. Un agente è una persona che ha un carattere su cui ha influenza l’educazione e su cui agiscono i tre fattori fondamentali della morale: il ragionamento, le emozioni e l’immaginazione. Una persona morale è una persona che agisce coerentemente con le disposizioni che la definiscono. Per Kant una persona non ha UN carattere, ma CARATTERE, ovvero “quella proprietà del volere secondo la quale il soggetto si determina da sé in base a certi principi pratici che egli si è prescritto in modo inalterabile con la propria ragione”. La nozione di carattere al plurale indica i diversi modi di essere e di comportarsi presentati come aspetti della condizione umana. Siamo nella sfera di una morale descrittiva (Teofrasto e prima modernità).