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Riassunto libro "Farsi la Galera"
Tipologia: Appunti
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Introduzione Kalica racconta il primo giorno di galera. Questo libro è la raccolta etnografica all’interno degli istituti di pena del centro e nord Italia. È una CONVICT CRIMINOLOGY italiana. Il testo è organizzato in aree tematiche come disciplina, lavoro, istruzione salute e contatti con l’esterno. L’obiettivo è quello di far incontrare 2 narrazioni: una persona condannata Kalica, e ricercatori che sviluppano pensieri. I dati presentati sono frutto di una raccolta fatta in circa 6 anni. L’area coinvolta nella ricerca è quella in cui Kalica ha trascorso la maggior parte dei suoi anni in carcere: Marche, Veneto, Emilia Romagna, Friuli e Trentino. Capitolo 1 QUOTIDIANITA’ DETENTIVA: CELLA, SEZIONE, SOGGETTIVITA’ RECLUSE Inizia con in racconto di Kalica che si risveglia in carcere. Era attonito nel letto. Ascoltava i rumori del corridoio, ma non si alzava. Non ancora. Non aveva voglia di vedere già la sua nuova realtà. (…) Le sue giornate, col passare del tempo, erano uguali a quelle degli altri. La sua branda fungeva da divano per metà giornata e per l’altra metà un letto. Raccontare la cella e la sezione, è per un NON detenuto, uno dei compiti più difficili. Questo capitolo descriverà il punto di vista della polizia penitenziaria, la quotidianità dei detenuti e infine il punto di vista di Kalica. 1.1 la quotidianità nello sguardo degli agenti le mansioni del personale di Polizia Penitenziaria sono molte. Ad esempio abbiamo la “conta” e la “battitura”. La conta dei detenuti viene fatta sei volte al giorno, ad orari prestabiliti, serve a verificare se il numero su carta corrisponde esattamente. La battitura invece, viene fatta di notte, consiste nel passare con una spranga di ferro e verificare le sbarre che non siano state manomesse. Inoltre di notte bisogna verificare se i detenuti dormono, per evitare suicidi o episodi di fuga. I controlli dovrebbero svolgersi in maniera non annunciata. Il lavoro nelle sezioni detentive è perennemente in contatto telefonico con gli uffici del carcere. Le richieste dei detenuti sono compiti cruciali. Vengono fatte al primo agente, quello di sorveglianza, ed egli si rivolge all’ufficio adatto. Se le richieste sono riferite alla cella, bisogna prenderli in considerazione in maniera efficacie e repentina, perché un problema che può sembrare piccolo per chi è fuori dalla cella, per i detenuti è qualcosa di vitale. Spesso i detenuti fanno atti di autolesionismo per farsi ascoltare. I detenuti devono fare attenzione anche alle richieste che fanno in quanto se richiedono attenzione per cose futili, gli agenti una volta capito, non si presentano più alla cella e quando c’è qualcosa di davvero importante può essere che non vengono presi in considerazione. Lavorare quotidianamente con i detenuti significa essere esposti anche in un contesto violento, pericoloso e imprevedibile. Le risse tra detenuti non si verificano così raramente. Viene raccontato che ad un collega viene sferrato un pugno in faccia quando apre la cella. La polizia penitenziaria deve sempre stare allerta. 2.2 quotidianità e processi di prigionizzazione La vita del detenuto è ben scandita. Alle 8 passa il carrello della colazione, successivamente l’ora d’aria. Alle 11. passa il carrello del pranzo, un’altra ora d’aria e alle 17.30 tutti in sezione. Gli elementi che definiscono la quotidianità e il tempo. HANNO UNO SPAZIO FINITO E TOTALIZZANTE ED UN TEMPO ETERO DIRETTO. Questi sono gli elementi cardine della disciplina carceraria. La prigione ha aree differenti. 1 quella del lavoro degli operatori 2 dove lavorano interni ed esterni 3 area privata, dove vivono solo i detenuti. Lo spazio: la cella e sezione sono la realtà base del detenuto, dove trascorre il suo tempo. La cella è il nucleo base dell’organizzazione del carcere.
Kalica racconta la sua cella ad Opera, dove lava e pulisce muri con il cloro. Era veramente sporca. Aveva aggiunto 2 tende, il muro di cinta che si vedeva dalla finestra era coperto. La cella riflette i detenuti. È il luogo dove si vive con pochissime occasioni di uscita. Si cercano forme solidaristiche con i compagni di cella. SPAZIO VITALE E TOTALIZZANTE. Mensole, stendini porta spugne descrivono il rapporto tra i reclusi e la cella. Attaccano le mensole con vinavil e scotch al muro, con materiali di recupero. Il tempo: quando sei in cella il presente è un elemento dilatato che non permette più di distinguere il passare dei minuti. Se ti vuoi svegliare alle 8 o alle 9 non lo puoi fare, quando si sveglia uno si svegliano tutti e ti devi coordinare col bagno e tutto. La ritualità, proposta dal carcere, lascia buona parte del giorno priva di riferimenti temporali. La capacità di gestione di risorse diventa di fondamentale importanza: scandire il tempo in attività inventate. Capitolo 2 DISCIPLINA E SORVEGLIANZA: CONTROLLO SOCIALE CARCERARIO Il capitolo inizia con un racconto di Kalica. Un giorno durante l’ora d’aria decisero di fare una protesta, perché erano troppi dentro le celle e non ci stavano. I detenuti dormivano anche sul pavimento. Rimasero fuori ad aspettare il direttore che non li avrebbe ricevuti più di 5 ore. Visto il rifiuto di rientrare, vennero lavati con gli idranti. Calava la sera e arrivava il freddo. Cosi un agente promise loro che nei giorni seguenti avrebbero sistemato la situazione. Quando risalirono uno ad uno in cella, vennero fatti spogliare, nudi. Gli agenti battevano con i manganelli contro gli scudi. E il direttore li guardava negli occhi urlandogli “Vergogna ”. Nella sua decennale esperienza, Kalica ha avuto l’opportunità di visitare diversi istituti di pena. Il seguente capitolo cercherà di evidenziare le tensioni che definiscono la sorveglianza in carcere. Sorveglianza e sanzione sono elementi che si pongono in continuità. La prossima narrazione consiste di fornire uno spaccato per descrivere la complessità della realtà. 2.1 la disciplina e l’ordine La maggiore trasformazione del modello di sorveglianza è avvenuto con le circolari nel 2012 e 2013 – ridefinizione dell’organizzazione e gestione della sorveglianza carceraria. Ora l’azione e l’attenzione è spostata sui detenuti. Responsabilizzazione e partecipazione nella gestione degli spazi. Il regime definito CELLE APERTE, dove i detenuti hanno più spazio. La cella rappresenta lo spazio privato dei detenuti. (Praticamente aprono tutte le porte delle celle di una sezione, che è un corridoio, così stanno in corridoio). L’ampliamento di questa zona, suscita grande preoccupazione per il personale di sicurezza. Gli agenti dicono che non possono fare il loro dovere, perché sei da solo con 30 di loro. Ti sputano in faccia. Non puoi entrare in sezione. C’è una perdita di controllo da parte degli agenti. Kalica racconta di una volta che tirò un pugno in faccia ad un altro detenuto, e gli venne ordinato l’isolamento. 2.2 sorveglianza e interazioni Nei film, romanzi e fiction non viene presentata una similarità con quella delle carceri italiani. Le relazioni tra staff e detenuti sono fondamentali nel definire la qualità della esperienza detentiva. Kalica racconta quando fu potato in isolamento. Al suo compagno di stanza fu consegnato un telegramma che comunicava la morte della madre. Scoppio a piangere e chiese all’agente di chiamare a casa. Questo andò ad informarsi. Ritornò con cattive notizie. Bedri, compagno di stanza, prese una scatola di pomodoro, l’aprì e iniziò a tagliarsi i polsi.
La Domandina, è un modulo prestampato attraverso il quale i detenuti avanzano un qualsiasi tipo di Richiesta, è l’unico strumento di richiesta per il mondo della detenzione. Spesso vengono accumulate perché chi deve, si dimentica di rispondere. Kalica racconta che il suo status da studente universitario gli ha permesso di vivere al polo universitario. È un’area non per tutti. Dipende anche dai voti. In una sezione di solito sono 100 detenuti. Li solo 8. Ognuno nella sua stanza e molti spazi comuni dove studiare. Avevano anche accesso internet per ricerche ecc. (Pg 106). Qui se vuoi ti mando le foto della sua parte xk è bella da leggere. Capitolo 4 CENTRALITA’ E AMBIGUITA’ DEL LAVORO IN CARCERE Il lavoro è costruttivo. Attraverso la pratica del lavoro, il colpevole diventa un “uomo migliore”. Nelle carceri Italiane il lavoro coinvolge più o meno il 25 % dei detenuti, e circa l’80% di questi è alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, non di terzi. Kalica racconta che entrato in carcere dopo aver fatto domanda, nei 5 anni successivi è stato chiamato solo a fare lavori di rotazione come la distribuzione dei pasti, pulizia corridoi. In carcere non ci sono uffici collocamento, tutto funziona attraverso passaparola, se conosci qualcuno che lavora lui può mettere una buona parola per te. Ci sono due tipi di lavoro: a rotazione o fisso. A rotazione sono quei lavori sopra nominati, lavoro fisso fino alla fine della propria condanna sono cucina, lavanderia, biblioteca. In quasi tutte le attività svolte all’interno del carcere si cercano persone maggiormente capaci. La prima funzione del lavoro in carcere è quella rieducativa, che si compone in due passaggi: pratica e disciplina, sostenere il detenuto. Il secondo passaggio è l’utilità sociale, per un futuro reinserimento lavorativo. Non si dice quanto sia difficile una volta usciti dal carcere trovare un lavoro, spesso chi finisce per lavorare la fa per occupazioni legate al contesto carcerario. I pochi detenuti che riescono a lavorare per terzi, cooperative, imprese, riescono solo attraverso una duplice selezione, prima del personale penitenziario e poi del datore di lavoro. Ci finisce spesso chi ne avrebbe meno bisogno. (… si parla di art. 21 un po' illusorio, perché da la possibilità ai detenuti di lavorare, ma come dai racconti, ma dopo 6 mesi tornano nelle sezioni comuni. Dare 12 ore libere al giorno sono un po' troppe, dice… pag 118 119) Kalica racconta che il lavoro diventa l’obiettivo principale per la maggioranza dei reclusi. Nel suo reparto sono in gran parte stranieri. La maggioranza non percepisce reddito. L’unica fonte sono le famiglie nel paese d’origine, già in difficoltà economica. Allo scopo di attirare l’attenzione sulla propria domanda di lavoro, alcuni detenuti mettono in atto forme di protesta, come lo sciopero della fame, al fine ultimo di lavorare qualche mese per le spese essenziali in carcere. Conoscere un detenuto che lavora significa avere una raccomandazione. Questo diventa un metodo privilegiato nella ricerca del lavoratore. Ovviamente deve avere un comportamento atto e non deve avere sanzioni disciplinari. Una volta entrò un detenuto che aveva lavorato 8 anni come cuoco per l’esercito. Dopo 2 settimane era già in cucina a lavorare. Una punizione su un detenuto lavoratore ha 2 aggravanti: licenziamento e no alla libertà anticipata. Il licenziamento dal posto di lavoro spesso avviene per furto. Chi lavora in cucina o in pasticceria è a contatto con beni di prima necessità. Il lavoro in carcere è una risorsa ambita per i detenuti. Uno stipendio o mercede, seppur contenuto, è il cosiddetto sopravvitto per le spese di prima necessità disponibili allo spaccio del carcere. Per il lavoro si è disposti a mischiarsi anche con i cosiddetti protetti, autori di reati contro minori o a sfondo sessuale, per i quali è riservata un’area protetta del carcere. Il lavoro diventa ancora più prezioso ed è in relazione alle prospettive del futuro, per testimoniare il proprio investimento. Kalica racconta la lettera di un suo ex compagno di cella: uscito, vive a casa dei suoi, non trova lavoro e, pur essendo italiano, non si sente bene. Tutti sanno che è stato in gabbia, tutti lo guardano male, e dice che capisce gli stranieri cosa provano.
L’attenzione al reinserimento degli ex detenuti andrebbe considerata di più. Circa il 50 70% degli ex detenuti dopo 5 anni è destinata a ritornare in carcere. Si sostiene che chi trascorre parte della pena attraverso misure alternative, torni a delinquere con una frequenza assolutamente minore rispetto a chi trascorre tutto il tempo in sezione. Capitolo 5 CONTERERE IL MALESSERE? SALUTE E SOCIALITA’ IN CARCERE Kalica racconta un episodio avvenuto durante un’ora d’aria. Stavano giocando a calcio, quando un compagno marocchino cadde nel tentativo di fare goal. Restò a terra. Così si avvicinarono, chiamarono le guardie. Venne portato in un angolo del campo e la partita riprese. Il detenuto venne portato via, e presto, tutti si dimenticarono di lui. Il racconto di Kalica prosegue con la sua storia di mal di denti e appuntamenti presi dal dentista. In una delle sue richieste di incontrare il medico ci sono voluti 8 mesi prima di esser chiamato. In questa riflessione Kalica si sofferma sul fatto che il suo mal di denti può esser provocato da trasferimenti da carcere a carcere: nel 1998 da quello di Monza a quello di Opera e l’anno successivo a quello di Padova. Il dolore al dente si accentuava significativamente in queste occasioni. La presenza dei dentisti in carcere è piuttosto scarsa. Nessuno riuscì a risolvere il problema fino il 2006, quando firmò un preventivo di spesa senza esitare da un medico privato. Aprile 2007 fu il suo turno. (ci sono 6 facciate che parlano della storia del suo dente, se volete ve le scannerizzo, io le ho riassunte così) Purtroppo nella riforma c’è una mancanza di riconoscimento di uno statuto specifico per la medicina penitenziaria. Spesso c’è un turn over medico nelle carceri, dove i dottori sono molto giovani e non ci restano a lungo, oltre ad avere una posizione contrattuale precaria. Negli anni alcune ASL intendevano dare un regime di parificazione tra reclusi e residenti liberi. Kalica racconta che in un periodo di reclusione sognava cose strane. C’erano giorni che sognava e si affaticava, sudava, la mattina non parlava con nessuno, altri giorni era felice attivo e scherzava perché la notte precedente faceva sogni felici. Così andò dallo psichiatra che gli prescrisse dei farmaci. I giorni diventarono tutti uguali, tristi. Kalica tornò dallo psichiatra che gli raccomandò il trattamento sanitario obbligatorio in una struttura specializzata. Venne trasferito per un periodo di osservazione. Quando arrivò si accorse del vero incubo: pazienti che urlavano cose insensati altri legati ai letti. Fortunatamente nella sua cella c’era un ragazzo con disturbi di poco conto, ma l’altro era un “corpo abbandonato sulla branda”. Lo specialista dopo avere visitato Kalica gli disse che sarebbe tornato in carcere in 20 gg. Ci rimase 52 gg in “osservazione”. In carcere meglio non lamentarsi se si sta male, arrangiarsi, i detenuti lo sanno bene che i pensieri ti assalgono da un momento all’altro, così molti di loro fanno sport. Quando i pensieri iniziano, giù con flessioni e piegamenti. Il corpo è il luogo di nevrosi, ma anche strumento della sua gestione autoterapeutica. La gestione delle malattie in carcere prevede tempi molto lunghi. Kalica racconta invitò un collega R. in cella a bere il caffè, per fargli compagnia. Egli gli raccontò quando portarono nella sua cella un vecchio, lo posizionarono nel letto sotto di lui, era sempre a letto non si alzava mai, sembrava non ci fosse. (VE LA RACCONTO A VOCE; IL VECCHIO SI CAGAVA ADDOSSO E AVEVA AIDS) R. era un marocchino, probabilmente gli agenti sapevano che non avrebbe potuto far altro che prendersi cura del vecchio e pulirlo pur di non sentire odore. Kalica racconta di un altro detenuto W. Che sniffava. È stato messo in una cella con gente come lui. È morto, nessuno lo conosceva o sapeva chi fosse. Ha aspirato dalla bomboletta del gas, il gas ghiacciato anestetizza il cervello e muori. È morto non per colpa sua bensì dei medici, dare metadone a gente come lui è istigazione al suicidio. I detenuti non dovrebbero dichiarare di esser tossicodipendenti così da non esser inseriti in celle e programmi speciali. Come riportato da alcuni medici, non tutti si prendono le proprie responsabilità. Non va bene consegnare alla società soggetti dipendenti da psicofarmaci, gocce e ansiolitici, per tenerli calmi. Kalica racconta di alcune morti avvenute in carcere per negligenza dei medici. Accusano i detenuti di simulare dolori atroci, poi muoiono, ma a noi detenuti non danno spiegazioni del perché. Quanti altri devono morire prima di darci un po’ di dignità e capire che siamo esseri umani?