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Riassunto libro "Geografia dell'economia mondiale", Sintesi del corso di Geografia Economica

Riassunto libro "Geografia dell'economia mondiale" incorporato con le domande e risposte di fine capitolo, quinta edizione, Utes, autori Sergio Conti, Giuseppe Dematteis, Ferruccio Nano, Alberto Vanolo.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 27/06/2024

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LIBRO: GEOGRAFIA DELL’ECONOMIA MONDIALE
CAPITOLO 1: SPAZIO GEOGRAFICO E SPAZIO ECONOMICO
1. CHE DIFFERENZA C’E’ TRA SPAZIO GEOGRAFICO E SPAZIO GEOECONOMICO?
La geografia una scienza di relazioni: essa non si occupa dei singoli oggetti (fiumi, citt,
fabbriche, ecc.) presi isolatamente, ma dei rapporti che legano tra loro queste componenti sulla
superficie terrestre. L’insieme di queste relazioni che legano tra loro tali oggetti localizzati sulla
superficie terrestre, costituisce lo SPAZIO GEOGRAFICO. Se dallo spazio geografico isoliamo le
relazioni che riguardano l’economia otteniamo lo SPAZIO ECONOMICO.
2. QUALI RELAZIONI ESISTONO? FORMULARE ALCUNI ESEMPI DI LOCALIZZAZIONE DI ATTIVITA’
ECONOMICHE INDICANDO DA QUALI RELAZIONI VERTICALI E ORIZZONTALI OGNUNA DI ESSE
DIPENDE.
Esistono due principali tipologie di relazioni:
- le RELAZIONI ORIZZONTALI (o interazioni spaziali), che riguardano le relazioni di scambio e di
circolazione di merci, persone, denaro, servizi e informazioni.
- Le RELAZIONI VERTICALI (o ecologiche) riguardano invece il rapporto delle singole attivit
economiche con le caratteristiche dei luoghi in cui hanno sede (clima, la presenza di risorse
naturali, caratteri demografici e storico culturali della popolazione ecc.).
Entrambe le tipologie di relazioni sono sempre contemporaneamente presenti: la produzione,
infatti, richiede comunicazione e viceversa. Per esempio, per estrarre un minerale non
sufficiente che vi sia un giacimento (relazione verticale) ma occorre che vi sia un impianto di
estrazione collegato con altri luoghi dove il minerale verrà lavorato e poi commercializzato
(relazioni orizzontali).
3. IL TERRITORIO(STRUTTURE TERRITORIALI) E ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE.
L’insieme delle relazioni verticali e orizzontali e degli oggetti e soggetti che tali relazioni legano tra
loro al suolo prende il nome di territorio (strutture territoriali).
Le diverse strutture territoriali legate tra loro da relazioni orizzontali formano un’organizzazione
territoriale. (ad esempio, la tecnopoli fornisce robot all’industria costiera, l’industria costiera
fornisce leghe per la costruzione dei robot alla tecnopoli, ecc.)
Le STRUTTURE TERRITORIALI E LA LORO ORGANIZZAZIONE sono quindi l’oggetto principale della
GEOGRAFIA ECONOMICA. Essa viene analizzata prendendo in carico 3 ordini di fattori:
- Le differenti condizioni naturali dei diversi luoghi;
- Le condizioni ereditate dal passato, sia quelle materiali (come la rete della citt, le vie di
comunicazione, gli impianti già esistenti), sia quelle sociali, culturali ed economiche
(associate alle differenti modalità di sviluppo);
- L’organizzazione attuale: economico-sociale, politica e amministrativa.
I primi due fattori si possono considerare oggettivi, mentre il terzo (tipo c) dipende dalle scelte dei
soggetti.
Secondo la teoria del DETERMINISMO GEOGRAFICO, ci si poteva limitare ai primi due fattori per
determinare l’organizzazione di un territorio. Questa teoria venne poi superata all’inizio del
Novecento, con l’affermarsi del POSSIBILISMO GEOGRAFICO: ogni territorio fornisce un certo
numero di possibilit di sviluppo e di organizzazione territoriale che i soggetti hanno la facoltà di
scegliere e di sfruttare. Si arriv in seguito a un DETERMINISMO STORICO secondo cui il percorso
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LIBRO: GEOGRAFIA DELL’ECONOMIA MONDIALE

CAPITOLO 1: SPAZIO GEOGRAFICO E SPAZIO ECONOMICO

1. CHE DIFFERENZA C’E’ TRA SPAZIO GEOGRAFICO E SPAZIO GEOECONOMICO?

La geografia è una scienza di relazioni : essa non si occupa dei singoli oggetti (fiumi, citt à, fabbriche, ecc.) presi isolatamente, ma dei rapporti che legano tra loro queste componenti sulla superficie terrestre. L’insieme di queste relazioni che legano tra loro tali oggetti localizzati sulla superficie terrestre, costituisce lo SPAZIO GEOGRAFICO. Se dallo spazio geografico isoliamo le relazioni che riguardano l’economia otteniamo lo SPAZIO ECONOMICO.

2. QUALI RELAZIONI ESISTONO? FORMULARE ALCUNI ESEMPI DI LOCALIZZAZIONE DI ATTIVITA’ ECONOMICHE INDICANDO DA QUALI RELAZIONI VERTICALI E ORIZZONTALI OGNUNA DI ESSE DIPENDE. Esistono due principali tipologie di relazioni:

  • le RELAZIONI ORIZZONTALI (o interazioni spaziali) , che riguardano le relazioni di scambio e di circolazione di merci, persone, denaro, servizi e informazioni.
  • Le RELAZIONI VERTICALI (o ecologiche) riguardano invece il rapporto delle singole attività economiche con le caratteristiche dei luoghi in cui hanno sede (clima, la presenza di risorse naturali, caratteri demografici e storico culturali della popolazione ecc.). Entrambe le tipologie di relazioni sono sempre contemporaneamente presenti : la produzione, infatti, richiede comunicazione e viceversa. Per esempio, per estrarre un minerale non è sufficiente che vi sia un giacimento (relazione verticale) ma occorre che vi sia un impianto di estrazione collegato con altri luoghi dove il minerale verrà lavorato e poi commercializzato (relazioni orizzontali). 3. IL TERRITORIO(STRUTTURE TERRITORIALI) E ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE. L’insieme delle relazioni verticali e orizzontali e degli oggetti e soggetti che tali relazioni legano tra loro al suolo prende il nome di territorio (strutture territoriali). Le diverse strutture territoriali legate tra loro da relazioni orizzontali formano un’organizzazione territoriale. ( ad esempio, la tecnopoli fornisce robot all’industria costiera, l’industria costiera fornisce leghe per la costruzione dei robot alla tecnopoli, ecc.) Le STRUTTURE TERRITORIALI E LA LORO ORGANIZZAZIONE sono quindi l’oggetto principale della GEOGRAFIA ECONOMICA. Essa viene analizzata prendendo in carico 3 ordini di fattori:
    • Le differenti condizioni naturali dei diversi luoghi;
    • Le condizioni ereditate dal passato , sia quelle materiali (come la rete della città , le vie di comunicazione, gli impianti già esistenti), sia quelle sociali, culturali ed economiche (associate alle differenti modalità di sviluppo);
    • L’organizzazione attuale : economico-sociale, politica e amministrativa. I primi due fattori si possono considerare oggettivi, mentre il terzo (tipo c) dipende dalle scelte dei soggetti. Secondo la teoria del DETERMINISMO GEOGRAFICO , ci si poteva limitare ai primi due fattori per determinare l’organizzazione di un territorio. Questa teoria venne poi superata all’inizio del Novecento, con l’affermarsi del POSSIBILISMO GEOGRAFICO : ogni territorio fornisce un certo numero di possibilità di sviluppo e di organizzazione territoriale che i soggetti hanno la facoltà di scegliere e di sfruttare. Si arrivò in seguito a un DETERMINISMO STORICO secondo cui il percorso

di sviluppo di ogni territorio sarebbe condizionato dalle caratteristiche assunte nelle fasi storiche precedenti. 3) IL VALORE ECONOMICO DEL TERRITORIO Nelle società “pre-mercantili” e “pre-industriali”, il valore del territorio dipendeva principalmente a soddisfare consumi locali, derivanti da bisogni primari e simbolico-culturali (riti, festività, ecc.). Esso non era quindi considerato un bene che si potesse vendere o acquistare, ma un mezzo indispensabile per la vita degli abitanti. La terra da un semplice bene di uso comune collettivo divenne una proprietà per accrescere la propria ricchezza, si tratta di un processo che prese l’avvio nell’Europa in epoca comunale e segnò l’inizio della SOCIETA’ CAPITALISTICA , la terra ha assunto un valore di scambio. Questo valore, che all’inizio poteva essere legato principalmente alla minore o maggiore fertilità del suolo, venne poi a dipendere sempre più dalla posizione , come la maggiore o minore distanza dal mercato di sbocco di prodotti agricoli e minerali. Tuttavia, la produttività del suolo non può superare un certo limite e inoltre il mercato dei prodotti agricoli si satura piuttosto rapidamente. Questi limiti del capitalismo agrario furono superati con la diffusione dell ’INDUSTRIALIZZAZIONE. Il modo di produrre capitalistico-industriale ebbe come principale conseguenza la concentrazione dello sviluppo economico in pochi paesi e in poche aree centrali, in quanto la concentrazione spaziale del lavoro portava a far crescere la produttività dei fattori impiegati. In alcune tipologie di produzione, i costi decrescono se il lavoro viene suddiviso in tante operazioni ripetitive oppure se si aumentano i volumi di produzione: simili vantaggi sono detti ECONOMIE DI SCALA.

4. ECONOMIE ESTERNE

I vantaggi che sono connessi alla posizione geografica e alle condizioni favorevoli del luogo in cui opera l’impresa sono definite ECONOMIE ESTERNE o ESTERNALITA’ POSITIVE , in quanto effetti positivi che la singola impresa riceve dall’esterno, al contrario si chiamano DISECONOMIE ESTERNE O ESTERNALITA’ NEGATIVE , quando una localizzazione si presenta dannosa per imprese o abitanti, come nel caso di ambienti insalubri. Fu l’economista ALFRED MARSHALL, nel 1890 , a indicare i vantaggi offerti dal territorio con il termine “ economie esterne” o di “agglomerazione”. Le ECONOMIE DI LOCALIZZAZIONE si riferiscono a incrementi di produttività che le imprese realizzano concentrandosi in certe aree, generando risparmi di costi creando esternalità positive, così il meccanismo agglomerativo si autoalimenta. Oltre alle economie di agglomerazione, opera una vasta gamma di economie esterne, dette ECONOMIE DI URBANIZZAZIONE, che derivano da:

  • Opere di urbanizzazione primaria , cioè infrastrutture tecniche (strade, fognature, acquedotti, linee elettriche, ecc.) che consentono l’insediamento delle imprese, facilitano lo scambio di merci, informazioni e servizi.
  • Formazione di una maggiore differenziazione nel mercato della forza lavoro a cui le imprese possono attingere;
  • Presenza di servizi pubblici necessari per la formazione e riproduzione della forza lavoro (case popolari, scuola, sanità).
  • Sviluppo parallelo dei servizi privati per le famiglie e le imprese.

Abbiamo VARI TIPI DI REGIONI:

  • La REGIONE POLITICO-AMMINISTRATIVA : è ben definita dal resto del territorio da confini istituzionalmente riconosciuti, è omogenea in quanto soggetta all’autorità di uno stesso ente pubblico territoriale. (esempi in Italia: il comune, la comunità̀ montana, la provincia o la regione).
  • REGIONE POLITICA: corrisponde allo Stato. Esso, attraverso norme persegue politiche economiche e sociali, intrattiene rapporti internazionali, che hanno conseguenze notevoli sulla forma e sulle funzioni delle sue strutture territoriali.
  • REGIONE NATURALE: è identificata dalle sue caratteristiche fisiche e in esso prevalgono relazioni di tipo verticale. (Un esempio è la regione amazzonica, la quale oltre che dal clima, è anche caratterizzata dalla persistenza della foresta equatoriale).
  • ECOREGIONE: comprende l’intero ecosistema, cioè̀ un insieme di componenti “biotici” e “abiotici”, dei legami che intercorrono tra di essi e con le popolazioni umane.
  • REGIONE STORICA E CULTURALE : caratterizzata da fatti fisici, naturali e legata a fatti storico- culturali particolari (lingua, religione, usi e costumi).

1.6 REGIONI ECONOMICHE FORMALI E FUNZIONALI

Le regioni economiche possono essere di 2 modi: REGIONI FORMALI (dette anche omogenee o uniformi), cioè quelle composte da luoghi che hanno delle caratteristiche comuni. Come, ad esempio, regioni risicole (coltura del riso), regioni industriali e urbane se gli attributi sono l’industria e la città , regioni turistiche balneari (spiaggia e turismo). Le REGIONI FUNZIONALI , sono invece individuate in base a relazioni orizzontali tra i luoghi che le compongono (Es. regione funzionale è l’”hinterland” di un porto, cioè̀ l’area che si serve del porto per ricevere o spedire le merci). Possono essere MONOCENTRICHE , quando le relazioni spaziali fanno capo ad un unico centro. Oppure “ POLICENTRICHE ”, in cui non c’è una gerarchia tra i centri ma ognuno si specializza in funzioni particolari. Una REGIONE COMPLESSA è composta al tempo stesso sia da caratteri FORMALI E sia FUNZIONALI ( per esempio, la “ megalopoli” nord-atlantica degli Stati Uniti, è una regione formale per quanto riguarda il clima, l’industrializzazione di vecchia data ma è anche una regione funzionale se si considerano le forti interazioni che esistono tra le sue citt à, i porti, gli aeroporti, ecc. Un particolare tipo di regione complessa è la REGIONE PROGRAMMA , che corrisponde all’ambito territoriale entro cui si svolgono interventi programmati.

1.7 REGIONI GERARCHICHE E POLARIZZATE

Le REGIONI MONOCENTRICHE possono essere GERARCHICHE o POLARIZZATE. Nel primo caso esiste una gerarchia tra i centri in base ai servizi offerti: saranno maggiori e di migliore qualità nei grossi centri che attirano una gran quantità di persone, rispetto ai centri inferiori. La struttura delle REGIONI GERARCHICHE è stata descritta dal geografo tedesco Walter CHRISTALLER, tramite il modello delle LOCALITA’ CENTRALI, in cui i centri si dispongono a distanze regolari. Nella realtà ciò non avviene, perchè lo spazio geografico non è omogeneo, e i centri si localizzano in base alle caratteristiche del suolo e dall’attrazione esercitata dalle economie di agglomerazione e di urbanizzazione. Quindi si favorisce la crescita degli agglomerati urbani a scapito del territorio circostante. (es. in Italia abbiamo 4 grandi sistemi urbani: Torino, Milano, Roma e Napoli. Distribuzione squilibrata). Questi processi danno origine a STRUTTURE REGIONALI POLARIZZATE (ES. Francia, Parigi=polo; Italia (regioni come Lazio, Piemonte, Campania). La struttura polarizzata crea squilibrio territoriale tra la regione centrale polarizzante e quelle periferiche. (Unione Europea, dove si crea un’area centrale di forte polarizzazione, il cosiddetto “pentagono” che comprende Londra, Parigi, Milano, Monaco di Baviera e Amburgo).

L’eccessiva polarizzazione può provocare DISECONOMIE DI AGGLOMERAZIONE che non solo respingono le nuove attivit à, ma possono mettere in crisi il polo stesso, favorendo fasi di depolarizzazione in cui le attività economiche si distribuiscono prima nelle zone limitrofe ( SUBURBANIZZAZIONE ) e poi in quelle più lontane ( PERIURBANIZZAZIONE).

1.8 DECONCENTRAZIONE E NUOVE STRUTTURE REGIONALI A RETE

A partire dagli anni 70’ del secolo scorso i paesi di vecchia industrializzazione furono investiti da notevoli trasformazioni economiche. Si è formata una STRUTTURA REGIONALE POLICENTRICA INTERCONNESSA , in cui la popolazione e le diverse attività si distribuiscono in vari centri minori, connessi tra loro e con i centri principali. Le funzioni direzionali e i servizi di rango più elevato continuano a concentrarsi sia nei vecchi poli industriali (Parigi, Londra, New York, Francoforte, Milano) sia nei grandi agglomerati metropolitani che si sono sviluppati in tempi più recenti (Shangai o Mosca). Queste STRUTTURE RETICOLARI POLICENTRICHE sembrano oggi le più adatte a favorire lo sviluppo delle aree economicamente forti. Esse sono favorite anzitutto dalle aumentate velocità dei trasporti ma anche dal fatto che le informazioni circolano in uno spazio reticolare.

1.9 IL TERRITORIO FRA LOCALE E GLOBALE: ATTORE COLLETTIVO E CAPITALE

TERRITORIALE

Uno degli effetti della globalizzazione economica è quello di mettere in competizione tra loro i vari territori, che possiedono risorse potenziali. Gruppi di soggetti localizzati in uno stesso territorio e accumunati da obiettivi comuni, possono elaborare progetti di sviluppo e cooperare tra loro per realizzarli. Così facendo, essi formano una rete locale di soggetti che si comporta come un ATTORE COLLETTIVO con l’obiettivo di valorizzare le risorse, potenzialità del territorio, combinando per esempio risorse locali con altre che circolano nelle reti globali (lavoro, informazione, capitale). L’insieme di potenzialità è definito dal concetto di MILIEU o CAPITALE TERRITORIALE. È l’insieme delle caratteristiche che nel corso del tempo si sono sedimentate in un territorio si tratta di condizioni naturali originarie (climatiche, paesaggistiche...) che nel corso del tempo si sono combinate con i prodotti dell’azione umana: quelli materiali (infrastrutture, impianti...), quelli culturali (tradizioni...), quelli sociali e quelli istituzionali (istituzioni scientifiche, civiche, musei, biblioteche...). Il MILIEU TERRITORIALE si tratta di un tipico caso di combinazione di relazioni orizzontali e verticali, che dà vita a strutture territoriali delimitabili geograficamente e spesso vengono indicati come SISTEMI TERRITORIALI (o SISTEMA TERRITORIALE LOCALE ). L’esempio più tipico in Italia è il distretto industriale.

singoli paesi erano specializzati in specifici ambiti dell’economia: i paesi del Nord, più ricchi, esportavano prevalentemente prodotti industriali con elevato contenuto tecnologico mentre i paesi del Sud erano esportatori di materie prime. IMMANUEL WALLERSTEIN attraverso il suo approccio del “SISTEMA-MONDO ” afferma che in un’economia capitalistica la principale caratteristica è la divisione in 3 zone interdipendenti e stratificate:

  1. un CENTRO dell'economia mondiale: caratterizzato dai paesi che assumono un ruolo dominante. Intense relazioni funzionali consentono più efficacemente la circolazione e lo scambio di idee, servizi, informazioni.
  2. una PERIFERIA , territori che si collocano in una posizione marginale e subordinata rispetto al centro. Le relazioni economiche sono semplici, la povertà diffusa, l’instabilità politica, arretratezza tecnologica.
  3. una SEMIPERIFERIA , posta a un livello intermedio, comprende le aree di più di recente industrializzazione o caratterizzate da situazioni di transizione economica.

2.4 LA “NUOVA” DIVISIONE INTERNAZIONALE DEL LAVORO

Intorno agli anni '80 ha preso piede una NUOVA DIVISIONE INTERNAZIONE DEL LAVORO , grazie alla segmentazione dei processi produttivi su scala mondiale, che ha permesso di trasferire singole fasi di tali processi dai paesi del Nord a quelli del Sud. Ciò è stato possibile per 3 fattori : o La presenza di un bacino di lavoratori industriali di livello globale. Ciò grazie alla rivoluzione verde (anni 50’) ossia il trasferimento di tecnologie agricole da Nord al Sud del mondo, che ha permesso a molte persone di lasciare una vita di pura sussistenza (specialmente nel Sud-est asiatico). o La possibilità di frammentare i processi produttivi grazie all'introduzione di nuove tecnologie. o L a presenza di una rete di trasporto e comunicazione efficiente. Un ruolo importante è giocato dall’impresa multinazionale, come attore principale dello scenario economico mondiale, che operano esse stesse una divisione del lavoro, localizzando un’attività in un luogo piuttosto che in un’altra a seconda delle opportunità. Anche le filiere produttive (termine che si riferisce alle varie fasi di attività industriali) diventano TRANSNAZIONALI , per cui ogni prodotto è il risultato di fasi industriali localizzate in molti luoghi.

2.5 NORD E SUD DEL MONDO: I DIVARI

Anche all’interno dei paesi più poveri, è spesso facile individuare spazi economicamente molto ricchi e centrali, così come i fenomeni di marginalità ed esclusione sono assai diffusi anche nei paesi più ricchi del pianeta. L'espressione “ paesi meno sviluppati o LEAST DEVELOPED COUNTRIES , si riferisce a un gruppo di paesi accumunati da gravi condizioni di povertà, carenze di risorse umane, vulnerabilità economica. L'evoluzione economica di molti paesi tradizionalmente considerati come periferici, come per esempio la Cina, evidenzia la presenza di fortissimi squilibri economici. Il classico indicatore utilizzato è il PRODOTTO INTERNO LORDO (PIL) che consente di evidenziare alcuni di questi divari. Le dinamiche della globalizzazione hanno mutato flussi e strutture dell'economia mondiale , per esempio l’esportazione da parte dei Paesi del Sud del mondo dei tradizionali beni (materie prime, prodotti agricoli e minerali) verso i prodotti manifatturieri. Per quanto riguarda la distribuzione dei maggiori flussi commerciali , le esportazioni sono destinate soprattutto all’UE e agli USA. La struttura del commercio mondiale si caratterizza per la

quasi totale mancanza di relazioni fra Paesi del Sud del mondo e all’interno delle regioni latino- americana, africana e mediorientale. Un secondo flusso da considerare sono i flussi finanziari conosciuti come gli IDE (INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI) , movimenti di denaro destinate a filiali estere o all'apertura di nuove attività economiche all'estero: i più ricchi effettuano il 93% degli investimenti totali. Gli USA sono il principale investitore al mondo. Le crescenti disuguaglianze hanno determinato gravi effetti sociali, contribuendo alla cosiddetta “POVERTA’ GLOBALE”. 2.6 SOGGETTI E POTERI NEL SISTEMA-MONDO Le trasformazioni più rilevanti dello scenario politico mondiale si hanno partire dal 1944 alla conferenza di Bretton Woods in cui vennero tre importantissimi organismi internazionali :

  • Il Fondo monetario internazionale, FMI, fu creato per regolare i fenomeni di natura monetaria, ma attualmente legato al finanziamento del debito pubblico dei paesi del Sud del mondo e alla formulazione dei cosiddetti “ piani di aggiustamento strutturale” , (linee di intervento per lo sviluppo economico cui devono sottostare i paesi per avere accesso ai finanziamenti delle FMI e della Banca Mondiale).
  • La Banca Mondiale (BM ) nata con l'obiettivo di risanare le economie degli Stati coinvolti nella guerra, ma a partire dagli anni 60’ cominciò ad occuparsi prevalentemente di progetti di sviluppo per la lotta alla povertà.
  • WTO, l'Organizzazione internazionale per il commercio (ITO) era immaginata con lo scopo di promuovere la liberalizzazione del commercio internazionale attraverso la rimozione di politiche protezionistiche, come dazi o restrizioni alle importazioni. Oggi la WTO è un organismo riconosciuto da quasi tutti i paesi del mondo, dotato di poteri nella risoluzione delle controversie internazionali, con la possibilità di infliggere sanzioni.
  • SOTTO QUALI PROSPETTIVE IL PROCESSO DI GLOBALIZZAZIONE APPARE PROBLEMATICO E CRITICABILE? Numerose sono le voci critiche rispetto alle forme assunte oggi dalla globalizzazione e all’operato di grandi organismi internazionali:
  • SQUILIBRI DELLA GLOBALIZZAZIONE che causano situazioni di estrema povertà e ciò denuncia il cattivo funzionamento del sistema.
  • EFFETTI NEGATIVI DEL LIBERISMO : le riforme cui sono stati sottoposti i paesi poveri attraverso i piani di aggiustamento strutturale hanno spinto verso la liberalizzazione del commercio, l'apertura degli investimenti esteri (favorevole quindi alle multinazionali, principalmente originarie del Nord del mondo), la privatizzazione dei servizi pubblici.
  • Le decisioni del WTO sono prese da un ristretto numero di paesi dominanti : anche se formalmente la WTO è un organismo democratico, di fatto le azioni sono prese da un ristretto gruppo di paesi dominanti che si incontrano in “salotti verdi”.
  • L'EROSIONE DELLA CITTADINANZA E IL “DIRITTO ALLA CITTA’” (diritto ad avere voce in capitolo su tutte quelle scelte che hanno concrete ripercussioni sulla quotidianità della propria vita). I governi nazionali non hanno più spazio di azione nello scenario del commercio mondiale, poichè le decisioni di organismi come WTO e FMI (imprese multinazionali) influenzano radicalmente la vita delle persone, ma non si tratta di strutture elette democraticamente, e non c’è potere di rivalsa contro le decisioni percepite come ingiuste.
  • La MANCANZA DI CONTROLLO SULL’OPERATO DEGLI ATTORI ECONOMICI.
  • Il PREVALERE DI RAGIONI ECONOMICHE su quelle ambientali, sulla pace e diritti civili.

Le situazioni di conflitto locale sono però numerose e in crescita. La possibilità di intervenire da parte di un organismo geopolitico mondiale nelle controversie tra Stati è un'esigenza di difficile attuazione per i limiti della volontà di collaborazione internazionale e dell'efficacia del diritto internazionale (regole comuni mondiali rispetto a diritti umani, convivenza tra popoli, ecc). Nella geopolitica internazionale anche ORGANISMI NON MILITARI hanno un ruolo a volte risolutivo nelle mediazioni dei conflitti locali e negli aiuti della popolazione che vivono in quei conflitti. Si pensi al caso di ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE (ONG) come Emergency, Medici senza frontiere, Croce Rossa, Mezzaluna rossa e altre ancora. QUALI FATTORI FORNISCONO PESO GEOPOLITICO? La situazione geopolitica di uno Stato o di una regione dipende dai seguenti fattori :

  • la SUPERFICIE E LA POPOLAZIONE : Più il territorio è vasto e popoloso, più ha peso e influenza nel mondo. La stessa superficie spesso permette anche di avere a disposizione consistenti risorse naturali.
  • La FORZA MILITARE , in particolare, il possesso di ordigni atomici di altre armi tecnologicamente sofisticate. Attualmente sono in possesso di ordigni nucleari solo pochissimi paesi che li utilizzano come deterrente o minaccia.
  • La FORZA DELL’ECONOMIA e la capacità TECNOLOGICA E INNOVATIVA, che sono direttamente collegati al settore militare e quello aerospaziale.
  • La posizione GEOGRAFICA STRATEGICA. Il caso degli Stati che controllano stretti e passaggi strategici (come Gibuti, Africa orientale, o Singapore, Asia) o che si affacciano su mari rilevanti (come l'Italia, la posizione allungata sul Mediterraneo conferisce una posizione strategica di maggiore controllo di commercio e di eventuale intervento militare).

CAPITOLO 3: ECONOMIA E AMBIENTE NATURALE

CHE COSA SI INTENTE PER GEOSISTEMA?

Il termine ambiente indica il sistema di relazioni dirette e indirette che intercorrono tra esseri viventi e mondo inorganico. Il nostro pianeta funziona come un GEOSISTEMA , nel quale coesistono ambienti diversi, si comporta con un SISTEMA APERTO , esso riceve dall'esterno flussi di energia derivanti dalla radiazione solare e in parte anche quella endogena terrestre che sono il motore della circolazione di materia inorganica (rocce, suoli, acqua e aria). Il geosistema è mantenuto in equilibrio da una serie di CICLI COORDINATI TRA LORO e ne assicurano il funzionamento generale: il ciclo delle rocce (orogenesi, erosione dei rilievi, sedimentazione dei materiali sui fondali marini e conseguenti nuove spinte orogenetiche); ciclo dell’acqua (evaporazione, precipitazioni atmosferiche, circolazione superficiale e sotterranea, accumulo negli oceani e di nuovo evaporazione); ciclo del carbonio (che consiste soprattutto in scambi tra l’atmosfera e i vegetali, fotosintesi clorofilliana, traspirazione), ciclo dell’azoto (che deriva dagli scambi tra l’atmosfera e i processi metabolici degli organismi viventi).

QUALE È IL RAPPORTO TRA ECONOMIA E AMBIENTE NATURALE?

Il sistema economico mondiale , è un sottosistema dell'ecosistema terrestre con cui ha intense relazioni in entrata (produzioni alimentari, materie prime, fonti energetiche, servizi naturali) e in uscita (trasformazioni della biosfera, crescita demografica, emissione di rifiuti, ecc.). Tuttavia, il sistema economico alimenta una circolazione di materia e energia secondo modalità diverse da quelle dell’agire naturale dell'ecosistema e questo provoca delle alterazioni dell'ambiente che possono essere reversibili , cioè riassorbite da retroazioni riequilibranti, o anche irreversibili , con effetti distruttivi a breve o a lungo termine. I sistemi economici delle società preindustriali hanno portato all'ambiente alterazioni in gran parte di tipo reversibile , con la modernità invece, la progressiva diffusione dell'industrializzazione e con essa il consumo di massa , i tempi dell'economia sono divenuti molto rapidi e non vengono considerati i costi ambientali a lungo termine, da ciò deriva un grave problema ecologico che mina la sopravvivenza stessa della dell'umanità.

CHE COSA SONO I PRINCIPALI DANNI CHE LE SOCIETA’ UMANE POSSONO

PROCURARE ALL’AMBIENTE?

Dopo il disastro di Cernobyl (nel 1986, cittadina situata nell'Ucraina settentrionale, reattore nucleare andò in avaria disperdendo una gran quantità di particelle radioattive), tra i danni ecologici apportati all'ambiente, gli INQUINAMENTI sono quelli più evidenti a causa dell’aumento delle quantità dei rifiuti prodotti, non riciclabili, oltre al rilascio nell’atmosfera di polveri sottili e particelle derivanti dall’incompleta combustione dei carburanti; anche l’acqua è minacciata dall’inquinamento; inoltre l’azione dell’uomo sta portando ad un ECCESSIVO CONSUMO DELLE RISORSE NATURALI NON RINNOVABILI. E’ un problema di tipo ecologico che coinvolge non soltanto i paesi ricchi, principali consumatori, ma l'intero GEOSISTEMA. Lo squilibrio ambientale che crea maggiore preoccupazione a livello globale è l'aumento della temperatura dell'atmosfera (GLOBAL WARMING ), causato dalla forte crescita delle emissioni e dalla presenza in atmosfera di alcuni gas derivanti dalle attività umane, in particolare del CO2, principale responsabile del cosiddetto EFFETTO SERRA. Tra le alterazioni dell'ecosistema che superano la soglia di reversibilità vi è inoltre la perdita di diversità biologica o biodiversità , cioè il numero cioè del numero di specie animali e vegetali esistenti.

Da un punto di vista ecologico sarebbe auspicabile una riduzione dei consumi. Si tratta però di un problema geograficamente e socialmente ineguale: se infatti consumismo e spreco, incluso lo spreco alimentare, caratterizzano le società più ricche, fame, malnutrizione e povertà, continuano a infliggere ampie parti del pianeta. La compatibilità tra il sistema economico e geosistema richiede interventi correttivi , se non un radicale ripensamento del sistema economico capitalistico contemporaneo.

3.5 L’IMPRONTA ECOLOGICA

Il consumo delle risorse è molto diseguale tra i vari paesi e il maggior consumo infatti, imputabile ai paesi più industrializzati e più ricchi. Le differenze sono evidenziate da un indicatore denominato IMPRONTA ECOLOGICA che permette di calcolare l'area del “fattore terra”, cioè della quantità di suolo produttivo e di mare necessaria per produrre tutte le risorse consumate in un'area geografica e per assorbire i rifiuti prodotti. Per valutare l'impronta ecologica di un paese si aggiungono alle sue produzioni interne, le importazioni e si sottraggono le esportazioni, il risultato diviso per il numero di abitanti del paese fornisce l’impronta ecologica media di quella popolazione. Si stima che a livello globale l'impronta ecologica sia pari a 1,7 volte la superficie terrestre, indica che la terra impiega 20 mesi per rigenerare le risorse che utilizziamo in un anno. L'Overshoot day è la data in cui la domanda umana di risorse naturali supera ciò che la terra può rigenerare in un anno, nel 202 4 è avvenuto il 1° agosto.

3.6 Lo sviluppo sostenibile.

CHE COSA SI INTENDE PER SVILUPPO SOSTENIBILE?

Per " SVILUPPO SOSTENIBILE” (termine utilizzato dal rapporto Brundtland 1992) si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Lo sviluppo sostenibile si basa sui 3 principi fondamentali:

  • L’INTEGRITA’ DEGLI ECOSISTEMI che consiste nel mantenere il geosistema e gli ecosistemi integri, evitando le alterazioni irreversibili.
  • EFFICIENZA ECONOMICA consiste nel garantire il massimo della produzione e di consumi compatibili con gli equilibri ecologici;
  • L’EQUITA’ SOCIALE che va riferita a due scale temporali, quella intra-generazionale ( all'interno di ogni comunità umana in un determinato momento storico) e inter-generazionale (riferito alle generazioni future): nella prima consiste nella possibilità di accedere alle risorse come equa distribuzione dei redditi, ma anche come diritto di ogni persona alla propria cultura, religione ecc; nella seconda consiste nell'operare senza precludere alla generazioni future la fruizione dell'ecosistema e delle sue risorse nei modi in cui ne fruiscono le generazioni di oggi. Esistono almeno due approcci interpretativi del principio di EQUITA’ INTERGENERAZIONALE : la prima, che viene definita di SOSTENIBILITA’ DEBOLE : esisterebbe una possibilità di sostituzione tra capitale naturale e capitale prodotto dall'attività umana. Ogni generazione, cioè, potrebbe impoverire gli ambienti naturali purché compensi tali degrado. La seconda invece definita SOSTENIBILITA’ FORTE ritiene che si debba lasciare alle generazioni future l'intero stock di capitale naturale, che non può essere sostituito da quello artificialmente prodotto. Si possono individuare vari aspetti di sostenibilità:
  • SOSTENIBILITA’ AMBIENTALE : ovvero la difesa dell’ambiente dagli inquinamenti, dalle emissioni di rifiuti, sprechi ecc. Per realizzare questa difesa è necessaria da un lato ridurre la mole dei rifiuti evitando gli sprechi, utilizzando lavorazioni e produzioni pulite.
  • SOSTENIBILITA’ ECONOMICA consiste nel perseguire l'efficienza attraverso un'attenta gestione delle risorse non rinnovabili.
  • SOSTENIBILITA’ DEMOGRAFICA mantenendo una qualità della vita accettabile.
  • SOSTENIBILITA’ SOCIALE si basa sul concetto di equità sociale, in quanto non si può parlare di sviluppo in presenza di forti disuguaglianze.
  • SOSTENIBILITA’ GEOGRAFICA consiste nell'evitare forti squilibri territoriali nella distribuzione della popolazione, delle attività economiche e dello sfruttamento del suolo e delle risorse.
  • SOSTENIBILITA’ CULTURALE : le particolarità locali vanno preservate, in quanto serbatoi di diversità e luoghi di identità.

3.7 GLI INTERVENTI A LIVELLO GLOBALE

QUALI AZIONI SONO STATE INTRAPRESE DALLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE NEI

CONFRONTI DEL PROBLEMA ECOLOGICO?

Tra gli interventi a livello globale ricordiamo:

  • La CONFERENZA DI STOCCOLMA (1972): una conferenza organizzata prevalentemente dai paesi economicamente più sviluppati, che si erano resi conto che il degrado ambientale derivante da uno sviluppo incontrollato. Nel complesso prevalse il concetto della riparazione dei danni ambientali piuttosto che quello della loro prevenzione.
  • CONFERENZA DI RIO DE JANEIRO (1992): I paesi ricchi si impegnarono a finanziare quelli più poveri a patto che questi intraprendessero delle misure per la sostenibilità ambientale. La conferenza si concluse con la stesura dell'Agenda 21 , documento che contiene il programma d'azione del ventunesimo secolo nei riguardi dell'ambiente: i consumi, la distribuzione del reddito, la sostenibilità dell'agricoltura e dell’economia commerciale e nel sud del mondo, la protezione delle foreste, la conservazione del patrimonio genetico, li aiuti ai paesi più poveri, la gestione delle acque e la regolazione delle emissioni gassose (in particolare il CO 2 ) che influisce sul clima. Il suo limite era riconducibile all'assenza di obblighi precisi e sanzioni.
  • La CONVENZIONE SUL CLIMA A KYOTO (1997 ): conclusasi con la stesura del Protocollo di Kyoto che prevedeva di operare entro il 2012, una riduzione delle emissioni di CO2 non inferiore al 5,2% rispetto alle emissioni registrate nel 1990. Risultato raggiunto solo da pochissimi paesi.
  • ACCORDO DI PARIGI (2015 ): che si basa su principi comuni validi per i 197 paesi firmatari:
    • limitare al di sotto dei 2 °C, puntando a un aumento massimo della temperatura pari a 1,5 °C.
    • l’impegno di tutti i paesi a presentare ogni 5 anni un obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni;
    • l’erogazione da parte dei paesi di vecchia industrializzazione di cento miliardi di dollari all’anno per diffondere in tutto il mondo le tecnologie verdi e limitare l’emissione di CO2.
    • un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai cambiamenti climatici nei paesi geograficamente più vulnerabili. L’accordo ha segnato un punto di svolta perché finalmente sottoscritto da paesi la cui economia dipende molto da fonti energetiche fossili come Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, India e Cina. Rispetto al Protocollo di Kyoto, l'Accordo di Parigi promuove obiettivi diversi a seconda del livello di sviluppo economico dei paesi. Tuttavia, proprio l'assenza di vincoli formali è stato oggetto di critiche , perché pone il rischio che gli impegni assunti non vengano concretamente mantenuti.

CHE COS’E’ L’AGENDA 2030?

Un rilevante piano d'azione promosso dall'ONU è l'AGENDA 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottoscritta nel 2015 da 193 paesi delle Nazioni Unite, tra cui l'Italia, per condividere l'impegno a garantire un presente e un futuro migliore al nostro pianeta e alle persone che lo abitano.

CAPITOLO 4: POPOLAZIONE, LAV ORO, MIGRAZIONI, SOCIETA',

CULTURE.

DOVE SI TROVANO LE MAGGIORI CONCENTRAZIONI DI POPOLAZIONI NEL

MONDO? QUALI SONO LE CAUSE DELLA CONCENTRAZIONE DELLA POPOLAZIONE

IN TALI AREE?

Solo con le rivoluzioni agricola e industriale la popolazione iniziò ad aumentare e questo rapido aumento fu definito ESPLOSIONE DEMOGRAFICA. La crescita della popolazione mondiale può essere considerata come un successo nella lotta contro le malattie, la mortalità infantile, e per il prolungamento della vita media, ottenuti grazie al miglioramento delle condizioni di vita e ai progressi della medicina. La crescita però non è uniforme sul pianeta , ma anzi è molto squilibrata tra paesi la cui popolazione aumenta a un ritmo elevato e altri in cui diminuisce, il mondo è infatti nettamente diviso in due : da una parte vi sono i paesi ricchi con una crescita demografica debolissima ; tra questi l’Europa detiene i valori più bassi essendo l’unico continente con saldo naturale negativo. Dall’altro si trovano invece i paesi del Sud del mondo che sono i principali protagonisti dell’aumento demografico. Le maggiori concentrazioni di popolazione mondiale nel 2020 risultano al primo posto in Asia e al secondo posto in Africa. Negli ultimi anni il tasso di crescita della popolazione mondiale ha cominciato a ridursi. Notevoli incognite pesano su queste previsioni: il declino della fertilità, la diffusione di epidemie quali quella dell’Aids e di pandemie come COVID-19, le guerre e i genocidi, possono contribuire al variare di queste cifre. Il TASSO DI CRESCITA NATURALE è la differenza tra tasso di natalità (numero di nati ogni 1000 persone) e tasso di mortalità (numero di morti ogni 1.000 persone) e il tasso migratorio, cioè della differenza tra i tassi di immigrazione ed emigrazione. Quando il numero delle nascite supera il numero delle morti il tasso di crescita è positivo e la popolazione aumenta.

IN CHE COSA CONSISTE IL MODELLO DELLA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA?

La variazione dei tassi di natalità e di mortalità, nel tempo e nello spazio, dà luogo a regimi demografici differenti. Ciò ha portato a formulare il modello teorico della transizione demografica. Secondo la teoria della TRANSIZIONE DEMOGRAFICA vi sarebbero un regime demografico antico e uno moderno , separati da uno STADIO DI TRANSIZIONE. La situazione demografica detta antica , tipica delle società preindustriali, è caratterizzata da elevati tassi di natalità compensati da corrispondenti alti tassi di mortalità e quindi il saldo naturale è prossimo allo zero e la crescita della popolazione è lenta e irregolare a causa di epidemie, guerre e carestie. Lo stadio della transizione si divide in due fasi: nella prima si riduce la mortalità, sotto l'effetto delle migliori condizioni di vita e l’introduzione delle cure mediche, mentre la natalità rimane alta. Nella seconda fase vi è una riduzione del tasso di natalità (come causa l'inurbamento, costo figli) per cui si ha un rallentamento della crescita demografica. Nel regime moderno , il tasso di natalità diminuisce ulteriormente, eguagliando quello di mortalità, quindi crescita zero, per passare poi in alcuni periodi anche a un saldo naturale negativo.

QUALI SONO LE DIFFERENZE TRA LA SITUAZIONE DEMOGRAFICA DEI PAESI DEL

SUD E QUELLI DEL NORD DEL MONDO?

Osservando la geografia dei regimi demografici si nota che in Europa già nel secolo scorso si è verificato per la prima volta il passaggio dal primo al secondo stadio della transizione. Attualmente lo stadio di transizione nel continente è quasi ovunque terminato e i paesi europei sono in gran parte entrati nel regime moderno, con un saldo naturale negativo.

Le altre aree del mondo si trovano in fasi diverse dello stadio di transizione. La crescita maggiore si ha dove la fase di transizione è agli inizi: si tratta di quasi tutti i paesi dell’ Africa (ad eccezione di Tunisia, Marocco, Egitto e Repubblica Sudafricana), Asia Meridionale, e America meridionale. Altri paesi come la Cina stanno invece uscendo dallo stadio di transizione per raggiungere quello moderno.

4.2 LA DISTRIBUZIONE DELLA POPOLAZIONE MONDIALE

La distribuzione delle popolazioni sulla superficie terrestre che è molto ineguale: esistono parti della Terra completamente disabitate perché ostili all'insediamento umano come l'Antartide, il Canada Settentrionale, la Groenlandia, la Siberia Settentrionale, queste parti sono dette ANECUMENE ; invece, ECUMENE è la superficie stabilmente abitata. Il Continente più popolato è l'Asia, mentre il meno popolato è l'Oceania. All'interno di ogni continente ci sono poi regioni densamente popolate e altre scarsamente popolate. Le prime si dividono in due categorie: quelle derivanti da una SECOLARE COLONIZZAZIONE AGRICOLA di zone fertili, per lo più comprese nella fascia tropicale o sub- tropicale (vaste regioni dell’Asia: le pianure alluvionali cinesi, le Filippine, l’isola di Formosa e l’arcipelago indonesiano, la pianura del Gange in india). In queste aree la densità di popolazione favorisce un’agricoltura di tipo intensivo. Quelle derivanti dallo SVILUPPO INDUSTRIALE MODERNO (appartengono varie regioni dell’Europa centro-occidentale tra cui l’Inghilterra, la Francia orientale, l’Italia e la Germania). Altre regioni di questo tipo si trovano negli Stati Uniti, nell’America meridionale e nell’Asia orientale (Giappone, Corea del Sud e soprattutto nelle regioni costiere della Cina). La popolazione di queste aree si differenzia da quelle del primo tipo per reddito medio più alto e perchè presenta un’offerta di lavoro più qualificata. Al di fuori di queste regioni la distribuzione di popolazione è discontinua e concentrato soprattutto nelle aree urbane.

QUALI FURONO LE CAUSE DELL’INCREMENTO DELLE MIGRAZIONI DALLA FINE DEL

XIX SECOLO AI GIORNI NOSTRI?

Nel tempo le diverse parti del mondo hanno visto mutare completamente i loro rapporti con il fenomeno migratorio: è il caso dell’Europa che dopo essere stata per secoli il principale focolaio di emigrazione, sta ora ricevendo forti flussi di immigrazione. Prima della sua transizione demografica, intorno al 1930, gli europei emigravano verso le due Americhe, in Russia, e in Australia. Da alcuni decenni la situazioni si è trasformata, l’Europa è diventat a il continente che ospita il maggior numero di soggetti migranti provenienti da tutte le parti del mondo. Inoltre, dopo la caduta del muro di Berlino (1989) e il crollo del sistema sovietico (1991), si sono notevolmente intensificati i flussi migratori interni da Est verso Ovest. Situazione analoga in Russia : all’inizio del XX secolo, la crescita della popolazione determinò forti correnti di emigrazione verso l’Asia centrale. Con la transizione demografica la situazione mutò, e oggi è un paese di immigrazione.

QUALE DIREZIONE SEGUONO ATTUALMENTE I PRINCIPALI FLUSSI MIGRATORI?

Se un tempo i movimenti di persone si verificavano principalmente attraverso l’Atlantico, ora i nuovi flussi interessano il Pacifico , principalmente dall’Asia verso gli Stati Uniti (il principale paese al mondo come destinazione), ma anche verso paesi più ricchi di risorse e possibilità economiche come Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Altri movimenti importanti hanno direzione SUD- NORD : le principali rotte sono quella che attraverso il Mediterraneo va dall’Africa all’Europa e quella che dall’Ameria-Latina si dirige verso l’America anglosassone e gli Stati Uniti.

Nei paesi del Nord del mondo una percentuale di disoccupazione del 3-4% è fisiologica, invece in periodi di crisi o di ristrutturazione dell’economia, la quota può superare il 10%. Bisogna tener conto che i dati sul lavoro possono essere falsati dal fatto che le rilevazioni sono spesso approssimate e ignorano il lavoro informale, irregolare e “nero”, cioè quella parte di lavoro che non è riconosciuta o regolamentata dall’economia. 4.5 CARATTERISTICHE SOCIALI DELLA POPOLAZIONE Due caratteristiche della popolazione che hanno notevole importanza sono la SALUTE e L’ISTRUZIONE. Per quanto riguarda la sanità esistono forti differenze tra paesi ricchi e paesi poveri ma nel corso della seconda metà del 20°secolo si sono attenuate notevolmente: i tassi di mortalità infantile e neonatale si sono più che dimezzati e il numero di bambini vaccinati è passato dal 30% al 70%. Ciò non toglie che esistano ampie zone, soprattutto nel continente africano, dove la situazione sanitaria è ancora precaria. Per quanto riguarda l'istruzione, invece, in una società moderna è richiesta a tutti per partecipare alla vita civile e politica, accedere ai servizi, inserirsi nel mondo del lavoro. Perciò in tutti gli Stati economicamente sviluppati esiste un livello di istruzione di base garantito dalla scuola pubblica. Non sempre l'accesso a questo servizio è possibile per l'intera popolazione soprattutto in molti paesi poveri, infatti, l’analfabetismo è tutt’altro che scomparso. LA POVERTA’ E IL PROBLEMA ALIMENTARE La distribuzione geografica della povertà, secondo la FAO interessa il 16% della popolazione mondiale e mette in evidenza forti squilibri tra paesi ricchi e poveri. A livello geografico, l’Asia è il continente con il più elevato numero di persone denutrite, seguita dall’Africa, e dall’America Latina. Fame e malnutrizione sono presenti essenzialmente per 3 motivi:

  1. in ambiente rurale molti contadini vivono ancora di agricoltura di sussistenza, ma non producono abbastanza per i loro bisogni, o per cause naturali (siccità, terreni poco fertili) o per l’uso di tecniche arretrate;
  2. vi sono persone troppo povere per acquistare gli alimenti anche se questi sono disponibili;
  3. milioni di persone soffrono di fame e carestie a cause delle guerre; queste persone per sopravvivere dipendono dagli aiuti internazionali. Il problema della fame nel mondo è studiato dalla FAO attraverso il programma Millenium Development, che si prefigge alcuni obiettivi da raggiungere entro il 2015: eliminare la povertà e la fame, garantire a tutti i bambini l’istruzione di base, promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne, ridurre la mortalità infantile, combattere l’AIDS, garantire la sostenibilità ambientale.

CHE COSA MISURA L’INDICE DI SVILUPPO UMANO? E SU QUALI PARAMETRI SI

BASA?

L'INDICE DI SVILUPPO UMANO, ISU misura la qualità della vita nei singoli Paesi e viene calcolato annualmente e a ogni Paese viene assegnato un punteggio tra 0 e 1 , in base ai punteggi viene poi compilata una classifica. E’ stato elaborato a partire dal 1990 dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo , e si basa su 3 indicatori principali:

  • la speranza di vita alla nascita;
  • il tasso di alfabetizzazione degli adulti e di istruzione dei giovani,
  • e il PIL pro capite (prodotto interno lordo), cioè ricchezza prodotta in un anno da un Paese, suddivisa per il numero degli abitanti.

Nella classifica del 2020 ai primi posti, insieme a Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Canada , si trovano molti paesi dell’Europa centro-settentrionale (Norvegia, Islanda, Svezia, Finlandia, Irlanda, Germania, Svizzera, Paesi Bassi), mentre l’Italia è in 29° posizione. COSA SI INTENDE PER GLOBALIZZAZIONE CULTURALE? Il termine “ GLOBALIZZAZIONE” è utilizzato in ambito culturale , dove si descrive il RISCHIO DI OMOLOGAZIONE e riduzione della varietà culturale. Nell’epoca contemporanea la “contaminazione” tra culture, anche grazie alle migrazioni: è particolarmente semplice e frequente per aspetti quali la cucina, il modo di vestire, la musica, o il modo di divertirsi. E’ molto più complessa e lenta èinvece la comprensione ed eventualmente l’acquisizione di ideali religiosi, filosofici, modi di essere e di pensare di altre società, cioè la cultura profonda di un popolo. Per questi aspetti della cultura la globalizzazione è molto modesta e quasi inesistente.

COSA SI INTENDE PER REGIONE CULTURALE? E QUALI SONO LE PRINCIPALI DEL

MONDO? E LE CIVILTA’ DOMINANTI?

Una caratteristica fondamentale che differenzia la popolazione mondiale è data dal tipo di cultura, cioè l'insieme di conoscenze, credenze religiose, abitudini, stili di vita di ogni popolazione. Storicamente queste culture si sono differenziate su base geografica e corrispondono ad alcune grandi aree o REGIONI CULTURALI ovvero l'Europa, l'America anglosassone, l'America latina, l'area dell'Islam, l'Asia meridionale e orientale, l'Africa nera e l'Australia. Oggi nel mondo vi sono alcune CIVILTA’ DOMINANTI poichè coinvolgono molte persone e hanno molta influenza sul resto del mondo: o La CIVILTA’ STATUNITENSE : deriva da quella europea, ma ha assunto nel tempo caratteristiche originali ed è diventata un modello seguito in altre parti del pianeta (mondo del lavoro, modo di vestirsi, di divertirsi, organizzare le città). Ad essa possiamo associare l’altro paese dell’AMERICA ANGLOSASSONE , il Canada. Colonizzata dagli inglesi nel XVI secolo e con il passare del tempo si mescolarono molte altre popolazioni dando origine a una cultura e a un “melting pot” del tutto originali. L’AMERICA LATINA , è stata colonizzata in prevalenza da Spagna e Portogallo, ha avuto una evoluzione molto differente da quella anglosassone, con uno sviluppo economico meno consistente. o CIVILTA’ EUROPEA: cultura relativamente omogenea: prevalgono governi democratici, tassi di scolarizzazione elevati, un livello economico medio-alto, prevalenza di religioni cristiane; negli ultimi decenni luogo di forte immigrazione. Oggi la civiltà europea viene vista dal resto del mondo come un riferimento in vari aspetti: salvaguardia dell’ambiente, protezione della cittadinanza da parte dello stato, e anche per aspetti come moda, arte. o CIVILTA’ ARABO-ISLAMICA: essa è diffusa in vari territori del Sud del mondo, il mondo musulmano si differenzia in correnti (sunniti e sciiti, le principali), spesso caratterizzata da rivalità economiche e politiche, come nel caso dell’Iran (sciita) o della Turchia e dell’Arabia Saudita (sunniti). o CIVILTA’ CINESE E INDIANA : civiltà antichissime. Fanno parte delle regione dell’ASIA MERIDIONALE E ORIENTALE , parte del mondo rimasta a lungo lontana dall’influenza europea, si tratta di una regione in cui parlano lingue diverse e oltre a quella islamica si praticano diverse religioni quali il Buddismo, l’Induismo, il Confucianesimo. Presenta forti differenze tra poche aree industrializzate (Giappone, Corea del Sud, grandi città della Cina e dell’India) e altre legate soprattutto all’agricoltura ma quasi tutte in via di industrializzazione (Vietnam o della Malaysia).