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Riassunto libro Pretest, Sintesi del corso di Metodologia E Tecniche Di Ricerca Sociale

Sintesi del libro "Pretest. Un approccio cognitivo" per esame di Strategie di ricerca e Data Analysis

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 11/09/2023

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alebigi_ 🇮🇹

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CAPITOLO 1: IL PRETEST NEI SONDAGGI
All’inizio del ‘900, si ebbe un’evidente proliferazione di sondaggi spesso strutturati e condotti senza il
rispetto delle prescrizioni dei manuali di metodologia della ricerca sociale: una delle principali prescrizioni è
quella di sottoporre lo strumento di rilevazione (sondaggio) ad un Pretest prima di procedere alla raccolta di
dati. Tuttavia, il Pretest è sempre stato poco applicato (o ignorato) a causa di vincoli di ordine temporale od
economico, anche a causa della carenza di linee guida sul come condurre un valido Pretest. Nello stesso
periodo molti altri sociologi lamentarono una limitata attenzione scientifica sia nella lettura che nella pratica
(infatti era diffusa la cattiva abitudine di non descrivere le procedure adottate in fase di Pretest, riducendolo
a strumento intuitivo ed informale).
Per molto tempo il Pretest degli strumenti di raccolta dei dati è stato condotto in un solo modo: gli
intervistatori venivano invitati ad annotare tutte le difficoltà incontrate durante le interviste; al termine della
sessione di Pretest, i ricercatori organizzavano una discussione di gruppo con gli intervistatori per
raccogliere le loro impressioni generali sul questionario ed i loro resoconti sui problemi emersi. La
metodologia ha una problematica di fondo: l’assenza di linee guida condivise. Alcuni ricercatori ritenevano
necessario scegliere solo intervistatori professionisti, perché più attenti ai possibili problemi emersi durante
l’intervista e più capaci di dare suggerimenti utili; altri invece proponevano di scegliere, volutamente,
intervistatori non professionisti, in quanto propensi a farsi carico di problemi che gli intervistatori
professionisti aggirano. Per quanto riguarda gli intervistati, invece, vi erano opinioni discordanti: c’era chi
sosteneva che il campione per il Pretest doveva essere rappresentativo della popolazione oggetto di studio,
chi invece credeva fosse sufficiente garantire la massima eterogeneità nella composizione del campione.
Quanto al numero di interviste da effettuare, le indicazioni variavano da 10 a 100. Nella seconda metà degli
anni ’80 le critiche rivolte al Pretest tradizionale riguardavano la sua forte dipendenza dal giudizio degli
intervistatori e dal comportamento degli intervistati, che potrebbero anche essere inconsapevoli di avere un
problema o volerlo dire. Queste critiche portarono ad una nuova riflessione sul Pretest basata su 2 aspetti:
1. apertura a concetti e strumenti di lavoro propri della Psicologia cognitiva
2. sviluppo della tecnologia informatica
Quindi, il Pretest serve a controllare il funzionamento di uno strumento di rilevazione e a individuarne i
difetti che possono ridurre la qualità dei dati raccolti. Per qualità di dati intendiamo la capacità di
un’informazione, collocata sotto forma di simbolo numerico in una posizione univocamente definita della
matrice, di rispecchiare lo stato di un oggetto sulla relativa proprietà; ciò che Marradi chiama “fedeltà”.
Quindi fare il pretest di uno strumento significa controllare il suo funzionamento in relazione agli obiettivi
conosciuti specifici che si propone e alle modalità della sua applicazione sul campo. La valutazione di un
questionario deve tener conto di come intervistatore ed intervistato interagiscono tra loro e con lo
strumento; poiché da queste interazioni che dipendono gli esiti della raccolta dati. si propone una
tassonomia dei possibili obiettivi del pretest di un questionario:
a) Controllo / affinamento della concettualizzazione del problema di ricerca: il Pretest può servire ad
indagare se nella mappa dei concetti sono state inserite tutte le proprietà rilevanti per gli obiettivi e
se queste hanno rilevanza dal punto di vista degli intervistati. Quindi il prestest si sovrappone in
parte allo studio pilota come fase preliminare (indagine a carattere esplorativo) per indagare la
rilevanza delle proprietà relative alla problematica e scovare quelle che non sono state previste dal
ricercatore. Ciò che distingue lo studio pilota dal Pretest è il diverso margine di intervento sulla
mappa dei concetti: il Pretest, svolgendosi a valle del processo di costruzione del questionario, può
soltanto contribuire ad affinarla.
b) Controllo della validità degli indicatori: raccogliendo informazioni utili a sostenere il giudizio di
validità formulato dal ricercatore
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CAPITOLO 1: IL PRETEST NEI SONDAGGI

All’inizio del ‘900, si ebbe un’evidente proliferazione di sondaggi spesso strutturati e condotti senza il rispetto delle prescrizioni dei manuali di metodologia della ricerca sociale: una delle principali prescrizioni è quella di sottoporre lo strumento di rilevazione (sondaggio) ad un Pretest prima di procedere alla raccolta di dati. Tuttavia, il Pretest è sempre stato poco applicato (o ignorato) a causa di vincoli di ordine temporale od economico, anche a causa della carenza di linee guida sul come condurre un valido Pretest. Nello stesso periodo molti altri sociologi lamentarono una limitata attenzione scientifica sia nella lettura che nella pratica (infatti era diffusa la cattiva abitudine di non descrivere le procedure adottate in fase di Pretest, riducendolo a strumento intuitivo ed informale). Per molto tempo il Pretest degli strumenti di raccolta dei dati è stato condotto in un solo modo: gli intervistatori venivano invitati ad annotare tutte le difficoltà incontrate durante le interviste; al termine della sessione di Pretest, i ricercatori organizzavano una discussione di gruppo con gli intervistatori per raccogliere le loro impressioni generali sul questionario ed i loro resoconti sui problemi emersi. La metodologia ha una problematica di fondo: l’assenza di linee guida condivise. Alcuni ricercatori ritenevano necessario scegliere solo intervistatori professionisti, perché più attenti ai possibili problemi emersi durante l’intervista e più capaci di dare suggerimenti utili; altri invece proponevano di scegliere, volutamente, intervistatori non professionisti, in quanto propensi a farsi carico di problemi che gli intervistatori professionisti aggirano. Per quanto riguarda gli intervistati, invece, vi erano opinioni discordanti: c’era chi sosteneva che il campione per il Pretest doveva essere rappresentativo della popolazione oggetto di studio, chi invece credeva fosse sufficiente garantire la massima eterogeneità nella composizione del campione. Quanto al numero di interviste da effettuare, le indicazioni variavano da 10 a 100. Nella seconda metà degli anni ’80 le critiche rivolte al Pretest tradizionale riguardavano la sua forte dipendenza dal giudizio degli intervistatori e dal comportamento degli intervistati, che potrebbero anche essere inconsapevoli di avere un problema o volerlo dire. Queste critiche portarono ad una nuova riflessione sul Pretest basata su 2 aspetti:

  1. apertura a concetti e strumenti di lavoro propri della Psicologia cognitiva
  2. sviluppo della tecnologia informatica Quindi, il Pretest serve a controllare il funzionamento di uno strumento di rilevazione e a individuarne i difetti che possono ridurre la qualità dei dati raccolti. Per qualità di dati intendiamo la capacità di un’informazione, collocata sotto forma di simbolo numerico in una posizione univocamente definita della matrice, di rispecchiare lo stato di un oggetto sulla relativa proprietà; ciò che Marradi chiama “fedeltà”. Quindi fare il pretest di uno strumento significa controllare il suo funzionamento in relazione agli obiettivi conosciuti specifici che si propone e alle modalità della sua applicazione sul campo. La valutazione di un questionario deve tener conto di come intervistatore ed intervistato interagiscono tra loro e con lo strumento; poiché da queste interazioni che dipendono gli esiti della raccolta dati. si propone una tassonomia dei possibili obiettivi del pretest di un questionario: a) Controllo / affinamento della concettualizzazione del problema di ricerca : il Pretest può servire ad indagare se nella mappa dei concetti sono state inserite tutte le proprietà rilevanti per gli obiettivi e se queste hanno rilevanza dal punto di vista degli intervistati. Quindi il prestest si sovrappone in parte allo studio pilota come fase preliminare (indagine a carattere esplorativo) per indagare la rilevanza delle proprietà relative alla problematica e scovare quelle che non sono state previste dal ricercatore. Ciò che distingue lo studio pilota dal Pretest è il diverso margine di intervento sulla mappa dei concetti: il Pretest, svolgendosi a valle del processo di costruzione del questionario, può soltanto contribuire ad affinarla. b) Controllo della validità degli indicatori : raccogliendo informazioni utili a sostenere il giudizio di validità formulato dal ricercatore

c) Controllo dell’affidabilità delle definizioni operative : il pretest consente di controllare se i procedimenti con cui una proprietà viene trasformata in una variabile producono dati fedeli, ossia che rappresentano correttamente lo stato effettivo di un soggetto su una data proprietà, secondo le convenzioni stabilite dalla definizione operativa. Questa può essere considerata la funzione principale del Pretest. La funzione di “ controllo di affidabilità delle definizioni operative” può essere quindi scomposta in tre sottofunzioni

  1. Controllo delle distorsioni introdotte dagli intervistatori: prima di eseguire la rilevazione è importante controllare la capacità degli intervistatori di eseguire correttamente in compito. Queste possibili distorsioni, se individuate in sede di pretest, possono essere prevenute rivedendo la formulazione delle domande e/o addestrando meglio gli intervistatori.
  2. Controllo delle distorsioni dovute agli intervistati : controllo delle capacità degli intervistati di comprendere a pieno il testo delle domande ed eseguire i compiti a loro richiesti.
  3. Controllo delle distorsioni introdotte dalla formulazione delle domande e dalla struttura del questionario : il testo della domanda potrebbe essere formulato in maniera da indirizzare gli intervistati verso una delle risposte (domanda sovra-determinata) oppure mancare degli elementi necessari per decidere a quale categoria attribuire la risposta (domanda sotto- determinata). d) Controllo della codifica delle risposte : i dati possono essere compromessi anche a causa di errori commessi nel passaggio dalla risposta dell’intervistato al simbolo numerico nella corrispondente matrice dei dati. Il pretest dovrebbe servire al ricercatore per determinare la probabilità che errori di questo tipo si verifichino e per capire come prevenirli. Nel caso di domande aperte il Pretest consente di cogliere problemi come la scarsa comprensibilità delle risposte trascritte, oppure la loro non riconducibilità ad un piano di codifica. Il pretest può servire per valutare come determinati aspetti della ricerca influenzano il tasso di partecipazione. Le tecniche di Pretest vengono classificate secondo criteri diversi: si distinguono in tecniche di controllo degli strumenti testandoli in situazioni simili a quelle in cui dovranno effettivamente operare (controllo sul campo), e tecniche che prescindono da questa condizione (controllo fuori dal campo); tale distinzione non è esclusiva. Infatti, gli studiosi scindono le tecniche di Pretest partecipate e non partecipate a seconda della consapevolezza o non consapevolezza del soggetto a partecipare alla fase di controllo di uno strumento; tale criterio non consente di classificare quelle tecniche di Pretest che non prevedono il coinvolgimento degli intervistati nel processo di valutazione. Le due altri criteri di classificazione: L’ascolto del punto di vista degli intervistatori e l’ascolto del punto di vista degli intervistati combinando questi ultimi 2 criteri dicotomici è possibile costruire una tipologia delle tecniche di Pretest composta da 4 tipi:Tabella pag 24 La 4 ͣ cella è vuota poiché le cause di infedeltà nei dati possono dipendere sia dagli intervistati che dagli intervistatori: in un Pretest è quindi opportuno considerare il punto di vista di entrambi gli attori. La 1 ͣ cella è quella più numerosa e ciò evidenzia una certa differenza nei confronti delle soggettività di intervistatori ed intervistati. Il focus group non è stato inserito nella prima cella in quanto più adatto allo studio pilota che al Pretest ed esplica le sue potenzialità in una fase preliminare alla costruzione del questionario (strumento di rilevazione). TECNICHE NON BASATE SULL’ASCOLTO DEGLI INTERVISTATORI (1 ͣ cella)
  4. Codifica del comportamento verbale di intervistatori ed intervistati : Negli anni ’80 si diffuse la codifica del comportamento verbale degli attori in uno scambio comunicativo. Una tecnica utilizzata sino ad allora per monitorare le prestazioni degli intervistati. Gli schemi usati per codificare il comportamento verbale sono diversi; il più noto (Cannell) osserva: ogni deviazione dalla sequenza domanda/risposta prevista dal ricercatore deve essere interpretata come il segnale di un potenziale difetto del questionario; registrando queste deviazioni attraverso uno schema di codifica stabilito a monte e analizzandone la frequenza nelle diverse interviste, si possono ottenere informazioni utili

ad un’indagine ed interferire con le sue risposte. Tuttavia, tale tecnica ha il limite di essere troppo invasivo, al punto di poter alterare il processo percettivo degli intervistati. TECNICHE BASATE SULL’ASCOLTO DEGLI INTERVISTATI (2 ͣ cella)

  1. Debriefing degli intervistati : consiste nel porre domande di approfondimento delle risposte ottenute (probes) dopo la somministrazione del questionario o durante l’intervista. Nel secondo caso, l'intervistato è messo nelle condizioni migliori per riferire le difficoltà che ha incontrato nel rispondere ad una domanda. Con tale tecnica di Pretest gli intervistati contribuiscono attivamente al miglioramento del questionario; È comunque considerata una tecnica dispendiosa sia in termini di tempo che di sforzo cognitivo da parte dell’intervistato. a) L’intervista sull’intervista : tecnica introdotta negli anni ’80 dal centro di ricerca polacco di Lodz. Si tratta di un'intervista non strutturata e guidata da uno schema di raccolta delle informazioni sui processi cognitivi ed emotivi dell'intervistato all'atto di rispondere a una domanda. Le informazioni ottenute vengono codificate e sottoposte ad elaborazione statistica con lo scopo di indagare il livello di comprensione delle domande e i processi di formazione delle risposte. Tale tecnica ha molto in comune con il debriefing degli intervistati, soprattutto perché la fedeltà dei dati dipende fortemente da una serie di processi mentali degli intervistati; ciò nonostante, l’utilizzo è sempre stato limitato. b) Intervista cognitiva simile al debriefing degli intervistati, tale tecnica si basa sulla corrente teorica e metodologica del CASM (Cognitive Aspects of Survey Methodology). Anche l’intervista cognitiva fa affidamento sui resoconti dei processi di pensiero degli intervistati per indagare le cause di infedeltà nelle risposte; tuttavia, a differenza del debriefing è spesso condotta in laboratorio, in una situazione artificiale che non riproduce necessariamente le modalità di somministrazione del questionario. Si basa sul quadro teorico di riferimento del Cognitivismo ed è considerata come uno sviluppo delle procedure di intervista tradizionali in quanto l’intervistatore è istruito ad accompagnare la lettura delle domande con la richiesta agli intervistati di approfondire le loro risposte (verbal probing) o verbalizzare spontaneamente i loro pensieri nel rispondere (think-aloud); l’intervistato viene quindi invitato, talvolta dietro pagamento, ad indicare tutte le difficoltà incontrate durante l’intervista. Vi sono 4 strategie a disposizione dell’intervistatore: - Vignette: sono brevi storie ipotetiche cui l’intervistato è chiamato a reagire ed indicare come avrebbe risposto ad una domanda del questionario se si fosse trovato nella situazione descritta dalla storia. In quanto strumenti visivi, sono utili in sede di intervista per affrontare argomenti delicati ed imbarazzanti, ma anche come Pretest per comprendere i significati attribuiti dagli intervistati alle domande. - Parafrasi: si chiede all’intervistato di ripetere la domanda a parole sue; nel caso in cui gli intervistati tendano tutti a ricorrere alle stesse parole, bisognerà riformulare il testo della domanda per agevolarne la comprensione. c. Giudizi di sicurezza: L’intervistato è invitato ad indicare su una scala quanto è sicuro della sua risposta in modo da rintracciare la possibile infedeltà di una risposta. - Compito di classificazione: agli intervistati viene data una serie di oggetti da classificare senza vincolarli a criteri da seguire per il raggruppamento e nel numero di classi da creare. Ciò consente di conoscere come gli intervistati rappresentano mentalmente e organizzano le loro conoscenze su un determinato tema, tuttavia è un compito faticoso. TECNICHE BASATE SULL’ASCOLTO DEGLI INTERVISTATORI (3 ͣ cella)
  2. Debriefing degli intervistatori: grazie al loro contatto diretto con gli intervistati, gli intervistatori possono dare al ricercatore informazioni utili in merito al funzionamento sul campo del questionario. Tale tecnica consiste in una discussione tra ricercatori ed intervistatori dopo che

questi abbiano compiuto un numero di interviste di prova. Questo è stato per molto tempo il solo modo con cui venivano valutati i questionari. Intorno alla metà degli anni ’80 però il debriefing perse di importanza sotto le crescenti spinte a standardizzare le procedure di Pretest. Si è proposto di integrare (o sostituire) la discussione di gruppo con la compilazione di schede di valutazione delle domande, per ogni intervista separatamente oppure per tutte le interviste complessivamente. Nel primo caso è più faticoso ma di dettaglio maggiore mentre il secondo semplifica il compito degli intervistatori ma si rischia di rilevare giudizi basati su ricordi vividi di esperienze isolate. Le schede di valutazione possono essere strutturate in modo da ottenere 3 tipi di informazioni: le impressioni degli intervistatori, le difficoltà incontrate nella lettura di domande ed i problemi manifestati dagli intervistati nel comprenderne il testo e dare una risposta. Anche il moderatore può usare questi dati per gestire la discussione ed indirizzarla verso la ricerca delle difficoltà poste dalle domande che risultano più problematiche. Questa forma di debriefing (scheda di valutazione + discussione di gruppo) viene raccomandata ad ogni intervistatore poiché nella discussione di gruppo vi sarà poi la possibilità di effettuare un brainstorming sulle possibili soluzioni. CONFRONTO TRA TECNICHE DI PRETEST DEL QUESTIONARIO Diversi studi metodologici hanno confrontato diverse tecniche di Pretest:

  1. Presser e Blair (1994) hanno controllato un questionario attraverso 4 tecniche: valutazione di esperti, debriefing degli intervistatori, codifica del comportamento verbale di intervistatori ed intervistati ed intervista cognitiva. Ne deriva che ciascuna tecnica di Pretest individua difetti diversi; tuttavia, una sovrastima dei difetti può portare a modifiche peggiorative piuttosto che migliorative. Ad ogni modo con la valutazione degli esperti si rintraccia il maggior numero di segnalazioni di potenziali problemi del questionario.
  2. Willis e Whitaker (1999) hanno analizzato le stesse tecniche, eccetto il debriefing degli intervistatori, arrivando a risultati simili: anche in questo caso la valutazione degli esperti è stata la tecnica che ha segnalato il maggior numero di problemi; l’intervista cognitiva quella che ne ha fatti registrare di meno.
  3. Forsyth e Willis (2004) hanno svolto uno studio per valutare i risultati di un Pretest condotto con 3 tecniche: valutazione di esperti, formale ed informale ed intervista cognitiva. Hanno valutato il loro Pretest in termini di efficacia , intesa come la capacità di individuare gli aspetti del questionario che sul campo causano problemi, tralasciando quelli non problematici, ed utilità , intesa come possibilità di trarre indicazioni utili alla revisione del questionario. Secondo i 3 studiosi il risultato inatteso riguardo l’utilità del loro Pretest potrebbe dipendere dal fatto di aver condotto una sola sessione di controllo del questionario. Per questo la maggior parte degli studiosi converge sulla necessità di fare più sessioni di Pretest, sottoponendo lo strumento ad un processo di controllo ripetitivo in cui i cambiamenti vengono effettuati sulla base di risultati emersi da più tecniche di Pretest. Ciò si deve comunque svolgere alla luce di stringenti vincoli temporali ed economici, nella consapevolezza che il Pretest è essenziale per migliorare la fedeltà dei dati. CAPITOLO 2 2.4IL RUOLO DELLA MEMORIA. La memoria svolge una funzione conservativa e si costruisce attraverso processi di attività selettive. Essa è un insieme di indizi del passato che, ad esito di un processo di selezione, vengono rievocati ed interpretati. L’attività selettiva è indispensabile poiché la memoria, attraverso nessi di significato, individua un ricordo, lo estrapola sottraendolo alla sua singolarità e lo connette ad altri che include in uno stesso continuum temporale. Il cognitivismo ha riportato la memoria al centro degli interessi degli psicologi criticando l’approccio comportamentista. In ambito metodologico, l'esigenza di analizzare come le persone rispondono a domande riguardanti eventi delle loro vite apportato a studi dedicati alla
  1. Tempo concesso per rispondere. Ovviamente, tanto maggiore sarà il tempo concesso ad un intervistato per rispondere, maggiore sarà l’accuratezza della rievocazione; rallentare il ritmo dell’intervista è una controindicazione, in quanto, oltre a crescere il costo medio per intervista, aumenterà la stanchezza (imprecisione) dell’intervistato. 2.5L’ELABORAZIONE DI GIUDIZI Rievocare le informazioni non è sempre sufficiente per formulare una risposta adeguata; spesso sono necessari ulteriori processi cognitivi per combinare o integrare le informazioni rievocate. Tali processi cognitivi attivano la fase di giudizio del processo di risposta E avranno caratteristiche diverse a seconda del compito richiesto dalla domanda 2.5.1I GIUDIZI IN RISPOSTA A DOMANDE SU FREQUENZE E COMPORTAMENTI. La frequenza di comportamenti come la fruizione di qualche prodotto o servizio è una delle domande principali in funzione di decisioni di policy e marketing. I primi studi ipotizzavano l’esistenza di un unico processo di elaborazione delle frequenze: l’enumerazione dei singoli episodi rievocati. Si riteneva che gli intervistati si limitassero a rievocare gli eventi e che le risposte inesatte fossero dovute solo all’incapacità di rievocazione di alcuni episodi (omissione) o al loro errato collocamento nel tempo (telescoping), evitabili con il ricorso a strategie finalizzate a migliorare il ricordo, ma ovviamente gli eventuali errori derivano anche da altri fenomeni. Esistono infatti 3 classi di processi cognitivi: 1. enumerazione eventi, 2. ricorso ad un tasso di occorrenza ed
  2. una classe residuale di eventi non classificabili. Vi sono 4 strategie per elaborare le frequenze, distinte per tipo di informazione usata:
  3. Rievocazione di informazioni sui singoli eventi e conteggio (enumerazione episodica): una variante prevede di scomporre la classe di eventi in sottoclassi, rievocare e contare gli episodi in ciascuna di esse; oppure usare i singoli eventi rievocati per calcolare un tasso di occorrenza da applicare all’intero periodo di riferimento della domanda.
  4. Stima basata su informazioni generiche (stima del tasso di occorrenza): ma consiste anche nel Tasso ritenuto giusto, ossia un tasso che sia funzionale all’elaborazione delle rievocazioni
  5. Ricordo di frequenze esatte : qualora il comportamento di cui si richiede la frequenza sia raro o importane, è possibile che l’intervistato si limiti alla semplice rievocazione del numero esatto di occorrenze.
  6. Valutazione basata su impressioni generali : processi non riconducibili ad alcuna delle classi precedenti; Ora, i fattori che determinano il ricordo ed il conteggio dei singoli episodi sono: lo sforzo cognitivo richiesto per enumerare, la motivazione ad impegnarsi in tale sforzo, l’accessibilità ai ricordi e la disponibilità di processi diversi, il numero di eventi da rievocare, la loro distanza temporale ed il tempo concesso per rispondere. Il numero di eventi influenza la probabilità del ricorso all’enumerazione episodica perché concorre ad accrescere lo sforzo e il tempo richiesto per enumerare; di conseguenza, gli intervistati o non sono disposti ad enumerare o non riescono a farlo entro i vincoli temporali dell’indagine. Esiste anche una relazione negativa tra riferimento temporale e adozione della strategia di ricordo e conteggio. Il tempo concesso per formulare la risposta influisce sul ricorso alla strategia di ricordo e conteggio: un’istruzione al pensiero (ad es. pensare alla risposta per almeno 15 sec.) aumenta la propensione ad enumerare con precisione. 2.5.2.LA DATAZIONE DEGLI EVENTI. Le domande sulla frequenza di alcuni eventi in un determinato periodo di riferimento richiedono all’intervistato un ulteriore compito cognitivo: la collocazione degli episodi rievocati nell’intervallo

temporale specificato dalla domanda. La datazione degli eventi è un processo che può subire molte distorsioni. I ricercatori danno particolare rilievo al telescoping ossia alla tendenza da parte degli intervistati a collocare gli eventi in periodi precedenti o successivi a quello di effettiva occorrenza. Gli errori di risposta nella rievocazione del numero di occorrenze sono limitabili seguendo 2 criteri: 1.il periodo di riferimento della domanda 2.la procedura di rievocazione.

- TEORIA DELLA COMPRENSIONE TEMPORALE: Chiama in causa la mancata coincidenza tra periodo di riferimento della domanda e periodo effettivo del ricordo; quest’ultimo sarebbe sempre più lungo del primo, portando gli intervistati ad una sovrastima degli eventi del periodo di riferimento. Il telescoping sarebbe da imputare all’incertezza riguardo alle date di eventi più lontani nel tempo. Più l’evento è remoto, maggiore sarà l’incertezza sulla data e quindi maggiore è la varianza nella distribuzione delle datazioni possibili. - TEORIA DELLA VARIANZA: Poiché gli eventi remoti hanno una varianza maggiore di quelli recenti, la probabilità che un intervistato importi un evento remoto nel periodo di riferimento è maggiore della probabilità di esportazione di un evento più recente. Sarebbe quindi la maggiore incertezza sulle date di eventi remoti ad indurre gli intervistati a sovrastimare il numero di eventi accaduti. Le teorie della varianza non consentono però di spiegare il maggiore effetto telescoping per i lavori più grandi che per quelli più piccoli. Le differenze di varianza possono avere un ruolo nel telescoping, ma non ne esauriscono la spiegazione, infatti ↓ 3 ͣ SPIEGAZIONE DEL TELESCOPING. Secondo un’altra interpretazione lo spostamento di eventi anteriori nel periodo di riferimento sarebbe determinato almeno in parte dal desiderio degli intervistati di fare bella figura, a pronunciarsi in senso affermativo piuttosto che negativo, tendenza degli intervistati a presentarsi in una luce favorevole agli occhi dell’intervistatore. È evidente che ciò non può applicarsi a tutte le domande come, ad esempio, per le domande relative a comportamenti socialmente indesiderabili. POSSIBILI RIMEDI AL TELESCOPING Ricorrere, in caso di indagini ripetute, a procedure di ricordo delimitato, ponendo la stessa domanda in diverse occasioni e ricordando agli intervistati gli eventi menzionati nella precedente intervista; ancorare l’inizio del periodo di riferimento ad una data particolarmente significativa che faciliti la delimitazione del ricordo; consentire agli intervistatori la possibilità di consultare documenti, diari e ricevute di acquisto in cui sono registrate le date degli eventi da rievocare. 2.5.3.I GIUDIZI IN RISPOSTA A DOMANDE SU ATTEGGIAMENTI. La prima fra le interpretazioni cognitive del concetto di atteggiamento può essere sintetizzata attraverso il modello FDM ( file drawer model ). Le persone a cui si chiede cosa sentono nei confronti di qualcosa consultano un file mentale che contiene la loro valutazione questo file può cambiare poi per effetti di esperienze personali, messaggi persuasivi ecc. ma in parte sono valutazioni che non cambiano. Tratto fondamentale del concetto di atteggiamento sarebbe la stabilità: gli atteggiamenti sono giudizi già formati che permangono nella memoria a lungo termine. La variabilità degli atteggiamenti dipende dall’assenza di giudizi radicati: in tali casi, infatti, gli intervistati tendono ad improvvisare risposte; l’assenza in memoria di giudizi già formati indurrebbe ad un processo di fabbricazione degli atteggiamenti che risentirebbe del contesto dell’intervista. All’idea dell’atteggiamento come un costrutto stabile, alcuni contrappongono un approccio costruttivista: in questa prospettiva, gli atteggiamenti sono costruzioni temporanee che risentono del contesto di rilevazione e del tipo di riflessione in cui le persone sono impegnate. Di solito le persone non ricorrono a tutte le informazioni a loro disposizione, ma si limitano a costruire i loro atteggiamenti sulla base di un sottoinsieme di tali informazioni. La semplice riflessione sull’oggetto dell’atteggiamento e l’analisi delle ragioni per le quali si hanno determinati giudizi nei confronti di tale oggetto, possono cambiare le informazioni che le persone usano per costruire i loro atteggiamenti. Le persone non sono interamente consapevoli dei motivi dei loro atteggiamenti; pertanto, quando vengono invitate ad esplicitarli, si focalizzano su quelli più accessibili e considerati accettabili. Se questi motivi sono coerenti sul piano

CAPITOLO 3: L’INTERVISTA COGNITIVA

3.1 ASPETTI GENERALI

Definizione: La tecnica dell’intervista cognitiva consiste in un’intervista parzialmente standardizzata, o non standardizzata, finalizzata a ricostruire i processi cognitivi che gli intervistati mettono in atto per rispondere alle domande ad individuare le difficoltà che incontrano. Si somministra il questionario e contestualmente si raccolgono le informazioni verbali per valutare la qualità delle risposte e determinare se le domande generano informazioni coerenti con le intenzioni del ricercatore. Negli Stati Uniti una delle tecniche più usate per indagare le cause di infedeltà nelle risposte è il Pretest Cognitivo ma in letteratura non vi è concordanza sul come applicare entrambi gli strumenti. Si possono adottare 2 strategie:

  1. THINK-ALOUD: sollecitare gli intervistati a verbalizzare spontaneamente i loro pensieri quando rispondono alle domande del questionario;
  2. VERBAL PROBING: si pongono domande per approfondire le risposte ottenute. In origine, l’intervista cognitiva prevedeva il ricorso quasi esclusivo al think-aloud per poi svincolarsene includendo i diversi tipi di probes. Le due strategie sono ritenute complementari, infatti, è ritenuto utile combinarle in 2 modi: adottando entrambe le strategie per il controllo di una stessa domanda o alternandole nel controllo di domande diverse (nel secondo caso la strategia dovrà essere scelta in funzione del tipo di domanda). 3.2.IL THINK-ALOUD Consiste nella richiesta all’intervistato di esprimere verbalmente tutti i suoi pensieri mentre risponde alle domande del questionario. Questa strategia riduce al minimo in ruolo dell’intervistatore, limitando i suoi interventi a semplici sollecitazioni. Il think-aloud ha radici profonde (fine ‘800), partendo dalla tecnica dell’introspezione per indagare i processi psichici delle persone (la tecnica dell’introspezione sperimentale sistematica, se pur usata per finalità differenti, somiglia molto all’ intervista cognitiva). La verbalizzazione dei pensieri riveste un ruolo cruciale nel campo della Psicoanalisi: Freud la concepisce come un’arte maieutica finalizzata ad aiutare il soggetto a svelare la natura dei processi ed elementi in lui presenti in modo attivo, il modo in cui agiscono su di lui, il tutto utilizzando i dati forniti dallo stesso (compresi i comportamenti avuti in sede di intervista e la verbalizzazione dei processi di pensiero). Nel campo della Psicologia, invece, Piaget propone la tecnica del colloquio clinico, che consiste nel seguire passo per passo le varie tappe che portano il soggetto alla soluzione. Con tale procedura è possibile comprendere lo svolgersi del ragionamento che sta alla base della produzione delle risposte. Nella teoria psicologica altre tradizioni hanno invece osteggiato l’introspezione e la verbalizzazione dei processi cognitivi come tecnica di ricerca: fra tutte il Comportamentismo (studio dei comportamenti emotivi attraverso la loro manifestazione osservabile). Se i comportamenti sono la vera natura della psiche, le rappresentazioni che i soggetti possono dare delle loro idee e dei loro ragionamenti sono fuori dal campo della psicologia come scienza. Anche in una successiva versione soft del comportamentismo, l’introspezione e la verbalizzazione dei processi cognitivi, restano comunque tecniche di ricerca inutili se non dannose, perché la psicologia deve affrontare i suoi problemi nei termini di variabili indipendenti manipolabili (gli stimoli) e variabili dipendenti osservabili (le risposte comportamentali). Dopo essere stata dimenticata, la strategia della verbalizzazione dei processi cognitivi è stata riportata in luce dalla rivoluzione cognitivista degli anni ’70 con un inquadramento teorico ed indicazioni metodologiche che richiamano la teoria dell’ information processing : quando tentiamo di risolvere un problema eseguiamo una sequenza di processi mentali che depositano temporaneamente nella memoria a breve termine. Questi processi possono essere riportati verbalmente perché già codificati in memoria sotto forma di simboli; i resoconti però possono essere fedeli solo se fatti durante lo svolgimento del compito. Infatti, mentre i simboli immagazzinati nella memoria a breve termine sono accessibili

immediatamente, quelli nella memoria a lungo termine possono essere recuperati solo attraverso un processo di rievocazione che, per sua natura, è soggetto ad errori. Bisogna quindi istruire le persone a pensare ad alta voce, verbalizzando i loro pensieri, non appena raggiungono la consapevolezza. Le persone non hanno un’adeguata capacità introspettiva perché non sono consapevoli delle risposte valutative e motivazionali; non sono capaci di riferire il fatto che un processo mentale sia avvenuto poiché non sono in grado di individuare lo stimolo responsabile della risposta. La fedeltà del resoconto dipende da quanto le cause di una risposta siano accessibili; ciò, a sua volta, può essere influenzato da diversi fattori:

  1. dal trascorrere del tempo;
  2. dall’appartenenza delle determinanti di una risposta alla classe dei non-eventi;
  3. dall’appartenenza delle cause di una risposta alla classe dei comportamenti non verbali
  4. dalla discrepanza tra livelli di generalità della causa e dell’effetto. Si deve istruire il soggetto a prestare attenzione ai suoi processi cognitivi; gli deve essere dato modo di esercitarsi all’introspezione; il resoconto verbale deve essere fatto nello stesso momento in cui avviene il processo cognitivo. È importante, quindi, che il ricercatore istruisca i partecipanti a pensare ad alta voce, chiedendo di verbalizzare tutto ciò che pensano mentre svolgono il compito. Si deve consentire loro di esercitarsi a pensare ad alta voce proponendo compiti simili a quelli che interessano al ricercatore. Affinché questa tecnica sia efficiente bisognerà inoltre istruire i soggetti a riportare solo i processi di pensiero a breve termine e chiedere loro di verbalizzare i pensieri senza provare a giustificarli, analizzarli o interpretarli. Bisogna tener presente che, invece di alterare la loro performance, gli intervistati preferiscono dare una risposta immediata basata su emozioni o preferenze e poi motivare la loro scelta: essi cioè non si impegnano nel think-aloud, ma è come se reagissero retrospettivamente a una generica richiesta di approfondimento della loro risposta. 3.3.IL VERBAL PROBING Il probing verbale è la somministrazione di domande di approfondimento (probes) subito dopo che l’intervistato ha risposto alla domanda del questionario oppure a conclusione dell’intervista. Come il think- aloud, anche il verbal probing ha lo scopo di dare al ricercatore elementi per ricostruire i processi cognitivi degli intervistati ed indagare i problemi che incontrano nel rispondere al questionario. Con i probes l’intervistatore assume un ruolo attivo di indirizzamento dell’interazione e approfondimento dei problemi che emergono nel corso dell’intervista. L’utilità del verbal probing per sollecitare gli intervistati a ricostruire i loro ragionamenti (e quindi capirne meglio le risposte) è stata legittimata anche dallo studioso Lazarsfeld che propone il ricorso ai probes per articolare la risposta ad una domanda e per chiarire il ruolo che certe motivazioni o influenze hanno avuto nel processo decisionale. Le risposte ai probes costituirebbero il materiale empirico rilevante per studiare valori ed opinioni degli intervistati. Ciò è alla base della open-ended interview , alternativa all’intervista standardizzata. Tale tecnica può essere importante anche nelle fasi preliminari di un’indagine quando il compito del ricercatore è esplorare un problema per costruire strumenti standardizzati. CRITERI PER L’UTILIZZO DI PROBES: Momento di somministrazione: - SIMULTANEI da somministrare subito dopo la risposta ad ogni singola domanda. In questo caso la probabilità che i resoconti dei processi cognitivi siano fedeli è maggiore perché agli intervistati viene chiesto di richiamare solo gli elementi presenti nella memoria a breve termine. Allo stesso tempo però si corre il rischio di alterare le future risposte alle domande successive

interviste fare è quello della saturazione: il ricercatore può chiudere le sessioni quando raggiunge la convinzione che altre interviste non portino altre informazioni. Tale criterio è però rischioso in quanto, al crescere del numero di interviste cognitive, cresce il numero di problemi individuati. Inoltre, un ricercatore che vuole adottare il criterio della saturazione non potrà preventivare quanto tempo durerà il Pretest cognitivo e quante risorse sarà necessario mettere in campo. Willis nel 2015 afferma che “Any testing is better than no testing”, infatti, lo scopo del Pretest cognitivo non è stabilire quanti intervistati incontrano uno specifico problema per inferirne l’incidenza nella popolazione. Più che il numero degli intervistati conta la loro eterogeneità in relazione agli aspetti che possono influire sulla comprensione del questionario. Per il reclutamento degli intervistati, si può ricorrere all’approccio diretto tramite passaparola ed annunci, chiarendo chi è il committente della ricerca, che tipo di collaborazione si attende da loro e quanto durerà l’intervista, il tutto cercando di invogliare le persone a partecipare 3 .4.2 LA SCELTA DEGLI INTERVISTATORI La scelta delle persone a cui affidare la conduzione delle interviste è molto importante. Un individuo può essere un bravo intervistatore cognitivo se ha:

  1. esperienza nella progettazione di questionari;
  2. conoscenza delle possibili distorsioni imputabili ai vari tipi di domande e dei modi in cui la struttura di un questionario può influenzare le risposte e ridurre la qualità dei dati;
  3. conoscenza degli obiettivi del questionario da controllare e delle strategie di intervista cognitiva;
  4. conoscenze sul tema di indagine;
  5. esperienza nella conduzione di interviste cognitive Willis afferma che “si diventa buoni intervistatori con l’esperienza”. Possono condurre interviste cognitive anche intervistatori abili nelle interviste standardizzate, a patto che siano preparati a modificare alcuni comportamenti abituali come il dover rallentare il passo dell’intervista, essere flessibili ed essere in grado di deviare, quando necessario, dalla traccia d’intervista. Tempi e costi della formazione variano in funzione dell’esperienza degli intervistatori e del grado di libertà concesso nella conduzione delle interviste cognitive. È consigliata una formazione mirata a potenziare soprattutto le capacità di ascolto e la sensibilità metodologica. 3.4.3 LA SITUAZIONE DI INTERVISTA Per progettare un pretest bisogna scegliere il “dove” condurre le interviste e con quale modalità di somministrazione. Per consentire agli intervistati di ricostruire processi cognitivi è opportuno scegliere un luogo tranquillo e il più possibile al riparo da fonti di distrazione: può essere una stanza privata magari dell'intervistato in cui quest'ultimo si sentirà più a suo agio ma è ricercatore avrà minore controllo sul contesto di intervista, oppure può essere lo studio del ricercatore dove l'intervistato sarà tenuto più sotto controllo ma è probabile che avrà più difficoltà a raggiungere il luogo dell'incontro o sarà scoraggiato a partecipare. Gli studiosi concordano sul fatto che l'intervista debba corrispondere alla modalità con cui sarà somministrato anche il questionario sul campo. Il modo in cui le domande sono presentate, infatti, influenza la loro interpretazione da parte degli intervistati ma, nonostante ciò, il Pretest cognitivo sembra essere prevalentemente condotto mediante interviste faccia a faccia. Willis ritiene tale modalità (F2F) possa essere utile nelle prime fasi del Pretest cognitivo, quando il ricercatore si propone di indagare problemi generali, che non dipendono dalla modalità di somministrazione. Le interviste cognitive dovrebbero essere condotte come previsto per la rilevazione sul campo, così da cogliere i problemi posti dalla modalità di somministrazione. Quando le interviste cognitive sono condotte con la stessa modalità prevista per la rilevazione sul campo si deve comunque decidere se raccogliere i resoconti dei processi cognitivi solo dopo che gli intervistati hanno completato il questionario oppure durante l’intervista. Nel primo caso il questionario sarà somministrato proprio come avverrà sul campo; il rischio è però che gli intervistati, al termine della somministrazione del questionario, abbiano difficoltà a ricordare il percorso mentale seguito

per rispondere alle domande. Nel secondo caso gli intervistati sono messi nelle condizioni migliori per verbalizzare ciò a cui pensano nel rispondere ma non si può certo dire che sia una situazione effettiva di intervista. 3.4.4 L’ANALISI DEI RESOCONTI VERBALI In fase di progettazione si deve anche stabilire come riportare le informazioni raccolte: registrando e trascrivendo testualmente al termine dell’intervista i resoconti verbali e le risposte ai probes, prendendo nota degli di ciò che è particolarmente rilevante rispetto gli obiettivi della ricerca, etc.. : in realtà, si soffre l’assenza di criteri condivisi da parte dei ricercatori. Per cui Willis propone una tassonomia delle procedure di analisi basata su 2 criteri: la presenza o meno di uno schema di decodifica delle interviste e il tipo di procedura con cui tale schema viene costruito. Chi critica la mancanza di criteri standard preferisce uno schema di codifica costruito prima di condurre le interviste. MODELLO A 4 FASI (Tourangeau) Un codificatore viene istruito ad assegnare un codice specifico ogniqualvolta un intervistato manifesta difficoltà a: o Comprendere la domanda o Rievocare le informazioni richieste o Elaborare un giudizio Gli schemi di codifica delle interviste cognitive possono servire per classificare non solo le difficoltà cognitive incontrate dagli intervistati al momento della risposta ma anche gli aspetti di una domanda che causano problemi. Willis e Lessler segnalano l’utilità del ricorso all’ausilio alla valutazione degli esperti: sia nella codifica cognitiva, sia in quella degli aspetti delle domande i codici sono costruiti a priori; in alternativa è possibile adottare una strategia di codifica ex-post dei resoconti e delle risposte ai probes. Si può descrivere come gli intervistati interpretano le domande (codifica dei temi) oppure individuare eventuali schemi di risposta che caratterizzano tipi di intervistati diversi (codifica degli schemi). Solo la strategia di codifica ex- post consente di cogliere la ricchezza semantica dei resoconti verbali. 3.5 POTENZIALITÁ E LIMITI DELL’INTERVISTA COGNITIVA L’intervista cognitiva è una tecnica utile per scandagliare il processo di risposta degli intervistati, individuare le difficoltà che incontrano nell’elaborazione cognitiva delle domande e ottenere indicazioni per migliorarle. Con questa tecnica si possono soddisfare obiettivi diversi del pretest di un questionario. Innanzitutto, si può controllare come è stato concettualizzato il problema oggetto della ricerca per capire se sono stati considerati tutti gli aspetti rilevanti per il mondo vitale degli intervistati. L’intervista cognitiva permette anche di raccogliere informazioni con cui sostenere o contraddire il giudizio sulla validità semantica degli indicatori formulato dal ricercatore. Con i resoconti verbali dei processi cognitivi degli intervistati è possibile poi controllare l’affidabilità delle definizioni operative e, in particolare, le cause di infedeltà dovute al testo delle domande o al modo in cui vengono elaborate dagli intervistati. L’intervista cognitiva non è la sola che persegue tali obiettivi (si pensi al debriefing degli intervistati o all’intervista sull’intervista; essa si distingue dalle altre per gli assunti di fondo, che portano a credere di poter controllare le cause di infedeltà nelle risposte indagando i processi cognitivi con cui gli intervistati elaborano le domande. Chi fa un pretest cognitivo presume che gli intervistati riescano ad articolare i processi cognitivi fedelmente, fornendo resoconti adeguati a valutare la fedeltà delle risposte. Secondo Willis, l’intervista cognitiva deve essere considerata una forma di ricerca non standard ed il suo uso può essere migliorato adottando questa prospettiva. La competenza antropologica-linguistica consente al ricercatore di prefigurare i problemi che certi termini o espressioni implicano nella formulazione delle domande, e quindi di impostare in modo più avvertito il pretest tramite interviste cognitive. L’intervista cognitiva permette di raggiungere i risultati soprattutto quando l’intervistatore la gestisce con ampi margini di flessibilità, sfruttando segnali che arrivano dall’intervistato, dalla sua conoscenza delle dinamiche dell’intervista e dei possibili problemi del