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Riassunto Libro Sondaggi e Interviste, Appunti di Analisi Matematica I

Riassunti per l'esame di Analisi dell'opinione pubblica del prof. Martire

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 11/03/2019

ilaria_petraroli
ilaria_petraroli 🇮🇹

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SONDAGGI E INTERVISTE
LO STUDIO DELL’OPINIONE NELLA RICERCA SOCIALE
CAPITOLO 1 OPINIONE PUBBLICA E SONDAGGI
1.1 L’OPINIONE PUBBLICA NELLA STORIA
Secondo la Blackwell Encyclopedia of Political Science, il termine opinione pubblica si
riferisce a un concetto liberamente usato ma lontano dall'essere preciso e non ambiguo:
concetto ad alto livello di generalità, legato a condizioni storiche di sviluppo sociale,
culturale, politico; la definizione di opinione pubblica non è solo una questiona teoria, ma è
il risultato della società in cui viene stabilita; l'opinione pubblica può essere percepita e
sentita; espressioni pubbliche di questa percezione diretta degli eventi sociali differiscono a
seconda delle situazioni, delle persone, ma specialmente delle società; in altri termini il
concetto è collegato alla forma di Stato, alle forme di rappresentanza politica, alla
caratterizzazione e socio-demografica e culturale dei membri.
Vi è largo consenso sul fatto che l'opinione è pubblica nel senso che si sviluppa ed è espressa
pubblicamente; riguarda la res pubblica; è un parere; non si fonda necessariamente su
conoscenze certe. Ne deriva che l'opinione pubblica non ha alcuna pretesa di fornire
conoscenze sul mondo che ci circonda; e non è necessariamente razionale. In definitiva, si
tratta quindi di pensieri, pareri, valutazioni, espressi in pubblico, su materie di pubblico
interesse, dai singoli cittadini comuni, da rappresentanti di gruppi, istituzioni, enti pubblici e
privati.
L'espressione opinione pubblica risale alla fine del 700, ma il concetto è più antico e può
essere rintracciato già nell'età classica greca e romana. Nelle società coese il detentore
dell'opinione pubblica coincide con l'intera società che si esprime attraverso le sue regole,
norme totalmente condivise, anche se solo subite. Nelle società attuali (scarsamente coese),
coesistono vari centri di imputazione di un'opinione pubblica che si frantuma in tante
opinioni variegate.
1.2 IL RUOLO DELL’OPINIONE PUBBLICA
L’opinione pubblica deve esprimere e perseguire il bene comune. Secondo Aristotele, è
possibile che considerati singolarmente nessuno degli uomini sia una brava persona, ma
collettivamente gli uomini diventano un solo uomo con molte braccia e molti piedi, molte
mani e molte menti, quindi con maggiori capacità. Si adombra, senza esplicitarlo il rapporto
con il bene comune: l'opinione pubblica è saggia, superiore alle opinioni individuali, è una
volontà collettiva che si evolve nel tempo. Al contrario Platone sostiene l'incompetenza,
l'incapacità, degli uomini comuni di accedere alle idee pure: si lasciano ingannare dalle
ombre e perciò sono inadatti alla gestione del potere che dovrebbe invece essere affidato ai
filosofi.
1.3 SUFFRAGIO UNIVERSALE E CONCEZIONE AGGRETTIVA DALL’OPINIONE PUBBLICA
È Moseley che nel 1852 esplicita il legame tra opinione pubblica ed elezione diretta dei
membri del Parlamento, dichiarando che la rappresentanza politica trova le sue radici
nell'opinione pubblica, la quale si esprime attraverso il voto. Le elezioni si affermano quindi
come fenomeno cruciale nella storia dell'espressione dell'opinione pubblica: il soggetto è
detentore di una sua personalissima opinione che esprime singolarmente e in segretezza
attraverso il voto. Le elezioni come espressione della volontà generale si contrappongono e
hanno la meglio, sull'attività delle folle e della comunità, mediata da soggetti autorevoli.
Sarà comunque il suffragio universale a segnare la svolta cruciale nella storia
dell'espressione dell'opinione pubblica, attribuendo a tutti i cittadini un'opinione legittimata
a stabilire le sorti del paese; infatti il concetto di opinione pubblica matura inevitabilmente
con il progredire delle forme partecipative dei cittadini alla gestione del potere.
Contemporaneamente si afferma l'idea che l'opinione pubblica è fatta dalle persone che
partecipano alla vita politica e civile, che si informano, che comunicano in un'arena pubblica
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SONDAGGI E INTERVISTE

LO STUDIO DELL’OPINIONE NELLA RICERCA SOCIALE

CAPITOLO 1 OPINIONE PUBBLICA E SONDAGGI

1.1 L’OPINIONE PUBBLICA NELLA STORIA

Secondo la Blackwell Encyclopedia of Political Science, il termine opinione pubblica si riferisce a un concetto liberamente usato ma lontano dall'essere preciso e non ambiguo: concetto ad alto livello di generalità, legato a condizioni storiche di sviluppo sociale, culturale, politico; la definizione di opinione pubblica non è solo una questiona teoria, ma è il risultato della società in cui viene stabilita; l'opinione pubblica può essere percepita e sentita; espressioni pubbliche di questa percezione diretta degli eventi sociali differiscono a seconda delle situazioni, delle persone, ma specialmente delle società; in altri termini il concetto è collegato alla forma di Stato, alle forme di rappresentanza politica, alla caratterizzazione e socio-demografica e culturale dei membri. Vi è largo consenso sul fatto che l'opinione è pubblica nel senso che si sviluppa ed è espressa pubblicamente; riguarda la res pubblica; è un parere; non si fonda necessariamente su conoscenze certe. Ne deriva che l'opinione pubblica non ha alcuna pretesa di fornire conoscenze sul mondo che ci circonda; e non è necessariamente razionale. In definitiva, si tratta quindi di pensieri, pareri, valutazioni, espressi in pubblico, su materie di pubblico interesse, dai singoli cittadini comuni, da rappresentanti di gruppi, istituzioni, enti pubblici e privati. L'espressione opinione pubblica risale alla fine del 700, ma il concetto è più antico e può essere rintracciato già nell'età classica greca e romana. Nelle società coese il detentore dell'opinione pubblica coincide con l'intera società che si esprime attraverso le sue regole, norme totalmente condivise, anche se solo subite. Nelle società attuali (scarsamente coese), coesistono vari centri di imputazione di un'opinione pubblica che si frantuma in tante opinioni variegate. 1.2 IL RUOLO DELL’OPINIONE PUBBLICA L’opinione pubblica deve esprimere e perseguire il bene comune. Secondo Aristotele , è possibile che considerati singolarmente nessuno degli uomini sia una brava persona, ma collettivamente gli uomini diventano un solo uomo con molte braccia e molti piedi, molte mani e molte menti, quindi con maggiori capacità. Si adombra, senza esplicitarlo il rapporto con il bene comune: l'opinione pubblica è saggia, superiore alle opinioni individuali, è una volontà collettiva che si evolve nel tempo. Al contrario Platone sostiene l'incompetenza, l'incapacità, degli uomini comuni di accedere alle idee pure: si lasciano ingannare dalle ombre e perciò sono inadatti alla gestione del potere che dovrebbe invece essere affidato ai filosofi. 1.3 SUFFRAGIO UNIVERSALE E CONCEZIONE AGGRETTIVA DALL’OPINIONE PUBBLICA È Moseley che nel 1852 esplicita il legame tra opinione pubblica ed elezione diretta dei membri del Parlamento, dichiarando che la rappresentanza politica trova le sue radici nell'opinione pubblica, la quale si esprime attraverso il voto. Le elezioni si affermano quindi come fenomeno cruciale nella storia dell'espressione dell'opinione pubblica: il soggetto è detentore di una sua personalissima opinione che esprime singolarmente e in segretezza attraverso il voto. Le elezioni come espressione della volontà generale si contrappongono e hanno la meglio, sull'attività delle folle e della comunità, mediata da soggetti autorevoli. Sarà comunque il suffragio universale a segnare la svolta cruciale nella storia dell'espressione dell'opinione pubblica, attribuendo a tutti i cittadini un'opinione legittimata a stabilire le sorti del paese; infatti il concetto di opinione pubblica matura inevitabilmente con il progredire delle forme partecipative dei cittadini alla gestione del potere. Contemporaneamente si afferma l'idea che l'opinione pubblica è fatta dalle persone che partecipano alla vita politica e civile, che si informano, che comunicano in un'arena pubblica

dove possono manifestare liberamente le loro preferenze e idee durante tutto il corso della vita quotidiana, e non solo al momento del voto. Fino a quando le persone nono sono consapevoli delle opinioni altrui, le loro opinioni rimangono individuali. Si può parlare di opinione pubblica solo quando le persone cominciano a parlare fra di loro. Il suffragio universale sancisce indirettamente la cosiddetta VISIONE AGGREGATIVA dell'opinione pubblica, l'idea cioè che essa sia costituita dalla somma delle opinioni personali dei votanti che depositano nel segreto dell'urna le loro preferenze. All’inizio del 900, la concezione aggregativa è definitivamente affermata e sganciata anche dal momento elettorale: l'opinione pubblica è fatta dalle opinioni delle persone che collettivamente formano il popolo, inteso come insieme dei cittadini: opinione di uno moltiplicata per tutti quelli che la pensano più o meno allo stesso modo. La concezione aggregativa deve la sua affermazione alla facilità con cui è possibile individuare sia le opinioni individuali e sia lo strumento per investigarle: il sondaggio, che prevede una o più domande da sottoporre, in vari modi, ai soggetti-oggetto di studio. Grossi , parla di “svolta populista” a proposito della concezione aggregativa, che contrappone appunto all'idea elitaria di opinione pubblica formata da un pubblico informato e competente. Avendo già le elezioni generali introdotto l'idea dell'opinione pubblica come aggregazione di opinioni individuali che può essere studiata attraverso i sondaggi, i 2 momenti (elezioni e sondaggi di opinione) condividono alcuni assunti di fondo, già usati da Bryce: a) tutti, le casalinghe, i contadini hanno titolo per dire la loro e influire sulla vita politica così come hanno titolo di votare. L’opinione pubblica non è più colta, competente, che si forma in sedi autorevoli. b) tutti i cittadini hanno un’opinione su tutto. L'idea riflette inevitabilmente una totale fiducia nella capacità degli strumenti usati di rilevare fedelmente le opinioni dei soggetti. È il trionfo della concezione operazionista , secondo cui l'opinione pubblica è ciò che la massa dice e ciò che le indagini empiriche sono in grado di rilevare. 1.4 CONCEZIONI ALTERNATIVE DI OPINIONI PUBBLICA La società moderna si differenzia in sottosistemi (famiglia, apparato giuridico, sistema politico, economia, scienza), relativamente autonomi, che devono continuamente assumere decisioni sotto la pressione degli altri sottosistemi con cui ciascuno e in relazione. Nessuno dei sottosistemi può rappresentare l'interesse generale, e non esiste più alcun luogo preciso dove si collochi l'interesse generale. In una visione di impronta razionale e ottimista, l'opinione pubblica diventerebbe questo luogo in cui, di volta in volta, si scelgono e si definiscono i temi di interesse più ampio, rilevanti, che permette innanzitutto una comunicazione fra i diversi soggetti. Sartori osserva che l’opinione pubblica è fatta da tutti e da nessuno, è il risultato di un insieme di influenze e controinfluenze; l'opinione pubblica è sostanzialmente autentica perché autonoma, e autonoma per quel tanto che basta a fondare la democrazia come governo di opinione. Si è dunque in linea con la visione aggregativa, secondo cui non c'è opinione pubblica unanime; si ritiene piuttosto che ci siano tante opinioni quanti i gruppi che le detengono: le opinioni hanno il valore del gruppo. Blumer sostiene che l'opinione pubblica è la risultante dello scontro/confronto di forze sociali (si parla in questo caso di opinioni mobilitate); lo scontro determinerà quale opinione prevarrà, conquistandosi lo statuto di opinione pubblica. 1.4.1 RADICI EPISTEMOLOGICHE DELLE DIVERSE CONCEZIONI Le 2 principali famiglie di concezioni qui presentate, che potremmo considerare una micro e l'altra macro-sociologica, affondano le loro radici nei due approcci che attraversano la storia delle scienze umane: 1 ) tradizione comportamentista : che implica una visione atomista, concepisce l'opinione pubblica come aggregazione di opinioni individuali e espresse privatamente a uno sconosciuto (l'intervistatore). L'opinione pubblica può essere quindi

1 - scarsa fondatezza dell'assunto secondo cui tutti gli intervistati hanno un'opinione su qualunque oggetto, tema, il sondaggista proponga loro; 2 - limiti della tecnica: il sondaggio è progettato bene? le domande sono formulate bene? L'intervistato reagisce alle domande nel modo auspicato e atteso? Rogers , un ricercatore molto critico nei confronti delle tecniche standard di rilevazione, sostiene che i sondaggi di opinione sono da considerarsi solo uno dei tanti strumenti di studio dell’opinione pubblica. Inoltre, mentre Bourdieu sostiene che la maggior parte dei cittadini sono in grado di decidere, prendere posizioni, scegliendo con chi stare e quale posizione sostenere. La critica alla capacità dei soggetti di esprimere opinioni su tutti temi si può far tuttavia risalire a Lippman , il quale sottolinea innanzitutto che i singoli cittadini non sempre hanno la competenza necessaria per valutare, giudicare, formarsi un'opinione su qualsivoglia problema, tema, argomento: ci sono argomenti che devono essere trattati da chi è competente e ha tempo e capacità per occuparsene. Fabris depreca la prassi ricorrente di pretendere risposte anche a proposito di argomenti su cui la gente non ha un'opinione; lo studio dell'opinione pubblica è legittimo solo se questa è informata; i cittadini possono reagire criticamente solo se sono adeguatamente informati sui temi proposti dai sondaggi. 1.6.2 AUTOREVOLEZZA DEI SONDAGGI E RELATIVI PERICOLI I sondaggi si esprimono inoltre attraverso numeri (elaborazioni statistiche) che hanno quelle qualità definite magiche dal filosofo Cassirer : precisi, eleganti, dotati di prestigio scientifico. In altri termini il sondaggio e i numeri di cui si serve per comunicare diventano simboli potenti di un'entità amorfa come l'opinione pubblica e di aspetti fondamentali delle società occidentali come la volontà del popolo, il voto della maggioranza. Le critiche mosse ai sondaggi di opinione (polls):

  1. Esclusione di una parte della società: Prima del loro utilizzo, i cittadini si esprimevano tramite le azioni: ciò implicava che i leaders dovevano osservare, studiare e interpretare le opinioni delle folle. Oggi si ha addirittura la pretesa che basta fare un sondaggio per conoscere la volontà popolare. Non è vero che basta un sondaggio per conoscere l’intera op. In realtà una fetta di popolazione ne rimane esclusa: le classi dirigenti impongono i temi oggetto dei sondaggi, scoraggiando così la partecipazione delle persone più marginali.
  2. i sondaggi di opinione (polls) non riflettono la forza delle opinioni; alcune opinioni potrebbero dipendere dallo spazio che i media hanno dato al tema nei momenti precedenti all'intervista;
  3. chi formula le domande? Chi decide di temi meritevoli di un sondaggio tra la popolazione generale?; 4)gli interessi dei committenti non necessariamente coincidono con gli interessi dei soggetti intervistati;
  4. le domande troppo strutturate impediscono di ottenere risposte impreviste;
  5. il risultato dipende troppo dalla formulazione delle domande e da altri fattori accidentali. Secondo Bourdieu i sondaggi di opinione rappresentano al massimo una specie di sociologia spontanea che produce risposte solo ai problemi posti dai committenti piuttosto che dai cittadini. CAPITOLO 2 CARATTERISTICHE GENERALI DEL SONDAGGIO. RELAZIONI TRA DICHIARAZIONI, STATO INTERIORE E SCELTE COMPORTAMENTALI. 2.1 ASSUNTI DI BASE Si assume che tutti i cittadini siano in grado di rispondere meditatamente perché:
  6. hanno un'opinione su tutti gli aspetti rilevanti della vita sociale e politica; 2 ) hanno voglia di riferirne con sincerità: Galtung parla di democratic bias , principio democratico che sancisce l'eguaglianza di tutti i cittadini in qualunque situazione e quindi il loro diritto di esprimersi in totale libertà;

3 ) sono pienamente consapevoli del loro stesso stato; si dà quindi per scontato che il soggetto sappia e voglia fornire informazioni su sé stesso e sul mondo che lo circonda; 4 ) le loro affermazioni sono rilevanti, fonte importante di conoscenza del mondo che ci circonda. In altre parole, diamo per scontato che il soggetto abbia uno stato sulla/e proprietà in questione; e che le sue dichiarazioni corrispondano allo Stato che ha, a quello che fa o farà in futuro. Assumiamo quindi che i suoi resoconti siano sinceri e comunque non ne risentano in alcun modo della situazione stessa in cui sono state poste le domande. In definitiva presupponiamo piena corrispondenza tra pensiero (stato del soggetto) - parole (dichiarazioni, risposta verbale) - comportamento (fisico, motorio). 2.2 CORRISPONDENZA TRA LO STATO DEL SOGGETTO E LE SUE DICHIARAZIONI Anche nella vita quotidiana non tutto quello che diciamo può essere preso per buono; come avverte Chomski , secondo cui ciò che si dice non sempre è ciò che si vuole significare. Boudieu lamenta che i sondaggi, dissociando lo Stato dal soggetto che lo detiene, perdendo completamente di vista la visione e il peso che lo stesso soggetto attribuisce a ciò che dice. Per Loriaux , una delle debolezze del sondaggio per la costruzione dei loro dati, dipendono dalle info fornite direttamente dai soggetti, nasce proprio dal fatto che il soggetto è costretto a spiegare se stesso. Per questo, secondo alcuni, le risposte al questionario vanno viste come la risultante dello specifico contenuto delle domande, dello stile di risposta dell'intervistato e del modo in cui percepisce e reagisce al complesso della situazione di intervista. Più recentemente, gli psicologi cognitivisti hanno sostenuto che i risultati delle inchieste sono un artefatto delle tecniche di rilevazione e cioè della sequenza dei sets di domande e di risposte. Ma nonostante la gravità del problema, di norma non si fanno controlli esterni all'intervista per evidenziare eventuali discrepanze. Secondo alcuni psicologi le persone costrette a spiegare i loro atteggiamenti, i loro comportamenti o altro, tendono a scegliere più o meno consapevolmente quelle spiegazioni che appaiono al momento più opportune, producono cioè razionalizzazioni che ritengono più accettabili nella situazione data. Altri autori riflettono sulla definizione che gli intervistati fanno dell'intervista, come situazione pubblica o privata. Sul tema si fronteggiano due posizioni opposte:

  1. in quanto alcuni sostengono che la situazione di intervista viene considerata dal soggetto come una situazione pubblica, ufficiale, in cui è più opportuno manifestare determinate opinioni piuttosto che altre. Si tratta del problema più generale della desiderabilità sociale, e cioè della comprensibile aspirazione dell'intervistato a dare l'immagine di sé migliore agli occhi suoi/del gruppo di riferimento/dell'interlocutore. È di questo avviso Gostkowski secondo cui le risposte degli intervistati riflettono la posizione che si può esprimere in pubblico, e sono diverse da quelle che una persona esprimerebbe in una situazione informale. La situazione di intervista infatti è per sua natura artificiale, lontano dai modelli di interazione sociale e familiare ai soggetti. Da Irwing Deutscher ci viene un ulteriore interessante precisazione: i soggetti possono esprimere opinioni diverse a seconda della situazione in cui lo fanno, senza che una sia necessariamente più sincera dell'altra. In verità il ricercatore va oltre poiché contesta che la situazione di internista venga necessariamente considerata dal soggetto una situazione pubblica che produce perciò un atto sociale; per l'intervistato l'intervista è, piuttosto, una situazione artificiale; ciò produce un forte senso di anonimato che può indurre l'intervistato a esprimere idee che non rivelerebbe nell'arena pubblica, quotidiana e affollata di persone della cui opinione e reazioni normalmente tiene conto.
  2. Paradossalmente, nell'intervista, il soggetto può anche esprimere un suo pensiero sincero, ma riservato, perciò poco utile per il ricercatore interessato a quelle opinioni che si

quindi costretti a verbalizzare, e prima ancora a elaborare mentalmente la risposta, può produrre in seguito un cambiamento nel comportamento. Secondo Bain le risposte non predicano i comportamenti anche per degli intervistati mentono, dimenticano, razionalizzano, o più semplicemente non capiscono le domande. Se vogliamo sapere come si comportano gli individui in una determinata circostanza, dobbiamo osservarli; scegliere il sondaggio come scorciatoia è un'illusione e un grave errore sul piano metodologico ( Merton ). 2.3.1. I SONDAGGI PRE-ELETTORALI E RISULTATI DELLE ELEZIONI Petty e Cacioppo sostengono che le domande sul comportamento futuro, sulle intenzioni di voto mettono in moto essenzialmente processi cognitivi di elaborazione della risposta; l'espressione di un'opinione e cioè il risultato dell'esame delle basi cognitive, razionali, non emotive di un atteggiamento. Nel decidere il comportamento da adottare entrano in gioco meccanismi diversi; ciò significa che il comportamento di voto può essere influenzato da aspetti affettivi, emotivi. Jowell e Hedges osservano che talvolta gli intervistati dichiarano in tutta buona fede che puniranno il loro partito non votandolo e poi invece continuano a votarlo, per motivi affettivi o altro; ovviamente può succedere anche il contrario. In realtà i ricercatori sottolineano che i loro studi non hanno lo scopo di prevenire i risultati elettorali, ma vogliono offrire una istantanea nelle intenzioni di voto in un momento dato. Luzzatto Fegiz : tanto accidentale e il rapporto tra la dichiarazione (durante un'intervista) e il comportamento di voto (al momento delle elezioni) che un sondaggio corretto, rigoroso, può produrre risultati lontani da quelli effettivi. Secondo Yankelovich i risultati dei sondaggi politico-elettorali sono riflessi accurati nelle intenzioni e dei sentimenti degli intervistati a un dato punto nel tempo, sentimenti suscettibili di cambiare di fronte all'evolversi della competizione: aumentando le informazioni sui candidati, e quindi negli ultimissimi giorni, si dovrebbe avere una maggiore corrispondenza tra dichiarazioni di voto (rilevati dai sondaggi) e i risultati elettorali. I sondaggi non sempre prevedono i risultati delle elezioni anche perché i loro campioni non rappresentano adeguatamente la popolazione di riferimento. CAPITOLO 3 L’INTERVISTA E LA STANDARDIZZAZIONE 3.1. L’INTERVISTA NELLA RICERCA SOCIALE: DEFINIZIONI L’intervista può essere definita una conversazione con vari scopi: terapeutico, istruttivo, selettivo, giornalistico, sociologico. Tutte le varie definizioni prevedono un intervistatore e un intervistato coinvolti in uno scambio sociale. La sua ampia diffusione come strumento principale di raccolta delle informazioni è imputabile, secondo Briggs , al fatto che concretizza la concezione un po' ingenua, che parlare equivalga a comunicare. Nel 1924 Bingham e Moore coniavano la definizione dell'intervista come “conversation with a purpose”: lo scopo è ovviamente ottenere informazioni. Nella ricerca sociale l'intervista è una conversazione iniziata dall'intervistatore per ottenere risultati rilevanti per la ricerca. L'intervista viene definita un incontro tra estranei nel territorio dell’intervistato, o in luogo neutrale. L'obiettivo professionale (task), che è il fulcro dell'incontro, deve essere definito con precisione dall'intervistatore, prima dell'intervista, per creare “working consensus” sulla definizione della situazione. Il solo obiettivo consiste nell'ottenere reazioni verbali dall’intervistato alle domande che gli vengono poste. L'intervistato deve limitarsi a rispondere alle domande poste dall'intervistatore, al meglio delle sue capacità. Comincia dall'intervista si delinea una precisa divisione dei compiti, che sono complementari: l'intervistatore pone le domande, l'intervistato risponde. La situazione è quindi fortemente squilibrata a favore dell’intervistatore. Schwartz e Jacobs sottolineano che il ruolo dell’intervistatore garantisce a chi lo svolge il diritto di determinare l'andamento della conversazione; esso ha il diritto di decidere gli argomenti, di stabilire quando si è detto abbastanza di un certo argomento, quando passare a un altro punto.

Secondo Sormano l'intervista può essere considerata un'istituzione governata da un principio di cooperazione e applicato unilateralmente; uno soltanto dei suoi interlocutori domanderà e l'altro sarà tenuto a rispondere. Secondo alcuni autori l’asimmetria rende la situazione di intervista artificiale al punto da minacciare la qualità dei dati creati. Mettendosi nei panni dell’intervistato, negli anni 70 , Gilli sosteneva la necessità di riequilibrare il rapporto tra i due interlocutori dando all'intervistato una copia del questionario da leggere in anticipo; ma l'idea non ha fatto grande presa. L'intervista non scaturisce da un flusso unidirezionale di informazioni iniziato dall'intervistatore, ma piuttosto dallo scambio congiunto e dinamico tra intervistato e intervistatore. Le storie personali e le differenze individuali che intervistatore e rispondente portano nello scambio, così come le negoziazioni create dalla stessa situazione di intervista, sono elementi fondanti del prodotto finale dell'intervista. Le aspettative dell’intervistatore e dell’intervistato influenza nei comportamenti di domanda e di risposta, fino a costruire i risultati. Da qui il passo è breve per affermare che le interviste sono essenzialmente negoziazioni, transazioni verbali tra esseri umani. L'intervista si muove continuamente in bilico tra evento interazionale e strumento neutrale in cui si presume sia possibile porre domande:

  • rilevanti rispetto agli interessi cognitivi della ricerca;
  • rilevanti dal punto di vista dell’intervistato;
  • formulate in maniera tale che tutti gli intervistati che comprendano nel senso inteso dal ricercatore. 3.2 L’INTERVISTA NEL SONDAGGIO: LIVELLI DI STRUTTURAZIONE E STANDARDIZZAZIONE Si possono distinguere i differenti tipi di intervista in base al grado di libertà di intervistato e intervistatore e a livello di profondità della comunicazione tra i due, ottenendo la seguente classificazione (distinguere solo questi tipi di intervista è frutto di una drastica riduzione, dal momento che in realtà si dovrebbe parlare di uno spazio nel quale si dispongono numerose forme di intervista con livelli e combinazioni diverse di strutturazione, direttività e standardizzazione) in: 1 ) intervista in profondità, o “non direttiva”: che si basa su un colloquio tra intervistato e intervistatore durante il quale quest'ultimo si limita a introdurre un tema che lascerà sviluppare liberamente all'intervistato così come egli lo concettualizza in tutte le sue sfaccettature. L'intervistatore dovrà intervenire il meno possibile, permettendo all'intervistato di esprimersi sugli aspetti che riterrà più rilevanti, nei termini che preferisce. In questo caso l'intervistato è protagonista e non si limita a subire l'intervista. 2 ) intervista semi-strutturata : in parte direttiva (perché limita l'iniziativa dell’intervistato, analizzando la sua attenzione su temi specifici), si ha quando è circoscritta a un tema specifico, per sviluppare il quale può essere stabilita in anticipo dal ricercatore una lista di domande. È utile quando si vogliono mettere a fuoco particolari situazioni in cui si trova, o si è trovato l'intervistato. Il ruolo attribuito all'intervistatore ma anche all’intervistato rimane invariato: l’intervistatore ha il compito di richiamare l'attenzione del soggetto intervistato su alcuni punti, lasciandolo tuttavia libero di rispondere senza imporgli alcun ordine nella trattazione di temi. Questa forma di intervista è particolarmente adatta quando:
  • si intervistano i cosiddetti testimoni privilegiati;
  • si vuole approfondire, attraverso uno studio polita, il contesto in cui si opera;
  • si vogliono identificare con maggiore sicurezza temi e problemi per preparare una successiva intervista strutturata;
  • si ha a che fare con intervistati che non si adattano ai questionari strutturati e alle loro regole restrittive: soggetti competenti o al contrario soggetti marginali;
  • gli argomenti trattati sono particolarmente delicati o complessi.

tardi, Hyman afferma che il questionario strutturato funziona meglio perché produce più coerenza, che viene fatta coincidere con la attendibilità. Fowler e Mangione equiparano la standardizzazione alla misurazione, che a sua volta è alla base dei procedimenti scientifici: standardizzazione= misurazione= scienza. L'elemento chiave della misurazione e il processo di standardizzazione. In tutte le scienze si misura applicando le stesse procedure a un insieme di situazioni. La stessa cosa avviene nel sondaggio. In questo caso il processo di misurazione standardizzato da consiste nell'attribuzione di un valore alla risposta dell’intervistato. L'obiettivo della standardizzazione è esporre tutti gli intervistati alla stessa esperienza (domanda), e alle stesse alternative di risposta, di modo che le differenze possono essere interpretate come differenze effettive tra gli intervistati e non imputabili alle procedure predisposte per ottenere risposte. 3 .4 LA COMPARABILITÀ DELLE RISPOSTE La comparabilità delle risposte sarebbe garantita dal fatto che l'intervistato risponde limitandosi a scegliere tra risposte prefissate. È ovvio che una domanda che lasci agli intervistati invece piena libertà di esprimersi può raccogliere risposte riferibili a proprietà diverse, e quindi non comparabili automaticamente; al contrario quando l'intervistato sceglie una risposta da una lista, non c'è la garanzia di eliminare la possibilità di errori; la sua risposta dipende solo da lui e non dall'intervistatore; questo è l'obiettivo della standardizzazione si prefigge. È tuttavia legittimo chiedersi se sottoporre a tutti la domanda nella stessa forma (standardizzazione apparente) produca la condizione ideale, e cioè che gli intervistati stiano effettivamente rispondendo alla stessa domanda perché tutti hanno compreso allo stesso modo il testo della domanda e l'elenco delle alternative proposto (standardizzazione reale, sostanziale). Raymond sostiene che l'intervistatore è istruito ad attenersi alla forma standard per sostenere “the survey’s status as scientific instrument”. Questa forma tuttavia può stravolgere lo stato effettivo del soggetto, inducendo a registrare risposte conformi al mandato costitutivo della standardizzazione, ma non allo stato del soggetto. Per massimizzare l'effetto delle domande concepite alla stregua di strumenti neutri si ritiene sufficiente che:

  • le domande e tutto l’iter di intervista non spingono l'intervistato a scegliere una determinata risposta;
  • l'intervistatore non influenzi in alcun modo l'intervistato, suggerendogli più o meno velatamente le risposte. Naturalmente ciò implica anche che gli intervistati siano in grado e siano anche disposti a svolgere il ruolo di rispondenti sinceri e sempre perfettamente ben informati. In ogni caso così si rafforza il mito della standardizzazione che assume la possibilità di formulare la domanda perfetta, quella che elimina ogni possibile fraintendimento, raggiungendo l'obiettivo di permettere a tutti gli intervistati di ritrovare il loro stato in una delle risposte previste, senza difficoltà, senza aiuti da parte dell’intervistatore sul campo. Sul versante opposto i tanti critici della strutturazione e standardizzazione sostengono che la scelta di che cosa chiedere e come chiederlo determina quali risposte si possono ottenere e quindi quali analisi si possono fare. E ciò vale anche se il soggetto ha capito bene la domanda. Si mette in dubbio la stessa nozione di opinione personale dal momento che l'intervistato ha vincolato a risposte prefabbricate e non pensate da lui stesso. Capecchi evidenzia un aspetto collegato: le domande standardizzate, non modificabili in alcun modo durante l'intervista, falliscono proprio nello scopo di rilevare differenze qualificanti, importanti tra gli individui intervistati, poiché lasciano cadere tutte le informazioni preziose che i commenti spontanei dall’intervistato potrebbero fornire. Piuttosto drasticamente Phillips propone di eliminare l'uso stesso del questionario e in generale dell'intervista.

3.4.1. IL PROBLEMA DELLE FORME DI CONCETTUALIZZAZIONE

Prima di strutturare il questionario e cioè quando si decide di sottoporre agli intervistati quelle specifiche domande, il ricercatore assume che i ritagli che lui ha operato coincidano significativamente con quelli dei possibili soggetti di studi. Strutturando un questionario il ricercatore impone le sue idee sul mondo invece di raccogliere quelle dei soggetti indagati. I ricercatori dovrebbero sempre tener presente che quando i linguaggi sono troppo diversi, troppo pochi i valori comuni, la tecnica standard a può non essere adatta; chi si trova in questa situazione deve inventarsi qualche forma diversa di intervista. Le forme di concettualizzazioni possono essere palesemente diverse anche all'interno dello stesso contesto culturale. La pratica di sottoporre agli intervistati scale di auto-collocazione o scale di auto-identificazione di classe, presuppone impropriamente che i soggetti categorizzino le differenti visioni. Le indagini che vogliono creare scale di prestigio occupazionale forniscono un altro interessante esempio, dando per scontato che le persone ordinino le professioni in base al prestigio, o gli altri criteri adottati dal ricercatore. Ma così trascurano totalmente il peso di vari elementi personali, di natura:

  • cognitiva - tutti gli intervistati hanno piena conoscenza delle diverse professioni proposte?;
  • affettiva - ciascun intervistato può avere avuto esperienze diverse deimedici conosciuti, degli operai, ecc;
  • culturale, ideologica - non c'è dubbio che ogni cultura, comunità, gruppo sociale, può adottare criteri diversi per valutare la professione. Questi significati escludono a priori altri significati legati ai codici culturali, al bisogno di identità. Questa imposizione di schemi concettuali può trasformare in contraddizioni insanabili la complessità insita nelle opinioni e negli atteggiamenti. 3.4.2. IL PROBLEMA DEI SIGNIFICATI La standardizzazione assume che sottoponendo le stesse domande negli stessi termini, tutti gli intervistati stiano ricevendo lo stesso messaggio e stiano quindi rispondendo effettivamente alla stessa domanda. In realtà niente garantisce che le domande siano effettivamente standardizzate nel significato solo perché formalmente uguali. I significati sono infatti estremamente fluidi, ridefiniti volta per volta dagli attori sociali in un continuo processo interattivo. Peirce sottolinea che non c'è alcuna garanzia a priori che due persone educate nella stessa comunità linguistica useranno la stessa parola con lo stesso significato in ogni circostanza. Se ne rendono conto anche Seltiz e Jahoda , che pur accettando la necessità della standardizzazione, non si nascondono il fatto che essa può essere illusoria, perché la stessa domanda può avere significati diversi per i vari intervistati. In termini più generali l'uniformità di significati alla base della standardizzazione presuppone una perfetta coincidenza tra le tre sfere della realtà, del pensiero e del linguaggio. Secondo Smith , la standardizzazione lascia all'intervistato l'interpretazione delle domande e all’intervistatore e quella delle risposte in forme totalmente incontrollate. Anche nella conversazione comune le stesse parole posso trasmettere significati diversi, le persone riescono a capirsi se collaborano, cioè si approfondiscono l'oggetto della discussione fino a quando ritengono di aver superato le incomprensioni. Nell'intervista standardizzata, in cui la comunicazione è compressa perché intervistato e intervistatore si devono attenere ai termini previsti da questionario, questa possibilità è preclusa. Non dimentichiamo inoltre che nella vita quotidiana gli interlocutori si capiscono anche perché in linea di massima condividono una base di conoscenze tacite. Se stentiamo a comprendere il problema del significato e perché riteniamo erroneamente che l'uso del linguaggio abbia a che fare con delle parole e ciò che significano. In realtà l'uso del linguaggio ha a che fare con le persone e ciò che vogliono dire le loro intenzioni. Quanto più le domande sono circostanziati ed elaborate, sempre più aumentano le occasioni di incomprensioni. Le domande interagiscono con la struttura di conoscenze e di credenze

Nella conversazione vi è continuità tra i temi discussi, decisi in comune dai partecipanti; al contrario nell'intervista i temi possono cambiare bruscamente da una pagina all'altra del questionario: il soggetto deve rispondere a una serie di domande o temi senza tener conto di ciò che ha già detto, come se ricominciasse tutto da capo. L'intervista impone quindi una passività che può spingere l'intervistato a dare risposte superficiali. Ma l'elemento che distingue sostanzialmente l'intervista dalla conversazione e la rigidità formalmente imposta al processo di domanda e risposta. Gli intervistati possono rimanere disorientati, persino fortemente infastiditi, dalla struttura standard delle domande, così lontana dalle forme della conversazione, in cui si procede adattando in un flusso continuo i significati scambiati. Per la sua forma libera, la conversazione lascia emergere eventuali differenze e incomprensioni, permette ai partecipanti di scambiarsi chiarimenti sulle domande chereciprocamente si pongono. Nella conversazione quotidiana i dettagli del racconto fanno capire a chi ha parlato se è stato compreso o no. Se notiamo che non ha capito, riformuliamo la domanda, posso dare una risposta vaga o non rispondere proprio. Fra l'altro possiamo far seguire “un’attività di probing”, cioè altre domande più specifiche, adatte/adattate e estemporaneamente alla situazione. Nella conversazione si costruisce un quadro concettuale di riferimento: speakers e listeners interagiscono attivamente fornendosi reciprocamente feedbacks per garantire che il significato di ciò che si intende comunicare sia compreso. In una situazione comunicativa (come sono la conversazione e l'intervista) per comprendere il messaggio trasmesso non è sufficiente decifrare il significato comunemente attribuito a una parola o a un'affermazione, ma si deve cercare di afferrare il significato globale del processo comunicativo, cosa vuole significare in quel contesto chi parla. Un altro aspetto che differenzia fortemente la conversazione dall'intervista standardizzata è il fatto che quest'ultima assume che la prima risposta dell’intervistato indichi salienza o forza dell'opinione manifestata. Più spesso durante l'intervista si sviluppa spontaneamente e in forma incontrollabile, un flusso parallelo di discorso , fatto di osservazioni spontanee, commenti, richieste di chiarimenti e ridefinizioni delle domande. I tipi di sequenza collaterale che si producono più frequentemente durante l'intervista standard sono i discorsi apparentemente irrilevanti, i meta-discorsi, le richieste di chiarimenti e le correzioni dell’intervistato o dell'intervistatore a dichiarazioni fatte precedentemente. Ricordando che l'intervista è anche conversazione si presterebbe maggiore attenzione a questo flusso di discorso. Ad alcuni di questi meccanismi non c'è rimedio; ad altri invece il ricercatore potrebbe ovviare prestando innanzitutto opportuna attenzione alla formulazione delle domande. 3.6. CONTRIBUTI DELLA PSICOLOGIA COGNITIVISTA Alcuni psicologi cognitivisti si chiedono se la procedura di intervista standardizzata sia compatibile con i meccanismi cognitivi che i soggetti adottano per formulare opinioni, ricostruire eventi, formulare le risposte. Quando sottoponiamo una domanda, per ricordare l’intervistato secondo gli psicologi, segue questa sequenza:

  • perché fa qualcosa; - coma la fa; - risultato dell’azione; - quando l’ha fatto/con quale freq. L’intervista strutturata tendenzialmente comincia invece proprio da domande su:
  • quando; - con quale frequenza fa qualcosa (Es. intervista per smettere di fumare: Nell’intervista standard, l’intervistato è sottoposto a domande dirette ed estremamente semplificate sull’argomento; nell’intervista non standard si lasciava il soggetto parlare liberamente di ricostruire il motivo che lo aveva spinto a smettere, solo dopo l’intervistatore gli sottopone delle domande specifiche inerenti al racconto anche per aiutarlo a ricordare). 3.7. È POSSIBILE MIGLIORARE L’INTERVISTA STANDARDIZZATA? È compito del ricercatore migliorare gli strumenti di cui dispone. Sottolineare le difficoltà dell'intervista standardizzata non significa escluderne il ricorso, ma valutare con attenzione per quali argomenti, a quali condizioni, e con quali precauzioni diventa una soluzione

accettabile. Una soluzione sta nella liberazione guidata nelle tecniche standard, una forma di flexible interviewing : ovvero un'intervista basata su un questionario strutturato, che preveda l'intervento dell'intervistatore quando le circostanze lo richiedono per spiegare meglio le domande; convogliare le risposte dell’intervistato in una delle categorie prestabilite; recuperare infine quella parte del parlato spontaneo dell’intervistato che è utile ai fini cognitivi della ricerca (questo obiettivo richiede che l’intervista venga interamente registrata per poi essere riascoltata al momento della codifica). Pawson sostiene che anche in un’intervista standard può essere opportuno ripetere le domande, spiegarle all’intervistato se non ha capito. Attenzioni e fatica devono essere quindi profuse nel compito di descrivere quale informazione vogliamo, facendo tesoro dei commenti a latere degli intervistati. L'ideale sarebbe motivare adeguatamente l'intervistatore ad agire non da automa, ma da attore consapevole, capace di stimolare l'intervistato alla riflessione, senza influenzarlo con interventi direttivi; è disposto a riportare le sue impressioni al ricercatore. Naturalmente ciò comporta maggiori responsabilità dell'intervistatore ma, ancor di più, maggior coinvolgimento nel processo di ricerca. CAPITOLO 4 IL QUESTIONARIO E LA SUA COSTRUZIONE Un’intervista è strutturata se si basa su un questionario di cui sono state definite in anticipo tutte le parte, riducendo al minimo la libertà dei due attori: intervistato e intervistatore. Il questionario è uno strumento tendenzialmente rigido che si prefigge almeno due obiettivi: 1 ) traduzione degli interessi cognitivi della ricerca in domande, le cui risposte siano in grado di fornire informazioni sulle proprietà che interessano il ricercatore; 2 ) assistenza all'intervistatore nel lavoro sul campo. Il questionario è composto quindi da un nucleo centrale, che comprende appunto le domande; e da alcune componenti accessorie o strumentali: e cioè la parte introduttiva, le istruzioni per l'intervistatore e per l'intervistato. 4.1 LA COSTRUZIONE DEL QUESTIONARIO Relativamente alla costruzione di un questionario, il ricercatore deve essere innanzitutto in grado di individuare tutte le proprietà rilevanti, cioè quelle che servono per soddisfare adeguatamente gli interrogativi che egli si pone. Nel trattare un tema si adotta uno strumento proposto da Marradi , la “mappa dei concetti”, cioè una specie di rete o diagramma di flusso, in cui tutti i concetti che andiamo scegliendo sono collocati su un foglio e posti in relazione tra loro mediante frecce. Il questionario deve essere considerato il punto di arrivo di un lungo lavoro di riflessione e dibattito all'interno dell’equipe (perché l’indagine non dovrebbe mai essere condotta da un ricercatore in solitudine, perché seguirebbe i suoi schemi mentali; il confronto con altri di formazione diverse aiuta a creare in modo più ampio i temi elaborati durante il dibattito) di ricerca, e ma il punto di partenza del lavoro. In linea di massima un ricercatore fa ricerca su domini disciplinari e sostanziali su cui ha conoscenze ed esperienze; ciò significa che già prima di cominciare la ricerca, il ricercatore ha sull'argomento un bagaglio di conoscenze più o meno esplicite ed esplicitabili. Si raccomanda un approfondito lavoro preliminare di riflessione sull’argomento, prestando attenzione alle ricerche eventualmente già svolte. Per il fatto di appartenere al contesto in cui condurrà la sua ricerca, lo studioso è pure armato della conoscenza tacita che condivide con i suoi oggetti di ricerca e che quindi lo guiderà nell'individuazione delle proprietà rilevanti. Il problema della rilevanza non può essere considerato solo dal punto di vista del ricercatore. È essenziale che questa venga valutata anche dal punto di vista del soggetto di studio, poiché il ricercatore non può dare mai per scontato che ciò che lui considera importante lo sia altrettanto per i soggetti di studio. Per il ricercatore è difficile immaginare fino a che punto gli intervistati possono essere lontani dal suo mondo e dal suo stesso linguaggio (nella migliore delle ipotesi queste persone si rifugiano nella risposta “non so” che raccoglie anche tutti coloro che non vogliono prendere

Tutto ciò dipende dagli interessi del ricercatore dalla sua abilità nella predisposizione della mappa dei concetti. Il ricercatore sociale deve prendere in considerazione molte proprietà che gli consentano modelli alternativi; inserire cioè proprietà che non sa in anticipo se siano o no rilevanti. CAPITOLO 6 LA DOMANDA E LA SUA FORMULAZIONE 6.1. PROBLEMI GENERALI DI FORMULAZIONE La formulazione della domanda, anche detta “Art of asking why” ( Lazarsfeld ), è fatta di: 1 ) intuizione, buon senso, conoscenza del contesto in cui si opera; 2 ) riflessione; 3 )esperienza di ricerca. L'instabilità delle opinioni è spesso l'effetto di domande fatte male. Infatti, piccole variazioni nella formulazione della domanda possono causare differenze sostanziali nella distribuzione delle risposte, e quindi negli stessi risultati delle indagini. Il modo in cui è costruita la domanda contribuisce a creare la risposta dal momento che l’intervistato usa il questionario per decidere qual è la sua opinione. È da qui che nasce l'invito, o meglio l'obbligo, di rendere noto il testo della domanda cui la specifica distribuzione pubblicata si riferisce: se si dice che “un terzo degli italiani teme gli islamici”, è doveroso accompagnare l'annuncio con una la relativa domanda. La scarsa attenzione che a lungo si è attribuita alla formulazione della domanda scaturisce dall'errata convinzione che questa non produca effetti distorcenti sulla relazione tra le variabili. Le 2 regole auree cui il ricercatore dovrebbe attenersi sono: le domande devono innanzitutto 1 ) trattare argomenti rilevanti per l'intervistato; 2 ) usare una formulazione che riprenda i modi della conversazione ordinaria: gli errori possono essere ridotti avendo cura di scrivere domande chiare, comprensibili, usando parole comuni, familiari e gli intervistati, dando istruzioni precise. Ma queste raccomandazioni di senso comune si scontrano con alcuni aspetti costitutivi della ricerca. Innanzitutto, il ricercatore non può annullare del tutto la distanza tra il suo linguaggio, i suoi schemi mentali, le sue visioni del mondo e quelle dei vari intervistati: chi scrive il questionario proviene da una sottocultura diversa dalla maggioranza dei potenziali intervistati. Ecco perché nel formulare la domanda bisogna tener presente la natura della situazione di intervista e dei suoi attori, e quindi: 1 ) i soggetti intervistati, la distribuzione delle loro caratteristiche note e prevedibili. È importante valutare se, ad esempio, si ha a che fare prevalentemente con bambini, con anziani, con donne, con dirigenti; con persone istruite o poco istruite; oppure con campioni casuali della popolazione; lo stesso linguaggio non può andare per tutti. 2 ) le modalità di somministrazione dell'intervista; le esigenze di scrittura saranno diverse a seconda che somministriamo la domanda:

  • faccia a faccia (ciò permette di ripetere la domanda se l'intervistatore si rende conto che il soggetto è distratto o non ha capito)
  • per telefono (le domande devono essere particolarmente brevi e prevedere alternative di risposta facilmente memorizzabili)
  • con un questionario auto-amministrato (in questo caso la domanda deve essere per quanto possibile semplice perché non si può contare sull'intervento dell’intervistatore). La formulazione deve essere colloquiale, cioè chiara, discorsiva, capace di fornire i necessari elementi di conoscenza e quindi di introdurre adeguatamente l'argomento e i modi in cui l'intervistato può rispondere. In altri termini l'intervistato deve capire bene, e senza fatica, cosa vuole sapere il ricercatore. 6.1.1. ASPETTI CONSIDERATI NELLA DOMANDA Raramente la proprietà che interessa il ricercatore è così semplice da poter essere tradotta in una sola domanda. Più frequentemente essa si articola in molti aspetti, per i quali sono necessari diversi indicatori. Per questo motivo sono state spesso adottate scale, o meglio

batterie di domande che hanno lo stesso formato di risposta. Ma le scale non annullano i problemi di fraintendimento, o gli effetti distorcenti. Nei sondaggi di opinione pubblica per motivi economici non sempre si usano tutte le domande opportune per operativizzare un concetto complesso; più spesso ci si affida ad una sola domanda. Bradburn e Sudman sono contrari a ciò, infatti si chiedono a cosa serva una sola domanda cui, il più delle volte gli intervistati rispondono senza capire. Secondo Fowler , la colpa in linea di massima è delle domande formulate in termini generici. Converse e Presser invitano a evitare le domande generali e preferire quelle specifiche, che sono interpretati in maniera più omogenea dai soggetti. Se il ricercatore preferisce la domanda generale, si deve assicurare che tutti gli intervistatori usino probes simili. 6.1.2. FORMA INTERROGATIVA O ASSERVITA Molti sottolineano il fatto che le affermazioni, per la loro natura assentiva, incoraggiano l’acquiescenza (consenso tacito, atteggiamento passivo). Gli psicologi cognitivi si imputano le differenze al fatto che la forma interrogativa spingerebbe l'intervistato a riflettere di più, diminuendo quindi il numero di quanti scelgono “non so”, “indifferente”. 6.1.3. USO E FORMULAZIONE DELLE SCALE Attraverso l'uso e la formulazione di una scala il ricercatore ottiene una risposta per ogni oggetto cognitivo proposto; di contro c'è il pericolo di ottenere risposte non molto significative, poiché la struttura ripetitiva della domanda può sollecitare risposte meccaniche. Quando invece chiediamo di segnare solo quelli che lo interessano avremo ridotto il pericolo delle risposte meccaniche, ma incappiamo in altri inconvenienti: non sappiamo se l'intervistato ha prestato eguale attenzione a tutti gli oggetti; non abbiamo idea dell'importanza relativa dei vari oggetti che ha scelto con il relativo ordine di importanza. A quest’ultimo problema, potremmo rimediare chiedendo al soggetto di ordinare gli oggetti, o di indicare i primi 2 o 3 con il relativo ordine di importanza. Nel formulare la domanda, un altro aspetto da considerare è l'estensione delle scale: studi recenti mostrano che l’ampiezza delle scale non solo ha conseguenze sul modo in cui l'intervistatore le usa, ma influisce anche sul processo di interpretazione della domanda. Nonostante dal punto di vista metodologico una scala molto sensibile sia nettamente preferibile perché rappresenterà meglio il continuum, alcuni ricercatori ritengono che l'intervistato sia disorientato dalle scale sempre più raffinate che si usano, scale che impongono distinzioni sottili che mettono in difficoltà l'intervistato medio, il quale le usa solo in parte. Secondo gli studiosi l'intervistato evita di dare risposte e nel contesto specifico riappaiono devianti. 6.2. DISTORSIONI INTRODOTTE DALLA FORMULAZIONE Alcune domande provocano risposte (apparentemente) appropriate, ma che in realtà non hanno alcuna relazione con quello che l'intervistato crede, pensa, fa, ha fatto, perché sono: 1 ) sotto-determinate : è il caso in cui la domanda o l'elenco delle alternative a manca degli elementi necessari all'intervistato per indicare correttamente il suo stato; e all'intervistatore/codificatore per decidere l'attribuzione della risposta alla categoria opportuna; e in ultima analisi al ricercatore per interpretare la risposta. Possono apparire tali agli intervistati perché sono complesse, presuppongono conoscenze dell’intervistato può non avere; usano termini e le espressioni che l’intervistato non conosce. 2 ) sovra-determinate : il testo della domanda è formulato in maniera tale da indirizzare, più o meno velatamente, verso una delle risposte; 3 ) obtrusive : perché appaiono minacciose all'intervistato, affrontando temi che invadono la sua sfera intima, personale o perché lo costringono a mettersi in cattiva luce. 6.2.1. DOMANDE SOTTODETERMINATE PERCHÈ COMPLESSE Il semplice atto di porre determinate domande costituisce una forzata imposizione di schemi concettuali. Ma questo attiene inevitabilmente a interessi cognitivi del ricercatore e alle scelte metodologiche di cui si assume la responsabilità mantenendo la consapevolezza dei limiti oltre che dei vantaggi delle sue decisioni. Solo una domanda aperta costringe

anche nelle scale Likert, può significare cose molto diverse per intervistati diversi. L'indeterminatezza delle scale di frequenza relativa (spesso, qualche volta, raramente, mai) è palese: ciascuno può attribuire svariati e imprevedibili significati a questi termini. Nella conversazione ordinaria ci preoccupiamo poco della vaghezza di questi termini. Data l'ambiguità delle scale di frequenza relativa alcuni ricercatori propongono il ricorso alle frequenze assolute, che prevedono alternative come: “Con quale frequenza legge il quotidiano?” “tutti i giorni/più volte la settimana/circa una volta a settimana/almeno una volta al mese/ecc”. Le cosiddette frequenze assolute chiedono all'intervistato di calcolare con precisione il numero di volte in cui adotta un comportamento, personale o relativo all'ambiente che lo circonda. Anche se alcuni pensano che le frequenze assolute diano valutazioni più accurate, la loro applicazione non è esente da problemi. Infatti, è difficile per l'intervistato ricostruire l'occorrenza effettiva: molti ricercatori hanno rilevato che i soggetti cercano di evitare lo sforzo di memoria necessario per ricostruire puntualmente il numero di eventi occorsi. Per ridurre l'ambiguità, il ricercatore può contare sulla sua conoscenza del contesto socio-culturale e quindi anche linguistico in cui opera, ma soprattutto sulla buona articolazione del disegno di ricerca. 6.2.6. OSCURITÀ E SCORRETTEZZA SINTATTICA DELLE DOMANDE Alcune domande presentano gravi sfide sintattiche : lo sono tutte quelle che prevedono doppie negazioni. L'ovvio suggerimento di evitare domande contorte non è così scontato nel superfluo come potrebbe sembrare addirittura qualche ricercatore consiglia di evitare del tutto le negazioni. Questa raccomandazione appare piuttosto drastica e comunque di difficile attuazione. L'oscurità può scaturire dalla scarsa o errata relazione tra il testo della domanda e il criterio di articolazione delle risposte, il fundamentum divisionis della classificazione proposta. Nei casi “si molto”, “no per nulla”, “si abbastanza”, “no poco”, la cui dicotomia si/no viene forzatamente associata alla legittima graduazione della credibilità. In alcuni casi è preferibile rinunciare al sì e no, e proporre esplicitamente all'intervistato il continuum sotteso, che può prevedere una valutazione con una scala dove 0 indica assenza di chiarezza e 10 massima chiarezza. 6.2.7. PLURALITÀ DI OGGETTI: DOUBLE-BARRELLED QUESTIONS Sono seriamente sotto-determinate le domande che contemplano più oggetti cognitivi, che siano o meno in opposizione fra loro. In ogni caso l'intervistato si trova di fronte al dilemma di accettare o rifiutare in blocco i diversi oggetti proposti. L'intervistato potrebbe voler rispondere valutando separatamente gli aspetti. Sono invece esempi di frasi con oggetti in opposizione reciproca (double-barrelled) i seguenti: la guerra è una soluzione violenta ma spesso è necessaria; le centrali elettriche inquinano ma sono necessarie. L'unico motivo per cui si potrebbero accettare domande così consegnate e il fine di individuare le persone che sono consapevoli del prezzo da pagare per conseguire un determinato obiettivo e sono disposti a farlo. Ma allora le frasi dovrebbero essere precedute o accompagnate da introduzioni che esplicitino questo intento. 6.2.8. SOTTODETERMINANZIONE DELL’ELENCO DELLE RISPOSTE Il ricercatore può prevedere domande complesse o potenzialmente lontane dagli interessi degli intervistati. Egli però sa che corre il rischio di ottenere risposte infedeli da parte di tutti quegli intervistati che non hanno uno stato sulla relativa proprietà, perché non hanno mai pensato alla questione e impegnarsi a formarsi un’opinione. Affrontando il problema dal punto di vista della formulazione della domanda, dobbiamo chiederci se per contrastare la tendenza a dichiarare opinioni inesistenti sia opportuno e utile inserire l'alternativa “non so/non ho un'opinione”, che spesso viene omessa dalla domanda e accettata solo se offerta volontariamente. L'inclusione della categoria di risposta “non so” conferma la saggezza di dare la possibilità di non rispondere a chi non ha informazioni o opinioni sul tema. Altri preferiscono ometterla perché temono che funga da facile rifugio per chi, pur avendo un'opinione, non vuole affrontare lo sforzo necessario per formulare una risposta; o

preferisce nascondere il suo stato perché lo considera socialmente non accettabile. Per questo ritengono conveniente incoraggiarli a prendere posizione o mettendo l'alternativa- rifugio. Più generalmente, un elenco è sotto-determinato quando manca un'alternativa che rappresenta stati prevedibili dei soggetti sulla proprietà che la domanda intende operativizzare. Come per il “non so”, alcuni ricercatori tendono a omettere le posizioni centrali “incerto, indifferente, moderato” perché si preferisce forzare l'intervistato a prendere una posizione e si è interessati a sapere da che parte sta il soggetto su una questione controversa. L’omissione di queste categorie può tuttavia produrre false opinioni impedendo di distinguere le opinioni ben radicate che non si ha paura di svelare. Gli intervistati non hanno elementi sufficienti per decidere la loro risposta quando liste lunghe di alternative di risposta vengono proposte oralmente, senza che l'intervistato abbia la possibilità di leggerle per riflettervi con attenzione. È per questo che si raccomanda di limitare la lunghezza della lista e di ricorrere ai cartellini. 6.3. LA SOVRA-DETERMINAZIONE: DOMANDE PILOTANTI Si ha una domanda pilotante quando essa indirizza l'intervistato, più o meno apertamente, verso un'alternativa di risposta. La domanda indirizza la risposta quando nella sua parte principale chiede se si è d'accordo su uno specifico aspetto del problema, incoraggiando la risposta affermativa. L'intervistato tende tra l'altro ad accettare il suggerimento implicito nella domanda, perché non ha motivo di dubitare della buona fede del ricercatore: dà per scontato che il ricercatore sia animato da intenti puramente scientifici, e che sia abbastanza bravo da evitare domande mal formulate. Schuman e Presser hanno posto la questione in termini di “bilanciamento” della domanda, bilanciamento che può essere formale o sostanziale (lei è d'accordo... oppure no? - bilanciamento formale). Tuttavia, limitarsi a dire “oppure no” non dà il dovuto spazio al versante negativo. Due punti di vista possono apparire ugualmente rilevanti solo se sono espressi da un numero uguale di parole. “Lei pensa che alla fine le forze armate americane combatteranno contro l'Iraq o ritiene che la situazione si potrà risolvere senza combattere?” Questa seconda versione offre un esempio di bilanciamento sostanziale che mette a confronto due punti di vista diversi, cui viene dedicato uguale spazio. Shaeffer e altri autori si chiedono se si possa risparmiare spazio nel questionario e tempo di somministrazione ricorrendo al bilanciamento minimo (simile al bilanciamento formale), che consiste nell'inserimento di una particella negativa e immediatamente accanto al verbo (o due aggettivi opposti). Da precedenti studi condotti i ricercatori concludono che il bilanciamento minimo produce gli stessi risultati del bilanciamento esteso. Si sostiene inoltre che domande brevi sarebbero più comprensibili, ma altri sostengono che le domande lunghe attira più all’attenzione e spiega meglio il tema. Inoltre, risentono di più della presenza o assenza di bilanciamento le persone meno interessati al tema. (il bilanciamento minimo è la forma corrente adottata nei sondaggi di opinione). 6.3.1. UN CASO PARTICOLARE DI BILANCIAMENTO: LA SCELTA FORZATA Quando invece che di una domanda vera e propria si annotano affermazioni, come nella scala Likert, si mette in luce solo una faccia del problema. Jackman sosteneva che questa formulazione guida verso il consenso, poiché l'affermazione esprimerebbe la regola, l'opinione prevalente, il modo giusto di pensare al problema. Non si tratta di formulare bene l'affermazione; bisogna cambiare la struttura stessa della domanda, adottando per esempio domande a scelta forzata, in cui si presentano due argomenti contrapposti fra i quali l'intervistato è costretto a scegliere; argomenti che sottoposti separatamente in una scala Likert, potrebbero ottenere entrambi approvazione. La costruzione della scala a scelta forzata pone molte sfide: non è facile individuare i due corni del dilemma; ogni singolo aspetto assume un significato diverso quando viene visto alla luce dell'elemento contrapposto; l'obbligo di scegliere spesso disturba l'intervistato, che tende a rifiutarne la fatica.