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Riassunto Macroeconomia (Mankiw-Taylor), Sintesi del corso di Macroeconomia

Riassunto libro di macroeconomia (SID, Unige)

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CAPITOLO 2: I DATI DELLA MACROECONOMIA
2.1 La misura del valore dell’attività economica: il prodotto interno lordo.
Il prodotto interno lordo (PIL) è calcolato da un’agenzia statale e reso pubblico solitamente ogni 3 mesi.
Ha l’obbiettivo di riassumere in un unico numero il valore monetario dell’attività economica in un dato
periodo di tempo.
Il PIL ha due interpretazioni:
- il PIL viene considerato come il reddito totale di tutti coloro che partecipano al sistema economico.
- il PIL viene considerato come la spesa totale per l’acquisto di beni e servizi finali prodotti dal sistema
economico.
Nella prima interpretazione il PIL misura il reddito, invece nella seconda interpretazione evidenzia come un
sistema economico con un’elevata produzione di beni e servizi riesce a soddisfare meglio la domanda.
Queste in realtà sono la stessa cosa perché per l’economia il reddito non può che essere uguale alla spesa.
Per comprendere più a fondo il PIL bisogna esaminare la contabilità nazionale, cioè come il PIL viene
misurato.
Per farlo possiamo immaginare un sistema economico che produce un solo bene, il pane, con un unico
fattore di produzione, il lavoro.
Il circuito interno in blu rappresenta il flusso del pane e del lavoro. Gli individui danno lavoro alle imprese e
le imprese danno i beni (pane).
Il circuito esterno in verde rappresenta il corrispondente flusso di moneta. Le imprese danno un reddito agli
individui che danno alle imprese per acquistare i beni (pane).
È possibile calcolare il PIL in due modi:
- sommando salari e profitti, cioè la metà superiore del flusso circolare della moneta.
- o come spesa totale per l’acquisto del bene, cioè la metà inferiore del flusso circolare della moneta.
Per calcolare il PIL di un’economia complessa, cioè che produce più di un bene, è necessario darne una
definizione più precisa, definendolo come il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti
nell’ambito di un sistema economico in un dato periodo di tempo.
Per calcolare il valore totale di beni e servizi diversi, la contabilità nazionale ricorre ai prezzi di mercato.
Quindi se un paese produce solo mele e pere, il cui prezzo è 0.50€ e 1.00€, il PIL si calcola:
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CAPITOLO 2: I DATI DELLA MACROECONOMIA

2.1 La misura del valore dell’attività economica: il prodotto interno lordo. Il prodotto interno lordo (PIL) è calcolato da un’agenzia statale e reso pubblico solitamente ogni 3 mesi. Ha l’obbiettivo di riassumere in un unico numero il valore monetario dell’attività economica in un dato periodo di tempo. Il PIL ha due interpretazioni:

  • il PIL viene considerato come il reddito totale di tutti coloro che partecipano al sistema economico.
  • il PIL viene considerato come la spesa totale per l’acquisto di beni e servizi finali prodotti dal sistema economico. Nella prima interpretazione il PIL misura il reddito, invece nella seconda interpretazione evidenzia come un sistema economico con un’elevata produzione di beni e servizi riesce a soddisfare meglio la domanda. Queste in realtà sono la stessa cosa perché per l’economia il reddito non può che essere uguale alla spesa. Per comprendere più a fondo il PIL bisogna esaminare la contabilità nazionale , cioè come il PIL viene misurato. Per farlo possiamo immaginare un sistema economico che produce un solo bene, il pane, con un unico fattore di produzione, il lavoro. Il circuito interno in blu rappresenta il flusso del pane e del lavoro. Gli individui danno lavoro alle imprese e le imprese danno i beni (pane). Il circuito esterno in verde rappresenta il corrispondente flusso di moneta. Le imprese danno un reddito agli individui che danno alle imprese per acquistare i beni (pane). È possibile calcolare il PIL in due modi:
  • sommando salari e profitti, cioè la metà superiore del flusso circolare della moneta.
  • o come spesa totale per l’acquisto del bene, cioè la metà inferiore del flusso circolare della moneta. Per calcolare il PIL di un’economia complessa, cioè che produce più di un bene, è necessario darne una definizione più precisa, definendolo come il valore di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti nell’ambito di un sistema economico in un dato periodo di tempo. Per calcolare il valore totale di beni e servizi diversi, la contabilità nazionale ricorre ai prezzi di mercato. Quindi se un paese produce solo mele e pere, il cui prezzo è 0.50€ e 1.00€, il PIL si calcola:

A) il PIL misura il valore dei beni e servizi di produzione corrente quindi la vendita di un prodotto usato rappresenta il trasferimento di un patrimonio, non un aumento del PIL. B) per le scorte da magazzino il caso è analogo a quello dei beni usati: gli individui sostengono una spesa per comprare un dato bene ma c’è una diminuzione simultanea delle scorte dell’impresa, quindi la spesa negativa dell’impresa compensa la spesa positiva degli individui. Quindi la vendita di scorte influisce il PIL dell’anno in cui vengono vendute e non quello in cui vengono prodotte. C) i beni intermedi utilizzati per creare il bene finale non sono contati nel PIL perché il valore del bene intermedio è incorporato nel prezzo di mercato del bene finale. Un modo per contabilizzare tutti i beni e servizi finali prodotti in un sistema economico è sommare il valore aggiunto , che è uguale al valore del suo prodotto meno il valore dei beni intermedi che ha dovuto acquistare per realizzarlo, in ciascuna fase di produzione. Per l’economia la somma di tutto il valore aggiunto è pari al valore di tutti i beni e servizi finali. Si possono distingue due tipologie di PIL, in base al metodo che gli economisti utilizzano per calcolarlo:

  • il PIL nominale è considerato come il valore totale dei beni e servizi misurato ai prezzi correnti. Quindi il PIL può aumentare sia perché aumentano le quantità sia perché aumentano i prezzi. Il PIL nominale misura il valore monetario corrente della produzione aggregata dell’economia_._
  • il PIL reale invece illustra cosa accadrebbe alla spesa se cambiassero solo le quantità e non i prezzi, utilizzando come prezzi quelli di un anno base (PIL reale con quantità del 2018 ma prezzi del 2013). Il PIL reale misura il valore di produzione aggregata a prezzi costanti. Conoscendo questi possiamo calcolare il deflatore del PIL , che è un indicatore dell’andamento del livello generale dei prezzi in un sistema economico e misura il prezzo della produzione aggregata dei prezzi in rapporto ai prezzi dell’anno base_._ Questo si definisce come il rapporto tra PIL nominale e PIL reale: Tornando all’economia che produce solo pane, il deflatore del PIL è il prezzo relativo del pane in un dato anno rispetto all’anno base quindi P/P base. Il deflatore del PIL ci permette di scomporre il PIL nominale in due componenti: una che misura le quantità ed una che misura i prezzi: PIL nominale= PIL reale x deflatore del PIL Il deflatore del PIL viene utilizzato per depurare dall’inflazione il PIL nominale ed ottenere il PIL reale: Per calcolare il PIL reale in modo corretto l’ISTAT ogni 5 anni sceglie un nuovo anno base perché i prezzi variano velocemente nell’economia. Le componenti del PIL sono: A) consumo (C)= spesa delle famiglie per consumi finali. B) investimenti (I)= investimento delle imprese più investimento residenziali più investimento di scorte. C) spesa pubblica (G)= spesa per consumi finali della pubblica amministrazione più spesa per investimento delle pubbliche amministrazioni. D) esportazioni nette (NX)= esportazioni meno le importazioni.

CAPITOLO 3: IL REDDITO NAZIONALE

3.1 cosa determina la produzione aggregata di beni e servizi? Il PIL di un paese dipende dalla quantità di fattori di produzione e la capacità di trasformarli in beni e servizi. I fattori di produzione più importanti solo il capitale (K) ed il lavoro (L) :

  • il capitale è costituito da tutti gli attrezzi che i lavoratori utilizzano per produrre (gru, computer...)
  • il lavoro è il tempo che gli individui dedicano alla produzione Ipotizziamo che i fattori di produzione K e L siano pienamente utilizzati e che siano disponibili in quantità fissa nel sistema economico: La funzione di produzione descrive la tecnologia disponibile per trasformare K e L in beni e servizi: Y= F (K,L) Una funzione di produzione ha rendimenti di scala costanti se ad un aumento di eguale percentuale di tutti i fattori di produzione corrisponde un aumento di pari percentuale della produzione. Quindi l’offerta di beni e servizi equivale alla produzione aggregata dell’economia. Ipotizziamo che K, L e F siano fisse quindi anche la produzione aggregata (Y) lo è: 3.2 come si distribuisce il reddito nazionale tra i fattori di produzione? La distribuzione del reddito nazionale è determinata dai prezzi dei fattori che sono le somme corrisposte per la remunerazione dei fattori di produzione. I prezzi dei fattori sono quindi i salari percepiti dai lavoratori e le rendite percepite dai proprietari del capitale. Il prezzo che ciascun fattore riceve per i propri servizi è determinato dall’offerta e dalla domanda per quel fattore. Dato che i fattori di produzione sono disponibili in quantità fissa, la curva di offerta è una retta verticale. Indipendentemente dal prezzo, la quantità offerta rimane la stessa. L’intersezione tra la curva di domanda, con pendenza negativa, e la curva di offerta, verticale, determina il prezzo di equilibrio del fattore: Quanto più lavoro utilizza, tanto più l’impresa produce. Il prodotto marginale del lavoro (PML) è la quantità aggiuntiva di prodotto che l’impresa ottiene da ogni unità addizionale di lavoro, tenendo fissa la quantità di capitale: Il prodotto marginale del lavoro è pari alla differenza tra la quantità prodotta con L+1 unità di

lavoro e la quantità prodotta con L unità di lavoro. La maggior parte delle funzioni ha prodotto marginale decrescente perché tenendo fissa la quantità di capitale, il prodotto marginale del lavoro diminuisce all’aumentare della quantità di lavoro impiegata. Il PML è pari alla pendenza della funzione di produzione: all’aumentare della quantità di prodotto utilizzata, la pendenza della funzione di produzione diminuisce progressivamente: L’impresa continua ad assumere lavoro fino al momento in cui l’unità addizionale di lavoro non produce più profitto, cioè fino a quando il PML raggiunge il punto in cui il ricavo incrementale è uguale al salario. Quindi la domanda di lavoro dell’impresa è determinata dall’uguaglianza: anche espressa come: W/P è il salario reale , cioè la remunerazione del lavoro misurata in unità di prodotto invece che in termini monetari. L’impresa quindi assume lavoratori fino al punto in cui il PML è uguale al salario reale. Dato che il PML diminuisce all’aumentare del lavoro utilizzato, la curva ha pendenza negativa: Per il prodotto marginale del capitale (PMK) il processo è analogo a quello del PML: è la quantità addizionale di prodotto che l’impresa ottiene da ogni unità di capitale in più, tenendo fissa la quantità di lavoro ed è anche questo decrescente: 3.3 cosa determina la domanda di beni e servizi? In un’economia chiusa, la produzione aggregata ha tre possibili impieghi. Queste tre componenti del PIL sono espresse nell’ identità contabile del reddito nazionale : Consumo (C) -> noi consumiamo una parte della produzione aggregata del sistema economico e nel complesso il consumo assorbe circa il 60% del PIL.

3.4 cosa porta all’equilibrio offerta e domanda di beni e servizi? Cosa garantisce che la somma di consumo, investimento e spesa pubblica sia esattamente uguale alla produzione aggregata? Il tasso di interesse ha un ruolo cruciale ed il suo ruolo può essere considerato in due modi: A) l’effetto del tasso di interesse sull’offerta e sulla domanda di beni e servizi. B) l’effetto del tasso di interesse sull’offerta e sulla domanda di fondi mutuabili. A) La domanda di beni e servizi può essere sintetizzata:

  • La domanda di produzione totale è data da consumo, investimenti e spesa pubblica.
  • Il consumo dipende dal reddito disponibile.
  • L’investimento dipende dal tasso di interesse.
  • Spesa pubblica ed imposte sono variabili esogene determinate dalle decisioni della politica fiscale. I fattori di produzione e la funzione di produzione determinano la produzione aggregata del sistema economico: Combinando le due, sapendo che G e T sono variabili esogene ed il livello di produzione Y è determinato in modo esogeno, otteniamo: Questa equazione stabilisce che l’offerta di produzione aggregata è uguale alla domanda, che è pari a sua volta alla somma di consumo, investimenti e spesa pubblica. Il tasso di interesse è l’unica variabile perché si aggiusta in modo da garantire l’equilibrio tra domanda ed offerta. Quindi al tasso di interesse in equilibrio, la domanda di beni e servizi è uguale all’offerta. B) Il tasso di interesse è il costo dell’indebitamento per i debitori e la remunerazione dei prestiti nei mercati finanziari per i creditori. Quindi la sua funzione può essere chiarita analizzando i mercati finanziari ed a tale scopo scriviamo l’identità contabile del reddito nazionale : Il termine Y-C-G è il risparmio nazionale (S) , cioè quello che rimane una volta soddisfatta la domanda di consumo e spesa pubblica. Per comprenderlo meglio, possiamo dividere il risparmio nazionale in due componenti:
  • il risparmio privato che è la differenza tra il reddito disponibile ed il consumo (Y-T-G).
  • il risparmio pubblico che è la differenza tra le entrate dello Stato e la spesa pubblica (T-G). Quindi il risparmio nazionale è la somma di risparmio privato e pubblico: Per vedere come il tasso di interesse porta in equilibrio i mercati finanziari, bisogna sostituire la funzione di consumo e la funzione di investimento nell’identità contabile del reddito nazionale sapendo che G e T sono variabili esogene e che Y è fisso:

La funzione di investimento ha pendenza negativa perché più è elevato il tasso di interesse, tanto è minore il numero di progetti di investimento redditizi: L’aumento della spesa pubblica provoca un aumento del tasso di interesse ed una diminuzione della spesa per investimento. Dato che l’aumento della spesa pubblica non è accompagnato da un aumento delle imposte, lo Stato deve ridurre il risparmio pubblico indebitandosi sui mercati finanziari. Dato che il risparmio privato è invariato, questo provoca una diminuzione del risparmio nazionale: Se invece si ha un aumento della domanda di investimento per ogni dato livello del tasso di interesse, la domanda di beni di investimento è più elevata ma la spesa per investimento di equilibrio non cambia perché l’offerta dei fondi mutuabili è fissa ed un aumento di della domanda di investimento ha come unico effetto l’aumento del tasso di interesse: CAPITOLO 4: IL SISTEMA MONETARIO 4.1 cos’è la moneta?

Lo stato patrimoniale della banca dopo aver concesso un prestito sarà così: L’ipotesi è che il rapporto riserve/depositi , cioè la frazione dei depositi che la banca trattiene a riserva, sia il 20%. Concedendo il prestito la banca aumenta l’offerta di moneta di 800 euro: prima che prestito venga concesso l’offerta di moneta è di 1000 euro. Dopo la concessione del prestito l’offerta di moneta è pari a 1800 euro, i 1000 euro a vista più gli 800 euro detenuti da chi ha ottenuto il prestito. Quindi in un sistema con riserva frazionaria il sistema bancario crea moneta. Se chi riceve il prestito deposita i soldi in un’altra banca, la Seconda Eurobanca, o usa il denaro per pagare qualcuno che, a sua volta, deposita la somma presso una banca, il processo di creazione di moneta continua: La seconda banca riceve 800 euro di depositi, ne trattiene a riserva il 20% (160 euro) e concede prestiti per 640 euro quindi crea moneta in misura di 640 euro. Questa somma potrebbe finire depositata in un’altra banca, la Terza Eurobanca, che ne trattiene a riserva il 20% (128 euro) e ne dà in prestito 512 euro: Per quanto questo processo possa continuare all’infinito, questo non porta alla creazione di una quantità infinita di moneta. Se definiamo rr il rapporto tra riserve/depositi, la quantità di moneta che si può creare con i 1000 euro è: 4.3 come la banca centrale influenza l’offerta di moneta Il modello dell’offerta di moneta in un sistema bancario a riserva frazionario, ci permette di esaminare come le politiche della banca centrale e le scelte di banche ed individui influenzino l’offerta di moneta. Ha tre variabili esogene : A) la base monetaria (B) è la quantità totale di denaro detenuta dal pubblico sotto forma di circolante (C) e dalle banche come riserve (R) ed è controllata dalla Banca Centrale. B) il rapporto riserve/depositi (rr) è la quota dei depositi bancari che le banche trattengono a riserva, determinato dalle politiche interne delle banche e dalle leggi che regolano l’attività del settore bancario.

C) il rapporto circolante/depositi (cr) è la quantità di circolante (C) che gli individui detengono in misura percentuale dei loro depositi a vista (D) e riflette le preferenze degli individui sulla forma di moneta che desiderano detenere. Definizione di offerta di moneta e della base monetaria: Per esprimere l’offerta di moneta come funzione delle tre variabili esogene (B,rr,cr), dividiamo la prima equazione per la seconda: Dividendo D per numeratore e denominatore: CD corrisponde a cr e RD a rr. Quindi li sostituiamo e portiamo B da sinistra a destra: Questa mostra come l’offerta di moneta dipenda dalle tre variabili esogene. L’offerta di moneta è proporzionale alla base monetaria: il fattore di proporzionalità (cr +1) / (cr +rr), è identificato con m ed è chiamato moltiplicatore monetario. Quindi: Ogni euro di base monetaria genera m euro di offerta di moneta. CAPITOLO 5: CAUSE, EFFETTI E COSTI SOCIALI DELL’INFLAZIONE 5.1 la teoria quantitativa della moneta Per esaminare gli effetti macroeconomici della politica monetaria è necessaria una teoria che stabilisca le relazioni tra la quantità di moneta e le altre variabili economiche, come prezzi e reddito. Questa teoria è detta teoria quantitativa della moneta. Gli individui detengono moneta allo scopo di acquistare beni e servizi: quanta più moneta è necessaria per questo, tanta più ne detengono. Il collegamento tra le transazioni e la moneta è dato dall’ equazione di scambio : T si riferisce alle transazioni e rappresenta il numero totale di transazioni che si verificano in un determinato periodo di tempo. P è il prezzo della transazione media e rappresenta la quantità di moneta scambiata mediamente in ogni transazione. Il prodotto di P e T è la quantità di moneta scambiata in un anno. M è la quantità di moneta. V è la velocità di circolazione della moneta rispetto alle transazioni e misura la rapidità con cui la moneta circola nel sistema economico, cioè quante volte una unità di moneta cambia di mano in un dato periodo di tempo. Supponiamo che ogni anno vengano vendute 60 pagnotte al prezzo di 1,00€. La quantità totale di moneta scambiata è pari a:

Perché il governo vorrebbe incrementare l’offerta di moneta? Tutti i governi spendono denaro, alcuni lo spendono per acquistare beni e servizi, altri per ridistribuire il reddito. Un governo può finanziare la spesa pubblica in tre modi:

  • incrementando le entrate, tramite un aumento delle imposte.
  • indebitandosi con il pubblico, attraverso l’emissione di titoli di Stato.
  • battendo moneta. Il ricavo ottenuto dal battere moneta si chiama signoraggio : il termine deriva dalla parola “signore” inteso come signore feudale, perché nell’Europa medievale il signore aveva il diritto esclusivo di battere moneta nel suo feudo. Se un governo decide di battere moneta per finanziare la spesa pubblica, l’offerta di moneta aumenta generando inflazione. Quindi battere moneta per incrementare le entrate pubbliche equivale ad una imposta di inflazione. Con l’aumento dei prezzi che consegue all’aumento dell’offerta di moneta diminuisce il valore reale delle banconote che ogni individuo ha in tasca. L’inflazione quindi equivale ad un’imposta sulla detenzione di moneta. 5.3 l’inflazione e i tassi di interesse Se mettiamo i nostri risparmi in un deposito bancario che corrisponde un interesse dell’8%, l’anno successivo ritiriamo i risparmi e gli interessi accumulati: questo però non vuol dire che saremo più ricchi dell’8% rispetto a prima: sicuramente avremo l’8% di denaro in più rispetto a prima ma se nel frattempo i prezzi sono aumentati, il potere d’acquisto sarebbe aumentato in misura inferiore all’8%. Se l’inflazione fosse del 5%, il nostro potere di acquisto sarebbe aumentato solo del 3%. Il tasso di interesse nominale è il tasso di interesse corrisposto dalla banca. Il tasso di interesse reale è l’incremento del potere d’acquisto. Il rapporto tra i tassi di interesse ed il tasso di inflazione, può essere descritto come: Il tasso di interesse reale è pari alla differenza tra il tasso di interesse nominale ed il tasso di inflazione. Riorganizzando questi termini, possiamo dimostrare che il tasso di interesse nominale corrisponde alla somma del tasso interesse reale ed il tasso di inflazione: Questa è chiamata equazione di Fisher e mostra che il tasso di interesse nominale può variare per due cause: per una variazione del tasso di interesse reale e per una variazione del tasso di inflazione. L’equazione di Fisher può essere usata per sviluppare una teoria che spieghi il tasso di interesse nominale: essa ci dice che sommando il tasso di interesse reale ed il tasso di inflazione si determina il tasso di interesse nominale. La teoria quantitativa della moneta e l’equazione di Fisher insieme dicono come la crescita di quantità di moneta influenzi il tasso di interesse nominale. La prima ci dice che se il tasso di crescita della moneta cresce dell’1%, l’inflazione aumenta dell’1% e la seconda ci dice che se il tasso di inflazione cresce dell’1% cresce dell’1% anche il tasso di interesse nominale. Questa relazione è chiamata effetto di Fisher. Il creditore ed il debitore non sanno quale sarà il tasso di inflazione e per questo il tasso di interesse reale deve essere distinto in due concetti:
  • il tasso di interesse reale ex ante è il tasso di interesse reale che il creditore ed il debitore si aspettano al momento della stipula dell’accordo.
  • il tasso di interesse reale ex post è il tasso di interesse reale che effettivamente si realizza. In che modo queste modificano l’effetto di Fisher? Può essere scritto più correttamente come:

5.4 il tasso di interesse nominale e la domanda di moneta Il tasso di interesse nominale è il costo-opportunità di detenere moneta, ciò a cui rinunciamo nel preferire la moneta liquida ad un impiego fruttifero. La domanda di saldi monetari reali dipende sia dal livello del reddito sia dal tasso di interesse nominale. Quindi la domanda di moneta può essere scritta come: L è la domanda di moneta perché è l’attività più liquida dell’economia. Questa equazione afferma che la domanda di liquidità dei saldi monetari reali è una funzione del reddito e del tasso di interesse nominale: quanto più è elevato il livello del reddito (Y), tanto più è elevato la domanda di saldi monetari reali e quanto più è elevato il tasso di interesse nominale, tanto più bassa è la domanda di saldi monetari reali. Come spiega la teoria quantitativa della moneta, l’interazione tra domanda ed offerta di moneta determina il livello dei prezzi di equilibrio. Le variazioni del livello dei prezzi corrispondono al tasso di inflazione, che a sua volta influenza il tasso di interesse nominale attraverso l’effetto di Fisher. Dato che il tasso di interesse nominale è il costo di detenere moneta, esso ha un effetto sulla domanda di moneta. Come questo influenza il livello dei prezzi? Per capirlo eguagliamo l’offerta di moneta M/P e la domanda di saldi monetari reali L (i, Y): E poi utilizzando l’equazione di Fisher, sostituiamo il tasso di interesse nominale con la somma del tasso di interesse reale e l’inflazione attesa: Questa equazione stabilisce che il livello dei saldi monetari reali dipende dal tasso di inflazione atteso. Questa equazione implica che il livello dei prezzi dipende dall’offerta corrente di moneta e dall’offerta di moneta attesa per il futuro. 5.5 i costi sociali dell’inflazione Il potere d’acquisto del salario reale dipende dalla produttività marginale del lavoro e non dalla quantità di moneta che la banca centrale decide di stampare. Se la banca centrale riduce l’inflazione, i salari reali dei lavoratori non crescono più rapidamente anzi se l’inflazione rallenta, le imprese aumentano i prezzi in misura via via inferiore, concedendo ai lavoratori aumenti via via inferiori. Una variazione del livello generale dei prezzi è come un cambiamento dell’unità di misura: se tutti i valori monetari venissero moltiplicati per cento non cambierebbe niente perché al nostro salario sarebbe moltiplicato per cento. Il benessere economico dipende dai prezzi relativi, non dal livello generale dei prezzi. Quali sono allora i costi dell’inflazione? Consideriamo l’ inflazione attesa , supponendo che il livello generale dei prezzi aumenti ogni mese dell’1%: il costo prevedibile e costante è pari al 12% all’anno? Uno dei costi è rappresentato dalla distorsione che l’imposta di inflazione provoca sulla quantità moneta detenuta dagli individui. Il tasso di inflazione se elevato provoca tassi di interesse nominali più alti, che provocano un abbassamento dei saldi monetari reali. Se gli individui hanno meno moneta devono recarsi più frequentemente in banca a prelevare denaro: la scomodità ed il tempo perso per farlo è definito costo delle suole , perché andando in banca di frequente si consumano di più le suole delle scarpe. Un secondo costo dell’inflazione scaturisce dalla necessità che le imprese hanno di cambiare frequentemente i prezzi dei loro prodotti. Questo è chiamato costo di listino perché modificare i prezzi può essere costoso a causa per esempio della stampa e la distribuzione di nuovi cataloghi. Quanto più è elevata l’inflazione, tanto più variabili sono i prezzi relativi.

per coprire la spesa pubblica. A questo punto non rimane al governo altra strada che stampare moneta con una rapida crescita dell’offerta di moneta ed il problema si aggrava ulteriormente: le entrate fiscali diminuiscono all’aumentare dell’inflazione con un governo che può finanziarsi solo tramite il signoraggio. La creazione sfrenata di moneta provoca anche un peggioramento del disavanzo di bilancio, stimolando un’ancor più rapida crescita degli aggregati monetari. Di solito l’iperinflazione finisce con una riforma fiscale che riduce la necessità di ricorre al signoraggio per finanziare la spesa, riducendo la crescita dell’offerta di moneta. 5.7 la dicotomia classica La dicotomia classica è la separazione teorica tra variabili reali e variabili nominali ed è un principio che permette di esaminare le variabili reali ignorando completamente quelle nominali. Questo sorge perché nell’economia classica le variazioni dell’offerta di moneta non influenzano le variabili reali. CAPITOLO 6: L’ECONOMIA APERTA 6.1 i flussi internazionali di capitali e di beni La differenza fondamentale tra un’economia aperta ed un’economia chiusa è che nella prima la spesa del paese annua non è necessariamente uguale alla sua produzione aggregata di beni e servizi. In una economia aperta, una parte della produzione viene venduta entro i confini nazionali ed una parte è esportata all’estero. Quindi la spesa Y può essere scomposta in un quattro componenti:

  • Cd, consumo di beni e servizi nazionali.
  • Id, investimento in beni e servizi nazionali.
  • Gd, spesa pubblica per l’acquisto di beni e servizi nazionali.
  • EX, esportazione di beni e servizi nazionali. Questa si esprime come: La somma dei primi tre termini è la spesa interna per l’acquisto di beni e servizi di produzione nazionale. La spesa interna per l’acquisto di beni e servizi nazionali è uguale alla somma di beni e servizi di produzione estera , quindi: Da cui otteniamo: Trasponendo i termini dell’identità: La spesa interna per l’acquisto di beni e servizi esteri è pari alla spesa totale per l’acquisto di beni di importazione (IM): Definendo le esportazioni nette come la differenza tra esportazioni e importazioni, l’identità diventa: Questa è la forma più comune dell’identità contabile del reddito nazionale, che può anche essere espressa in modo da evidenziare la relazione tra produzione aggregata interna, spesa interna ed esportazioni nette: Se la produzione aggregata è superiore alla spesa interna, si esporta la differenza e le esportazioni nette sono positive. Se la produzione aggregata è inferiore alla spesa interna, si importa la differenza e le

esportazioni nette sono negative. Nell’economia aperta i mercati finanziari ed i mercati di beni e servizi sono strettamente legati fra loro. Per capire come, riscriviamo l’identità contabile del reddito nazionale in termini di risparmio e investimento: Sottraendo C e G da entrambi i membri, otteniamo: Y-C-G corrisponde al risparmio (S), quindi: Sottraendo I ad entrambi i membri possiamo scrivere l’identità dei reddito nazionale come: Le esportazioni nette (Nx) sono anche dette saldo commerciale e la differenza tra risparmio ed investimenti è chiamata deflusso netto di capitali o investimento estero netto , ed è pari alla differenza tra l’ammontare di risparmio che i cittadini di un paese impegnano all’estero e l’ammontare che prendono a prestito dagli investitori stranieri. Se il deflusso netto di capitali di un paese è positivo, il risparmio è maggiore degli investimenti e l’ammontare in eccesso viene impegnato per finanziare soggetti economici esteri. Se invece è negativo, l’economia sperimenta un afflusso netto di capitali indebitandosi all’estero. Quindi il deflusso netto di capitali descrive il flusso internazionale di fondi che finanzia l’accumulazione di capitale. L’identità contabile del reddito nazionale afferma che il deflusso netto di capitali è uguale al saldo commerciale: investimento estero netto<- -> saldo commerciale Se S - I e Nx sono positivi, il paese è in avanzo commerciale ed è creditore verso i mercati finanziari internazionali con esportazioni maggiori delle importazioni. Se S - I e Nx sono negativi, il paese è in disavanzo commerciale ed è debitore verso i mercati internazionali con esportazioni minori delle importazioni. Se S – I e Nx sono uguali a zero, il paese ha saldo commerciale nullo con esportazioni uguali alle importazioni. 6.2 il risparmio e l’investimento in una piccola economia aperta Premettiamo che l’economia abbia un disavanzo commerciale e prende risorse finanziarie a prestito da altri paesi o che abbia un avanzo commerciale ed offra risorse finanziarie in prestito ad altri paesi. Se, in questo caso, il tasso di interesse reale non si aggiusta in modo da tenere in equilibrio il risparmio e l’investimento, da cosa viene determinato? Ipotizziamo di trovarci in una piccola economia aperta con perfetta mobilità di capitali, cioè i residenti di questi paesi hanno libero accesso ai mercati finanziari internazionali: per “piccola” si intende un’economia che rappresenta solo una modesta porzione dei mercati mondiali ma che da sola non ha effetti sul tasso di interesse mondiale. Grazie all’ipotesi della perfetta mobilità di capitali, il tasso di interesse reale prevalente nella piccola economia aperta (r), deve essere uguale al tasso di interesse mondiale (r), cioè quello prevalente nei mercati internazionali: I residenti non si indebitano mai di un tasso di interesse superiore a r e non impegnano mai i propri fondi ad un tasso di interesse inferiore a r*. La nostra piccola economia aperta prende il tasso di interesse reale come una variabile esogena

Da una condizione di saldo commerciale nullo, un provvedimento di politica economia che riduca il risparmio nazionale quindi genera un disavanzo commerciale. Consideriamo ora gli effetti della piccola economia aperta quando gli altri paesi aumentano la propria spesa pubblica, considerando che se questi paesi hanno modeste dimensioni, il cambiamento di politica fiscale ha effetto anche sugli altri paesi. Se invece questi paesi rappresentano una grande parte dell’economia mondiale, questo aumento della spesa pubblica riduce il risparmio mondiale provocando un aumento del tasso di interesse mondiale che accresce il costo di indebitamento e riduce gli investimenti. Dato che il cambiamento non avviene all’interno del paese, le curve S e I non si spostano quindi l’unico cambiamento è di r* che si sposta: Da una condizione di saldo commerciale nullo, un aumento del tasso di interesse mondiale provocato da una politica fiscale espansiva estera provoca un avanzo commerciale in una piccola economia aperta. Consideriamo ora gli effetti della piccola economia aperta se per ogni livello del tasso di interesse mondiale, la domanda di investimento aumenta. Questo si può verificare se il governo decide di stimolare gli investimenti concedendo sgravi fiscali. Per ogni dato livello del tasso di interesse mondiale, l’investimento è più elevato ma dato che S non cambia, il maggiore investimento deve essere finanziato tramite l’indebitamento estero: Da una condizione di saldo commerciale nullo, uno spostamento verso destra della curva di investimento provoca un disavanzo commerciale :

6.3 i tassi di cambio Il tasso di cambio tra due paesi è il prezzo al quale i residenti dei due paesi effettuano scambi commerciali. Esistono due tipi di tassi di cambio: A) il tasso di cambio nominale è il prezzo relativo delle valute dei due paesi. Per esempio se il tasso di cambio tra euro e yen è di 1€= 140 yen, nel mercato è possibile scambiare 1€ per 140 yen. I tassi nominali sono riportati ogni giorno nelle pagine economiche dei maggiori quotidiani. Quando il tasso di cambio nominale aumenta in favore dell’euro si chiama apprezzamento dell’euro, se diminuisce deprezzamento dell’euro. B) il tasso di cambio reale è il prezzo relativo dei beni dei due paesi e misura il rapporto al quale possiamo scambiare i beni prodotti in un paese con quelli prodotti nell’altro, ed è spesso chiamato ragione di scambio. Supponiamo che un’automobile francese costi 10.000€ e che una di pari categoria giapponese costi 2,8 milioni di yen. Per metterli a confronto dobbiamo convertirli in una valuta comune. Se 1€=140 yen, l’auto francese costa 1,4 milioni di yen. Quindi la francese costa la metà della giapponese: In termini generali: Questo calcolo può anche essere applica ad un paniere di beni. Supponiamo di calcolare il tasso di cambio reale tra Francia e Giappone: Se il tasso di cambio reale è elevato, i beni esteri sono più convenienti rispetto ai beni nazionali. Se invece il tasso di cambio reale è basso, i beni nazionali sono più convenienti di quelli esteri. La relazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale è: Questa stabilisce che le esportazioni nette sono una funzione del tasso di cambio reale. Ora si possono combinare la relazione tra esportazioni nette e tasso di cambio reale con il modello del saldo commerciale, sintetizzando:

  • il tasso di cambio reale è correlato con le esportazioni nette.
  • il saldo commerciale, cioè le esportazioni nette, deve essere uguale al deflusso netto di capitali che è a sua volta uguale alla differenza tra risparmio nazionale ed investimento interno.