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Riassunto Marco Tullio Cicerone, Sintesi del corso di Letteratura latina

Riassunto esaustivo di Cicerone, orazioni, opere filosofiche ecc..

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 05/07/2019

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Marco Tullio Cicerone
Le orazioni
Cicerone è in maniera quasi indiscutibile il più conosciuto personaggio del mondo antico sia grazie alle sue opere e alla cura che egli
gli dedicò e sia grazie all’epistolario che collega l’esperienza politica a quella personale. Cicerone è innanzitutto testimone e
protagonista della crisi sociale che investe Roma nel passaggio dal II sec a.C. al I sec a.C. Tutta la sua esperienza, politica e letteraria,
ha l’obiettivo di dar vita a un piano per porre rimedio a questa crisi, mantenendo sempre vivo il desiderio di conferire maggiori poteri
a un unico blocco sociale,quello dei ceti possidenti. Ciò che propose fu una sintesi equilibrata tra la cultura romana arcaica, ben salda
ai valori del mos maiorum, e dell’ormai diffuso pensiero greco, più aperto ai piaceri e in linea con le trasformazioni sociali (in
sostanza scala di valori dominata dal mos maiorum, ma priva di rigore eccessivo). È bene ricordare che Cicerone stesso coniò il
termine optimates con il quale si riferiva al ceto dei cittadini socialmente più forti (cavalieri e senatori). L’attività
oratoria di Cicerone è indissolubilmente legata alla sua carriera politica e all’ultimo cinquantennio della Repubblica (era un homo
novus, come Catone). Una delle prime orazioni che pronunciò fu la Pro Roscio Amerino il cui stile non era ancora maturo, anzi era
molto legato a tendenze asiane. Cicerone si allontanò da Roma per compiere un viaggio in Grecia e in Asia, sia per allontanarsi da
Silla (il Roscio Amerino che aveva difeso era avversario di un favorito di Silla), sia per compiere e approfondire i suoi studi retorici.
Al ritorno dal viaggio inizia la vera e propria carriera politica di Cicerone che ottiene il consolato nel 63 a.C. La prima carica politica
che rivestì fu quella di governatore della Sicilia nel 75 a.C. Fu giudicato dagli stessi abitanti un ottimo governatore tanto che,
fidandosi di lui, gli proposero di sostenere un’accusa contro Verre, governatore a lui precedente. Le
orazioni Verrinae furono uno dei primi grandi successi di Cicerone. Le Verrinae comprendono sette orazioni, delle quali solo due
furono pronunciate in tribunale (ORAZIONI GIUDIZIARIE). Il processo De repetudis (per concussione) si concluse pronunciando
solo l’actio prima con cui Cicerone dimostrò le colpe di Verre che dopo poco partì in esilio. L’actio secunda non fu mai pronunciata:
all’interno Cicerone descrive nel dettaglio i misfatti di Verre e offre un’ottima testimonianza storica, poiché permette di capire quali
fossero i metodi di gestione e governo delle province, le quali venivano sfruttate in maniera esaustiva. Lo stile delle verrinae è già
pienamente maturo, privo di ridondanze e di esuberanza retorica ma nemmeno scarno e secco. Una delle qualità maggiori da
riconoscere a Cicerone è la sua maestria nell’arte del ritratto, come succede anche per Catilina.
Nell’anno del consolato tenne in senato quattro orazioni, le Catilinarie, (ORAZIONI
DELIBERATIVE), con le quali svelò le azioni sovversive di Catilina, poi giudicato nemico della patria. Nella prima catilinaria,
Cicerone attacca Catilina di fronte al senato riunito e i toni sono veementi e minacciosi, ricchi di pathos. Si personificò nella Patria
che si rivolge direttamente a Catilina (tecnica della prosopopea). La seconda catilinaria contiene il ritratto di Catilina, uomo corrotto
dal lusso e dai vizi. Con le Catilinarie Cicerone condannò a morte senza il parere del popolo gli altri complici di Catilina (il quale
sarebbe morto di li a poco in battaglia); ciò gli costó l’esilio a causa di una legge promulgata da Clodio. Quando Cicerone tornò
dall’esilio trovò Roma in preda alla confusione, dovuta ai continui scontri tra Clodio e Milone. Tra le orazioni anticlodiane spicca la
Pro Caelio. Quest’ultima in difesa di Marco Celio Rufo, accusato per un tentativo di avvelenamento ai danni di Clodia (sorella di
Clodio e la Lesbia di Catullo). Cicerone attaccò veementemente Clodia, dipinta come volgare meretrice e accusata anche di rapporti
incestuosi con il fratello. È una delle orazioni più riuscite di Cicerone, il quale riesce anche a giustificare i comportamenti meno
rigorosi della gioventù romana inserita in un contesto storico in trasformazione meno legato alla rigida moralità dei tempi precedenti.
Mostra il divario tra il moralismo arcaizzante e le nuove possibilità offerte dalla società contemporanea, i giovani sapranno ritornare
sulla retta via quando impareranno, come dovrebbe fare qualsiasi uomo, a governare con la ragione i propri impulsi. Al termine degli
scontri tra Clodio e Milone, il nemico di Cicerone rimase ucciso e l’oratore prese le difese di Milone. La Pro Milone è anche una
delle orazioni più belle di Cicerone, ma egli non riuscì a pronunciarla e l’amico fu condannato all’esilio. L’orazione nella forma in
cui la leggiamo è frutto di modifiche successive. Nel 49 a.C. scoppia la guerra civile tra Cesare e Pompeo,
rispettivamente sostenitori dei populares e degli optimates. Cicerone, senza indugi, prese le parti di Pompeo. La guerra tuttavia si
concluse con la morte di quest’ultimo, Cicerone fu perdonato da Cesare che si dedicò meno alla vita politica e maggiormente
all’otium letterario. In questo periodo abbondano le orazioni “cesariane” (Pro Marcello, pro Ligario) le quali sono improntate alla
difesa di cause poco rilevanti e all’interno delle quali sono tessuti gli elogi di Cesare, ormai dittatore. Dopo l’uccisione di
Cesare, Cicerone torna partecipe nella vita politica anche se per poco. Sostiene Ottaviano nella speranza di una rifondazione del
governo più vicina agli ideali repubblicani. Antonio, il quale mirava alla conquista del potere, fu accusato fortemente da Cicerone
nelle orazioni dette Filippiche1. Nel 44 a.C. pronunciandole Cicerone dichiarò Antonio nemico della patria. La prima delle due
orazioni fu pronunciata mentre la seconda no, proprio in quest’ultima presenta Antonio come un tiranno anche con forte valenza
satirica (un ubriacone che vomita per il tribunale). Tale manovra politica portò Cicerone al fallimento; i due si riunirono con Levio
nel secondo triumvirato e Antonio, facendo leva sugli accordi che univano i triumviri, scrisse il nome di Cicerone nelle liste di
proscrizione e fu assassinato il 7 dicembre del 43 a.C.
Le opere retoriche
1 Forse erano diciotto, ne restano quattordici. Il titolo è di controversa paternità ciceroniana,
egli le chiama così nel suo epistolario forse riferendosi alle Filippiche pronunciate da
Demostene (suo maggiore modello) contro Filippo II il Macedone.
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Marco Tullio Cicerone Le orazioni Cicerone è in maniera quasi indiscutibile il più conosciuto personaggio del mondo antico sia grazie alle sue opere e alla cura che egli gli dedicò e sia grazie all’epistolario che collega l’esperienza politica a quella personale. Cicerone è innanzitutto testimone e protagonista della crisi sociale che investe Roma nel passaggio dal II sec a.C. al I sec a.C. Tutta la sua esperienza, politica e letteraria, ha l’obiettivo di dar vita a un piano per porre rimedio a questa crisi, mantenendo sempre vivo il desiderio di conferire maggiori poteri a un unico blocco sociale,quello dei ceti possidenti. Ciò che propose fu una sintesi equilibrata tra la cultura romana arcaica, ben salda ai valori del mos maiorum, e dell’ormai diffuso pensiero greco, più aperto ai piaceri e in linea con le trasformazioni sociali (in sostanza scala di valori dominata dal mos maiorum, ma priva di rigore eccessivo). È bene ricordare che Cicerone stesso coniò il termine optimates con il quale si riferiva al ceto dei cittadini socialmente più forti (cavalieri e senatori). L’attività oratoria di Cicerone è indissolubilmente legata alla sua carriera politica e all’ultimo cinquantennio della Repubblica (era un homo novus, come Catone). Una delle prime orazioni che pronunciò fu la Pro Roscio Amerino il cui stile non era ancora maturo, anzi era molto legato a tendenze asiane. Cicerone si allontanò da Roma per compiere un viaggio in Grecia e in Asia, sia per allontanarsi da Silla (il Roscio Amerino che aveva difeso era avversario di un favorito di Silla), sia per compiere e approfondire i suoi studi retorici. Al ritorno dal viaggio inizia la vera e propria carriera politica di Cicerone che ottiene il consolato nel 63 a.C. La prima carica politica che rivestì fu quella di governatore della Sicilia nel 75 a.C. Fu giudicato dagli stessi abitanti un ottimo governatore tanto che, fidandosi di lui, gli proposero di sostenere un’accusa contro Verre, governatore a lui precedente. Le orazioni Verrinae furono uno dei primi grandi successi di Cicerone. Le Verrinae comprendono sette orazioni, delle quali solo due furono pronunciate in tribunale (ORAZIONI GIUDIZIARIE). Il processo De repetudis (per concussione) si concluse pronunciando solo l’actio prima con cui Cicerone dimostrò le colpe di Verre che dopo poco partì in esilio. L’actio secunda non fu mai pronunciata: all’interno Cicerone descrive nel dettaglio i misfatti di Verre e offre un’ottima testimonianza storica, poiché permette di capire quali fossero i metodi di gestione e governo delle province, le quali venivano sfruttate in maniera esaustiva. Lo stile delle verrinae è già pienamente maturo, privo di ridondanze e di esuberanza retorica ma nemmeno scarno e secco. Una delle qualità maggiori da riconoscere a Cicerone è la sua maestria nell’arte del ritratto, come succede anche per Catilina. Nell’anno del consolato tenne in senato quattro orazioni, le Catilinarie, (ORAZIONI DELIBERATIVE), con le quali svelò le azioni sovversive di Catilina, poi giudicato nemico della patria. Nella prima catilinaria, Cicerone attacca Catilina di fronte al senato riunito e i toni sono veementi e minacciosi, ricchi di pathos. Si personificò nella Patria che si rivolge direttamente a Catilina (tecnica della prosopopea). La seconda catilinaria contiene il ritratto di Catilina, uomo corrotto dal lusso e dai vizi. Con le Catilinarie Cicerone condannò a morte senza il parere del popolo gli altri complici di Catilina (il quale sarebbe morto di li a poco in battaglia); ciò gli costó l’esilio a causa di una legge promulgata da Clodio. Quando Cicerone tornò dall’esilio trovò Roma in preda alla confusione, dovuta ai continui scontri tra Clodio e Milone. Tra le orazioni anticlodiane spicca la Pro Caelio. Quest’ultima in difesa di Marco Celio Rufo, accusato per un tentativo di avvelenamento ai danni di Clodia (sorella di Clodio e la Lesbia di Catullo). Cicerone attaccò veementemente Clodia, dipinta come volgare meretrice e accusata anche di rapporti incestuosi con il fratello. È una delle orazioni più riuscite di Cicerone, il quale riesce anche a giustificare i comportamenti meno rigorosi della gioventù romana inserita in un contesto storico in trasformazione meno legato alla rigida moralità dei tempi precedenti. Mostra il divario tra il moralismo arcaizzante e le nuove possibilità offerte dalla società contemporanea, i giovani sapranno ritornare sulla retta via quando impareranno, come dovrebbe fare qualsiasi uomo, a governare con la ragione i propri impulsi. Al termine degli scontri tra Clodio e Milone, il nemico di Cicerone rimase ucciso e l’oratore prese le difese di Milone. La Pro Milone è anche una delle orazioni più belle di Cicerone, ma egli non riuscì a pronunciarla e l’amico fu condannato all’esilio. L’orazione nella forma in cui la leggiamo è frutto di modifiche successive. Nel 49 a.C. scoppia la guerra civile tra Cesare e Pompeo, rispettivamente sostenitori dei populares e degli optimates. Cicerone, senza indugi, prese le parti di Pompeo. La guerra tuttavia si concluse con la morte di quest’ultimo, Cicerone fu perdonato da Cesare che si dedicò meno alla vita politica e maggiormente all’otium letterario. In questo periodo abbondano le orazioni “cesariane” (Pro Marcello, pro Ligario) le quali sono improntate alla difesa di cause poco rilevanti e all’interno delle quali sono tessuti gli elogi di Cesare, ormai dittatore. Dopo l’uccisione di Cesare, Cicerone torna partecipe nella vita politica anche se per poco. Sostiene Ottaviano nella speranza di una rifondazione del governo più vicina agli ideali repubblicani. Antonio, il quale mirava alla conquista del potere, fu accusato fortemente da Cicerone nelle orazioni dette Filippiche^1. Nel 44 a.C. pronunciandole Cicerone dichiarò Antonio nemico della patria. La prima delle due orazioni fu pronunciata mentre la seconda no, proprio in quest’ultima presenta Antonio come un tiranno anche con forte valenza satirica (un ubriacone che vomita per il tribunale). Tale manovra politica portò Cicerone al fallimento; i due si riunirono con Levio nel secondo triumvirato e Antonio, facendo leva sugli accordi che univano i triumviri, scrisse il nome di Cicerone nelle liste di proscrizione e fu assassinato il 7 dicembre del 43 a.C. Le opere retoriche

1 Forse erano diciotto, ne restano quattordici. Il titolo è di controversa paternità ciceroniana,

egli le chiama così nel suo epistolario forse riferendosi alle Filippiche pronunciate da

Demostene (suo maggiore modello) contro Filippo II il Macedone.

Cicerone scrisse la sua prima opera retorica da adolescente e la intitolò, senza completarla, De invenzione. Già in quest’opera affronta uno dei grandi problemi per gli oratori e cioè se bastasse accontentarsi della conoscenza di un certo numero di regole retoriche o se fosse necessaria una più ampia conoscenza. La questione viene approfondita successivamente e in particolare dopo il rientro dall’esilio (mandato in esilio nel 58 a.C. con l’accusa di aver condannato a morte senza processo i complici di Catilina). Dal 55 a.C. inizia a scrivere altre opere retoriche. Tutte hanno in comune, insieme alle opere filosofiche, la ricerca di una risposta politica e culturale alla crisi. La retorica, scienza e tecnica della persuasione, è il soggetto principale di numerose opere ciceroniane. Le principali sono tre: De oratore, Brutus, Orator.

  1. De oratore (tema principale è l’opposizione tra sapientia etico-politica e cruda tecnica) si tratta di un dialogo in tre libri basato sul modello dei dialoghi platonici; i protagonisti sono principalmente Crasso e Marco Antonio (non del triumviro, ma l’avo). È un’opera all’interno della quale l’autore affida a due interlocutori il compito di trattare l’argomento all’interno di un contesto storico ben definito e verosimile. In questo caso siamo intorno all’anno 91 a.C, pochi anni prima della guerra sociale e dei conflitti tra Mario e Silla. La scelta di una forma dialogica permette di evitare un’esposizione continua, di tipo trattatistico, e di dar vita a un dibattito animato in cui si affrontano tematiche diverse. Il luogo in cui si svolge il dialogo è la villa di Crasso. Nel I libro viene esposta la tesi nessuno sarà mai un oratore perfetto se non acquisisce una conoscenza di tutti gli argomenti più importanti di tutte le discipline. Si apre quindi una polemica contro una concezione tecnicista dei retori greci che pretendono di formare il perfetto oratore attraverso l’insegnamento di una lunga serie di precetti, regole ed esercizi. Si evince anche l’importanza per un oratore di essere impegnato nella vita politica, di dedicarsi ai cosiddetti negotia^2. Tuttavia, se non servono solo esercizi e precetti vari, è impensabile essere un buon oratore soltanto grazie a buone doti naturali e a una lunga esperienza. A Roma i più grandi politici sono stati anche oratori ed in questo si notano alcune differenze con la storiografia, la quale non prevede necessariamente, per lo storiografo, di dedicarsi in prima linea alle faccende politiche. Ciò non è sufficiente, l’uomo politico che vuol essere un ottimo retore deve anche essere fornito di una ricca cultura per far sì che parli con competenza ed efficacia su qualsiasi argomento, sapendo sostenere i pro e i contro e riuscendo a trascinare il proprio uditorio. L’oratoria per Cicerone è la disciplina che rivendica l’universalità del sapere. Nel II libro vengono messe in evidenza le varie parti della retorica: l’inventio e cioè la ricerca degli argomenti da sviluppare, la dispositio e quindi l’ordine da seguire per l’esposizione dei vari argomenti e infine vengono spiegate alcune tecniche di memorizzazione. L’inventio è anche dotata di un breve excursus sugli effetti psicologici prodotti dal comico per suscitare e conquistare il favore del pubblico (corrisponde, in maniera esemplificata, a quanto accade durante l’ultima fase delle orazioni e in particolare nelle perorazioni l’oratore deve commuovere fornendosi dei mezzi emozionali a sua disposizione). Nel III libro si trovano semplicemente precetti relativi allo stile, l’elocutio, e dei consigli riguardo l’uso delle figure retoriche delle quali l’autore ci fornisce una chiara esposizione.
  2. Il Brutus anche quest’opera in forma dialogica vede come protagonisti cicerone e Bruto (cesaricida a cui è dedicata l’opera). L’opera è stata scritta durante la dittatura di Cesare, periodo in cui Cicerone si allontana leggermente dalla vita politica. Cicerone descrive una lunga storia dell’oratoria romana dalle origini fino ai tempi contemporanei, illustra e presenta le caratteristiche di circa duecento oratori. Nell’ultima parte l’autore rievoca gli inizi della sua carriera e prende se stesso come punto d’arrivo di un lungo processo di affinamento delle tecniche oratorie. Ciò gli permette di aprire una polemica contro lo stile attico che si stava affermando ai tempi della scrittura dell’opera. Gli oratori attici, a causa del loro stile scarno, poco magniloquente e privo di cura formale, sono i principali bersagli polemici sia nel Brutus che nell’Orator.
  3. L’Orator a differenza delle altre due opere retoriche questa è una trattazione continua fatta in prima persona dall’autore; affronta argomenti come le differenze stilistiche tra poeti, filosofi, storici. Affronta anche questioni come il ritmo nella prosa, ritenuto fondamentale da Cicerone, basato sulla giusta alternanza di sillabe brevi/lunghe. Disegna all’interno di quest’opera i caratteri fondamentali dell’oratore ideale, mette in evidenza tre obiettivi cui deve tendere la sua arte: probare (confermare le proprie tesi con argomenti validi), delectare (produrre una piacevole impressione estetica), flectere (muovere le emozioni attraverso i phatos e le tecniche emozionali). Ai tre fini corrispondono tre registri stilistici da alternare: sublime, medio, basso. Dalle tre opere retoriche si evince come per Cicerone fosse fondamentale per l’oratore la capacità di alternanza stilistica. L’oratore deve porsi fuori dagli schemi predefiniti, sarebbe negativo fossilizzarsi praticando una sola delle due correnti principali dell’eloquenza romana: asianesimo e atticismo. L’eloquenza asiana, nata in Asia minore, ricercava soprattutto il pathos e la musicalità con uno stile fiorito e ridondante. Per Cicerone la corrente asiana era caratterizzata dalla formulazione di frasi sofisticate, ricche di metafore e giochi di parole. La corrente atticista è più tarda e sembra nascere proprio in contrasto con lo stile ciceroniano. Alla corrente asiana apparteneva Quinto Ortensio Ortalo, rivale di Cicerone anche durante il processo di Verre. L’autore veniva accusato di uno stile esageratamente asiano (ciò, ovviamente, non era vero). Gli attici, come emerge dalle opere retoriche di Cicerone, privilegiavano uno stile semplice con un periodare nitido e conciso evitando effetti patetici. Attici erano: Marco Bruto (cesaricida), Gaio Licino Calvo.

2 Per Cicerone il buon cittadino è colui che si dedica alla vita politica e anche per questo

motivo nelle opere filosofiche si pone in contrasto con la dottrina epicureista.

valore positivo. Ancora di questioni etiche tratta l’opera, sempre dialogica, intitolata Tuscolanae disputationes, nella quale sembra che Cicerone si avvicini allo stoicismo, è un grande e vasto trattato sulla felicità. Cicerone tratta i temi della morte, del dolore, della tristezza e anche della virtù dell’animo come garanzia di felicità. Per quanto riguarda la paura della morte, Cicerone sembra guardare alla morte non come un male perché: se l’anima perisce con il corpo la morte libera l’individuo da un’esistenza dolorosa, se come probabilmente accade, l’anima vivesse anche dopo la morte del corpo, vivrà un’esistenza più felice di quella terrena. Forse, in quest’opera Cicerone cerca risposte anche ai suoi dolori personali e ai suoi dubbi, questo fine autobiografismo emerge nello stile molto solenne e di alta intensità lirica. In alcuni casi, Cicerone sembra accettare la dottrina stoica a discapito di quella epicurea, ma in realtà anche in questo caso l’autore non sceglie: modifica e tempera le tesi stoiche quando appaiono troppo rigide, stabilisce tra le diverse dottrine un dialogo e con estrema tolleranza apre dibattiti e discussioni dai quali emergono i suoi pensieri. Contrariamente a quanto accade per gli stoici, Cicerone non disprezza gli istinti dell’uomo, ma pensa che vadano trasformati in virtù grazie all’intervento della ragione. L’istinto, mettendosi al servizio della ragione, può mettersi al servizio della ragione e dello stato facendo in modo che personalità diverse contribuiscano a rendere la patria gloriosa e grande. L’eclettismo di Cicerone è indiscutibile tranne nel caso dell’epicureismo, egli mostra nei confronti di tale dottrina una chiusura radicale. Tra le opere filosofiche se ne trova anche una non in forma dialogica il De officiis. Il trattato è dedicato al figlio Marco e fu scritto quasi contemporaneamente alle Filippiche. Ciò che Cicerone cerca nella filosofia è una linea morale da applicare nella vita quotidiana e che permetta all’aristocrazia il giusto controllo sulla società. Nuovamente, emerge il rifiuto dell’edonismo epicureo e del disimpegno sociale. Si rivolge ai giovani rendendo chiara, in questo caso, la sua funzione pedagogica. Si trattano temi come l’honestum, l’utile e il conflitto tra essi. Altre due brevi opere filosofiche sono: Cato maior de senectute e Laelius de amicitia. Cicerone dimostra nelle sue opere filosofiche l’improponibilità del modello aristocratico arcaico, che vedeva nella politica e nel servizio verso lo stato l’unica attività veramente degna di un Romano. Le nuove esigenze della società hanno conferito una dignità prima impensabile a varie figure sociali; il mutato assetto sociale e culturale fa spazio a vari modelli di vita. Le opere filosofiche inoltre consentono di ricostruire il pensiero di numerosi filosofi greci di cui si sono persi i testi originali. L’autore segue il metodo “dossografico” procede cioè alla discussione dei problemi mediante una rassegna delle diverse opinioni. Tale procedimento si spiega con l’ambizione di operare una sintesi critica delle varie correnti, accogliendo le idee che di volta in volta gli appaiono valide e convincenti senza mai aderire a un’unica dottrina e assumendo nei confronti di tutte un atteggiamento aperto (come già detto ciò non succede per l’epicureismo). La sintesi raggiunta da Cicerone si può spiegare attraverso l’ideale dell’humanitas, cioè la concezione dell’uomo come essere superiore agli altri animali grazie al dono della ragione alla quale sottomette gli istinti naturali, le passioni. Sempre l’humanitas si esprime attraverso lo studio e la conoscenza sempre più approfondita di se stessi e del mondo in modo da essere tollerante con gli altri uomini grazie all’autocontrollo e all’equilibrio. Infine, è importante la dedizione e il rendersi utili alla società. Cicerone prosatore: lingua e stile. Accingendosi a scrivere il proprio poema, già Lucrezio aveva incontrato dei limiti nella lingua latina e in particolare nell’assenza di termini filosofici. Problemi analoghi affronta Cicerone, il quale elabora una terminologia adeguata. Sia Lucrezio che Cicerone aspirano a una lingua pura, che non sia contaminata dai grecismi, di conseguenza il loro stile è permeato da una sperimentazione lessicale, in particolare nella traduzione di termini greci. Vengono coniate molte parole nuove soprattutto nella creazione di un lessico astratto: qualitas, quantitas, essentia. L’attenta scelta delle parole coincide con la volontà di costruire un periodo altrettanto chiaro. Cicerone crea un periodo complesso, armonioso e coerente grazie a una rigorosa architettura logica dovuta a una perfetta collocazione delle subordinate e dei vari nessi logici. (sostituisce la paratassi all’ipotassi). Uno degli aspetti caratterizzanti della prosa ciceroniana è la varietà dei toni e dei registri stilistici che entrano in gioco, le tre gradazioni di stile (semplice, medio e sublime) vengono applicate a seconda delle esigenze discorsive corrispondenti: probare, delectare, movere. Il luogo testuale che necessita di maggiori attenzioni è senza dubbio la clausola in cui l’orecchio dell’uditorio deve sentirsi impressionato; qui Cicerone presta moltissima attenzione al numerus e cioè al sistema ritmico e di regole metriche adatte alla prosa: a ogni livello di stile e a ogni registro corrisponde una precisa collocazione delle parole.