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Riassunto schematico del volume di Quaini
Tipologia: Sintesi del corso
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La ricerca di Gambi è stata un’incessante messa in discussione dei modi storicamente determinati in cui una società locale si rapporta al suo ambiente e ai suoi paesaggi, al suo territorio e alla sua storia: «poiché niente di quello che la storia sedimenta va perduto» Gambi grande innovatore nella lettura del paesaggio. Il «paesaggio» non è qualcosa che riassume come in una sintesi la realtà di ogni ambiente rurale, ma è una proiezione orizzontale, e che riguarda solo le percezioni dei sensi, dei più diversi eventi e fenomeni, esperienze e miti di cui s’alimenta la storia agricola. Il geografo deve sfruttare la metodologia e gli strumenti del lavoro sul terreno e l’approccio fotografico e topografico al «paesaggio umano». Patrimonio come somma storica di un passato ineliminabile. Moderna proposta di una geografia vista come scienza della dinamica degli spazi umanizzati. Andrea Emiliani dice: “stiamo lavorando sul territorio italiano, vale a dire sul territorio più complessamente stratificato esistente nel mondo, ove la sedimentazione storica e culturale, in mille forme, ha raggiunto vertici di sovrapposizione impensabili in ogni altra nazione. In Italia […] ogni chilometro quadrato comprende invariabilmente quantità storiche inimmaginabili. Non può dunque che darsi per scontato che, su questo territorio, così capillarmente intessuto di passato, di opere umane, di lavoro e di testimonianze di lavoro, ogni progettazione pianificata ha il dovere di passare attraverso il vaglio più rigoroso della ricerca storica”. Lucio Gambi: storico tra i geografi e geografo tra gli storici Il suo non volersi definire geografo deriva da una concezione «totalizzante» della storia che lo induceva a dichiararsi «convinto che l’unica realtà umana a questo mondo è la storia (e quindi ogni cosa che diventi storia)». È piuttosto nelle iniziative condivise con i geografi che Gambi sentiva il bisogno di qualificarsi storico e addirittura di convincerli che “coloro che si dichiarano geografi in realtà si dedicano a problemi storici”. Nella dura polemica con Dino Gribaudi che lo accusava di voler «demolire» o annullare la geografia, precisava che la sua concezione della storia e il porre «a base di ricerca, in geografia umana, i criteri di valore storicamente mutevoli» non era un esito dello storicismo neoidealista, ma semmai del positivismo storico-sociale di Cattaneo e soprattutto della concezione di Lucien Febvre. Si veda per esempio quanto Febvre scriveva nel 1941-42, in un testo di scarsa circolazione allora, ma che Gambi poteva leggere nei “Combats pour l’histoire” (1953): “Esiste solo la storia, nella sua unità. La storia che è per intero sociale, per definizione. La storia che io penso che sia lo studio, scientificamente condotto, delle diverse attività e delle diverse creazioni degli uomini di altri tempi, colti nel loro tempo, entro l’ambito delle società estremamente varie e tuttavia comparabili tra loro, con cui hanno ricoperto la superficie della terra e la successione dei tempi ” Per Gambi come per Febvre l’oggetto della ricerca sono i «fatti umani» e, come diceva il secondo, «elaborare un fatto significa costruirlo»
Lo studio della storia permette di individuare le vocazioni ambientali. Nel 1956 Gambi pensa a una divisione della geografia umana in due problematiche che hanno un medesimo oggetto (l’uomo) ma diverso «piano di visuale»: un piano naturalistico che si traduce in una «problematica ecologica» ed è in comune con la geografia fisica (quanto al metodo) e uno umanistico che dà accesso a una problematica essenzialmente storica. In questa fase la concezione gambiana appare piuttosto rigida: la distinzione fra geografia umana e storia – problema di cui allora si discuteva anche in Francia – viene a essere determinata dalla visuale o mentalità dello studioso più che dall’oggetto o dai problemi che la realtà pone. Braudel scrive: «la scena dell’ uomo nei suoi rapporti con l’ambiente , una storia di lento svolgimento e di lente mutazioni, fatta molte volte di ritorni periodali, regolari o no: è quella che ho chiamato geografia umana secondo una problematica storica ”. Volume di Gambi dedicato alla Calabria nella collezione UTET impostata e diretta da Roberto Almagià e pubblicato nel 1965. Rimane la migliore delle monografie regionali che la geografia italiana abbia saputo produrre in quello che è il suo più classico e famoso genere letterario e ancora oggi presenta suggestioni e stimoli di grande interesse e modernità. La geografia umana si nutre di “conversari”. Braudel proponeva un programma empirico di unificazione delle scienze. Storia passato diacronia, geografia presente sincronia. Lo studio della scienza unitaria dell’uomo e della società (la geografia) ha bisogno di esser sostenuto dalla convergenza delle analisi delle molteplici prospettive che la compongono. Scienza umana storica e sociale. Collana «Geografia Umana» promossa da Gambi e inaugurata presso l’editore Angeli nel 1972 con un agile manuale di Pierre George. Tra questione iconografica e questione dei valori: la formazione di un apparato concettuale leggero ma di grande efficacia I temi che più avevano attratto Lucio Gambi erano stati lo studio del paesaggio nelle sue più varie ed ampie declinazioni e la questione della pianificazione territoriale in rapporto alla dinamica del mosaico politico- amministrativo, l’ossatura di base per la costruzione del territorio dello stato. Pianificare il territorio significa riconoscere e delimitare valori paesistici e ambiti di civiltà o di cittadinanza all’interno delle strutture dello stato nelle quali siamo chiamati a vivere, a operare e, non per ultimo, a trasformare e riprogettare. Collaborazione alla Storia d’Italia in conclusione Gambi aggiunge una raccolta di materiali visivi attinenti alla storia d’Italia, con l’intento di restituire a tali materiali a una profonda memoria e coscienza storica. Per Gambi ci sono dei limiti alla percezione visiva, bisogna andare più a fondo. Il fine del geografo, secondo Gambi, non può essere quello di descrivere nelle configurazioni visibili e di superficie – e quindi iconografare in carte – i più vari fenomeni che si svolgono sopra la Terra. La « questione iconografica » esprime il problema di non restare prigionieri del campo delle configurazioni visibili e di superficie espresse sia nel paesaggio visivo e nelle sue immagini più o meno scientifiche, sia nelle carte geo topografiche, e dunque la questione dei limiti scientifici del visibile e delle conseguenti tecnologie della visualizzazione.
Come si vede, non c’è nessuna limitazione oggettiva o condizionamento attribuibile alla fonte iconografica che impedisca di leggere in profondità il paesaggio visibile. La differenza rispetto ad analoghe letture allora compiute dai geografi sta nello sguardo, nell’approccio di chi guarda. Volontà di leggere storicamente l’immagine, di vincere la staticità delle componenti paesaggistiche che le fotografie raffigurano. Gambi realizz a quello sguardo filologicamente corretto e di piena contestualizzazione che anche gli storici dell’arte venivano allora richiedendo con forza. La voce Paesaggio dell’Enciclopedia Einaudi – questa grande opera che Gambi peraltro non apprezzava – di Blanc Pomard e Jean-Pierre Raison, due geografi dell’Università di Toulouse, fa emergere una concezione del paesaggio che risente di un’evoluzione del concetto che per certi versi è prossima a quella di Gambi, per il fatto che, influenzata soprattutto dal pensiero di Georges Bertrand, salda in maniera convincente i due versanti del paesaggio: quello soggettivo e simbolico e quello oggettivo, materiale e strutturale e per questo fa del paesaggio un imprescindibile nodo nella rete cognitiva delle scienze umane e naturali. Dopo Gambi ... e Calvino Calvino legge Storia del paesaggio agrario di Sereni, il primo volume della Storia d’Italia e il sesto, l’Atlante (dedicato all’immagine visiva dell’Italia. Calvino dice che si tratta più che di trasformazione di luoghi visibili di trasformazione di idee visuali che ci si fa dei luoghi. Idea di letteratura di Calvino come scrittura del mondo o mappa del mondo e dello scibile. «il mondo è disegnato da ogni attività umana, ogni fare dell’uomo è disegnarne la superficie, la forma visibile». La superficie del mondo è per Calvino inesauribile e infatti subito dopo afferma che non solo l’uomo tende a creare forme e figure ma «ogni animale e pianta e cosa inanimata, e così il mondo intero e l’universo», per cui si potrebbe dire che «l ’uomo è uno strumento di cui il mondo si serve per rinnovare la propria immagine di continuo ». La geografia ritrova in Calvino la sua verità etimologica di scrittura della terra, di trascrizione delle forme e delle tracce del tempo e della storia naturale rivelate sulla superficie dalle stesse forme paesistiche dei manufatti umani. Palomar- Calvino oscilla tra
segreto, della ricerca sulle forme: non possono sostituire l’arte e la scienza di cui ci parla la tradizione culturale da Michelangelo a Leopardi, da Galileo a Cattaneo, da Sereni a Gambi. Per Raimondi «il paesaggio costituisce lo spazio più appropriato per il futuro delle strategie di conservazione e valorizzazione dei beni culturali, una realtà complessa, ma visibile, a cui si deve rapportare tutto ciò che nasce dall’homo faber». Per Gambi il paesaggio va inteso come storia, come temporalità che si iscrive in una morfologia stratificata e le dà un valore umano. Insomma, per Raimondi, come era anche per Gambi, il paesaggio non è una semplice aggiunta al codice dei beni culturali, «un capitolo in più dei beni culturali, ma i l contesto necessario per intendere davvero i beni culturali nella loro concretezza e varietà ». Eleonora Alessandri