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La vita di Luigi Pirandello, dalla sua modesta origine economica, all'allagamento di una zolfara che rovesciò la sua esistenza, fino allo splendido successo internazionale come autore teatrale. Pirandello lavorò nelle miniere di zolfo, conobbe Luigi Capuana e iniziò a scrivere, ma la fortuna arrivò con la letteratura teatrale. i rapporti di Pirandello con il fascismo, la sua poetica umoristica e la sua concezione di un'opera umoristica. Vengono anche analizzate le opere più famose di Pirandello, come 'Il Fu Mattia Pascal' e 'I vecchi e i giovani'.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Luigi Pirandello nacque il 28 giugno 1867 nei pressi di Agrigento. La famiglia di Pirandello poteva dirsi economicamente agiata in quanto il padre gestiva l'estrazione dello zolfo da alcune miniere prese in affitto e lo stesso Pirandello lavorò per alcuni mesi in una di esse. L’industria, tuttavia, non andò sempre a gonfie vele, infatti, un primo dissesto finanziario costrinse i Pirandello a trasferirsi per qualche tempo a Palermo. In seguito, l'attività tornò fiorente tant'è che egli si iscrisse all'università. Nel 1889 pubblicò la prima raccolta diversi: mal giocondo eh si iscrisse all'università di Bonn In Germania dove si laureò. Tornato in Italia, diede alle stampe un secondo libro di poesie: Pasqua di Gea. A Roma, Pirandello conobbe Luigi capuana che lo esortò a cimentarsi con la narrativa e nello stesso anno egli sposò Maria Antonietta Portulano. Negli anni successivi l'autore non desistette dalla poesia pubblicando le “Elegie renane”. Nel 1898 egli decise di fondare assieme ad alcuni amici letterati, una rivista che prese il nome di “Ariel”. A sconvolgere la vita economica e domestica di Pirandello fu un evento che capitò nel 1903 ovvero l'allagamento, a causa di una frana, di una grande zolfara su cui il padre aveva investito tutto il patrimonio della famiglia e anche la dote della nuora. A pagarne il prezzo fu proprio la moglie di Pirandello che venne ricoverata in una casa di cura e Pirandello dovette provvedere al sostentamento della famiglia. Nel 1904 vennero pubblicati il Fu Mattia Pascal , il romanzo più celebre di Pirandello e una nuova raccolta di novelle chiamata Bianche e Nere. La fama mondiale di Pirandello si deve al successo clamoroso delle sue opere teatrali, infatti, il teatro finì per assorbire una parte sempre maggiore dell'attività creatrice di Pirandello. Il 1922 segno l'inaugurazione del successo internazionale del teatro pirandelliano e da allora in poi le commedie di Pirandello comparvero nei cartelloni teatrali di mezzo mondo. L'impegno di Pirandello si tradusse nella costituzione della compagnia del “Teatro d'arte”. Molto discussi sono sempre stati i rapporti tra Pirandello e il fascismo poiché Pirandello prese la tessera fascista e inoltre si espose con pubbliche dichiarazioni di consenso circa l'operato del Duce e la politica fascista. Se da un lato il suo antico patriottismo lo spingeva verso il fascismo, dall'altro la retorica della dittatura non poteva non infastidire chi non aveva fatto altro che mettere a nudo le convenzioni sociali quindi vi è il sospetto che certe uscite di Pirandello fossero strumentali.
La più compiuta esposizione della poetica pirandelliana e il saggio intitolato l'umorismo. Esso si compone di una prima parte in cui Pirandello discute la vasta ma debole e confusa bibliografia sull'argomento e di una seconda parte in cui espone la sua concezione. Pirandello si ispirò sempre a una poetica umoristica, a partire da Mal giocondo, la cui struttura rifletté quel misto di tragico e di comico che per lo scrittore costituisce l'umorismo. Il campo di applicazione dell'umorismo è l'uomo e affinché scatti la visione umoristica si
richiede che il soggetto rappresentato compia un'azione intenzionale. Dunque, un paesaggio dove non si veda la mano dell'uomo non è mai umoristico. Che cosa decide se un personaggio è umoristico o meno? Pirandello tiene a distinguere l'umorismo dal comico: mentre il fine unico di quest'ultimo è far ridere, la rappresentazione umoristica di un personaggio suscita una reazione più complessa, indecisa tra il riso e il pianto. Il riso nasce da quello che Pirandello definisce “l'avvertimento del contrario” infatti se davanti a una vecchietta inbellettata ci mettiamo a ridere è perché avvertiamo che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Finché la reazione dell'osservatore si limita a un'impressione superficiale e immediata, che genera unicamente il riso, ci muoviamo nell'ambito del comico. Il riso è l'effetto spontaneo “dell'avvertimento del contrario. Il comico invece non si chiede il perché delle cose ma si limita ad osservare la meschinità altrui e a riderne di gusto. Nel momento in cui si arriva a capire che l'anziana signora si è conciata così per trattenere a sé l'amore del marito più giovane di lei che teme di perdere, allora non si può più riderne come prima perché se ne è indovinato il dramma e si comincia a provare un po’ di pietà. Siamo saliti al “sentimento del contrario” dove in esso il riso resta ma si tinge di amarezza, è costretto a convivere con il pianto. Pirandello assegna alla riflessione una parte essenziale nella concezione di un'opera umoristica, proprio perché è appunto la riflessione a generare il “sentimento del contrario”. Pirandello ricorre a un'immagine da fucina: quella del fabbro che immerge nell'acqua il ferro incandescente. In altri termini l'umorismo comporta uno sdoppiamento nell'atto della concezione, una speciale disposizione d'animo da parte dell'autore che affianca ad esso la riflessione.
Dal 1898 al 1919, Pirandello pubblico ben 15 libri di novelle. Egli voleva arrivare fino a quota 365, in modo da offrire ai propri lettori una novella al giorno per un anno intero, da ciò il titolo: Novelle per un anno. Egli voleva dividere le 365 novelle in 24 volumi, a ritmo di 15 novelle alla volta ma non riuscì che in parte nell'intento poiché comparvero solo 15 dei 24 libri programmati. Pirandello si divertì a ristrutturare i materiali, smembrando i vecchi libri, mettendo insieme novelle di varia provenienza con altre mai raccontate. Da buon umorista, Pirandello scompone la realtà, mostrando ce l'ha nel suo disordine multiforme, infatti, a volerle leggerle di seguito le novelle risultano senza che a collegarle si possa intravedere un filo logico. Le novelle per un anno vogliono essere lo specchio disgregato del caos e in esse vi sono delle caratteristiche dominanti. Prima di tutto, l'ambientazione geografica delle novelle: da un lato vi è la Sicilia, isola arida e infuocata, coperta di lava, zolfo e polvere, colta in una dimensione arcaica e folcloristica, quasi terra del mito; dall'altra parte abbiamo una Roma senza monumenti e ritrovi mondani, una sorta di teatro grigio e asfissiante. I drammi dei personaggi ruotano intorno al tema principale pirandelliano per eccellenza, infatti, le dimensioni in cui si consuma questo calvario sono quella domestica e quella lavorativa. La famiglia appare un istituto completamente sconvolto,
viene svalutata e l'unico scopo sensato da perseguire è quello di provare una tesi, di svelare all'uomo la sua alienazione e la sua insignificanza. Tramite la voce di Mattia Pascal, Pirandello esprime la propria visione del mondo: egli adotta uno stile dialettico che spesso chiama in causa direttamente il lettore. Il protagonista del romanzo, Mattia Pascal, e un bibliotecario che conduce un'esistenza grigia e pesante, tra libri polverosi e una suocera bisbetica che vive in casa con lui e la moglie. Per sfuggire al senso di nausea e di vuoto che lo opprime decide, all'insaputa di tutti, di emigrare In America. Qui fa tappa a Montecarlo, dove si lascia sedurre dall'idea di tentare la sorte al casinò; la fortuna lo assiste e riesce in poco tempo a mettere da parte una somma più che ragguardevole. A questo punto pensa di tornare nel suo paese in Liguria ma durante il viaggio legge su un giornale locale una notizia di cronaca che lo fa rabbrividire: nella gora di un mulino del suo paese, e stato rinvenuto il cadavere in stato di decomposizione di un uomo morto per annegamento, identificato dalla moglie come Mattia Pascal. Dopo il primo sbalordimento, Mattia Pascal comincia a pensare di intraprendere una nuova vita, senza problemi economici e senza più legami con il passato. Decide di chiamarsi Adriano Meis, si sottopone a un intervento di chirurgia plastica e viaggia molto. A Roma, il non più Mattia Pascal si accorge che Adriano Meis è soltanto un'ombra, un personaggio fittizio perché privo di una storia alle spalle e soprattutto di un'identità anagrafica. Preso atto della propria inconsistenza, in scena un finto suicidio e dopo un po di tempo ricompare a Miragno. Ma qui alla gradita sorpresa di constatare che il suo posto, sia in quanto marito sia in quanto bibliotecario, è stato occupato da altri. tutto il romanzo ruota intorno a questo duplice assunto: il protagonista assapora l'ebbrezza di una libertà sconfinata, trovandosi nelle condizioni migliori per dare inizio a una vita nuova. Ben presto però dovrà fare i conti con le complicazioni che la cancellazione della sua vita precedente comporta. Se alla fine il protagonista decide di simulare il suicidio e di reincarnarsi nei suoi panni originari, è proprio perché ha verificato che quello della libertà assoluta è solo un miraggio. Il suo tentativo di fuga si infrange contro gli ostacoli posti sulla sua strada dalla legge e dalle mille circostanze quotidiane della vita. Oltre a ciò, interviene la menzogna poiché se egli vuole entrare in relazione con qualcuno deve per forza inventarsi un passato, infatti, lui è costretto a recitare una parte e non può essere se stesso neanche un istante: Adriano è condannato in partenza alla falsificazione e al camuffamento continuo, come se fosse l'ombra d'un morto. Il fu Mattia Pascal rievoca non una vicenda tipica anzi la vicenda parve ai critici tanto straordinaria che Pirandello accompagnò l'edizione del 1921 con un “avvertenza sugli scrupoli della fantasia” in cui citava un caso verificatosi qualche anno prima nei dintorni di Milano, che presentavo una somiglianza con la fabula di sua invenzione. Pirandello volle ribadire ai propri detrattori che la vita ha per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, ha l'inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella verosimiglianza vo. Egli trovava insulso il canone della verosimiglianza: se le assurdità della vita non hanno bisogno di pareri verosimili in quanto sono vere, non si vede perché, all'opposto, le vicende romanzesche per essere vere abbiano bisogno di essere verosimili. Per Pirandello e proprio il caso ad essere l'unico motore della
storia perché nel Fu Mattia Pascal tutto appare accidentale, a cominciare dalle ripetute vincite del protagonista alla roulette che si affidano appunto al caso. Il caso spiazza sempre, perché devi altrove il corso degli eventi spingendoli in una direzione diversa se non addirittura opposta rispetto alle attese. Il caso agisce così: si diverte a intrecciare i fatti in maniera sempre singolare.
Composto a partire dal 1906 il romanzo I vecchi e i giovani e di impianto sai più tradizionale di quello del Fu Mattia Pascal. Intorno ai membri di una nobile famiglia, i Lauretano, Pirandello riprende alcuni episodi della più recente storia d'Italia in particolare le lotte dei fasci siciliani e lo scandalo della banca romana. Due caratteristiche rendono questo romanzo un unicum: la struttura ottocentesca da romanzo storico e il tema politico. La famiglia di Pirandello si era distinta nell'impegno antiborbonico e suo padre aveva combattuto a fianco di Garibaldi così come lo zio Rocco, il quale aveva fatto anche carriera politica. Nei Vecchi e i giovani confluiscono molti ricordi di famiglia infatti vari personaggi sono la proiezione letteraria di parenti di Pirandello. A partire dallo zio Rocco, che nel romanzo diventa Roberto Auriti, il quale era rimasto coinvolto nello scandalo della banca romana per aver fatto da scudo a un altro deputato. Pirandello da questa spiegazione del tradimento degli ideali giovanili di cui, con lo zio Rocco, molti altri ex garibaldini si erano macchiati: la storia viene sospinta in avanti da ideali che non potranno mai realizzarsi. Vi si riversano quindi i desideri delle generazioni, le quali si illudono di poter trasformare il mondo e la società. Tuttavia, benché illusori, gli ideali sono il motore della storia. Nel romanzo sono presenti tre generazioni che hanno vissuto la propria giovinezza in corrispondenza di altrettanti frangenti cruciali della storia d'Italia: il 48, la spedizione dei Mille, i fasci siciliani. Ciascuna di esse ha coltivato un proprio ideale politico: la libertà contro il regime borbonico, la prima; l'unificazione nazionale, la seconda; la giustizia sociale, la terza. Pirandello intende sottolineare le forti analogie psicologiche che ne hanno caratterizzato il comportamento. Tutti i giovani si battono per qualche ideale sottoponendosi a sacrifici eroici, fino a mettere a repentaglio la vita. Una volta che finisce tutto che cosa succede? Pirandello vede due possibili sbocchi: o, a poco a poco, si scivola in una vita priva di ideali oppure si rimane fedeli agli ideali della giovinezza ma apprezzo di perdere il contatto con la realtà, di isolarsi dal mondo chiudendosi nella dimensione dei ricordi. Ai vecchi, dunque, è riservata l'una o l'altra di queste sorti: o la lenta progressiva degradazione oppure la cristallizzazione fuori del tempo.
Pirandello affrontò il problema della creazione artistica in rapporto alle richieste del mercato e dell'industria del divertimento. Nel primo romanzo, Suo marito l'argomento riguarda una vocazione letteraria mentre con Quaderni di Serafino Gubbio operatore , l'attenzione viene portata sul terreno
precipitando nell'alienazione infatti le macchine vengono viste come divoratrici della vita e sono perciò descritte attraverso metafore mostruose come, ad esempio, dei ragni giganti che spalancano le fauci insaziabili per ricevere impasto l'anima stessa dell'uomo. Le macchine sono accusate di uccidere anche l'arte. I quaderni di Serafino Gubbio operatore muovono una critica drastica all'universo cinematografico che viene inserito nel settore dell'industria dello svago. Per comprendere e storicizzare i capi d'accusa di Pirandello, occorre tener conto almeno di due elementi: le caratteristiche del cinema delle origini, muto, scenografico e dozzinale; e la concorrenza che esso faceva al teatro. Del cinema Pirandello condanna da un lato la banalità dei soggetti che sono scadenti, stupidi e ripetitivi e dall'altro lato l'alienazione degli attori che non recitano fisicamente, con la propria voce e il proprio corpo, davanti a una platea ma davanti a una macchinetta stridula. Nella pellicola, Pirandello dice che gli attori si sentono come in esilio perché quello che viene proiettato e la loro immagine soltanto che viene colta in un momento, in un gesto e in un'espressione che scompare. Serafino Gubbio, in quanto servitore di una macchina diventa muto in seguito allo shock provato durante una ripresa: per dare maggiore evidenza realistica a un episodio di caccia la Kosmograph ha acquistato una tigre vera, destinata a essere realmente abbattuta sul set. L'attore Aldo Nuti, che interpreta la parte del cacciatore, accecato dalla gelosia nei confronti dell'attrice Varia Nestoroff, dirige su di lei la propria carabina, uccidendola. La tigre spaventata si avventa sull'attore e lo sbrana. Questa sequenza cruenta girata da Serafino produce tesori alla casa cinematografica ma il prezzo pagato al trionfo commerciale del film è altissimo: la vita di due persone e di un animale e la perdita della parola per Serafino Gubbio.
Uno, nessuno e centomila è l'ultimo romanzo di Pirandello che cominciò a lavorarvi nel 1909 ma riuscì a portarla a termine solo dopo una lunghissima gestazione. La struttura narrativa è simile a quella sperimentata nel fu Mattia Pascal: anche in questo caso il protagonista, Vitangelo Moscarda, rievoca in prima persona la sequenza abbastanza paradossale dicasi capitatagli da quando la moglie gli aveva fatto notare che il suo naso gli pendeva da una parte. In Uno, nessuno e centomila, i primi tre degli 8 capitoli sono interamente tessuti di considerazioni e ragionamenti fatti ad alta voce, nel senso che l'io narrante se rivolge direttamente ai destinatari del proprio scritto e che quel poco di fabula che decolla a partire dal quarto ha più che altro valore dimostrativo. Per scrollarsi di dosso, la nomina di usuraio che gli avevano affibbiato i suoi compaesani, Vitangelo architetta uno stratagemma clamoroso: fa eseguire, sotto la pioggia battente, lo sfratto di una coppia di poveri disgraziati dalla topaia di sua proprietà in cui abitavano e subito dopo, a sorpresa, fa dare loro una casa assai più bella. Questo gesto non ha l'effetto desiderato perché ha gli occhi di tutti Vitangelo rimane l'usuraio di sempre ma impazzito. Vitangelo non aveva mai fatto caso al proprio naso storto dunque l'immagine che la moglie si era fatta di lui non corrisponde a quella che egli si era fatto di se stesso. Vita Angelo comincia a capire che il modo in cui lui
appare alla moglie è diverso dal modo in cui pensano di lui gli altri in paese e mettendo insieme tutte queste osservazioni egli arriva alla conclusione che ciascun individuo possiede non una sola ma un numero illimitato di identità. L'identità allora si polverizza e quindi affermare che a ciascuno di noi si possono attribuire anche centomila identità diverse equivale ad ammettere, per Pirandello, che nessuna rappresentazione riflette veramente quello che siamo. Inoltre, voi se ciascuno di noi attribuisce a persone e a oggetti un significato particolare siamo condannati all'incomunicabilità. Infatti, noi interloquiamo non con gli altri ma con le immagini che ce ne siamo fatti e perfino le parole si prestano a un'infinità di malintesi poiché anch'esse sono involucri sonori che ognuno riempie di contenuti a modo suo. Il guaio è che l'identità attribuita a una persona finisce per condizionarne la vita dato che i rapporti sono improntati al pregiudizio. Il pregiudizio si rivela dunque un filtro per chi ce l'ha è una gabbia per chi ne è l'oggetto in quanto genera aspettative che costringono l'altro a comportarsi in un certo modo. E il pregiudizio una volta radicatasi, è duro a morire infatti il protagonista tenta l'impossibile per eliminarlo ma se qualcuno non si comporta secondo il cliché che gli è stato riconosciuto, non si pensa che possa essere diverso: si ha soltanto l'impressione che sia matto. La sede in cui si elaborano tutti i pregiudizi e la coscienza che interpreta una funzione ma questa interpretazione viene sempre falsata. Imbrigliata nella prigione ragionante della coscienza, c'è la vita. La coscienza quindi uccide la vita. Dare un nome, cioè un significato a una cosa equivale a interrompere la disponibilità infinita di significati presente in essa, bloccarla ma d'altro canto l'uomo è in grado di “conoscere” solo in questo modo. Se, dunque, la causa prima di tutti i mali è la coscienza che pretende di dare un nome, cioè un significato a ogni cosa e invece procura la morte di tutto ciò a cui si applica, allora l'unica soluzione sarebbe quella di fare a meno di essa. Ed è proprio questa la via d'uscita che è prospetta Moscarda alla fine del romanzo: esistere senza sapere di esistere, confondendosi con le sue creature e questa si tratta di una soluzione estrema, in cui il rifiuto della società diventa anche il rifiuto definitivo degli attributi umani.
Il titolo generale scelto da Pirandello allude al senso ultimo che egli attribuisce al proprio teatro: la vita in società è tutta una finzione e il ruolo rivestito da ciascuno è come la parte di un copione imposto dalle circostanze, dall'onore, dalla legge o dal costume e il teatro diventa paradossalmente il luogo in cui esce allo scoperto la messinscena che domina ogni nostra apparizione in società. L'attore che recita la parte assegnatagli e perciò il doppio della maschera che ciascuno di noi indossa nella realtà quotidiana e in questo senso la finzione mette a nudo, svela, l'altra finzione, quella che impegna tutti gli uomini nella vita, facendone altrettanti interpreti del personaggio che si sono assegnati o che sono costretti a ricoprire. Proprio perché il teatro di Pirandello nasce sulla spinta delle richieste avanzate da due siciliani che scrivevano e recitavano in dialetto ovvero Nino Martoglio e Angelo Musco, è comprensibile che la Sicilia entri nei suoi testi fornendo oltre
dalla madre il giorno dell'incidente. Tuttavia, quando il protagonista abbraccia Frida, Belcredi, l'uomo che vent'anni prima gli aveva portato via Matilde, accorre a difendere la ragazza ed egli ne approfitta per trafiggerlo realmente. Così facendo, per non essere accusato di omicidio volontario e costretto a riprendere, ormai per sempre, la messinscena della follia che lo scagiona da ogni colpa. La trilogia del teatro nel teatro e una folta produzione drammaturgica di Pirandello. L'argomento prescelto dall'autore in queste opere e il mondo stesso del teatro, colto da dietro le quinte, in un prima o in un dopo rispetto alla rappresentazione, in fase di allestimento, durante le prove un nei suoi effetti sugli spettatori. Pirandello vi affronta tutti i nodi problematici inerenti all'arte scenica che si possono riassumere in due questioni fondamentali: il rapporto fra vita e teatro; il travisamento delle idea originaria dell'autore nell'interpretazione che danno attori e regista. Capolavoro assoluto del teatro pirandelliano è Sei personaggi in cerca d'autore , che è una “commedia da fare”, nel senso che l'autore, concepiti nella mente questi personaggi li ha poi rifiutati, non trovando la loro storia abbastanza interessante. Per non svanire nel nulla, essi decidono di rivolgersi a un capo comico, cui chiedono di poter rappresentare sul palcoscenico almeno gli episodi salienti della loro vicenda. La compagnia si rifiuta di far recitare direttamente i personaggi e ingaggia degli attori. Alla fine, però non se ne fa nulla perché la verità del dramma vissuto dai personaggi viene completamente stravolta. La tesi di Pirandello è proprio questa: nel momento in cui la vita si trasforma in teatro. prende una forma che la falsa. In Ciascuno a suo modo l'opera di Pirandello è stata tratta con tanta fedeltà dalla cronaca che gli stessi protagonisti della vicenda danno in escandescenze e inducono la compagnia a sospendere la recita. La trovata scenica più geniale della commedia viene indicata nella premessa dell'autore, all'esterno del teatro e davanti al botteghino dove si vendono i biglietti d'ingresso, e nei due intermezzi, ambientati nel corridoio dietro i palchi della platea. In questi luoghi, infatti, si accendono le discussioni più animate sull'opera appena vista è il punto di maggior interesse riguarda le reazioni a caldo del pubblico. In tal senso, Ciascuno a suo modo è soprattutto la commedia del pubblico che è da spettatore diventa attore. Questa sera si recita a soggetto affronta un altro aspetto, quello del regista demiurgo che si appropria dell'opera dell'autore per creare qualcosa di nuovo. Pirandello immagina che un regista tedesco, Hinkfuss, si avvalga di una sua novella per una recita è esaltato dal delirio di onnipotenza, pretenderebbe dagli attori che si rendessero esecutori docili e passivi delle sue istruzioni. Come regista, egli si comporta in modo invadente, da suscitare la rivolta degli attori che lo cacciano dal palcoscenico. Ma egli non demorde, curando da dietro le quinte un allestimento che pone in forte risalto la funzione registica. Durante l'ultima stagione teatrale di Pirandello, egli sentì il bisogno di andare oltre la denuncia della crisi epocale, lasciandosi tentare dall'utopia. A questo nuovo clima sono legate tre opere definite “miti”, sia perché ricalcano alcuni episodi della mitologia, sia perché sono grandi allegorie di una possibile rinascita del genere umano.
La nuova colonia: parla di un gruppo di contrabbandieri e una prostituta che sbarcano su un'isola essi sforzano di convivere. La loro utopia non resiste perché, dal mondo cui essi avevano voltato le spalle, la corruzione torna portandoli all'autodistruzione. Vi è poi un terremoto che fa sprofondare in mare tutta l'isola e i suoi abitanti. Sopra l'ultimo scoglio, scampa alla catastrofe solo la prostituta, riuscita a redimersi attraverso l'esperienza della maternità infatti lei è l'incarnazione della grande madre e dunque del principio eterno della vita il bimbo che tiene in braccio rappresenta il futuro dell'umanità. In Lazzaro: viene sottoposta a verifica un'altra forma di utopia, quella religiosa. La posta in gioco, anche qui, è la resurrezione. Quando viene a sapere che suo figlio Lucio, ha abbandonato il seminario dove si preparava a diventare prete, Diego si precipita da lui e viene investito da un'auto in corsa. Un medico con un'iniezione lo fa tornare in vita. La salvezza, in questo caso viene dalla scienza la quale però, togliendo a Diego la fede, lo priva anche della religione cristiana del perdono. Riesce poi a compiere un miracolo anche Lucio che guarisce la sorella paralitica. Pirandello mostra un'attenzione nella fiducia, nella serenità e negli atti di bontà, di amore. I giganti della montagna: l'alternativa che l'opera pone riguarda il destino dell'arte nella civiltà moderna fondata sugli idoli del profitto e dello sviluppo. Dei: di vista si fanno interpreti il mago Cotrone e dall'altro lato Ilse e la sua compagnia di attori. Cotrone incarna l'idea della preservazione della purezza dell'arte nell'isolamento infatti egli si è ritirato assieme al suo seguaci nella villa abbandonata della scalogna; Ilse invece, sente di avere una missione da compiere: quella di portare agli uomini di tutto il mondo “La favola del figlio cambiato”, opera che risulta scritta da un poeta che l'aveva amata e che per lei si era ucciso. Ilse decide quindi di rappresentarla davanti al popolo che vive sulla montagna sotto il governo dei giganti ma viene sbranata. Nell'oscura simbologia di questi giganti si è vista un'allusione al regime fascista e il rifiuto della favola che avrebbe portato la salvezza alluderebbe al mancato sostegno del progetto pirandelliano da parte degli alti gerarchi in camicia nera.