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Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Romanzo di Carlo Emilio Gadda - Riassunto
Tipologia: Sintesi del corso
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USERA’ IL DIALETTO VENEZIANO) CAPITOLO 1: Tutti lo chiamavano Don Ciccio comandante della polizia: era uno dei più giovani e invidiati funzionari della sezione investigativa di santo stefano del cacco a roma. Di statura media, piuttosto rotondo con i capelli neri e folti e di anni 35. Egli aveva un'aria un po’ assonnata e un fare un po’ tonto. La sua padrona di casa lo venerava per non dire che lo adorava. Per lei era <
Lulù, la canina pechinese aveva abbaiato arrabbiata. Per poi successivamente fiutargli le scarpe. A tavola erano 4: Don Ciccio (che portò una bottiglia di olio per l’occasione, e questo veniva dal molise) , i coniugi e la nipote. I coniugi Balducci vengono descritti dal punto di vista economico; Remo (Padre/Padrone/ uomo cacciatore sia come passatempo e che come donne (fascista) è un RAPPRESENTANTE, un COMMERCIALISTA, quasi sempre fuori casa. Liliana invece viene da una famiglia di imprenditori Romani che escono arricchiti dalla guerra (Ecco perché pesci cani). Il palazzo DEGLI ORI, viene definito cosi perché li le persone sono molto ricche. I balducci inoltre hanno delle NIPOTI (adottate – sono trovatelle – E Ingravallo se lo chiede come mai i Balducci abbiano sempre più nuove nipoti) perché non possono avere figli, a causa della sterilità di Liliana, questo da “un valido motivo” a Remo di poterla tradire, ma nonostante ciò Liliana non lo abbandona, perché fedele ai canoni ecclesiastici, però ne soffrirà moltissimo. Da qui si capisce come Liliana sia malinconica e come qualche volta sbuffi a tavola, si sente inadeguata in quanto non può aver figli. Il fare figli era un po’ come un dovere civico al tempo del fascismo, ecco perché accetta il tradimento. La nipote era una ragazzina che andava a scuola dalle monache. La domestica La chiamavano Tina (Assunta). Alla signora cadde un batuffolo di spinaci sulla tovaglia e di corsa chiamò Assuntina. Assuntina la guardò e a don Ciccio entrambe parevano estremamente belle.Il loro palazzo, dalla gente, veniva chiamato il palazzo dell'oro. C'erano 2 scale A e B con 6 piani e 12 inquilini, 2 per piano. Nella scala A al terzo piano vivevano i Balducci e di fronte una vedova molto ricca: la signora Menegazzi. Durante il pranzo Balducci aveva assunto, verso la Gina, un comportamento paterno, e lei rispondeva puntualmente <
stata difatti, giorni prima, una questione dei termosifoni. Il meccanico non aveva con sé né borsa né niente: i ferri del caso per il momento non gli servivano. Si trattava di una semplice ispezione, lei era sicura che quel ragazzo l’avesse ipnotizzata. Ed aggiunse che in quel momento qualsiasi cosa il giovane le avesse chiesto o imposto lei lo avrebbe fatto. Così il meccanico potè fare il giro dell’appartamento. In camera da letto, adocchiati alcuni ori sul cassettone con una manata sola li aveva presi tutti. << che cosa fai?>> gli aveva gridato la Menegazzi, << zitta, befana, sennò ti sparo>> aveva risposto lui puntandole una pistola sulla faccia e le prese anche i soldi. Ma lei appena lo vide uscire andò subito verso la finestra, la aprì e gridò << al ladro! Al ladro! Aiuto!>> poi si era sentita male e cadde. Il delinquente era stato audacemente rincorso. Dopo le grida della signora Menegazzi, i due Bottafavi di sopra, marito e moglie, erano usciti sulle scale in ciabatte gridando pure loro. << che cosa mi potete dire del garzone?>> << Quale garzone?>> << il garzone del pizzicarolo>> (i garzoni del salumiere). No non avevano visto nessun garzone dissero le donne. Eppure la signora Manuela lo aveva visto, che usciva di corsa dietro al ladro. La professoressa Bertola smentì la negativa dei Bottafavi: e corresse: stava rincasando, il mercoledì non aveva che un’ora, dalle otto alle nove. Stava per infilare il portone quando lo vide uscire, che quasi la investì. L’aveva perso di vista perché subito dopo vide uscire <
di impazienza. Egli sostenne di non saper nulla di quel fattorino. Alle volte gli avevano mandato a casa del prosciutto. Chi non poteva precisarlo, nemmeno lo ricordava. Comprava dove capitava per tutte le botteghe di Roma dove più gli conveniva. Alla portiera avevate detto una volta che comprate il prosciutto magro a via Panisperna. << ora che mi fate pensare ricordo anch'io me lo sono fatto mandare a casa >>. Alle cinque e tre quarti secondo interrogatorio. Riapparvero la portinaia Manuela con la Menegazzi la professoressa Bertola. << è questo il tipo>> chiese alla Bertola, no, non è lui rispose. Don Ciccio si rivolse allora al commendatore Angeloni: << è lui che mi portò il prosciutto?>> <
dopo il fermo tramutò in arresto provvisorio. I due agenti pensarono che non era il caso di telegrafare al Balducci data l'imminenza del tuo ritorno. I parenti? Una telefonata a mezzogiorno. I parenti furono avvertiti ufficialmente a sera tardi, ma Ingravallo aveva proibito di farli entrare fino alla mattina. Nessun arma fu trovata (un coltello affilato?) del tutto assente era il più indiziato d'aver potuto lavorare a quel modo. L’assassino aveva colpito all'improvviso e insistito poi nella gola, nella trachea con afferrata sicurezza. Le mani bianchissime non presentavano tagli non aveva potuto, non avevo usato afferrare il tagliente o a fermare l'assassino. Si era conceduta al carnefice. Le dita erano prive di anelli, la fede era sparita. L’incaricato dell'ufficio Criminologico escluso il rasoio che fa tagli più netti. Per quanto il movente del furto non lo si poteva escludere nemmeno qui anzi I cassetti parlavano chiaro, però il modo del delitto e quella ferita faceva pensare a un delitto passionale. Secondo Ingravallo i due casi (omicidio a Liliana e furto alla Menegazzi) erano due questioni separate CAPITOLO 3 La mattina dopo i giornali diedero la notizia del fatto. Era venerdì, nella cronaca un titolo in neretto su due colonne: una colonna asciutta di dieci righe, con un linguaggio sobrio e distaccato << le indagini proseguono attivissime>>. Il coltello, in quegli anni, era diventata un arma molto diffusa << l’arma d’ogni guappo>>, quel coltello sembrava che davvero fosse sparito, non se ne sapeva più nulla. A don Ciccio gli sembrava di ricordare una frase del Balducci, una sera alla << cantina di Albano>>, parlava di una cugina << Le donne si sa quando si innamorano non badano a certe cose, hanno le vedute larghe>>. Lì per lì non ci aveva fatto caso. Il pensiero gli correva dietro ad una rabbia, << no la Liliana Balducci non era innamorata del cugino. Quella volta lo stava guardando compiaciuta sorridendogli ma come a una persona di famiglia, che sorride a un fratello>> Lei era la cugina di suo padre. Liliana non aveva la madre né padre. Soltanto il marito e il cugino Giuliano. Forse si erano frequentati da ragazzi come cugini. Ingravallo ricordò che il Balducci gli disse che Liliana aveva perso la madre quando era ancora bambina per via delle complicazioni dovute al parto, il secondo, e morì anche la creatura. Eppure era il cugino che aveva dato l’allarme. E questo è un sintomo di innocenza? Perlomeno di coscienza tranquilla, don Ciccio non ci vedeva chiaro. Giuliano gli era apparso troppo nervoso, al momento. Non ce la faceva più, non riusciva a darsi un contegno << come mai siete così calmo?>> gli domandò Ingravallo, ma era una trappola. Tutt’altro che calmo. Liliana Balducci era molto ricca, Liliana Valdarena in Balducci. Figlia unica, e il padre era un uomo di affari che sapeva il fatto suo. L’appartamento a via Merulana era di sua proprietà. Dei parenti se ne era occupato il dottor Fumi. La madre di Giuliano viveva fuori Roma: bella donna dicevano. Pompeo aveva ridotto a schema le emergenze anagrafiche relative alla cognazione. La madre di Giuliano era andata a vivere fuori Roma. Si era risposata con un certo ragioniere Carlo Ricco, della Moda Italiana, e viveva con lui a Torino. Giuliano magari aveva un po’ di malinconia e di gelosia per la madre: per molto tempo aveva messo il muso un po’ a tutti. Poi se ne fece una ragione. Sua nonna lo viziava, la nonna che poi era la zia Marietta di Liliana. La madre di Giuliano da un 7-8 mesi l’avevano ricoverata a Bologna, bloccata a letto a San Michele in Bosco, povera donna! Si era rotta tutte e due le gambe. Per questo Giuliano stava così stranito da un po’ di tempo, era preoccupato per la madre. Liliana Balducci era molto ricca. Lui, il signorino cugino, aveva la tecnica del ragazzo bello che ne può avere di donne, ma di certo poi, dentro di se un’idea ben chiara l’aveva. Ecco, lui voleva che fosse lei a volerlo. Ora Ingravallo ci vide chiaro. Voleva essere voluto. << Riepiloghiamo>> lui doveva andare a Genova. Il trasferimento era già deciso, la bella camera in via Nicotero dove viveva era stata realmente disdetta e il
trasferimento era imminente. E allora? Un rifiuto di Liliana? Oppure un colpo sugli ori? Al dottor Valdarena quando venne perquisito non fu trovato niente. Ma aveva avuto tutto il tempo di uscire, dalle nove alle dieci e di mettere al sicuro il bottino, e di ritornare dopo che Cristoforo e la Gina se ne erano andati per i fatti loro. La portiera non c’era era impegnata con le pulizie anche se in realtà era impegnata a parlottare con il generale Barbezzo. Era nobile, da quello che gli aveva detto Sgranfia, gli aveva canticchiato all’orecchio, vedovo con la barba. Un perfetto gentiluomo. Alle volte la Manuela gli faceva qualche servizio domestico per aiutarlo, ma non voleva farlo sapere al resto dei condomini, che poi lo sapevano tutti. La povera Balducci sembrava non aver ricevuto nessuna visita prima di morire, nessuna tranne una, quella dell’assassino. I vicini gridi non ne avevano sentiti, ne rumori ne tonfi. Ad Ingravallo gli fu confermato il trasferimento imminente del cugino Giuliano direttamente dalla standard oil di roma. Per loro non avevano che da dire delle sue prestazioni. Un elemento piuttosto sveglio che non si faceva problemi a seguire un cliente. Ingravallo continuò a parlare con Valdarena,il quale parlò del suo rapporto con i clienti,paragonandoli a delle donne che devono innamorarsi del prodotto in modo da non tradirlo..era questa la sua strategia. CAPITOLO 4 In questo capitolo si identificano le caratteristiche del modo di raccontare la realtà in Gadda. Gadda infatti quando parla di un personaggio lo descrive attraverso le sue azioni, mentre per gli oggetti la questione è più articolata; l’oggetto ha poca vita, però è molto simile alla descrizione dei personaggi. Per Gadda gli oggetti hanno una loro storia. Ad esempio il Topazio non si ferma ad essere un anello, o una pietra dura e preziosa. Il topazio discende da un pezzo di roccia, ma per diventare qualcosa di vivo ha necessità dell’intervento dell’uomo, non solo nella sua formazione (da pietra a5d anello), ma come principio origine del fatto (viene compiuto un omicidio a causa dell’anello). Per Gadda le cose continuano a vivere incessantemente, questo che è un pensiero di Giordano Bruno, viene estrapolato anche in Gadda. Dopo 22 ore d'inquietudine generale il Balducci arrivò, il 18 marzo per impegni fuori programma. Intanto erano state sollecitate le questure di Milano, Bologna, Vicenza e Padova. Fu per Ingravallo e per il dottor Fumi un bel sollievo. Il Balducci ignaro scese dal treno alle 8 con l'aria di aver dormito nel disagio sopra interminabili sussulti a fondo, lui e il treno avevano tenuto fede al telegramma d'altronde impreciso. La terribile notizia gli fu data con riguardo con la partecipazione dei parenti della moglie accorsi per invito di Ingravallo, vestiti chi di nero e chi di scuro, zia Marietta in testa con uno scialle nero sulle spalle poi vi era zia Elviruccia con il figlio Orestino. Poco a poco gli fecero capire, a Remo, quello che era successo, lui per prima cosa posò a terra la valigia. (Sembra che però Remo sia più triste per i gioielli piuttosto che per la morte della moglie – secondo Ingravallo è un insensibile) La notizia non lo aveva sconvolto più di tanto. Forse per il sonno. Nel frattempo la salma era stata portata via al Policlinico dove si era proceduto a un esame esterno del corpo. Nulla si era trovato. A vederla vestita di bianco sembrava immacolata. Una volta a casa, il povero Remo fu sollecitato ad aprire I cassetti e qualche sportello. Nel suo studio non vi erano entrati. Lo aprì lui stesso ed era tutto in ordine. Il Balducci nella stanza da letto subito costatò la mancanza del meglio, del denaro e delle gioie, che la signora teneva in un piccolo cofano di ferro nel secondo cassetto del comò. Il cofano era sparito col contenuto. Nemmeno la chiave fu trovata, stava di solito in una vecchia borsetta di velluto nero. Mancavano anche due libretti di risparmio. La sottilizzazione del tesoruccio parve colpire il signor Remo più, forse a giudicarlo dal di fuori, da quando aveva saputo della morte della moglie. Di fare testamento Liliana non ci aveva pensato.I parenti quel fermo lo sentivano come un oltraggio, un torto fatto a loro, alla casata bellissima dei Valdarena. Il Valdarena era stato sottoposto a ripetuti interrogatori, gli alibi da lui prodotti si palesano validi fino alle
testamento della signora Liliana li aveva lasciati a voi, ma il nonno vecchio Rutilio aveva deciso che dovevano rimanere in famiglia, ai nipoti, come mai lo avete voi? chiese Ingravallo. Quando le dissi che mi sarei sposato e sarei andato a vivere a Genova con Renata non posso dire che fugge Losa, come lo sarebbe stata un'altra donna anzi mi disse <<com'è bella, bella figliola insieme state proprio bene>> e si mise a piangere ma mi fece subito giurare che avrei fatto subito un bambino un Valderenino. Un Valderenuccio diceva fra le lacrime. <<Mi disse: appena ti sposi tu sei un figlio, ma quello che mi devi giurare è che poi lo darai a me, che me lo farai adottare>>. Così il Valdarena chiese cosa avrebbe avuto in cambio se gli avesse regalato il suo figlio. <<Lei mi prese le mani e guardo l'anello che mi aveva regalato mia madre e mi disse che glielo dovevo lasciare per qualche giorno perché doveva accompagnarlo con il regalo che mi doveva fare>>. Così il Valdarena gliel'ho lasciò. Quando si incontrarono gli restituì l'anello suo e gli infilò all'anulare l'anello del nonno. Ingravallo non ci voleva credere ma poco a poco si stava convincendo.<< dottore mi dia retta forse era pazza, non voglio offendere una morta, ma io per lei ero come un campione della razza, della bella razza dei Valdarena. Si era fissata con l'idea del bambino, era un ossessione per lei>>. << come spiegato la scomparsa del cofanetto di ferro e dei due libretti di risparmio? >> << che ne so, come potrei saperlo, chi è stato? se lo sapessi quella carogna era già dentro di certo al posto mio>>. <<La povera Liliana era la mia seconda cugina era figlia dello zio felice, zio felice Valdarena , che era zio di mio padre fratello del padre di mio padre. Liliana e mio padre erano cugini primi>>. Don Ciccio sudò freddo. Tutta la storia gli puzzava di favola. Ma la voce del giovane, quegli accenti, quel gesto è la voce della verità. CAPITOLO 5 Ma le deposizioni del Ceccherelli, del suo giovane di negozio un certo Gallone furono pienamente favorevoli a Giuliano. Il Ceccherelli, appoggiato dei due, confermò in ogni particolare l'incarico ricevuto più di due mesi prima dalla povera signora, le varie fasi della approntamento del ciondolo. Gli aveva lasciato l'anello. L'anello glielo aveva restituito alla signora dopo un paio di giorni. Liliana stessa aveva voluto spiegare lei ogni cosa, come voleva le due lettere intrecciate da incidere e come voleva incapsulato il diaspro. Oltre agli orefici quella mattina venne ascoltata anche la famiglia Valdarena con le zie e I parenti un po' tutti. Inoltre venne ascoltato anche il cassiere-capo della Banca del Santo Spirito. Dal cartellino del conto risultò che il prelievo di diecimila, Liliana l'aveva fatto là, proprio il 23 gennaio. Il cassiere-capo ragionier Del Bo conosceva Liliana, l'aveva servita lui stesso quella volta, era lui allo sportello numero 8, era quasi mezzogiorno. Domenica 20, nella mattinata ulteriori indicazioni del Balducci ai due funzionari, poi al don Ciccio preferisci uscire un momento. Ed ecco il dente. Liliana ormai si era convinta che dal marito non avrebbe avuto figli. Lo giudicava un buon marito sotto tutti gli aspetti ma di un bambino in viaggio non c'era neanche il presagio. Ingravallo domanda licenza per motivi di servizio: Ragguagli e rapporti di subalterni, parole e carta scritta, disposizioni da dare, telefono. (Con la morte di Liliana gli interrogatori di Ciccio sono più sofferenti, e più provato rispetto al collega Fumi, quest’ultimo invece rimane loquace). Don Ciccio tutta quella storia gli pareva di averla già conosciuta. Pure quell'idea di voler morire, se non le arrivava un bambino un po' l'aveva immaginata. I funerali, contro l'aspettativa della polizia, non fecero fare nessun passo avanti all'indagine. I giornali non la pianta di far chiacchiere. Lunedì 21 marzo furono eseguiti I funerali. Le esequie ebbero forma riguardosa e tuttavia riservata per non dire addirittura sbrigativa come era nel desiderio delle autorità. Con pochi preti davanti e un po' di ragazze monache. Le autorità si erano scocciate di pensare che in un medesimo giorno a Roma fossero successi 2 delitti come quelli, il secondo più terribile del
primo.Don Ciccio quella volta a San Lorenzo si intrufolò con le orecchie appizzate nella folla che entrava in chiesa. Il signor Remo aveva seguito il carro col cappello in mano, con una faccia disfatta, in gruppo con le zie che ci stavano quasi tutte e poi con I parenti più stretti.Don Lorenzo, con ogni riguardo per I vivi, per la povera defunta accennò dunque alle tre giovani che Liliana Balducci aveva accolto come figlie. La prima, la Milena, una ragazzetta con le lentiggini, dopo un mese trovò un pretesto e venne restituita <
industriale di commercio, di quelli che stanno a Torino a fabbricare le macchine>>. << tu la conosci dunque>> << no l'ho vista una volta sola di sera>> <<dove? >> << per una strada di campagna>> << quale campagna? >> <<Una strada dove c'è una chiesa>> Fumi dubitava già fosse pazza, o qualche cosa di simile. La strada di campagna si riuscì a scoprire che doveva essere una strada del Celio. Con tutta questa logistica il dottor Fumi aveva un po' perso di vista la zingara, la sposa del torinese. I seguaci parevano affondare nel braco. << chi era costei? Dove abitava? Dove stava di casa?titubò ancora la Ines. Doveva stare sotto a la Pavona così le avevano raccontato la Mattonari. E tutti lo dicevano ai due santi. << e il giovane? >> <<Che giovane?>> << Il cocco vostro, quel ragazzo, quel guappo come devo dire?>> Ines sì senti intimorire <<lui si chiama Diomede, il mio ragazzo. Ma dove sta di casa non lo so, gira sempre.>> << gira come? >> Girava, nei due più meglio sensi del verbo, mutando spesso di camera o lettino. <
ragazzo>> .Le rotte ma esplicite ammissioni della ragazza durarono a gocciolare insino all’undici, a momenti. Il dispetto in lei parve superare l’amore, l’accesa rimemorazione della carne. Il Diomede, in sulle prime, era andato a vederla dalla Zamira, ogni giorno. Schiuse il labbro, come nell’intento di sillabare una parola nuova: << La Zamira gli voleva bene, a modo suo. Gli faceva quasi da confidente, e certe volte se ne andavano pure in cantina a parlare con più comodo. Svergognata! All’età sua!>>. Quanto ai motivi di tutto quel parlare << non lo so >>. L’interrogata suppose che dovesse trattarsi, con molta probabilità di azzeccare, d’una filza di suggerimenti o ammonimenti. Il Pestalozzi ebbe, a tratti, un sorriso, una levata di spalle appena appena, come a dire << l’avevo capito da un pezzo>>. Al brigadiere Pestalozzi parve anzi rammemorarne senza pena il tacito essere del Diomede. Che aveva incontrato alla mescita de li Du Santi. Aggrottò la fronte. Gli sembrò, a momenti, che lo avrebbe potuto ravvisare. Il silente e impreveduto apparire di lui dalla scaluccia: un giovane di singolare avvenenza, certo biondo come un arcangelo, ma senza spada: di ritorno dall’aver dato lancia in Abisso. L’Abisso, quella volta,doveva aver accusato la botta. Una botta da felicitarsene. Lui aveva nel volto, un volto fermo e pallido un tantino appena zigomato, aveva nello sguardo chiaro e sicuramente azzurro quella sorta di volizione proterva, pressoché isterica, di che un pittore. Ingravallo si grattò appena appena, zic zic , a pollice rovescio, il parruccone d’agnus nero. << Aveva lavorato a cottimo, dunque: poteva indicare da chi? >> << Da chi non lo so, non me l’ha detto. Andava a lavorare dai signori a casa loro. Qualche volta andava pure da una contessa mi disse: una che parlava veneziano>>. << e questa contessa? Dove sta? Ditemi>> strizzò i labbri. << dove sta di casa? >> << dalla parte della stazione mi sembra, dopo piazza Vittorio >>. Stavano per congedarla, e Paolillo era già in sulle mosse uno sbadigliare incoercibile gli aveva impegnato le ganasce, che bramavano da un’ora ben diverso impegno. Quando lei buttò là qualche parolaccia, a mo’ di giunta sul detto: con voce calma, sonora, quasi in ripresa di un’aria che avesse precedentemente erogato verso la beatitudine degli ascoltatori. << ha anche un fratello più piccolo che si chiama Ascanio, che deve avè bizzicato puro lui, ner palazzo in dove sta de casa al contessa veneziana>>. Ingravallo ebbe un sussulto. << uno che lavorava alla bottega da li pizzicaroli, l’ho visto giusto l’altra domenica dalla nonna che stava vendendo la porchetta…>> << dove?>> << a piazza Vittorio, che mi ha dato pure una pagnottella veloce>> << a che ora? >> << saranno state le 11>>.Ingravallo fece chiamare il Deviti e gli diede incarico, per la mattina, di ricercare quel ragazzo, Ascanio Lancini. I connotati del ragazzo glieli aveva forniti la Ines. CAPITOLO 8 : Ingravallo scompare per un po’, troppo preso dai sentimenti. Qui ritroviamo più poliziotti. Nei capitoli precedenti ci sono dialoghi più aperti, qui invece si tenta di arrivare ad una unica verità. Fumi quindi si irrigidisce. Il sole non aveva ancora la minima intenzione di apparire all'orizzonte che già il brigadiere Pestalozzi usciva dalla caserma di Marino per catapultarsi alla bottega- laboratorio dove non era minimamente aspettato, almeno in quanto brigadiere fungente. I due gallonati, il maresciallo e il brigadiere, l'uno dopo l'altro, e quasi in concorrenza l'uno all'altro, avevano buttato là con efficace noncuranza, quasicchè si trattasse di una curiosità momentanea, quella domandina impreveduta e poi preveduta e aspettata della sciarpa e com'era e di che colore era se era di stoffa o di maglia a mano. L'aveva smarrita è una vecchietta. E infine il nome, cognome, soprannome, abitacolo domiciliare domiciliare del denominato maschio, ottuso. Con qualche informativa per giunta, qualche tocco sul sembiante, sul carattere, tipo, modi, figura, stringhe delle scarpe.Il 23 marzo, dunque, nella caserma dei Reali, a Marino. Il Pestalozzi apparve, scura persona, dal buio, da sotto il volto, camminò alla macchina. Si distingueva la bandoliera, bianca a rilevare la speditezza degli atti in
a casa? Noi lo sappiamo già, non dubitate i carabinieri sanno tutto! >> << e cosa sapete? Perché me lo domandate, allora, visto che lo sapete? >> << ve l’ho detto. Perché voglio sentire da voi, da voi proprio, cosa ne pensate voi e cosa dite. Si voi madama Pacori>>. Lei ritentò il sorriso, il più lascivo dei suoi: richiamò le bave, aspirando dagli angoli non ostante il fornice al mezzo. Rasciugò i labbri, portatovi in una falciata ratta il linguino, che poi depose per un attimo sul limitare della impudicizia della puttanicizia, direbbe il Belli. << be’ sor maresciallo mio, che le devo dire? Me lo dica lei..>> e dondolava il capo in qua e in là, pareva un baco, leggiadretta; e badava intanto a dimenarsi col grosso delle sue profferte mal rimpacchettate. << me lo facci sapè lei, perché m’immagino che ce lo sa puro lei, hi , hi , hi, che noi donne, hi, hi , hi , dal momento che semo donne, hi, hi, hi, ci avemo pure li fastidi nostri. Non è colpa nostra se non siamo come voi, che state sempre in piedi>>. Questa volta, schifito, fu lui, il brigadiere, a fare il tonto. << che fastidi! Lasciate stare i fastidi! >> << Sor maresciallo mio, lassateme parlà, sennò come vi rispondo? Ve dico: chi oggi non ha una sorella? Gli sarà capitato pure a sua sorella un giorno>> << si capisco, vi capita pure il mal di testa a voi altre, a furia di far maglie, ma non rompete l’anima con il mal di testa adesso>> << Mi dovete dire quando sono rimaste a casa le due ragazze>> << Dunque?>> << Questo vi domando, e solo questo mi dovete rispondere, perché lo sapete benissimo>>. Ed ecco, sull’uscio a vetri, la maniglia di ottone principiò a dar segno d’irrequietezza anche lei. L’uscio si dischiuse. Una giovane, dal marzo di fuori, irruppe nella grande stanza come folata di vento. Uno scialle scuro al collo: a mano l’ombrello già richiuso in precedenza. Il brigadiere guardò fisso la ragazza. << tu chi sei? >> le domandò il Pestalozzi raggiante << sei la Clelia, la Farconi? O la Mattonari la Camilla? >> << brigadiere che volete dire? Sono Mottanari, si, ma non sono Camilla. Io mi chiamo Lavinia >> << e la Camilla allora dov’è? Chi è tua sorella? >> << sorella? Io non ho sorelle>> << è una che lavora pure lei come apprendista magliaia >> << lavora qui? >> << mbè si>> ammise a capo chino. << è la cugina, una cugina lontana >> disse la Zamira << e dov’è? Perché non è qui? >> << che ne so >> << verrà >> << lei lo potrà capire sor marescià. Lavoriamo quando c’è robba e c’è bisogno. Lei lo saprà meglio di me sor marescià, si è che ha studiato la lunatica de tutte le temperature der clima, come l’ho studiata io, per prendere le carte del diploma chiromante>>. << signorina sbrigatevi levatevi l’anello, perché lo devo sequestrare. E ditemi chi ve lo ha dato. Se lo dite, bene, se non lo dite..>> e si cavò di tasca il solito gingillo , le manette, e glielo presentò. Lavinia sbiancò in volto << sor brigadiè >> << toglietevi l’anello e datelo a me, perché se non lo sapete ve lo dico io, è robba rubata. È nell’elenco degli ori e dei braccialetti rubati alla contessa a via Merulana, alla contessa Menegazzi>> << è proprio questo! >> arrischiò il Pestalozzi scrutando l’anello con occhio d’intendente, rivoltandolo ed esaminandolo, come avrebbe fatto un ricettatore di via del Gobbo propenso all’incamerazione immediata. << chi è che ve lo ha dato? Dite la verità ve lo ha dato lui il Retalli >> L’Enea Retalli che lo ha già confessato ieri sera al maresciallo. << io non faccio l’amore con nessuno e l’Enea Retalli sarà fuori a lavorare, dove non lo so>> << peggio per te allora, andiamo, vieni >> e fece sengo al Farafiliopetri di prenderla per un braccio. << brigadiere mi deve credere>> protestò la ragazza << me lo ha dato una mia amica che lo ha comprato da una donna, me lo ha prestato per 2 giorni>> << è la Camilla>> rispose lei << andiamo conducici da lei>>.La Lavinia andò fuori per prima << lei è al passaggio al livello per la strada di Castel de Leva, fino al ponte, poi a sinistra fino al passaggio a livello de Casal Bruciato >> CAPITOLO 9: Al ponte del Divino Amore! È na parola! Due chilometri e mezzo e pure più: quaranta minuti di cammino. La strada era una sola per fortuna, salvo il primo pezzo però, la statale, l'Appia, ad angolo retto poi la deviazione della provinciale per Falcognana. Se
veniva in su la Camilla Mattonari, così disse Lavinia, l'avrebbero certamente incontrata. Un calesse li raggiunse permettendo al brigadiere di far salire Lavinia e il milite dopo di lei. Imbarcati i due sposi lui tornò indietro a chiedere in prestito una bicicletta in prestito. Il Pestalozzi poté raggiungere i compagni in bicicletta mandati avanti. La bicicletta era una scatola di musica, con un cro cro nei mozzi. Sembrava la macchina dei denti rotti che sgranocchiano il torrone. La Lavinia implorò il brigadiere di lasciarla fuori ad aspettare. Dopo qualche trattativa il brigadiere consentì, a malincuore. Trapassata la breve carovana delle sollecitazioni timpaniche e più propriamente ferroviarie il Pestalozzi dimenticò anche la vecchia: dietro o dentro alla cui vuota e male appesa gonnella, sbrendoli con appendici di filàcchiche, gli era parso udire che una qualche diavoleria brontolasse, o che qualche rospo si gargarizzasse. Non c'era jettatura come alla bottega della maga. Si. E interpellò direttamente la ragazza. << Mattonari Camilla siete voi?>>. <
delle femmine, oberate di reti colme o di sporta, fronzute di boccoli, non gli fu difficile ravvisare dalla descrizione della Ines, e già da qualche passo lontano il tipetto, il gentil trombetto che faceva proprio al caso suo. Era un dritto, dietro la bancarella con du occhi! Il contrario in quel momento della paura e della timidezza che aveva decantato la Ines, e con la zazzera fitta fitta e straunta tutta da una banda: insieme a la nonna stava. A la cima, ricaduti un poco su la fronte, i fili di capelli s’erano arricciolati come insalatina dopo il capriccioso ritocco del pettine. Una parannanza bianca lo affagottava un tantino e tramente strillava stava a affilà li cortelli. << La porca, la porca! Ciavemo la porchetta, signori! La bella porca de l’Ariccia co un bosco de rosmarino in de la panza!, uno e novanta l’etto, la porca! È na miseria, signori! Robba da fa vergogna signori! >>. << hai da venì un momento in questura: si stai zitto nessuno se n’accorge! Questi so’ du aggenti in borghese, ma si preferisci t’accompagno io, senza disturballi a venì de scorta. Sei Lanciani, Lanciani Ascanio>> Je toccò, sicchè, pe nun fa storie, piantà porchetta e cortelli, e lassaje tutto a la nonna. La nonna la padrona del negozio, una contadina di mezza età, nera ancora di capelli e molto più secca, nel vuoto legnoso e rugoso, di quanto avrebbe dovuto comportare quel commercio, appariva incerta sull’atteggiamento da prendere, costernata no, ma contrariata. Uscirono dalla confusione verso via Mamiani o vi Ricasoli: c’era un passaggio tra le bancarelle de li pesciaroli e de li pollaroli, indove che venneno li calamari e li totani e tutte le qualità d’anguille. Il tipetto, e lui stesso il Biondone, guardarono a quelle polpe molli d’un argento chiaro madreperla de li calamari. Don Ciccio intanto, neppur lui aveva perso tempo. Rincasato a mezzanotte emmezzo, << lunedì ventuno marzo Benedetto da Norcia >> enunciò l’appeso al chiodo calendario col foglio di due dì prima che la sora Margherita s’era scordata di togliere. A occhi ancora chiusi, o quasi filò le ciabattazze: che parevano attenderlo come due bestiole accucciate sul parquet: attenderne i piedi, ognuna il proprio. Si stiracchiò, da parere un guappo in ripresa si coscienza. Lacrimò da sinistro, poi dal destro, adagio adagio, strizzati l’uno dopo l’altro dai consecutivi sbadigli. Se diede una grattatina in testa. Si sfilò la camicia, ancora tutta tepida e del letto e del sonno, l’appese a un gancio: dove la guardò pendere vuota, immacolata, la pelle notturna di sé medesimo. Albeggiava. Un apollo non più ventenne, un tantino pelosetto. Si rigrattò il testone, si appressò alla vaschetta, e dato libero corso alle linfe si insaponò il naso e la faccia, il collo e le orecchie. L’automobile? Sissignore, ne aveva già fatto richiesta. Si l’aveva già domandata. E l’aveva, così incredibile, ottenuta. Il quale, prevedendo una giornata fiacca, gli aveva mollato la milledue d’o collegamento P, seppure a malincuore. Una ciabatta di una macchina, una vergogna andarci. Sganghenata e sfiancata. E aveva anche ottenuto di farci benzina, Ingravallo bussa e striscia, e poi tutto ad un tratto la napoletana secca, li fregò quanti ce stavano. Fece un pieno per arrivare a Benevento. Tre agenti armati, due di moschetto. Non però lo Sgranfia, comandato alla pensione Burgess e nemmeno il Biondone comandato a piazza Vittorio Manuele, ma invece tutto bello secco a baffi ritti il maresciallo di Pietrantonio, che fa quattro e lui cinque. Don Ciccio sporse il capo, tentò di levar gli occhi alle nuvole, per il pronostico del giorno, tutte le nuvole si vedevan correre: una fuga di cavalle; traversavano l’azzurro cielo. Alcune facce incuriosite, di due o tre dinoccolati con le mani in tasca, e con tre bocche aperte sotto l’indagare nero degli sguardi, accolsero e poi circondarono a Marino la macchina << della polizia romana
quando la strombazzo due volte poh! Poh! Davanti al portone della rocca. Nel riquadro d’una fine stretta ad alto, dietro grata rugginosa. Ingravallo uscì dall’auto imitato dai seguaci. Disse il milite: << il signor maresciallo è in servizio di ricerca e di perlustrazione, il brigadiere è stato comandato alli Due Santi, per l’affare del delitto >> un altro intanto sopravvenne. Porse a Ingravallo una busta azzurrina che, lacerata, piegato in quattro un foglio. Il Santarella, ivi, comunicava d’aver mandato il Pestalozzi dalla Pacori, accompagnato da un milite per ulteriori accertamenti: lui con un altro, era fuori a seguitar le peste dell’Enea latitante, detto Iginio, che così chiamavano il Retalli. Ingravallo, alquanto
contrariato, si tolse il cappello. I due carabinieri non se ne impressionarono affatto. << Sapete se la Crocchiapani Assunta è già stata interrogata a domicilio?> domandò Ingravallo. << no signor commissario >> << e perché? Sapete dove abita? >> << a Tor di Gheppio, ha detto il maresciallo >> << quanto tempo ci vuole per andare fino a lì? >> << con la macchina, una quarantina di minuti, anche meno signor commissario >> << beh cominciamo da quella parte, andiamo >> L’appuntato fece chiamare un tizio, che doveva essere pratico di quella zona. Lo accolsero a bordo. Per arrivare a districare dal cortile della rocca la macchina. Ingravallo malediceva mentalmente alle gomme, ai fascioni,ai fascisti. Se avesse bucato, che figura!. Tutta la legione avrebbe riso per 30 anni. Ma la macchina andò, andava. Dopo un po’ più che due chilometri sulla strada anziate bisognò piegare a man destra << di qui, di qui, per Santa Fumia >> disse l’ospite. << Tor Gheppio è là >> fece il volenteroso ometto indicando << verso la masseria del Palazzo. La Crocchiapani abita là, in una de quelle case che vedete, il mucchietto a sinistra >> << e va buò >> disse Ingravallo. << a Tor Gheppio ora >>. S’imbarcarono, andarono. Lasciarono la macchina col guidatore. Procedevano in fila detta indiana uno dopo l’altro. Quando Ingravallo sollevò la faccia e Runzato fischiò e poi gridò: << la polizia! Dobbiamo entrare. Venite ad aprire >> << chi ci sta? >> chiese prudentemente Di Pietrantonio << quanti so?