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riassunto Quick and Dirty, Sintesi del corso di Antropologia

Riassunto completo e dettagliato del libro Quick and Dirty

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 14/03/2021

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elettra_ruggiero 🇮🇹

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QUICK AND DIRTY
ANTROPOLOGIA PUBBLICA, APPLICATA E PROFESSIONALE
Ivan Severi
Prefazione (di Antonino Colajanni)
L’antropologia culturale e sociale attraversa una difficile situazione per molti aspetti: i processi di
globalizzazione e la necessità di dare una risposta ai complessi problemi della modernità e
postmodernità, lavorando ampiamente a livello geografico anche usando metodi statistici e quantitativi,
la concorrenza con altre discipline sociali (sociologia, pedagogia, psicologia), l’attaccamento agli
antichi studi fondativi incentrati su piccole comunità.
Soprattutto in Italia, i docenti di questa disciplina sono in grande calo, sia a causa delle risorse
finanziarie dell’università che bloccano le esperienze di ricerca, sia per la difficoltà della generazione
più anziana di lasciare le redini a una nuova generazione che si occupa del presente e della modernità e
post modernità. Severi compone il libro basandosi su un sistema informativo e documentario intenso,
aggiornato ed efficace, mostrando come l’antropologia possa far trovare un posto di lavoro, ma
sottolineando anche le criticità, le difficoltà ed i rischi della ricerca sul campo.
Nel libro si troveranno dibattiti italiani tra “antropologi teorici”, che fanno riferimento alla tradizione e
alla scientificità, dicendo che un’A pubblica e applicativa tendeva a trascurare l’A teorica, e
“antropologi pratici”, i quali, attraverso forme organizzative (gruppi di lavoro, associazioni
riconosciute – ANPIA), hanno difeso i loro interessi.
Per fare A pubblica, secondo Colajanni, è necessario conoscere a fondo i meccanismi di comunicazione
e diffusione, con un linguaggio adeguato, dei modi in cui l’antropologia affronta o gestisce alcuni
problemi fondamentali della condizione umana, cercando di suscitare l’interesse del grande pubblico e
inglobando la disciplina nei “discorsi pubblici”.
Nell’A applicata, invece, per C., il campo privilegiato nel quale lo specialista deve dimostrare la sua
conoscenza è quello dei cambiamenti sociali e culturali come problema generale, e una lettura
antropologica di sostegno aiuta a muovere i primi passi in questo campo.
L’antropologo con vocazione applicativa dovrebbe possedere una conoscenza molto approfondita del
settore nel quale vuole lavorare. E il cuore di ogni applicazione del sapere antropologico risiede,
soprattutto, nella capacità di studiare a fondo l’agenzia di cambiamento, l’istituzione che propone e
gestisce mutamenti nel campo educativo, sanitario, agricolo e della gestione dei processi migratori.
È necessario, però, tener conto dell’esercizio di influenza sulle decisioni e azioni dell’istituzione
pertinente, sulla base della competenza e affidabilità professionale.
Inoltre, l’attività di ricerca-consulenza e di ricerca-azione dell’antropologo applicativo deve garantire
una nuova produzione di conoscenza nel corso dell’intervento, che a livello sociale, rappresenta la
costruzione di una “relazione” tra soggetti, che va analizzata con cura, per trarne insegnamenti generali
e suggerimenti per successivi interventi. Le antropologie applicative portano inevitabilmente con sé
una CRITICA alle ISTITUZIONI e una CRITICA delle POLITICHE.
Introduzione
L’intenzione del libro non è quella di attaccare l’antropologia che si occupa di ricerca “pura”, ma di
ribadire la necessità e la legittimità scientifica, della sua controparte applicata.
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QUICK AND DIRTY

ANTROPOLOGIA PUBBLICA, APPLICATA E PROFESSIONALE

Ivan Severi Prefazione (di Antonino Colajanni) L’antropologia culturale e sociale attraversa una difficile situazione per molti aspetti: i processi di globalizzazione e la necessità di dare una risposta ai complessi problemi della modernità e postmodernità, lavorando ampiamente a livello geografico anche usando metodi statistici e quantitativi, la concorrenza con altre discipline sociali (sociologia, pedagogia, psicologia), l’attaccamento agli antichi studi fondativi incentrati su piccole comunità. Soprattutto in Italia, i docenti di questa disciplina sono in grande calo, sia a causa delle risorse finanziarie dell’università che bloccano le esperienze di ricerca, sia per la difficoltà della generazione più anziana di lasciare le redini a una nuova generazione che si occupa del presente e della modernità e post modernità. Severi compone il libro basandosi su un sistema informativo e documentario intenso, aggiornato ed efficace, mostrando come l’antropologia possa far trovare un posto di lavoro, ma sottolineando anche le criticità, le difficoltà ed i rischi della ricerca sul campo. Nel libro si troveranno dibattiti italiani tra “antropologi teorici”, che fanno riferimento alla tradizione e alla scientificità, dicendo che un’A pubblica e applicativa tendeva a trascurare l’A teorica, e “antropologi pratici”, i quali, attraverso forme organizzative (gruppi di lavoro, associazioni riconosciute – ANPIA), hanno difeso i loro interessi. Per fare A pubblica, secondo Colajanni, è necessario conoscere a fondo i meccanismi di comunicazione e diffusione, con un linguaggio adeguato, dei modi in cui l’antropologia affronta o gestisce alcuni problemi fondamentali della condizione umana, cercando di suscitare l’interesse del grande pubblico e inglobando la disciplina nei “discorsi pubblici”. Nell’A applicata, invece, per C., il campo privilegiato nel quale lo specialista deve dimostrare la sua conoscenza è quello dei cambiamenti sociali e culturali come problema generale, e una lettura antropologica di sostegno aiuta a muovere i primi passi in questo campo. L’antropologo con vocazione applicativa dovrebbe possedere una conoscenza molto approfondita del settore nel quale vuole lavorare. E il cuore di ogni applicazione del sapere antropologico risiede, soprattutto, nella capacità di studiare a fondo l’agenzia di cambiamento, l’istituzione che propone e gestisce mutamenti nel campo educativo, sanitario, agricolo e della gestione dei processi migratori. È necessario, però, tener conto dell’esercizio di influenza sulle decisioni e azioni dell’istituzione pertinente, sulla base della competenza e affidabilità professionale. Inoltre, l’attività di ricerca-consulenza e di ricerca-azione dell’antropologo applicativo deve garantire una nuova produzione di conoscenza nel corso dell’intervento, che a livello sociale, rappresenta la costruzione di una “relazione” tra soggetti, che va analizzata con cura, per trarne insegnamenti generali e suggerimenti per successivi interventi. Le antropologie applicative portano inevitabilmente con sé una CRITICA alle ISTITUZIONI e una CRITICA delle POLITICHE. Introduzione L’intenzione del libro non è quella di attaccare l’antropologia che si occupa di ricerca “pura”, ma di ribadire la necessità e la legittimità scientifica, della sua controparte applicata.

Nel suo tentativo di affermare l’importanza di un’A “pratica”, Ivan Severi si è trovato “coinvolto” in una ricerca di tipo storico-epistemologico, che vede gli antropologi come interlocutori privilegiati, in una logica di apertura e confronto.Severi cerca di rendere il libro accessibile a tutti, non facendo una storia dell’antropologia ma piuttosto una CONTRO-STORIA, che non si cura del susseguirsi delle teorie e paradigmi interpretativi, ma piuttosto di un campo concreto della società di cui l’A si può occupare. Da anni, antropologi/ghe che lavorano con la società, lamentano di una chiusura da parte di essa, di un’incapacità, da parte della società, di riconoscere il loro ruolo. Infatti, spesso gli antropologi vengono scambiati per psicologi, sociologi o giornalisti, le persone non sanno o non capiscono di cosa si occupi, e chi, magari, riesce a conquistarsi una posizione di credibilità lavorativa, manca di un adeguato riconoscimenti professionale, perché non esistono forme contrattuali che lo considerano. Ciò che manca per un reale riconoscimento è una politica culturale (cosa che in Italia praticamente non è mai esistita): se gli antropologi sono gli stessi a non riconoscere l’utilità e l’importanza del loro ruolo, non potrà essere sicuramente la società a farlo per loro. Noi dobbiamo dare voce all’utilità e all’importanza della nostra disciplina, ma il problema è che lo stato delle cose è costantemente reificato in pratiche e modalità relazionali talmente incorporate da rasentare la naturalizzazione. Nelle altre parti del mondo, invece, gli antropologi si confrontano con la società e con il mercato del lavoro da decenni. Nel contesto antropologico statunitense, Robert Borofsky ha riavviato circa un ventennio fa, un dibattito su temi di società e mercato con la sua proposta di Public Anthropology , con il tentativo di confrontarsi con la realtà extra-accademica, e con l’obiettivo di riconquistare il pubblico che prima si era interessato ad autori classici come Levi-Strauss. Secondo Borofsky, non sono cambiati i gusti dei lettori ma è diminuita la capacità degli antropologi di occuparsi di argomenti all’ordine del giorno, e di farlo in modo comprensibile e accattivante. Tuttavia, gli studiosi appartenenti alla tradizione dell’Antropologia Applicata Americana (riuniti nella Society for Applied Anthropology ) mettono in dubbio la portata innovativa di questo approccio, in quanto da sempre sono impegnati in una serie di attività pratiche in contesti considerati “caldi”, nei quali è impossibile non adottare una prospettiva che assume una diversa posizione in base agli attori coinvolti. Se la Public Anthropology ha incontrato l’interesse delle università e della ricerca pura, gli ambiti accademici guardano con diffidenza l’Applied Anthropology per la sua eccessiva attenzione a situazioni concrete, che portano ad un’incapacità di contribuire allo sviluppo teorico della disciplina, ignorando la letteratura scientifica. Agli antropologi professionali della NAPA ( National Association for the Practice of Antropology ), questa esclusione da parte degli accademici è totalmente indifferente: essi hanno tagliato i ponti con l’università, e negli Stati Uniti sono rappresentati da una divisione specifica dell’American Antrhopology Association (AAA). In Europa, invece, non si ha avuta la diffusione della figura del “practice man”, ma si fa riferimento più che altro ad un “intellettuale pubblico” come naturale sbocco dell’antropologo interessato alla ricaduta sociale della propria ricerca. Emergono dunque 3 dimensioni imprescindibili per la comprensione del ruolo dell’antropologo che cerca uno spazio all’interno della società: metodologia, etica e rapporto con il campo. Il secondo capitolo sarà dedicato alle risposte dell’antropologia applicata alle accuse di scarsa scientificità che gli sono state mosse al ramo accademico. Da un lato gli antropologi applicati non di sono mai rassegnati ai paradigmi dominanti, che hanno dipinto la pratica etnografica come un’avventura solitaria imbevuta di positivismo, e hanno definito l’antropologo come un lettore e interprete di culture.

CAPITOLO 1: Il gioco delle parti. Il dibattito attorno all’uso pubblico dell’antropologia La discussione in merito all’antropologia è di lunga tradizione, soprattutto nel contesto americano, e la formulazione di Robert Borofsky di una Public Anthropology ha alimentato tale discussione. La proposta di Borofsy si regge sulla necessità di una maggiore apertura alla DIVULGAZIONE. Gli antropologi applicati, comunque, gli hanno criticato più volte di non aver proposto nulla di realmente innovativo. Anche se il suo linguaggio è accessibile e accattivante, l’impatto della sua proposta sul pubblico è stata inferiore alle aspettative e replica alcune forme di discriminazione che l’accademia aveva fatto all’A applicata. Negli Stati Uniti oltre agli antropologi pubblici e applicati (che rimangono ancorati alla ricerca universitaria), troviamo i Practice Anthropologist , i quali tagliano definitivamente i ponti con l’accademia, lavorando come professionisti. Vi sono poi ulteriori posizioni che non accettano nessuna delle precedenti.

  1. L’avvento della Public Anthropology Borofsky, pofessore di antropologia alla Hawaii Pacific University è conosciuto in Italia soprattutto grazie alla pubblicazione di L’antropologia culturale oggi (2000). Il suo continuo lavoro per la costruzione di una Public Anthropology (PA) ha spinto ad una riettura critica degli ultimi 60 anni della storia della disciplina. Nel febbraio 2000 Borofsky inizia la sua battaglia volta alla denuncia della perdita d’importanza dell’A e della sua assenza in qualsiasi tipo di discorso pubblico e lo fa scrivendo sull’Anthropology News, lamentando che gli antropologi non sono direttamente attivi in ambito pubblico, anche se vengono “usati” dagli intellettuali per la loro valenza anti-strutturale, non sono partecipanti attivi. Secondo Borosfky, la responsabilità di questa marginalizzazione è da ricercare tra gli antropologi stessi, i quali passerebbero troppo poco tempo ad interrogarsi sulla natura della disciplina e sul modo di fare cultura chela contraddistingue. A causa di queste cattive abitudini, l’A avrebbe perso la capacità di confrontarsi con i problemi della società contemporanea e del mondo che la circonda; il tutto aggravato da una progressiva scomparsa di quelle analisi comparative che hanno sempre caratterizzato la disciplina, anche attraverso l’utilizzo di un’audience già pronta che ha trasformato alcuni lavori di specialisti in altri campi in best seller (es. geografo Jared Diamond). Secondo Borofsky, il caso Diamond dimostra come, attualmente, studiosi di altre discipline si stiano impossessando del nostro settore. La Puiblic Anthropology di cui ci parla B. vuole occuparsi dei problemi e relazionarsi con un pubblico al di fuori dei limiti autoimposti dalla disciplina. In questo senso il termine public indica a volontà di partecipare ad un dibattito più ampio attraverso gli strumenti e il pdv specifico dell’antropologia. Ed il suo successo in così poco tempo, è dovuto sua vaghezza, perché PA indica impegno e dinamismo, senza però specificare dettagli. La PA si distingue dalla tradizionale AA (Antropologia Applicata) perché, anche se di approcci simili, l’AA tende a focalizzarsi su problemi formulati teoricamente da altri, mentre la PA ha la fora di resistere alla differenziazione tra aspetti pratici e teorici. La PA è orientata teoricamente , a causa della sua sensibilità nei confronti delle egemonie, ma allo stesso tempo è anche praticamente connotata verso i problemi sociali reali (Borofsky). L’antropologo pubblico persegue quell’olismo che è stato a lungo la parola d’ordine della disciplina, e questo gli permetterebbe di svincolarsi da quelle gerarchizzazioni tra aspetti pratici e teorici, e soprattutto di rifuggire l’ossessione per la specializzazione. Merril Singer, però, spiega che per migliaia di antropologi applicati, le tesi di Borofsky non hanno alcun valore, anche se Singer non lo disprezza, perché comunque ha aiutato.

Singer ha ottenuto buoni risultati grazie alle sue esperienze di lavoro nel campo di salute/droga, ed ha partecipato a numerose iniziative organizzate da associazioni e istituzioni pubbliche. Da queste esperienze nascono anche specifiche metodologie di intervento, ad esempio il Rapid Ethnolografic Assessment , che propone un approccio innovativo sul tema della prevenzione dell’AIDS calato nel microcontesto sociale. Singer si pone delle domande: perché molti accademici sembrano inconsapevoli dei numerosi lavori di interesse pubblico svolto dagli antropologi applicati? Secondo Borofsky, lo scopo della PA sembrerebbe quello di offrire risonanza pubblica a un gruppo di intellettuali di relativo impatto mediatico, ma solitamente interni all’università. Questi rappresenterebbero una sorta di intelligencija della disciplina, “incaricata” di partecipare al dibattito pubblico su temi socialmente rilevanti. Lontano dai riflettori rimarrebbe una sottoclasse di forza lavoro in vendita sul mercato, costituita dagli antropologi applicati. Singer condivide l’idea che l’antropologia debba trovare un pubblico più ampio, ma allo stesso tempo ritiene che il moltiplicarsi di etichette, contribuisce solo a spaccare ulteriormente la disciplina, finendo per indebolirla invece che rafforzarla. Ma cosa sta succedendo negli ultimi vent’anni a quella parte della disciplina interessata al confronto aperto con la società? Secondo Singer, Borofsky aveva ragione a dire che l’obiettivo prioritario della disciplina deve essere quello di trovare un linguaggio accessibile al pubblico generalista come unica via per tornare al centro del dibattito, e questo attribuisce a Singer una presa di posizione contro il posizionamento degli accademici. Questo però suscita perplessità, in quanto Singer stesso possiede una cattedra per l’Università del Connecticut. Comunque, il termine PA è divenuto una parola magica capace di catalizzare l’attenzione, sollevando anche un dibattito riguardo quel ramo della disciplina che ha sempre privilegiato la partecipazione all’osservazione. Questo dibattito ha radici profonde, connettendo una questione prettamente accademica, con l’aspetto etico-politico dell’antropologia, e con la dimensione di potere che ne determina lo stesso statuto ontologico ed epistemologico. E dobbiamo ricordarci sempre che il contesto condiziona le retoriche: ogni istanza scientifica deve fare i conti con il mondo che la circonda. Le rivendicazioni mosse dagli antropologi applicati arrivano quando il sistema universitario sembra ormai incapace di assorbire il numero di ricercatori che produce ogni anno. Studiosi altamente qualificati sono costretti a cercare all’esterno uno spazio di applicazione delle loro conoscenze, le quali rappresentano competenze che necessitano di un riconoscimento a livello scientifico. Ogni ricerca deve sottostare a criteri di scientificità, prodotti storicamente ed interconnessi con la società, con il sistema economico e con i valori dominanti. Pertanto, la ricerca che avveniva all’interno dell’università ha portato alla definizione di determinati criteri di scientificità, che oggi sono messi in crisi dalla grande mole di ricerche che si sviluppano all’esterno in maniera indipendente. In questo scenario troviamo 3 posizioni che si schierano sul campo:

  • RICERCATORI ACCADEMICI in senso stretto, che rivendicano l’autorità di definire quei criteri di scientificità;
  • RICERCATORI di una TERRA di CONFINE, che si estende tra l’accademia ed il mondo, dove troviamo fazioni in lotta (es. PA e AA negli Stati Uniti) per la definizione di nuovi criteri di scientificità che tengano conto di altri parametri. Queste due fazioni manifestano la necessità di interfacciarsi sia con la realtà dell’accademia che con la realtà della società.

sintesi. Inoltre, ogni articolo doveva essere riassunto da due persone differenti. In questo modo gli studenti hanno avuto un grande canale di accesso alla pubblicazione. L’organizzazione dell’archivio, tuttavia, non era di immediata comprensione, in quanto rimanda a intere annate della rivista, e non ai numeri specifici, rendendolo meno accessibile. Per rendere tutto più semplice ed efficace bisognerebbe ridimensionare l’obiettivo, concentradosi sulle pubblicazioni attutali. Con la nascita del Public Outreach Assessment of Anthropology Doctoral Programs nel 2006, Borofsky istituisce una sorta di classifica alternativa al National Reserach Council (NRC), un ente che si occupa di monitorare la qualità dell’offerta dei programmi dottorali delle università americane. La principale critica viene mossa a sistemi di valutazione come quello della NRC in quanto conferiscono troppa importanza alle pubblicazioni su riviste scientifiche, sono indifferenti nei confronti delle attività svolte al di fuori dell’accademia e dell’impatto pubblico e sociale che hanno tali ricerche. Questo metodo di valutazione risulta inadeguato. Già nel 2007 esistevano 6 programmi di dottorato in antropologia facenti capi a 6 diverse università ed esplicitamente ispirati al concetto di “public”: ognuno di essi presentava punti in comune, ma allo stesso tempo fornivano una versione originale di tale concetto. In tutti e 6 i programmi era sottolineata la necessità di istituire connessioni tra l’università e il mondo fuori dall’accademia. Borofsky si inserisce in una tendenza diffusa che propone una forma di valutazione della ricerca basata sull’impatto di questa sulla società. La ricerca sembra essere sempre più al servizio della società. Ultimo tra progetti del centro è Community Action Website Project for Undergraduates , il quale rappresenta il più grande successo in termini pedagogici di cui la storia della disciplina può vantare, e che ha coinvolto in poco più di 5 anni, 8000 studenti provenienti da 66 diversi collegi e università. Attraverso un percorso di poco più di due settimane, viene data agli studenti la possibilità di partecipare ad una serie di attività aventi lo scopo di farli confrontare con problematiche di ordine etico e con alcune ripercussioni sociali concrete della disciplina. Gli scritti redatti dagli studenti venivano sottoposti a valutazioni incrociate, da cui dovrebbero emergere veri e propri documenti da mettere in circolo nei mass media e tra i rappresentanti istituzionali, con lo scopo di promuovere la sensibilizzazione sugli argomenti prescelti.

  1. Una feroce controversia La scelta dell’obiettivo su cui indirizzare l’attività del primo gruppo di studenti, nel 2006, ricade sulla mancata restituzione di numerosi campioni di sangue appartenenti agli Yanomami, trattenuti da alcune istituzioni americane tra cui la Penn State University. Il caso ha fatto scalpore e ottenuto l’attenzione della stampa generalista, dando molta visibilità al lavoro del centro. La stampa e Borofsky si occuparono di questo fatto per una grande riflessione etica. Tutto ha inizio quando Patrick Tierney, un giornalista, nel 2000 pubblica Darkness in El Dorado e come sottotitolo “come gli scienziati e i giornalisti hanno devastato l’amazonia”. Tierney attacca l’antropologo Napoleon A. Chagnon, grande studioso degli Yanomamo con cui aveva fatto tantissima esperienza di lavoro sul campo, pubblicando Yanomamo: The Fierce People. L’approccio di Chagnon al campo è sempre stato definito molto aggressivo, ma raccolse una moltitudine di dati, tra scritti e documenti filmati. La sua è un’antropologia molto vicina alla sociobiologia; secondo lui, la ferocia che caratterizza lo stile di vita Yanomamo è strettamente legata

all’aumento del processo riproduttivo. (Yanomamo per Changon, Yanomami per la comunità scientifica). Le accuse di Tierney a Chagnon:

  1. Aver avuto un contatto troppo avventato con una popolazione che fino ad allora era stata isolata, con il rischio di diffondere germi e malattie. Aver ricostruito un’immagine negativa del gruppo, descrivendolo come feroce e incline alla violenza, come se fossero in un perenne stato di guerra. La critica viene mossa anche a James Neel, genetista e collabore di Chagnon, il quale, insieme all’antropologo, avrebbero somministrato un vaccino per il morbillo che avrebbe causato la morte di migliaia di persone nel corso dell’epidemia del 1968.
  2. La seconda accusa, che ha suscitato l’interesse di Borofsky, riguarda la raccolta di campioni di sangue Yanomami da parte di Chagnon e Neel (in un’epoca nella quale il consenso informato era molto vago), al fine di compiere analisi sulle malattie che colpivano la popolazione, ma secondo Tierney i loro sangue serviva per essere comparato con quello dei sopravvissuti dopo i bombardamenti ad Hiroshima e Nagasaki. A questo punto la questione si trasforma nella celebre controversia che vede coinvolta tutta l’American Anthropology Association (AAA), la quale, dopo alcuni episodi e la pubblicazione di Darkness in El Dorado decide di muoversi, in quanto si sente minacciata dalla possibilità di uno scandalo. Per prima cosa durante un convegno dell’AAA nel novembre 2000 viene organizzata una sessione speciale dedicata a tale volume e in cui vengono messe a confronto le diverse poszioni. In seguito, Louise Lamphere, allora prsidente dell’AAA allestisce una sorta di commissione d’inchiesta per verificare se, e in che modo, Chagnon avesse violato il codice etico dell’associazione; nel frattempo la posizione ti Tierney viene messa in dubbio. I risultati di questa inchiesta saranno a loro volta contestati e sottoposti a due referendum interni all’AAA. Il caso Chagnon continua ad essere oggetto di dibattito, e Ivan Severi (l’autore) ha deciso di parlarne, perché non farlo avrebbe significato omettere un caso in cui la ricaduta concreta della disciplina è emersa esplicitamente, attraverso una riflessione pubblica sull’etica e sulle ripercussioni che l’attività dell’antropologo ha sulla vita dei soggetti di studio e della società più in generale. Il Community Action Website Project for Undergraduates diviene un mezzo per invitare ad una presa di posizione a favore della popolazione indigena; l’appello viene lanciato attraverso un mailbombing (una campagna di lettere cartacee e non) indirizzato agli enti possessori dei campioni ematici. Ken Weiss, professore di antropologia alla Penn State Uni era il primo a volersene sbarazzare, li quanto si è trovato responsabile della detenzione di tali campioni, che in realtà erano li da decenni, ma a impedirlo sarebbero stati alcuni mancati adempimenti burocratici da parte del Brasile. Da questa complessa vicenda nasce il volume di Borofsky sugli Yanomami, con un intento fondamentalmente pedagogico, affinché gli studenti potessero fare esperienza della disciplina attraverso la controversia. I profitti di tale volume sono stati interamente devoluti alla causa degli Yanomami, strumentalizzati da tutte le parti coinvolte nella vicenda. Nell’aprile 2015 i campioni di sangue sono stati restituiti alla popolazione brasiliana, che ha potuto portare a termine la cerimonia

Un secondo elemento di questa critica è rappresentato dalla costruzione di una forma di autonomia degli studiosi all’interno dell’accademia liberandosi da certe forme di sudditanza. Ma questa vantata purezza non può essere considerata come portatrice originaria di legittimità per una certa forma di antropologia. Segue poi la tendenza degli antropologi applicati ad unire la propria attività di ricerca a diverse forme di attivismo a supporto delle realtà studiate. L’ultima questione sollevata dai sostenitori dell’approccio applicato riguarda l’opposizione all’accusa di ateoricità che contraddistingue i lavori prodotti. Secondo gli autori, questa impressione si basa sul fatto che la TEORIA è solitamente celata, ma sta alla BASE della costruzione di una metodologia applicata nel contesto specifico. Nell’ambito dell’AA è richiesta a capacità di dialogare con teorie e metodologie provenienti da altre discipline che concorrono al raggiungimento di un obiettivo comune. Hill dice che gli antropologi applicati non possono essere accusati di mancanza di teoria, ma sono, anzi, coloro che testano la reale efficacia delle teorie e, per questo, non possono essere trascurati. Attraverso l’interazione tra questi studiosi di confine e la società, l’evoluzione del pensiero antropologico troverebbe maggiori punti di contatto e di influenza con altre discipline. L’accademia si è dunque dimostrata incapace di superare quest’ostacolo. Le scienze antropologiche si costituiscono di diversi campi: A culturale, A fisica (o biologica), A linguistica e archeologia. Esiste un quinto campo?

  1. Practice Anthropology, la quinta sottodisciplina Mareitta L. Baba è una famosa antropologa di frontiera, che compie un’attività conreta, vanta numerose collaborazioni con università nell’ambito dell’antropologia dell’impresa. Lei ha saputo coniugare questa sua attività con una carriera universitaria e una vasta produzione scientifica che affronta proprio questo tipo di rapporto. Negli anni ’90 ha ricostruito lo sviluppo di un’ulteriore suddivisione interna alla disciplina che distingue l’ Applied Anthropology dalla Parctice Anthropology, rilevando come nel 1969, Foster distinguesse già queste due dimensioni. La National Association for the Practice of Anthropology (NAPA) fu costituita nel 1983 dall’AAA, a seguito della forte domanda di rappresentanza degli antropologi professionali che ormai lavoravano a tempo pieno. La NAPA, dunque, intendeva marcare la divisione con la stessa SfAA e legittimare una forma di occupazione esterna all’accademia. Vi sono nette distinzioni nel modo di lavorare. Gli antropologi professionali subiscono una serie di pressioni sulle tempistiche e sulla necessità della restituzione dei risultati ottenuti ai finanziatori. Mentre gli antropologi accademici che hanno a che fare con la pratica possono decidere di tornare in ambito accademico in qualsiasi momento, gli antropologi professionali sono costretti a fare i conti con la dimensione della presentazione di un servizio e con rischi connessi all’esercizio di una qualunque professione che abbia a che fare con il mercato. Non è possibile tracciare il profilo dell’antropologo professionale tipo, ma la Baba rintraccia delle tendenze all’interno del mercato americano, basandosi sul rapporto stilano dalla NAPA nel 1990, distinguendo tra settore di lavoro, ruolo e ambiti. Uno dei dati di maggiore interesse che emerge è l’elevato grado di soddisfazione degli antropologi professionali (25% nel settore privato e 14% nel pubblico), in quanto la maggior parte di essi valuta il proprio lavoro come stimolante e con un trattamento economico migliore rispetto all’accademia. Il futuro della disciplina è condizionato dal rapporto tra ACCADEMIA e PROFESSIONE, ma il centro

dell’elaborazione teorica rimane necessariamente all’interno dell’università. La Baba individua tre aree critiche attorno a cui ruota questa relazione.

  1. L’EDUCAZIONE dei FUTURI PROFESSIONISTI; Da un lato molti di loro sottolineano l’importanza di una forte preparazione teorica, dall’altro lamentano una scarsa formazione pratica, una mancanza di strumenti in ambiti diversi (quali la metodologia quantitativa, la comunicazione scritta e orale, una buona padronanza delle lingue e una preparazione specifica in determinate aree, come salute e affari internazionali). Questo perché i programmi di lauree e dottorati sono improntati ad una futura carriera accademica.
  2. Sussunzione (partire dalla pratica per arrivare alla teoria) del “MODELLO INGENIERISTICO”; Esso vede una ferrea gerarchia e una suddivisione dei ruoli: da un lato l’accademia e la ricerca dedicate allo sviluppo teorico, dall’altro una serie di professioni che si limiterebbero ad applicare la conoscenza sviluppata da altri, sullo stesso rapporto che esiste tra il fisico e l’ingegnere. La Baba presenta la medicina come contraltare, dove la scienza applicata è costantemente utilizzata per ripensare la teoria. Questa riflessione si basa sulla consapevolezza che è impossibile applicare l’antropologia senza prima esercitare una qualche forma di ricerca che è uguale a quella teorica. Nella realtà, i dati che si muovono dal contesto pratico a quello teorico sono molto pochi: Van Wiligen spiega che in realtà, il fatto di non pubblicare o trasmetter dati e considerazione raccolte sia insita alla natura antropologica. Spesso questo è dovuto ad un’esigenza di riservatezza che i committenti per cui gli antropologi lavorano richiedo, o perché gli stessi professionisti non vi vedono l’utilità. Mentre per quanto riguarda l’accademia, invece, la pubblicazione è l’unico modello riconosciuto di valorizzazione e valutazione del proprio lavoro. Immergersi troppo nell’accademia offusca la percezione di un mercato del lavoro al di fuori di essa, e allo stesso modo, il progressivo inoltrarsi nel modo del lavoro porta alla relativizzazione dell’importanza del dibattito accademico. Per questo motivo, i ricercatori che trovano una carriera esterna non si preoccupano di condividere i propri risultati con coloro che dovrebbero fare parte della stessa comunità scientifica. L’approccio fortemente interdisciplinare portano gli antropologi applicati a cercare interlocutori esterni. La tendenza è quella di condividere il proprio lavoro con i colleghi più prossimi, anche se di altri campi disciplinari, e dunque serve un linguaggio di frontiera ( pidgin ), che deve essere poco scientifico poiché lontano dal gergo accademico.
  3. Il PROBLEMA della PUREZZA; la ricerca dell’antropologo professionale è vista come “quick and dirty” (veloce e sporca), ma sporca è anche l’etica che viene adottata, in contrasto con la purezza della ricerca pura. Questo, tra le altre cose, rivela anche una scarsa comprensione del senso dell’utilizzo di un codice di condotta sul campo o nel luogo di lavoro. In antropologia convivono due paradigmi tra loro in contrapposizione: uno rifiuta la possibilità di lavorare in determinati contesti considerati pericolosi, l’altro invita l’antropologia ad accumulare la conoscenza più ampia possibile del mondo che ci circonda, che però passa attraverso questi campi pericolosi.

Il contesto norvegese, come testimonia Signe Howell, sembra offrire strumenti ad hoc anche all’interno dei mezzi di comunicazione rivolti al grande pubblico, come il kronikk , cioè un genere letterario istituzionalizzato nei quotidiani e nelle riviste norvegesi su un tema di attualità, e scritta da qualcuno con conoscenze specifiche sul tema, e non dal giornalista del quotidiano. Solitamente si trova a seguito dell’editoriale. L’utilizzo di mezzi diversi significa anche maturare un nuovo linguaggio , nuovi metodi e tempistiche di dibattito, e la capacità di rapportarsi con la “superficialità” che comporta la discussione pubblica. Bisogna riappropriarsi della capacità di NARRARE con semplicità. Daniel Cefai e Valérie Amiraux rilevano come in Europa negli ultimi anni si sia diffusa l’ expertise , una figura intermediaria tra l’antropologo e l’intellettuale pubblico. Esso è un elemento centrale della legittimazione politica, il suo ruolo è confinato dominio della valutazione tecnica. È un ruolo ambiguo che deve essere in grado di muoversi trasversalmente nelle diverse scene istituzionali, un ruolo attribuito dai media agli occhi del pubblico.

  1. Il modello “morale” Si ritorna sul caso di Neel e Chagnon in quanto è emersa un’ulteriore riflessione che valuta in modo scettico le tendenze disciplinari incapaci di scindere la ricerca scientifica dalla valutazione morale. Negli anni 90 diverse voci si sono schierate a sostegno di queste due posizioni, fino ad arrivare alla tesi di Thomas Gregor e David Gross in merito all’istituzione ella El Dorado Task Force ad opera dell’AAA, la quale solleva forti dubbi sulla legittimità di tale operazione. I due autori riportano i pareri di quattro diverse commissioni di indagine di quattro associazioni alternative all’AAA ovvero la NAS (National Academy of Science), la IGES (International Genetic Epidemiology society), la ASHG (America Society of Human Genetics) e la SVA (Society for Visual Anthropology), tramite i quali Neel e Chagnon escono scagionati dalle accuse di Tierney, il quale viene a sua volta fortemente criticato. Secondo Gregor e Gross, il lavoro compiuto dalla commissione promossa dall’AAA si è mosso su coordinate molto diverse, in quanto guidato da un impatto “moralista” che si è impossessato della disciplina a partire dagli anni ’80. L’articolo di Dreger si limita a decostruire le accusi nei confronti di Neel e Chagnon, adottando il ruolo dell’avvocato, mentre Gregor e Gross denunciano un “cancro” che si sta diffondendo nella disciplina e di cui N. e C. sarebbero stati sfortunate vittime. Già negli anni ’90 Kirsten Hastrup, Peter Elsass e Roy D’Andrade denunciavano una diffusa tendenza dell’antropologia ad abbandonare la ricerca dell’oggettività scientifica a favore di discutibili forme di advocacy. Questa tendenza sarebbe figlia della svolta post-modernista, che da un lato avrebbe portato a negare l’esistenza stessa di una verità oggettiva a favore di un relativismo assoluto e di tante verità collocate, e dall’altro avrebbe imposto alla disciplina un modello morale talmente pervasivo da ridurre gli antropologi al ruolo di assistenti sociali. L’idea promossa già nel 1990 da Hastrup e Elsass è che nessuna causa può essere legittimata in termini antropologici; al massimo l’antropologo può usarla come base per la raccolta e la produzione di dati che legittimano una presa di posizione personale. La stessa posizione viene espressa da Pietro Clemente (italiano) durante un seminario, secondo il quale l’A non avrebbe criteri autonomi di intervento operativo, ma ha criteri autonomi di intervento conoscitivo , ed è a questi che deve affidare la legittimità di un proprio rilievo. I tre autori chiariscono che la loro è una presa di posizione contro le derive dell’A applicata.

La complessità delle situazioni, inoltre, mette spesso l’antropologo in una posizione di dover decidere da che parte stare; ne è un esempio il caso degli Arhuaco della Sierra Nevada, gruppo diviso in due fazioni, una fortemente tradizionalista e l’altra aperta all’occidentalizzazione. Alan Smart, come risposta al problema, propone di rispolverare la vecchia idea secondo cui l’antropologo debba essere critico della propria società: quando il critico sociale non è anche un cittadino, l’ engagement solleva questioni etiche e metodologiche distinte da quelle della ricerca engaged a casa propria. Un po' diversa è la critica di D’Andrade, il quale cavalca lo scetticismo nei confronti della svolta post-modernista degli anni ’80, spiegando che l’A si è trasformata da modello oggettivo del mondo a modello morale del mondo, che non cerca più di descrivere l’oggetto, ma di comprendere cosa sia bene e cosa sia male. Da qui si sviluppa un approccio ingenuo secondo cui il male corrisponde all’oppressione, la modernità e la scienza, indicandole come categorie che l’A dovrebbe rifuggire e demistificare. Ma anche questa posizione risulta essere etnocentrica, in quanto il bene che si intenderebbe perseguire è comunque di stampo occidentale. Secondo l’autore, comunque, gli effetti positivi di questo approccio esistono in un settore molto particolare: il modello morale corrente è un ottimo strumento per la battaglia intellettuale all’interno dell’università. CAPITOLO 2: La difficilissima arte. La riflessione sul metodo in antropologia applicata Si racconterà in questo capitolo la storia dell’AA, che è costituita principalmente da una riflessione metodologica, dalla quale si prenderanno in considerazione una serie di modelli che superano la generica formulazione di osservazione partecipante, allontanandosi dallo stereotipo di ricerca solitaria, mettendo l’antropologo in condizione di avvalersi di collaboratori e strumenti di altre discipline, e di adattarsi a campi specifici. Ivan Severi cercherà di dimostrare come NON esistono regole che possono essere uguali in ogni contesto, e come sia bizzarro che l’A, la disciplina del particolare, ha tentato di produrre generalizzazioni. La metodologia dell’antropologo si sviluppa su due concetti chiave: osservazione partecipante e intervista , il tutto preceduto, nei trattati antropologici/etnografie, da un capitolo introduttivo dove si illustra metodologia utilizzata, il quale risulta inutile per chi già si intende di antropologia, e frustrante per chi non consce la materia, perché si sentirà incompetente. Come ben sappiamo fu Malinowski a formulare il concetto di osservazione partecipante , che spesso si riduce ad essere una prolungata permanenza nel campo di indagine. Restare sul campo, però, da una parte può portare alla perduzione dell’etnografo (acquisizione conscia/inconscia di schemi cognitivo-esperienziali che entrano in risonanza con schemi acquisiti precedentemente tramite un’interazione continuata, una co-esperienza prolungata – Piasere); dall’altro consente al ricercatore di stringere rapporti con i propri soggetti di studio, osservarli e concedergli tempo per abituarsi alla sua presenza e ritornare agli schemi normali, dopo che l’arrivo dell’etnografo li ha inevitabilmente alterati. Durante la permanenza l’antropologo potrà organizzare momenti di dialogo con i suoi informatori , portatori del pdv del gruppo, il tutto annotato nel “diario di campo”, un elemento ritenuto da tempo come fonte di legittimazione scientifica e spesso manipolato, in modo più o meno consapevole. La riflessione post-moderna degli anni ’80 solleverà molti dubbi in merito al ruolo giocato dall’antropologo nella fase di raccolta dati e nella successiva restituzione.

Il dominio coloniale britannico con l’ indirect rule imponeva agli amministratori britannici la conoscenza approfondita del territorio conquistato, e questo ha determinato un maggiore investimento per lo studio delle popolazioni africane e asiatiche e il conseguente interesse scientifico degli antropologi inglesi. L’impero coloniale francese, invece, non ha avuto particolare interesse a conoscere le forme di potere locale, sostituendolo con le proprie istituzioni, e ciò ha portato gli antropologi francesi ad avere una linea di condotta molto diversa da quella inglese, tedesca o americana. Il tratto comune rimane il carattere solitario di questo “eroe civile”.Fino a che Durkheim e la Scuola di Sociologia non faranno chiarezza sul modo in cui utilizzare i dati etnografici, l’A francese rimarrà in un limbo di sovrapposizione con la sociologia e l’A fisica. È dopo la 1WW che la Francia comincia l’istituzionalizzazione dell’antropologia vera e propria intesa come scienza d’azione, e negli anni ’ (terminato il periodo del Fronte Popolare), verrà sancita la definitiva indipendenza della scienza sociale dal potere politico. L’urgenza della raccolta è sentita anche in ambito francofono come dimostrano Marcel Griaule e Marcel Mauss, secondo i quali l’etnografia deve essere vista come un corpus di scienze e metodi. Le equipe di ricerca di Griaule si avvale di tantissimi esperti, di gruppi pluridisciplinari e di diverse tecniche di osservazione. Queste scelte metodologiche hanno anche altri obiettivi, già annunciati da Mauss nel 1925: da un lato rispondono alla necessità di professionalizzazione della disciplina, dall’altro devono consentire ai nuovi etnografi di sapere, misurare e registrare tutto “ scientificamente ”, con l’obiettivo di ottenere esaustività. Se si escludono percorsi anomali come quelli di Georges Balandier, che nel secondo dopo guerra si muove come attivista per la liberazione dal dominio coloniale e lo sviluppo in africa, e il suo allievo Claude Meillassoux, non sono molti i casi in cui si affronta la questione dell’AA in Francia, nel periodo tra le due guerre e nella seconda metà del secolo. Però, sulla scia di questi studiosi si sviluppa un approccio critico nei confronti delle relazioni di potere intrattenute tra occidente e continente africano. Roger Bastide nel 1971 inizia a parlare di AA discutendo soprattutto su tesi di autori americani e latino-americani, assumendo posizioni neo-marxiste. Secondo lui, l’AA deve essere una scienza “pratica” e “sperimentale”: gli antropologi devono lottare contro l’emarginazione e le nuove forme di sfruttamento e aiutare le persone a decidere da sole cosa vogliono raggiungere, indipendentemente dal loro tipo di lavoro. Se gli antropologi francesi sembrano emanciparsi dallo scomodo legame con il potere istituzionale, l’A britannica si costruisce all’interno delle colonie.

  1. Gli antropologi che volevano “rendere i mondo più sicuro per l’umanità” Anche negli Stati Uniti personaggi celebri come Franz Boas si sono occupati di AA, sono però gli antropologi della generazione successiva, nell’immediato dopoguerra, che iniziano veramente a riflettere sul ruolo e sulle metodologie specifiche della disciplina che abbiamo come oggetto il cambiamento , piuttosto che l’osservazione. Durante il conflitto, anche gli antropologi furono chiamati a dare il proprio contributo. Per Van Willigen, il cambiamento avvenuto in questa fase si identifica attraverso 3 termini principali: 1 - La gamma dei ruoli legittimi per l’antropologo applicato viene estesa al di là del nucleo ricercatore-insegnante-consulente, dunque maggior coinvolgimento nel processo di intervento di problemi specifici;

2 - Gli antropologi si confrontano con i propri valori; l’approccio basato sui valori espliciti sarà riconosciuto da alcuni antropologi, ma solo dopo un lungo dibattito; Attraverso questo passaggio vi sarà, da parte di alcuni, un superamento dell’illusione di oggettività. 3 - L’AA è sempre più coinvolta nell’azione. Nel 1950, Montagu fu il relatore del comitato che compilò la dichiarazione sulla razza dell’UNESCO, ma già nel 1948 Alfred Méthraux aveva diretto un programma pilota dell’ONU ad Haiti. L’antropologi iniziò a lavorare anche attraverso i progetti UNESCO. La prima iniziativa riguardava le scuole, poi campagne contro l’analfabetismo e un’implementazione della produzione e del commercio dell’artigianato locale. Altre iniziative insieme all’UNESCO continuarono ad esistere, e che partirono come piccoli esperimenti che piano piano divennero veri e propri interventi che modificarono radicalmente il senso del’AA. Sol Tax, Allan Holmberg e James Spillius sono considerati i tre padri della disciplina. Tax inizia nel 1948, per caso, a lavorare al Fox Project, all’interno del quale verranno definite le linee guida dell’ Action Anthropology. In quell’anno l’Università di Chicago da la possibilità a 6 studenti di svolgere un periodo id campo tra gli indiani Mesquakies (comunemente chiamati Fox Indians) sulle rive del Iowa River, a Tama (Iowa), e gruppo presso cui Tax aveva già fatto ricerca, concentrandosi sui legami parentali dal 1932 al 1934, e notando come tale società fosse ben organizzata e avesse mantenuto una forte connotazione identitaria, nonostante fossero un piccolo gruppo circondato da bianchi. Quando gli studenti di Tax arrivarono sul terreno si trovarono una realtà molto diversa da quella descritta: il New Deal aveva soppiantato la povertà che attanagliava i nativi durante la depressione; alcuni nativi, al ritorno dal secondo conflitto mondiale faticavano a trovare uno spazio nella società; il livello scolastico si era innalzato, c’erano dei diplomati. Presso i Mesquakies vi era stata una forte attenzione per il mantenimento della tradizione autoctona, ma si era sviluppata una forma di attrazione per i beni che provenivano dalle città vicine. Tax raggiunge gli studenti sul campo un mese dopo e chiede loro come pensavano potesse essere il futuro dell’insediamento; si svilupparono due posizioni differenti: una di inevitabile “assimilazione”, l’altra che puntava al mantenimento di una sorta di purezza culturale. Gli studenti decidono di aiutare concretamente la popolazione tramite il concetto “imparare aiutando”. Secondo la ricostruzione di Tax del 1958, teoria e pratica sono sorte INSIEME e in COMUNICAZIONE tra loro, senza una premeditazione. Dal lavoro di campo emersero quelle che i Fox ritenevano essere caratteristiche irrinunciabili: il mantenimento dell’identità Fox e la salvaguardia del loro credo morale. Su queste basi si mossero gli studenti di Tax, mettendo gli indiani nella condizione di scegliere la forma di cambiamento che ritenevano più adatta a loro. La condizione necessaria per farlo era che il Governo federale continuasse a versare un finanziamento minimo per la salute e l’educazione, per garantire le risorse essenziali. Nell’ambito della ricerca vengono sviluppati programmi per la professionalizzazione dell’artigianato e per lo sviluppo di industrie e cooperative per la produzione di manufatti. La Action Anthropology coniata da Tax (che prima ave a chiamato “participant interference”) si sviluppa all’interno della tradizione dell’A culturale, il che ci mostra che su due società a contatto, quella più piccola subirà pressioni esercitate dal potere di quella più forte. Il campo non è più solo la comunità indiana, ma include tutte le persone coinvolte in quella situazione di contatto: la tribù, i missionari, i commercianti, governatori, ecc.

ma il fatto che il ricercatore sia profondamente coinvolto, però fa sorgere la questione riguardante i valori del ricercatore stesso, perché anche se gli obiettivi del progetto sono stati raggiunti e hanno generato altri progetti di azione e sviluppo, hanno riportato agli interrogativi sull’etica e il ruolo dell’antropologo. Holmberg ha paragonato il proprio intervento a quello di uno psicanalista in una situazione terapeutica. James Spillius si era accorto che in queste situazioni, anche l’antropologo più puro non può fare a meno di lasciarsi coinvolgere, soprattutto se si trova davanti una situazione di crisi. Egli si concentrò, insieme al suo maestro Raymond Firth, sull’isola polinesiana di Tikopa, la quale tra il 1952-53 fu colpita da due uragani, una carestia e un’acuta crisi politica. Essi vogliono compiere una “ ricerca operativa ”, in quanto adatta, secondo loro, a risolvere i problemi pratici e concettuali begli studi antropologici sul cambiamento sociale. Anche qui, Spillius spiega che il governo e la popolazione dell’isola andassero assunti come un oggetto di studio unitario e inscindibile, perché solamente tramite questo approccio sarebbe possibile rilevare le questioni importanti. A Firth fu affidato il compito di razionare il cibo, cosa che fece in base alla sua conoscenza sulla struttura sociale (il riso era sconosciuto e la gente aveva difficoltà a suddividerlo, mentre le noci di cocco cibo tradizionale, seguivano canali prestabiliti di distribuzione); da qui si resero conto che lo stress della carestia dominava sia l’ordine pubblico che il controllo sociale, e questo causava molti furti, rivolte e accuse nei confronti dei leader locali in merito alle ripartizioni. Firth abbandona l’isola, e Sillipus si limita ad essere osservatore, m lentamente il suo ruolo divenne sempre più quello di mediatore tra le richieste d’aiuto delle popolazioni locali e il governo britannico, riuscendo anche a convincere le autorità governative della necessità dei soccorsi, per evitare che la situazione degenerasse in modo violento. Il ricercatore comunque assunse il ruolo di distributore super partes, anche se il governo britannico glielo aveva formalmente proibito, perché aveva subito pressioni a livello locale e gli equilibri si erano fatti sempre più instabili. La gravità della situazione rese rapidamente il furto come un crimine inaccettabile da dover essere punto con l’esecuzione, cosa che S. non voleva arrivando addirittura ad accogliere i due prigionieri in casa sua. A seguito di questo episodio,Sillipus si rese conto che il suo ruolo di osservatore era giunto al termine, decidendo di ridurre al minimo il suo intervento nelle questioni locali, anche se retrospettivamente rileva come il suo potere dovesse ormai apparire come imponente agli occhi dei locali. Comunque, la sua particolare esperienza gli ha permesso di raccogliere informazioni che gli sarebbero stati altrimenti precluse, arricchendo quindi anche la ricerca pura.

  1. L’antropologia di serie B Nel 1958, due studiosi che avevano partecipato al Fox Project fanno il punto della situazione. Secondo Lisa Peattie, questo tipo di approccio univa due radici differenti: l’attenzione per i nativi, protagonisti dell’A, e l’idea di poter costruire una scienza sociale del cambiamento, che mantenesse un carattere scientifico e includesse una certa forma di determinismo, e quindi di prevedibilità dei risultati. Suo marito, Robert Redfield, sottolineava invece l’aspetto politico che pervadeva il dibattito, come uno scontro tra la dx conservatrice e la sx progressista. Secondo la posizione conservatrice, tra cui vi rientra Evans-Pritchard, l’antropologo deve fare ricerca senza distrazioni causate da impegni amministrativi; egli può fare suggerimenti tecnici alle amministrazioni, ma la possibilità di dare giudizi non deve rientrare nel campo d’azione scientifico: l’antropologo, in quanto scienziato, non sarebbe professionalmente qualificato a prendere decisioni.

Al contrario, nella visione di Redfield, Tax e Holmber farebbero parte della sx riformatrice, in quanto spinti dalla ricerca della soddisfazione di valori che trascendono la mera dimensione della ricerca scientifica. Nelle due posizioni descritte, cambia completamente la concezione generale della disciplina. Tax utilizza la metafora dell’intervento clinico per descrivere il suo lavoro, dove l’antropologo accompagna i soggetti verso una forma di maggiore consapevolezza che li metta in condizioni di poter prendere decisioni in autonomia su quanto è meglio per loro. Holmberg, invece, parla di esperimenti sociali in cui testare forme di predittività: verificare, attraverso la formulazione di ipotesi e il loro riscontro, che determinati cambiamenti causano determinati effetti, al fine del cambiamento sociale. Sillipus, con il lavoro tra i Tikopia, si colloca nel centro, interventista per necessità e non per scelta, in quanto coinvolto nella drammatica situazione che porta i nativi alla fame. Anche lui osserva i fatti accadere, come se fossero fasi all’interno di un esperimento scientifico, dando però avvio agli eventi. Redfield sottolinea come negli scritti di questi autori ci si fermi molto di più sulla constatazione che la situazione di cambiamento permetta di apprendere un gran numero cose, che non sulla descrizione dei contesti nel concreto. Implicitamente si inizia a vedere uno slittamento di interesse verso la metodologia operativa piuttosto che verso l’analisi dei dati raccolti. Assistiamo ad un ribaltamento della posizione del ricercatore, che diventa studioso e al tempo stesso soggetto di studio, in quanto attore insieme agli altri del contesto osservativo. R. osserva anche come la situazione del ricercatore diventa sempre più irripetibile, vivendo passaggi irreversibili che rompevano l’artificiosa staticità delle “società primitive” di stampo funzionalista. Sulla base di queste considerazioni, a Redfield risultava chiaro già nel 1958, che quella che definisce “interventionist anthropology” non avrebbe mai sviluppato una vera teoria antropologica. Sol Tax aveva portato aventi nel tempo un approccio applicativo , a differenza di Redfield che riteneva che questo tipo di ricerche rimanessero troppo legate a circostanze immediate, infatti questo rappresenta una sorta di passo indietro rispetto a tutto il lavoro che era stato fatto, e questo si può forse inscrivere in quella famosa difficoltà ad ottenere un riconoscimento accademico. Tax, insieme ad altri studiosi americani ed europei, si impegna nella costruzione di un network sulle recenti evoluzioni della disciplina, nel 1957-58, con l’idea di pubblicare una serie di volumi che raccogliessero gli interventi presentati durante due importanti convegni negli Stati Uniti: si sviluppa così una rivista bimestrale destinata ad un pubblico internazionale di professionisti dell’antropologia. Nasce così la Current Anthropology , una rivista sperimentale. Tax nel 1961 organizza la Chicago American Indian Conference, che raduna nativi americani di ogni parte del paese per discutere delle politiche governative che vedevano il dissolversi degli indiani all’interno della società bianca, e le linee guida furono la verifica costante e la ricerca dell’autodeterminazione. Da questa conferenza nacque la Declaration of Indians Purpose. Nel 1973, invece, vi fu il nono Congresso dell’ International Union of Anthropological and Etnhological Sciences (IUAES), presieduto da Tax e anticipato da una serie di seminari su diverse tematiche.

  1. Oltre il diario di campo L’effetto del lavoro dell’antropologia applicata rappresenta un approccio all’avanguardia della disciplina. Seguendo il ragionamento di Van Willigen, il campo di maggior diffusione dell’AA è quello dello sviluppo partecipato , concetto cardine del XX secoolo.