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Riassunto del libro "Sondaggi" di Paolo Natale. libro aggiuntivo per preparare l'esame di scienza politica con Dario Quattromani
Tipologia: Dispense
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Ancora nei primi anni Novanta del secolo scorso, di sondaggi non si parlava quasi nel nostro paese: era una materia relegata al mondo anglosassone o francofono. La tradizione culturale italiana non li apprezzava, altrove venivano utilizzati quotidianamente. Ma negli ultimi 30 anni anche da noi i sondaggi sono diventati un po’ alla volta insostituibili. Non tanto per la cosiddetta sondomania (incapacità di molti attori politici di prendere decisioni senza una preventiva indagine demoscopica) e neppure per la sondocrazia (comportamento che si lascia guidare non da scelte razionali ma dall’opinione pubblica certificata dai risultati dei sondaggi). 1.1 Senza sondaggi non sapremmo chi siamo; Sondomania e sondocrazia sono dunque gli aspetti più evidenti del bisogno di un sondaggio, ma non solo per questo i risultati dell’indagine demoscopica sono diventati cos’ rilevanti nelle società occidentali. La ragione più profonda della loro importanza è legata al fatto che senza sondaggi non sapremmo chi siamo, quali siano le opinioni prevalenti nel nostro e altri paesi, i gusti degli utenti televisivi, tasso occupazione e disoccupazione, fiducia nelle istituzioni, politica e nei partiti e molto altro ancora. Fino a qualche decennio fa, gli unici momenti in cui gli italiani poteva capire quale fosse l’orientamento dell’opinione pubblica, ma limitatamente alle scelte politiche, coincidevano con le occasioni elettorali. Solo i risultati elettorali rappresentavano lo strumento per conoscere il pensiero dei connazionali in merito a quanto accaduto dal punto di vista politico-sociale negli anni precedenti; per tutte le altre questioni non si poteva sapere praticamente nulla. Si andava a fiuto, si cercava di interpretare le opinioni degli italiani da qualche segnale, da indicatori indiretti spesso piuttosto fallaci. E ai sondaggi non si dava affidamento. Erano ancora in pochi a credere alla potenzialità dei sondaggi; non si contavano gli scettici sull’utilizzo delle rilevazioni demoscopiche per comprendere gli umori del pubblico. Erano in molti a diffidare di questo strumento, ritenuto acerbo e superficiale, incapace di cogliere in profondità i complessi meccanismi che regolano il rapporto tra attitudini e comportamenti, tra valori e abitudini di vita. Nei primi decenni del secondo dopoguerra sporadici sondaggi, e unicamente in ambito politico elettorale venivano sì effettuati ma circolavano quasi sottobanco senza riflettori. Se ne discutevano i risultati in convegni universitari italiani e internazionali dove pochi studiosi invitati cercavano di apprendere tecniche di ricerche già sperimentate all’estero, difficili però da importare in Italia. L’intero percorso veniva spesso supervisionato da docenti universitari e durava almeno un mese, coinvolgendo uno staff composto da ricercatori, informatici e analisti col coordinamento dell’ufficio studi del partito promotore dell’indagine. I risultati dell’indagine avevano come sbocco naturale un ponderoso rapporto di ricerca fornito al committente; veniva talvolta organizzata una giornata di studio presentazione pubblica o privata, a solo beneficio dei responsabili e attivisti dell’organizzazione politica. I “pollster” allora non esistevano o erano camuffati dietro la maschera di altre figure professionali.
Si parlava di maghi dei numeri, consiglieri di pochi politici che se ne servivano per comprendere meglio reazioni e ragioni dell’elettorato italiano o del proprio partito. Sulle questioni più importanti venivano poi ascoltati politologi o sociologi politici che più si sentivano vicini a quel partito. Di sondaggi telefonici non si parlava quasi: le linee del telefono raggiungevano in maniera ineguale il territorio, lasciando fuori la popolazione delle aree più povere o periferiche. Solo verso la fine degli anni 80 la diffusione del telefono in Italia ha raggiunto livelli sufficientemente elevati per garantire campioni di popolazione non disotti, rappresentativi della popolazione nel suo complesso ma ancora nel 1988 per i sondaggi telefonici rimangono gravi problemi di rappresentatività del campione, dovuti al fatto che una quota significativa di famiglie italiane non è abbonata al telefono. Dall’inizio anni 90 qualcosa aveva iniziato a mutare e oggi i sondaggi vengono utilizzati quotidianamente un po’ dovunque, nel marketing come nella politica, nell’informazione, nel costume. Due furono gli elementi alla base della nascita demoscopica italiana: la diffusione del telefono e la discesa in campo di Berlusconi nella politica. La capillare diffusione delle linee telefoniche fino alla quasi totalità delle famiglie italiane permetteva di avere campioni finalmente rappresentativi della popolazione con un costo più contenuto e una esecuzione maggiore. Ma il mondo politico non parve interessato a questo nuovo strumento e anzi questi strumenti apparivano per loro poco affidabili e superficiali. Per rendersi pienamente conto della portata di un nuovo fenomeno politico i dirigenti dei partiti avevano bisogno del riscontro diretto dell’esito delle consultazioni elettorali. Soltanto grazie all’entrata in politica di Berlusconi si assiste ad un cambiamento senza precedenti nel rapporto tra politica e sondaggi. Questi cominciano ad essere realizzati non solo per finalità conoscitive ma anche per il loro possibile utilizzo come strumento di comunicazione politica: nel corso della campagna elettorale del 1994 gli orientamenti di voto vengono divulgati col preciso scopo di testimoniare il consenso crescente per la neonata Forza Italia. Nel mondo accademico, i sondaggi di Berlusconi vengono bollati come “non scientifici” e i risultati etichetti come un’azione manipolativa dell’opinione pubblica. Ma queste dichiarazioni hanno scarsa eco sui mezzi di informazione, la strategia mediatica di Berlusconi continua a concentrarsi sull’enfatizzazione del consenso per la sua nuova creatura politica. I sondaggi vengono dunque utilizzati da Berlusconi con un duplice obiettivo. Da una parte registrare gli orientamenti e atteggiamenti degli elettori, fornendo elementi precisi per postare e condurre la campagna elettorale. Dall’altra per farli diventare efficaci strumenti di persuasione nei confronti in particolare di tre soggetti: i media, che agiscono come cassa di risonanza dei positivi risultati virtuali di Forza Italia; gli elettori soprattuto quelli incerti che vengono costantemente confortati nella loro possibile futura scelta in direzione del partito di Berlusconi; il personale politico di FI che partecipa attivamente alla campagna e ha bisogno di tenere alta la soglia dell’entusiasmo. La strategia del costante controllo delle opinioni e bisogni degli elettori si rivela vincente, riuscendo a garantire a Forza Italia, unitamente ad altri fattori riguardanti offerta politica e capacità comunicativa, un deciso ed elevato consenso da parte dell’elettorato che fece diventare per molti anni il partito più votato. Cosa è accaduto nel rapporto tra mondo politico e demoscopico dopo questa prima fondamentale esperienza? Dopo l’iniziale rifiuto, anche le altre forze politiche hanno
L’assunto di base, quello che ogni soggetto ha la medesima probabilità di essere estratto rimane un mero assunto teorico. Quindi da ora in poi non parleremo più di sondaggi scientifici ma di corretti e non corretti. Per poter definire un sondaggio corretto, dal punto di vista procedurale, devono risultare contemporaneamente presenti una serie di requisiti minimi:
Una forza politica che viene stimata al 3% per esempio verrebbe dichiarata di fatto da 13-14 persone. La cosa più corretta sarebbe fornire solo le stime dei partiti maggiori, degli altri non è dato sapere se non che esistono e che qualcuno li voterà. Una comunicazione di questo tipo avrebbe uno scarso appeal per il pubblico televisivo o lettori di quotidiani online o cartacei, ma sarebbe la soluzione più giusta per informare in maniera credibile rendendo giustizia ai tanto caricati sondaggi che a volte devono la loro corsa credibilità all’incuria dei comunicatori più che degli istituti di ricerca che li realizzano. C’è un’altra particolarità piuttosto scorta nelle stime demoscopiche presentate: il confronto coi risultati della settimana o mese precedente. A meno che non ci siano balzi superiori al 2% sarebbe più opportuno astenersi da confronti col dato precedente basterebbe annunciare che l’appeal di quel partito non cambia in maniera significativa. Prendiamo di nuovo il partito stimato al 3%, dichiarato cioè da 15 persone. Un decremento di quel partito del 0,2% significherebbe che viene scelto a quasi una persona in meno. Una situazione che non renderebbe giustizia alla credibilità dei sondaggi. È piuttosto ovvio che i sistemi comunicativi si nutrono anche di questi mezzi per fare audience ma bisognerebbe concentrarsi sui trend di medio periodo, soprattuto per i partiti maggiori. Questo sarebbe utile per comprendere l'are anche tira nel paese. C’è un altro aspetto deludente, l’incapacità del giornalismo di comprendere il limite dei sondaggi sui social, con campioni di persone che si autoselezionano sulla base di specifiche suggestioni o con la volontà di esprimere consenso o dissenso verso un partito, un leader politico, un’amministrazione comunale. Nonostante ciò questi sondaggi vengono continuamente rilanciati sulla Rete, quotidiani, stampa come attendibili. A nulla valgono i pronunciamenti dei più esperti metodologi che cercano almeno di puntualizzarne le gravi mancanze statistiche. La storia demoscopica ci ha rammentato molto spesso che la numerosità campionaria è nulla se non viene accompagnata da un disegno di ricerca ottimale: basta vedere il caso delle elezioni presidenziali americane del 1936 Gallup, Crossley e Roper vs. Literary Digest. La qualità batte in maniera evidente la quantità: quella data il 3.11.1936 rimane nella storia come giorno della nascita del sondaggio scientifico e fu anche l’occasione in cui capì che un sondaggio effettuato correttamente può ottenere risultati che poco si discostano da quelli reali.
I sondaggi sono infidi, non è semplice né saggio guardare alle stime prodotte come ad una sorte di oracolo. Esistono almeno 10 buoni motivi per osservarli con una certa diffidenza, per non credere troppo ai risultati.
1. Errore di campionamento; Insopprimibili in tutti i sondaggi basati su campioni probabilistici per il semplice fatto che intervistando un numero limitato di individui non avremo mai la certezza che i risultati siano effettivamente estendibili a tutta la popolazione. Può essere definito come una sorta di “fascia di indeterminatezza” (in termini statistici intervallo di confidenza) entrano cui oscillano i risultati.
propria scelta minoritaria nelle interviste salvo poi farlo nel segreto della cabina elettorale. Nei sondaggi post voto accade a volte l’esatto opposto: elettori non completamente convinti della propria scelta elettorale tendono a dichiarare (mentendo) di aver votato il partito o il candidato vincente, saltando in pratica sul carro del vincitore. Il concetto di clima di opinione elettorale (Noelle Neumann) ha subito una ripresa di interesse soprattuto in Italia nell’ultimo decennio per due motivi.
Più in generale la presenza di un intervistatore ha come effetto l’accentuazione di atteggiamenti condizionati dalla desiderabilità sociale. Sarà un po’ più facile rispondere a un questionario anonimo autocompilato ma anche qui la distorsione rimane anche se a livelli più contenuti.
6. Auto inganno; Sorta di ristrutturazione del ricordo di un evento effettuata in maniera consapevole o più spesso inconsapevole sulla base della mutata percezione odierna, dell’attitudine maturata. Se nel passato avevo votato per una forza politica che oggi non mi piace più tenderò a “dimenticare” quel voto al fine di mantenere una sorta di coerenza di fondo della mia presente personalità. Capita più spesso di quello che si pensa, ma è anche uno dei pochi errori che possono essere tracciati: intervistando periodicamente le stesse persone, in un panel che copre un lungo periodo temporale, è possibile invidiare il preciso momento in cui un intervistato ristruttura il suo ricordo modificando nelle sue risposte l’eventuale comportamento di voto passato se oggi non è più sentito. A livello collettivo qualora la percentuale cumulata delle dichiarazioni in passato per un certo partito appare diversa in maniera significativa, cioè inferiore alla percentuale effettivamente ottenuta da quel partito, avremo la misura esatta del livello di auto inganno nel complesso della popolazione intervistata: è accaduto molto spesso in particolare con Berlusconi e Renzi, in una fase in cui due leader erano caduti in disgrazia presso l’opinione pubblica elettorale si dimezzava quasi la percentuale di elettori che dichiaravano di averli votati. 7. Mancanza di opinioni costanti; Nell’epoca in cui regnavano le ideologie esisteva una sorta di pensiero esclusivo, opinioni e atteggiamenti pressoché costanti nell’accostarsi ai fenomeni sociali o politici guidati alla propria ideologia, visione del mondo e difficilmente mutavano. Con la fine delle ideologie, la secolarizzazione, i costante aumento di mezzi di informazione e comunicazione (soprattutto il Web) le cose sono cambiate e l’uomo è diventato sempre più, come sosteneva il sociologo Simmel di Berlino a inizio 900, l’uomo “metropolitano” costantemente pervaso da mille stimoli diversi, con una identificazione sociale e politica sempre più debole e viceversa una identità individuale in crescita incapace degli antichi sentimenti solidaristici col gruppo di appartenenza perché quei gruppi venivano ad esaurirsi. Oggi la frammentazione delle esperienze e l’atomizzazione sociale rendono l’individuo più debole nelle sue certezze più profonde e propenso a sperimentare idee differenti. Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato. La società liquida secondo Bauman genera l’uomo liquido, che ha sì una cosa propria ma si sposta continuamente alla ricerca di sensazioni e piaceri inediti. Tutte queste trasformazioni della personalità individuali hanno vissuto negli ultimi anni, a causa di pandemie e guerre, un ulteriore shock con la crescita dell’instabilità anche nella formazione delle opinioni: è cresciuta l’incertezza, l’incostanza, l’alterità anti establishment e la contradditorietà dei riscontri demoscopici rendendo sempre più problematico comprendere quanto attendibili siano le risposte fornite dagli intervistati nei sondaggi odierni.
Esempio: indagine con obiettivo misurazione xenofobia in Italia. Nel primo sondaggio si chiedeva agli intervistati se disturbasse la presenza di troppi immigrati, il 70% risponde affermativamente. Il secondo sondaggio chiedeva agli intervistati se potessero prendere in considerazione la possibilità di sposare una persona immigrata il 66% risponde sì. Due risposte che ad una lettura superficiale sembrano rilevare due realtà opposte. Se il mio obiettivo è capire quanto siano xenofobi gli Italiani utilizzando il primo sondaggio dovrei affermare che lo sono molto, mentre con il secondo giungerei a conclusioni opposte. Nessuna delle due è di per sé scorretta, semplicemente enfatizzano due modalità auto percettive differenti: la prima ha a che vedere con la dimensione macro (collettiva), la seconda con quella micro (individuale). Come decidere se è preferibile la prima o la seconda formulazione? Non esistono criteri oggettivi, dipendono in parte dalla sensibilità del ricercatore, in parte dalle risorse a disposizione e in larga parte dall’obiettivo del sondaggio. È auspicabile che il buon ricercatore si renda conto in anticipo delle diverse varianti presenti in ciascuna modalità di formulazione di una domanda. Ma in tutti i casi è assolutamente obbligatorio esplicitare il testo della domanda posta in modo tale da rendere chiaro al lettore del sondaggio di cosa si sta parlando.
10. Analisi ex post; Se i precedenti nove tipi di distorsione si riferiscono a procedure e corretta formulazione del questionario utilizzato, qui diventa rilevante il ruolo del ricercatore: è proprio la scelta delle modalità attraverso cui analizza le risposte a diventare dirimente, le sue scelte possono far mutare completamente senso e direzione dei risultati che vengono successivamente comunicati ai media. Per capire la portata delle conseguenze delle scelte del ricercatore, prendiamo una delle stime realizzate più frequentemente: popolarità o fiducia in un leader politico. Esistono molti modo per misurare la popolarità, non potremo mai sapere quale sia migliore. Nel nostro paese molti istituti di ricerca utilizzano la nota “pagella” con la seguente formulazione: “Quanta fiducia ha nel Presidente del Consiglio su una scala da 1 a 10?”. La modalità più diffusa per analizzare le risposte a questa domanda è quella di prendere in considerazione la percentuale delle valutazioni positive da 6 a 10 dunque. Ma è una scelta corretta? Pensiamo a una situazione simile: un ragazzo chiede alla sua fidanzata quanto lo ama da 1 a 10 e lei risponde 6, una relazione non può continuare con un livello attrattivo così contenuto. La scelta cruciale anche per il ricercatore sarà il voto minimo da prendere in considerazione 6, 7 o 8 con conseguenze evidenti su risultato comunicato ai media. Una soluzione che renda accettabile la scelta adottata (quella consueta è considerare tutte le valutazioni positive) consiste nel presentare accanto al dato attuale anche il trend di fiducia dei mesi precedenti per comprender se la popolarità sia in crescita o calo. Ma forse la scelta in assoluto ottimale è suddividere i voti in due fasce, quella positiva da 7 a 10 e quella appena sufficiente pari a 6. Se la percentuale del 6 è elevata risulterebbe chiaro come quel personaggio venga valutato come “il minore dei mali” senza un grande trasporto. Nella presentazione degli esiti del sondaggio infine è consigliabile esplicitare il testo esatto della domanda posta e il tipo elaborazione effettuato per giungere a quei risultati.
3.1 Breve storia del sondaggio Si può collocare l’inizio di questa scienza già a inizi 800, quando negli USA si diffusero i cosiddetti “straw polls” o “straw vote” (sondaggi o voto di paglia) definiti oggi come sondaggi di opinione pre elettorale. I sondaggi di paglia consistevano in un misto tra rilevazione demoscopica, propaganda elettorale e passione politica, in concomitanza con l’elezione del sindaco delle città o presidenziali. Che questi sondaggi non avessero pretese scientifiche lo dimostra il fatto che vi partecipavano anche le donne che non avevano ancora diritto di voto. Poco alla volta gli “straw polls” crebbero di importanza mediatica fino al predominio in campo della rivista Literary Digeste che a partire da inizi 900 comincio ad utilizzarli a livello nazionale per sondare sia le opinioni degli americani sulle questioni politiche più rilevanti sia l’orientamento di voto attraverso questionari postali. Fino al 1932 la capacità previsiva di questi sondaggi fu piuttosto buona, ma nel 1936 il Literary Digeste dovette subire l’attacco dei tre grandi pionieri del sondaggio a campione: Gallup, Crossley e Roper. Sfidarono la rivista ad ottenere i risultati più attendibili delle elezioni presidenziali con una numerosità di interviste nettamente minore; il literary digeste spedì i questionari a oltre 20mln di individui utilizzando le liste di possessori di auto o telefono, i tre pionieri molto meno circa 133 mila. Il risultati di quelle elezioni vide la vittoria di Roosvelt con il 61% dei voti. La sfida fu nettamente vinta da Gallup, Crossley e Roper: l’errore del literary digeste fu evidente avendo previsto la vittoria del repubblicano Landon sul democratico Roosvelt, Gallup e Crossley indicarono viceversa la vittoria di Roosvelt. Perché la rivista sbagliò le previsioni in questa occasione? Per un motivo molto semplice: per la prima volta nella storia l’elezione presidenziale si trasformò da voto territoriale in voto di classe. Il New Deal roosveltiano, dove lo stato diventava in qualche modo imprenditore, era ben visto dall’elettorato più in difficoltà economica e occupazionale, mentre era osteggiato dalla classe media e medio alta che accusava Roosvelt di introdurre modalità quasi socialiste in una società che doveva rimanere liberale. Il bias introdotto da literary digest (i possessori di auto o telefono erano benestanti) fu fatale per la stima del risultato finale, mentre i tre ricercatori intervistarono quote di elettori più rappresentativi delle diverse classi sociali, con limitate differenze tra Stato e Stato. A quella data, il 1936, si può far risalire la fortuna del sondaggio di opinione che da quel momento si affermò decisamente negli Stati Uniti grazie in particolare allo studioso che più di tutti diede dignità anche scientifica alle rilevazioni demoscopiche, il viennese Lazersfeld da sempre ritenuto essenziale nella storia delle ricerca sociale e politica poiché introdusse il linguaggio delle variabili, un modo inedito di rapportarsi allo studio della realtà sociale attraverso un linguaggio formalizzato mutuato dalla matematica e dalla statistica. La forza dirompente del sondaggio d’opinione era legata soprattutto all’obiettivo di controllo politico e sociale da parte dei diversi governi nazionali, che videro nel sondaggio oltre ad un valido strumento di democrazia diretta anche una chiave populista di comunicazione politica. Per questo motivo, in tutte le democrazie occidentali le sinistre mostravano molta diffidenza verso lo strumento demoscopico
Il primo sondaggio pre elettorale venne condotto dalla Doxa di Fegiz in occasione del referendum istituzionale del 1946 nonostante le domande poste non chiedessero esplicitamente la scelta di voto ma solo un apprezzamento per Repubblica o Monarchai le stime demoscopiche si allontanarono di poco dai risultati veri. Ma il primo vero sondaggio previsto dei risultati delle elezioni politiche fu realizzato sempre dalla Doxa in occasione delle prime consultazioni italiane nel 1948. Ma i risultati non furono particolarmente brillanti: gli errori di sottostima erano abbastanza ampi e a causa di questi nel 1953 non venne pubblicata alcuna rilevazione. Nel 1958 alcuni sondaggi indiretti sull’orientamento di voto non migliorarono la previsione dei risultati, anzi. Già in queste prime indagini appare evidente come le più rilevanti distorsioni andavano in una direzione precisa enfatizzando la componente legata al clima di opinione presente nel paese: la massiccia campagna anticomunista di quegli anni determinava il sentimento prevalente nell’opinione pubblica e di conseguenza le scelte di voto favorevoli al Pci erano pervase da una forte mancanza di desiderabilità sociale; dal momento che le interviste erano effettuate quasi di persona una significativa quota di elettori comunisti preferiva il silenzio o dissimulazione delle proprie reali intenzioni. Le performance delle rilevazioni demoscopiche effettuate fino alla seconda metà degli anni 80 nella maggior parte dei casi attraverso interviste o postali o faccia a faccia non furono dunque brillanti; gli errori di stima erano molto più ampi di quanto siamo abituati oggi a verificare nei sondaggi telefonici o telematici. Oltretutto in quel periodo esisteva una forte stabilità nel voto degli italiani. Accanto al più famoso caso di insuccesso demoscopico, quello della Literary Digest nel 1936 occorre anche ricordare quello dello stesso Gallup nel 1948 quando venne previsto il risultato delle elezioni americane dando per scontato la vittoria del repubblicano Dewey contro il presidente democratico uscente Truman. La vittoria andò invece a Truman ma era talmente radicata la convinzione del successo di Dewey che anche rugante le prime ore di spoglio nonostante i risultati sottolineassero il vantaggio del presidente uscente i media ebbero difficoltà ad accettare che Truman potesse vincere. Gallup attribuì i suoi errori al mancato monitoraggio nell’ultimo periodo pre elettorale quando molto probabilmente una quota significativa di indecisi scelse in massa di appoggiare il presidente uscente. Fu uno dei primi importante casi del fenomeno del cosiddetto “effetto underdog”, consistente nella tendenza degli elettori a correre in soccorso del candidato o partito dato per perdente che è l’opposto dell’effetto “bandwagon” noto come la tendenza a salire sul carro del vincitore vale a dire propensione al voto per il candidato o partito che il clima di opinione considera già vincente. Nei sondaggi contemporanei è difficile ma non impossibile che si presentino errori così vistosi nelle previsioni pre elettorali. È possibile che oltre o accanto all’effetto underdog spiegazioni più plausibili siano legate ad altri due elementi:
all’avversario. L’idea che le cose potrebbero peggiorare con un cambiamento convincerebbe alcuni elettori negli ultimi giorni di campana a tornare alle urne ribadendo la propria precedente scelta di voto in favore del candidato uscente; Ma nonostante gli errori l’atteggiamento generale anche nelle occasioni di performance non proprio positive non pare essere pregiudizialmente sfavorevole all’utilizzo di sondaggi. La regolamentazione di essi non è nella maggior parte dei casi diversa da quella presente in Italia, ma la mentalità cambia: nessuno si sognerebbe mai ad es. in Germania di diffondere risultati demoscopici non suffragati dall’effettiva realizzazioni di indagini corrette e documentati. In Italia questo invece a volte accade. 3.3 Come si leggono le stime (previsive) di un sondaggio: film o fotografia? Il sondaggio è un film o una fotografia? I suoi risultati sono una pre figurazione di quanto potrà accadere nel voto o rispecchiano solo lo stato delle cose nel momento in cui viene effettuato? Non è sempre facile rispondere, alcuni istituti di ricerca si limitano a presentare i risultati emersi dalle interviste senza ulteriori modifiche: può accadere infatti che la composizione del campione degli individui intervistati non sia simile all’universo di riferimento. Per analizzare i risultati di un sondaggio abbiamo però bisogno che venga rispettata la composizione delle principali caratteristiche specifiche (quote) di ognuna delle fasce secondo cui può essere suddivisa la popolazione (età, genere, titolo di studio, area di residenza e voto passato). Ma se alcuni istituti si limitano a ponderare i risultati altri cercano di produrre stime che non fotografino solo la situazione attuale ma intendono essere previsive e lo fanno attraverso l’applicazione di accorgimenti statistico metodologici che tengano in considerazione il percorso di avvicinamento al momento delle vere consultazioni elettorali. Due sono gli elementi per giungere a una migliore previsione di ciò che potrebbe accadere nel periodo che separa un sondaggio dal giorno delle consultazioni: I. Legato alla storia precedente degli stessi sondaggi: analizzando gli errori più significativi è possibile produrre un risultato più prossimo al vero aggiungendo o togliendo le quote di voti dichiarati in effetto o in eccesso II. Procedura più complessa, stimare il voto più probabile di chi si dichiara indeciso nelle proprie intenzioni di voto; Questi fattori vanno a unirsi alla sempre più bassa quota di coloro che si sentono vicini a un determinato partito, giunta nel nostro paese ormai a meno della metà del corpo elettorale. Riuscire quindi a comprendere quale possa essere alla fine la decisione di chi al momento del sondaggio è indeciso diventa imprescindibile per una corretta previsione del possibile risultato finale delle consultazioni. La scelta dell’intervistato viene generalmente stimata attraverso l’esame di sue caratteristiche: fiducia nel governo e opposizione, giudizio su leader e partiti, opinioni su alcune tematiche fortemente legate alle policies di ciascuna forza politica ecc. Una volta determinato il su voto più probabile questo viene inserito nella tabella consultiva accanto alle dichiarazioni dovuto già note e rettato con una stima previsiva di risultati elettorali. Ma quindi fotografia o film? Anche in questo caso sarebbe opportuno dagli stessi istituti di ricerca che effettuano i sondaggio o chi comunica i risultati informare il pubblico su come leggere le stime prodotte: se si tratta di una fotografia occorre esplicitare che sono al netto di chi si dichiara indeciso e he potrebbe ribaltare in maniera significativa la
Tornando alla domanda “sarà vero che i sondaggi pre elettorali sono errati?” Il politologo Sani ha spesso puntualizzato come in fondo le loro performance non possono essere giudicate così negativamente, salvo rare eccezioni. Ma in sostanza occorre accettare questo dato: i sondaggi sono strumenti imperfetti e non si può chiedere loro più di tanto. Non sono all’altezza di fare previsioni più accurate. Non fidarsi troppo dei sondaggi è bene, ma fidarsi è forse meglio.
come seggi campione. Se il campione di riferimento non è troppo esiguo e se i modelli di stima utilizzati sono ben fatti i problemi di affidabilità delle stime sono quasi irrisori e rimangono all’interno del tradizionale errore statistico di campionamento. Appare dunque ben evidente che riuscire a ottenere stime corrette sulla base dei sondaggi pre elettorali è altamente difficolto ma anche ottenerle attraverso gli exit pool è di gran lunga più complicato che attraverso le proiezioni: perché a parità di punti di campionamento e supponendo che tutti gli intervistati replichino realmente il proprio voto negli exit polls si riescono a intervistare circa 30-40mila persona mentre con le proiezioni si superano i 300-350mila voti effettivamente espressi. 4.2 Dai risultati ufficiali alle stime di voto: una storia italiana; Fino al 1976 l’unica fonte attendibile per sapere come avevano votato gli italiani era rappresentata dal Ministero dell’Interno. A quei tempi la suspense era assicurata, fino al momento in cui le sezioni scrutinate non coprivano almeno l’80% dell’universo si assisteva a frequenti ribaltamenti nei risultati parziali. I politici intervistati azzardavano solamente dichiarazioni piene di cautela, così come i giornalisti e i commentatori politici. Per la prima volta questa tradizionale routine venne interrotta nel 1976, quando anche in Italia si introdussero le stime dei risultati fondati sulle proiezioni di voto. L’approccio ai risultati delle proiezioni fu improntato ad una certa cautela: nessuno dei commentatori o dei politici sembrava essere particolarmente ferrato in materia statistica ed era pertanto difficile per loro avere fiducia in quei risultati, non ci credevano attendevano i risultati veri. Dovettero trascorrere anni prima che i commenti si facessero arditi anche solo sulle basi della Doxa o pochi altri istituti. I tempi di attesa tra la chiusura delle urne e le prime proiezioni si ridussero sempre più passando dalle due ore ad un’ora e addirittura 25 minuti. Gli scostamenti tra voti ufficiali e proiezioni salvo clamorosi infortuni non superavano mai uno scarto medio di mezzo punto percentuale con un errore massimo per i singoli partiti di meno di un punto. Dalle 5 o 6 ore di attesa si era passati all’ora o ora e mezzo al massimo in cui si conventava l’incertezza del comportamento di voto degli italiani e quello spazio diventava il momento di confronto scontro nelle dichiarazioni dei leader politici e analisti della politologia. Ad un certo punto però anche questo più breve lasso di tempo deve essere sembrato a qualcuno ancora eccessivo: bisognava accelerare i tempi, così nel 1992 si introdussero per la prima volta in Italia le stime basate sugli exit polls, i ben noti sondaggi realizzati all’uscita dei seggi chiedendo di replicare il proprio voto in un’urna simulata. La cautela che venne tenuta da giornalisti e commentatori politici nel commentare la correttezza delle stime ottenute con questo metodo fu esemplare, ma ebbe l’effetto di ingigantire i reali meriti della tecnica stessa e la sua portata previsionale. Essendo le aspettative poco elevate e le stime abbastanza in linea con le reali tendenze di voto, si diffuse presto l’opinione che l’exit polls fosse in grado di fornire risultati che avevano più o meno lo stesso grado di attendibilità delle proiezioni ma più velocemente. Ma l’impreparazione metodologica di quasi tutti i commentatori e la confusione esistente tra i diversi metodi di stima provocarono una scorretta percezione da parte del mondo politico e mediato dl tipo di tematiche che venivano di volta in volta utilizzate. Oltreché una valutazione approssimativa degli effetti errori compiuti dagli istituti che si cimentavano nell’ardua prova.
dal campione riproducano effettivamente comportamento o atteggiamenti dell’intera popolazione. Nel caso del voto, per il grande pubblico è immediatamente possibile capire se le basi su cui si poggia la statistica campionaria sono efficienti o meno e se gli istituti che si sono cimentati nell’impresa hanno ben lavorato. È questo un grande banco di prova su cui fondare la fiducia la fiducia della popolazione e dei mass media sull’intera materia demoscopica. II. Attraverso l’analisi dei flussi elettorali effettuata sulla base delle sezionicampione utilizzate per le proiezioni è già possibile conoscere qualcosa di più sulla dinamica del voto. Attraverso l’analisi secondaria delle interviste effettuate durante gli exit polls è possibile ottenere informazioni ancora più vaste sul comportamento elettorale: le caratteristiche socio demografiche delle decine di miglia di intervistati sono materiale inestimabile per qualsiasi studio serio sulla composizione del voto dei partiti e delle coalizioni che si presentano a ciascun appuntamento elettorale. Gli analisti politici, giornalisti e tutti i soggetti politici in generale dovrebbero attingere alle info raccolte durante gli exit polls e utilizzarle per conoscere meglio la base sociale che sostiene il partito o le scelte referendarie. Durante gli exit polls si intervistano decine di migliaia di individui che dichiarano il proprio voto e di questi si riescono a conoscere sesso, età, titolo di studio, professione, luogo di residenza e voto precedente una mole di informazioni impensabile con strumenti differenti. III. Ma la ragione principale dell’utilizzo e utilità degli exit polls e proiezioni nelle serate elettorali è da recarsi nell’ambiente dei mass media: sono le reti televisive a decidere oltre che finanziare l’inserimento di questi metodi nel proprio palinsesto, da una parte per questioni di rapido servizio di informazione politica, dall’altra per questioni di audience derivanti dalla concorrenza delle altre reti. Se in regime di monopolio rai ci si poteva permettere tempi lunghi per avere stime credibili sull’andamento delle elezioni con l’entrata in campo di Mediaset e la 7 si è iniziato da ambo le parti a far ricorso a strumenti che potessero fornire rapidamente notizie prima dei risultati. Emerge il tema della spettacolarizzazione della politica e abuso di sondaggi. Ma resta pressante il problema dell’informazione ala popolazione: nelle regionali del 1995 l’utilità degli exit polls era palese in occasione di una tornata elettorale così importante nel ridefinire il panorama politico del nostro paese perché i cittadini per la prima volta erano chiamati ad eleggere direttamente il presidente della propria regione lo scrutinio dei voti era stato programmato dal Ministero il giorno successivo alla data del voto. Il risultato sarebbe arrivato solo la sera seguente, 24 ore circa dopo la chiusura delle urne. D’altra parte la crescita della rapidità delle informazioni è nell’ottica dello sviluppo dei mezzi di comunicazione e le aspettative del grande pubblico sembrano andare in questa direzione vista l’audience che registrano le trasmissioni elettorali.
I sondaggi sono infidi. Per svolgerli correttamente occorrono caratteristiche e attitudini molto variegate: elevate capacità tecniche, conoscenze approfondite sul tema oggetto dell’indagine, buona padronanza della metodologia della ricerca, sensibilità per scegliere le parole e frasi da utilizzare nel porre le domande, cognizioni statistiche e competenze tecniche nel trattamento dei dati, doti comunicative ed espositive per presentare in modo esemplare i risultati della ricerca e infine una buona deontologia professionale e onestà intellettuale.
5.1 Quale strumento di indagine utilizzare? Davanti al ricercatore si pongono due famiglie di strumenti quantitativi: le interviste quantitative e i questionari autocompilati. Le premesse metodologiche e logiche sottostanti ad entrambe le modalità di raccolta dei dati sono del tutto simili: siamo all’interno dell’approccio quantitativo classico caratterizzato dalla analisi per variabili. Variano in maniera sostanziale l’impatto dello strumento di raccolta sul soggetto indagato e la forma e gestione dello strumento stesso.