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Riassunto sulle tematiche risorgimentali che vedono coinvolte le varie realtà italiane
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo 1 Beales e Biagini pongono una data precisa per trovare gli inizi e le cause del risorgimento italiano, ovvero il 1748 quando venne firmato il trattato di Acquisgrana poiché esso garantì una pace duratura fino all’invasione napoleonica della penisola e alla guerra mossa da Vittorio Emanuele I alla Francia. In questo periodo di pace si possono notare dei cambiamenti che già prospettavano un’azione risorgimentale, o perlomeno riformatrice: infatti assistiamo a un periodo di riforme che vedono subire l'influenza della corrente illuminista importata dai fratelli Verri con il caffè. La cultura illuminista poi riesce ad arrivare ad altri importanti esponenti della vita di questo cinquantennio di pace, tra cui ricordiamo Cesare Beccaria che scrisse dei delitti e delle pene, fondamentale per la lotta alla pena di morte e alla violenza eccessiva nei processi. Dopo il trattato di Acquisgrana la situazione politica della penisola è molto frammentaria in quanto vediamo il regno di Sardegna, il regno delle due Sicilie (che però attraversa una crisi interna), la repubblica di Genova, la repubblica di Venezia, il ducato di Lucca, il ducato di Toscana con capitale Firenze, il ducato di Milano, lo stato della chiesa e altri numerosi e diversi stati. In tutti questi stati, con forse unica eccezione nel mezzogiorno, le idee illuministe penetrarono e furono seguite pressoché da tutti i governi che così apportarono una serie di modifiche importanti: abolizione pena di morte, abolizione eccessiva violenza nei processi, promozione dell’alfabetizzazione, promozione dell’agricoltura, promozione di un’economia libera che aiutasse anche i piccoli proprietari terrieri e non solo i latifondisti, promozione dell’industria (ricordiamo che di tale periodo è la prima rivoluzione industriale), tentativo di laicizzazione dello stato, abolizione dei privilegi che erano retaggi feudali... Questo clima di pace, come prima accennato, viene sconvolto da due eventi: la rivoluzione francese prima e l’avvento napoleonico poi. La rivoluzione francese essenzialmente comporta l’instaurarsi di nuclei giacobini all’interno della penisola che accenneranno e inizieranno a sviluppare movimenti risorgimentali (introduzione del tricolore). Invece l’avvento napoleonico comporta una prima unificazione, sotto dominazione straniera e con l'eccezione di Sardegna e Sicilia, della penisola. Tale unificazione comporta un primo diffondersi dell'uso della lingua italiana (basata sugli scritti di Petrarca, Dante, Boccaccio e poi ripresa da Manzoni), un manifestarsi di alcuni servizi statali che si erano già sviluppati in Francia quali il corpo dei carabinieri (mantenuto da Carlo Alberto in Piemonte dopo il 1815), e altre spinte riformatrici che però avessero il fine di servire agli scopi di Napoleone e della Francia.
Capitolo 2 Con la definitiva sconfitta di Napoleone a waterloo nel 1815 e gli accordi della restaurazione, l'Europa tutta e quindi anche l'Italia vennero portate a una situazione simile a quella prenapoleonica. L'Italia in particolare vede un assetto del tutto identico eccetto per la più forte influenza austriaca e l’espansione in parte del milanesado del Piemonte. In quest'ultimo regno Vittorio Emanuele I compi una repressione formidabile e totale, iniziando dal condice napoleonico e finendo con la restaurazione in parte dei poteri del clero. Lo stato della chiesa invece vide riacquistare il potere temporale che le era stato strappato di mano attraverso l'esilio coatto di due papi consecutivamente in Francia; il mezzogiorno, unificato sotto Ferdinando I, vide una sempre più accesa diatriba tra i baroni giacobini e i Borbone che volevano riportare la situazione a prima di Napoleone e che per farlo avrebbero anche abolito la costituzione concessa poco prima. Il ducato di Milano fu fondato con la repubblica di Venezia che così andarono a creare un enorme stato sotto la guida diretta dell’austria. Austria che controllava indirettamente anche parte centrale della penisola. In ogni parte d'Italia, eccetto la Toscana, si assiste a un primo rigetto delle riforme introdotte da Napoleone che in alcuni casi si rileva completo. Le spinte riformatrici e risorgimentali però non si erano del tutto perse, tanto che si assiste a vari fenomeni di insurrezione tra il 1820 e il 1831 in due
ondate. Queste due ondate vedono tre gruppo parteciparvi: i carbonari con ideologie più radicali, i repubblicani che avevano il oro leader in buonarrotti, i carbonari ancora più moderati che andavano contro il suffragio universale e auspicavano forme di governo meno democratiche possibili. Nella prima ondata, quella del 1820-1821, vennero colpiti il Piemonte, Napoli e la Sicilia. A Napoli la rivolta fu condotta dalla carboneria, che era spinta in modo particolare da Gioacchino murat, e coinvolgeva in modo particolare la medio-alta borghesia napoletana che però finì con l’appoggiare la monarchia per reprimere la ribellione della Sicilia che, secondo loro, doveva essere soggetta a Napoli. La Sicilia vide una rivolta quasi organizzata dall’arisotcrazia che voleva riadattare ed utilizzare nuovamente la costituzione del 1812; così presero le armi e provarono a staccarsi da Ferdinando I, ma incontrarono prima di tutto un’ostilità decisa della corona di Napoli e poi anche un’insurrezione all’interno dei moti. La rivoluzione in Piemonte fu qualcosa che accomuno varie città e anche la capitale, fu inoltre una rivoluzione di studenti; ma anche questa falli e fu repressa. La seconda ondata invece, quella del 1832, si manifestò a Modena dove il duca fu costretto ad abbandonare la sua capitale dai rivoluzionari che ampliarono la loro influenza così tanto da controllare quasi l'intero stato pontificio. Il pontefice quindi si vide costretto a chiamare le forze austriache i n quanto le sue truppe non erano sufficienti per reprimere la rivoluzione che così fu fermata e messa a tacere da un intervento straniero.
Capitolo 3 In Piemonte a Vittorio Emanuele I succedette Carlo Alberto di Savoia, il quale andò contro tendenza in parte rispetto alla politica del suo predecessore: infatti egli reintrodusse alcune riforme portate dal codice napoleonico e dalla dominazione francese più in generale tra cui ricordiamo l’istituzione del corpo dei carabinieri (partendo dal precedente corpo di polizia di Napoleone), l’abolizione di determinati privilegi, l'uso nell’esercito di alcuni che erano stati fedeli al Bonaparte, l'uso di un'economia più libera, il tessere rapporti economici con gli altri paesi, abbattimento dei dazi... Però si mantenne, soprattutto per quanto riguarda la politica estera, all'interno della linea tipica della casa di Savoia: ovvero cercare un’espansione territoriale a discapito dei territori di Milano prima, e del lombardo-Veneto poi. Questa linea politica ricordiamo che andò contro i suoi primi anni di governo quando egli cercava l'appoggio degli austriaci e la loro amicizia. Questa linea politica non era fatta però in un ottica rivoluzionaria e risorgimentale come dimostra la linea repressiva , attraverso esili per lo più, di coloro che partecipavano a cospirazioni (Mazzini, Carducci, Garibaldi) o solo abbracciavano tale filosofia. In ogni caso egli rimane importante per le sue riforme e per lo statuto Albertino che sarà la prima costituzione dell'Italia unificata.
Mazzini, come abbiamo accennato prima, non poté sempre operare in Italia e la sua opera fu più una di parole che di fatti. Egli cercò di arrivare a tutta la popolazione coi suoi scritti, che erano impregnati di ideologie risorgimentali e unitaria, ma ci riuscì poco a causa della poca alfabetizzazione della penisola. Inoltro fondò prima la giovine Italia, per poter condurre l'attività di rivoluzione in Italia e portare all'unificazione della penisola, poi la giovine Europa per stimolare le menti europee al pensiero di qualcosa di comune nel vecchio continente. Le sue idee rimangono rivoluzionarie tanto che alcuni le considerano completate solo con il trattato di Versailles del 1918.
Affianco alla sua posizione occorre ricordare anche quella dei moderati guidati da Gioberti che introdusse un’idea di uno stato unitario guidato da una sola figura, identificabile nel pontefice tanto che Gioberti e i suoi seguaci furono definiti neoguelfi.
Capitolo 5 La prima crisi rivoluzionaria che l'impero austriaco vede subire, è quella del 1848 e trova delle cause ben precise:
Inoltre entrambe le personalità si adoperarono per mantenere indipendente la monarchia piemontese attraverso il mantenimento dello statuto Albertino. Il re però non aveva poteri illimitati, ma limitati da un parlamento che fu costretto a sciogliere due volte in modo da ottenere la maggioranza sotto il governo d’Azeglio prima e Cavour poi. Proprio Cavour sarà fondamentale dal 1852 come primo ministro e come ministro dell’economia dal 1851. In qualità di ministro dell’economia Cavour cercò innanzitutto di pianare la situazione economica dello stato puntando al pareggio, poi di aumentare le infrastrutture, di favorire il libero scambio attraverso accordi con le altre potenze europee, di incitare l'iniziativa dei privati in modo da ottenere un rapido progresso economico. Cavour infatti era un sostenitore del libero scambio e dell’iniziativa dei privati nella quale interveniva qualora non fosse sufficiente per quel balzo economico che voleva raggiungere.
Capitolo 7 Cavour dopo aver svolto un eccellente lavoro in politica interna, si concentrò sulla politica estera. A discapito di quello che dicono i nazionalisti, egli non ebbe fin da subito l'idea di unificare l'Italia ma quella di espandere il Piemonte nel nord e nel centro della penisola. Per fare questo però occorreva ingaggiare una battaglia con gli austriaci che controllavano direttamente o no tali zone. Cavour sapeva che l'esercito piemontese però non avrebbe mai sconfitto da solo l’Austria e che bisognava porre all'attenzione internazionale la questione italiana; quindi egli decise, su precedente richiesta di Francia ed Inghilterra che volevano così assicurarsi linterbpvento austriaco e che necessitavano di truppe fresche, di inviare un manipolo di uomini nella guerra di Crimea nel 1855. La guerra fu conclusa poco dopo con la vittoria della Francia e Inghilterra sulla Russia (la quale venne tradita dall’Austria e non la aiutò più). Nel 1856 così iniziarono gli accordi di pace a cui partecipò anche il Piemonte, rappresentato da Cavour stesso. In questi accordi di pace Cavour presentò la questione italiana all’attenzione internazionale ricavando poco dai momenti ufficiali, ma molto più da quelli non ufficiali: infatti sembrava che Napoleone III si impegnasse ad aiutare la causa italiana. Proprio i rapporti con questa figura si incrinarono per un attimo nel 1858 in seguito ad un attentato che egli subì ad opera di Orsini il quale sul patibolo invitava l'imperatore a prendere parte nella causa italiana. Cavour fu abile a sfruttare tale momento, a riallacciare i rapporti con l'imperatore che chiese un incontro a ploimbiers nello stesso anno. Napoleone decise in questi accordi segreti di sposare la causa piemontese contro l’Austria semplicemente per una questione di prestigio personale e per riportare la Francia a padrone assoluto dell'Europa. Questi accordi prevedevano l'intervento francese nel caso in cui fosse stata l’Austria ad attaccare battaglia. Quindi attraverso vari stratagemmi, tra cui ricordiamo il movimento delle truppe piemontesi sul confine e le insurrezioni di Massa e Carrara, l'impero austriaco dichiarò guerra al Piemonte in seguito ad un ultimatum. Non si aspettava altro. In poco tempo, nel giro di due mesi del 1859, l’Austria venne sconfitta (Magenta e solferino) e in seguito ad un armistizio cedette la Lombardia alla Francia che la girò all’Italia. Nel frattempo vi erano state insurrezioni anche nel centro Italia tanto che i governi locali furono cacciati e il Piemonte inviò delle sue truppe e suoi legati per aiutare il passaggio: nel giro di poco tempo tutti questi territori chiesero l'annessione al Piemonte. Quindi mancava solo il meridione. Nel frattempo la Francia si ritira dal conflitto e prende come ricompensa dell’appoggio, così era stabilito nei patti di ploimbiers, la Savoia e Nizza. La questione meridionale venne affidata a Garibaldi che con un manipolo di 1000 uomini, le giubbe rosse, sbarcò in Sicilia e grazie all’appogio dei rivoluzionari la conquistò in poco tempo. Quindi decise di proseguire fino alla conquista di Napoli che ottenne con la battaglia sul fiume Volturno nel 1860; in seguito consegno le chiavi del sud a Vittorio Emanuele II. Il successo garibaldino fu dovuto essenzialmente al carisma e alla bravura di Garibaldi, alle rivolte del popolo siciliano e al l'indifferenza dei napoletani, all’incapacità di usufruire delle proprie truppe dei comandanti napoletani.
L’italia era unificata nel 1860 con una monarchia parlamentare, sovrano Vittorio Emanuele, capitale a Torino. Nel 1861 morì Cavour, a cui segui il governo della destra storica.
Capitolo 8 Per capire il ruolo delle donne all'interno del panorama risorgimentale possiamo partire da due quadri: il bacio di Hayez e il bollettino del 9 gennaio del 1878 di Borrani. Nel primo caso, se si prende la versione tricolore, viene mostrata la donna nelle sue accezioni piu femminili e romantiche in quanto ella è impegnata a baciare il suo uomo. Però tale bacio, nella versione tricolore, ha un valore simbolico e la figura della donna viene politicizzata. Per quanto riguarda il dipinto di Borrani vediamo tre donne sedute, una figlia, una madre e un’anziana nonna. La figlia legge un bollettino su cui è riportato l'articolo della morte del re d'Italia Vittorio Emanuele II; le altre insieme a questa piangono. Con questo dipinto si vuole far vedere sia come uno dei compiti nuovi della donna sia l'attaccamento alla patria e ai suoi governanti, sia come la donna avesse un ruolo attivo nell’attività politica risorgimentale. La donna infatti in questo periodo non si limita più a compiere il lavoro domestico e quello a domicilio, ma amplia le sue prospettive attraverso il lavoro in azienda, l'attività politica (per lo più e sperimentata attraverso gridi di battaglia quali viva l’unificazione, viva l'Italia, viva pio IX, viva Vittorio Emanuele II) l'interesse per la nazione.
Capitolo 9 Per la completa unificazione della penisola vi erano aperte ancora due questioni territoriali: il Veneto, che era in mano al nemico austriaco, e lo stato pontificio. Per quanto riguarda il territorio veneto vi era un accordo fra l’Austria e la Francia che prevedeva un aiuto di quest’ultima nella possibile guerra contro la Prussia e la cessione da parte dell’Austria del territorio veneto alla Francia che poi lo avrebbe girato all’Italia. Tale accordo sarebbe stato possibile in caso di vittoria della guerra, ma la Prussia riuscì a sconfiggere non solo l’Austria, ma anche la Francia tanto da causare il ritiro della guarnigione situata a Roma. Questo evento infatti è la premessa per la breccia di porta pia del 20 marzo 1870 quando le truppe del regno italico riuscirono ad entrare a Roma, a conquistarla e a porla come capitale del regno (in quanto più vicina al sud). La differenza tra questa incursione e le altre, per lo più tentate da Garibaldi, fu l’assenza della guarnigione francese che presidiava Roma in quanto era stata richiamata in patria per poter proteggere la repubblica (per lo stesso scopo anche Garibaldi si reca in Francia) dall’assalto della Prussia(che aveva stretto alleanza con l'Italia) monarchica di Bismarck. Dopo la conquista vennero varate le leggi guarentigie con le quali si riconosceva in materia spirituale la supremazia del pontefice e gli si riconosceva uno stato che però era senza territorio. La tensione tra papato e regno italico era nata dal momento in cui pio IX si era distaccato dalle sue precedenti posizioni risorgimentali e aveva condannato l’unificazione nel 1860.
In politica interna però vi fu un altro problema da sistemare, ovvero la questione meridionale. Questa consisteva essenzialmente in forme di brigantaggio, già sviluppatesi nelle campagne meridionali sotto i Borbone e inaspritesi con l’avvento del regno italico, che erano scontente dell’elevata tassazione, della coscrizione dell’esercito e più in generale della gestione del territorio meridionale. La risposta dello stato fu eseguita attraverso la Marmora il quale optò per una corta e dura repressione che però non solo fallì nel tentativo di redimere la questione, ma anzi la peggiorò. In ogni caso esistevano due tipi di brigantaggio: uno era quello degli aristocratici, mentre l’altro quello dei contadini che era più evidente in movimenti come le jacquerie.
Capitolo 10 Una delle principali critiche dei liberali ai governi pre 1860 era stata quella di non aver promosso alcun beneficio economico in cinquant'anni; quindi una delle sfide dei nuovi governi era pro,io vere l'economia italiana per renderla pari a quella delle altre grandi potenze. Per far ciò si riteneva necessaria la costruzione di un sistema ferroviario efficiente che potesse collegare lungo le coste da nord a sud e lungo la Val padana da est a ovest. Tale impresa però sarebbe costata una fortuna e lo stato, appena formatosi, non aveva modo di pagare la sua realizzazione; quindi si affidò a capitali privati con cui costruì le ferrovie. Tale procedimento fu effettuato anche per altre infrastrutture. Questo però prevedeva comunque un intervento statale che andava contro in parte al liberalismo cercato tanto a lungo e con tanto fervore. Un altro obbiettivo fu quello di coniare una moneta unica