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RISORGIMENTO CRONOLOGIA E CASO LOBBIA
Tipologia: Dispense
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Il “caso” LOBBIA riguarda lo scandalo politico-finanziario in Italia del 1869, dopo l’Unità d’Italia che è avvenuta nel 1861. LOBBIA era un eroe risorgimentale che denunciò la corruzione nel monopolio dei tabacchi ma è stato successivamente accusato di simulazione di reato dopo un misterioso attentato, trasformandosi da accusatore ad imputato. La vicenda del deputato LOBBIA è inserita in una vicenda emblematica della corruzione pos-unitaria e della crisi morale del nuovo Stato. Il deputato LOBBIA è andato in rovina senza poter esibire le prove contro i convolti avversari nel caso dei tabacchi. DENUNCIA 1869 LOBBIA ha denunciato in Parlamento speculazioni finanziarie legate al monopolio dei tabacchi. La sua denuncia ha dato avvio a una inchiesta parlamentare. ATTENTATO Nella notte precedente al giorno della sua testimonianza, LOBBIA è stato aggredito e accoltellato a Firenze riuscendo a salvarsi. SVOLTA GIUDIZIARIA LOBBIA è stato accusato di aver simulato l’attentato nei suoi confronti. ESITO Nonostante l’indignazione pubblica e il sostegno di figure come Garibaldi, l’inchiesta parlamentare è terminata senza risultati concreti.
con la corruzione e gli affari che avevano preso il sopravvento sugli ideali unitari. Lobbia, dopo essere stato un eroe dimenticato, logorato dalla battaglia contro un sistema corrotto, muorendo in povertà e amarezza, portando con sé la sua battaglia
(^1) Arianna Arisi ROTA, il risorgimento alla deriva. Affari e politica nel caso LOBBIA , il Mulino, 2015.
Rivolte popolari contro la legge sul macinato; Lo scandalo dei tabacchi; Esecuzione di TARGONI e TOGNETTI; Insurrezioni a Milano; Canale di Suez. Il testo utilizza il caso LOBBIA per mostrare la crisi di valori che ha travolto l’Italia, nella quale l’etica pubblica e la responsabilità politica venivano sacrificate dagli interessi economici e un tracollo degli ideali risorgimentali. Dopo l’ingloriosa guerra del 1866 e la fallita spedizione di Garibaldi alla conquista di Roma del 1867, per l’Italia, unificata nel 1861, il 1969 è un anno chiave sul difficile percorso di smobilitazione mentale del risorgimento italiano. L’anno comincia con la violenta e sedata protesta popolare contro la tassa sul macinato e dai sospetti di speculazione finanziarie a opera dei deputati, esso è marcato dalla vicenda del deputato già combattente garibaldino, Cristiano Lobbia. Il caso è evento emblematico della crisi di un paese ancora alla faticosa ricerca di una sua normalità e ormai lontano dall’ideali risorgiemntali. Tutto gira intorno all’affaire di Cristiano Lobbia, già eroe garibaldino, maggiore e deputato del regno, che evidentemente incarna un tipo risorgimentale di uomo d’armi e di politica che fa da contraltare alla modalità ufficiale rappresentanta da Alfonso La Marmora nel suo muoversi tra comandi militari e incarichi politici. Cristiano Lobbia pagherà con uno strascico processuale, che (dalla prima condanna alla assoluzione tardiva) avvelenerà i suoi ultimi anni, l’aver avuto in mano documenti compromettenti sulla questione della regia tabacchi, che starà dietro, nel 1869, alla questione della tassa sul macinato. Una aggressione denunciata alla sua persona diviene per opera dei suoi avversari una querela per simulazione che porterà alla sua prima condanna, con una opinione pubblica divisa, ma piena di suoi sostenitori che si fanno sentire su gazzette dell’epoca. Il tutto nella nuova inusitata realtà cittadina di Firenze capitale. la lunghissima lista dei testimoni consentiva infatti di entrare nel microcosmo urbano di
Nessuno stupore che però i periti dell’accusa non fossero d’accordo: come avrebbe dichiarato poco dopo lo stesso Burci, essi avevano ammesso l’assalto a Lobbia e il ferimento come «fatto unico, armonico», non eseguito cioè in due tempi differiti. Tuttavia, era l’amara conclusione di Rosati, con i suoi insinuanti quesiti sulla possibilità di una simulazione «il tribunale aveva messo loro in bocca le risposte». A furia insomma di sollecitare il parere sulla compatibilità delle ferite con una simulazione di aggressione, la simulazione si era configurata come possibile. E tanto bastava in quello scorcio di 1869. “Tanto bastava” in quell’anno per confondere la finzione col possibile. La dialettica non è più quella tra mito e realtà, ma tra finzione interessata (o presunta tale) e realtà. La ferita dell’Eroe è per l’una e per l’altra parte matrice di future incomprensioni e inganni. Intanto si delineano le realtà cittadine escluse, escluse dall’oleografia risorgimentale come escluse saranno dalla vita reale unitaria poi. Come dimostrarono anche i veleni serpeggianti tra le guardie comunali e tra gli spazzini del comune, alcuni dei quali erano reduci di Mentana: coinvolti tra i primi nelle indagini e poi nell’istruttoria, vista la loro presenza all’alba nella via incriminata e nei suoi dintorni, furono tra i protagonisti di un sottobosco emotivo fatto di rancori privati e politici mai sopiti, di rivalità e di ostilità larvate per carriere troncate tra le quali, prepotente, si inserì la corporeità della vita diurna e notturna del quartiere. Il processo visto e recitato dal basso offrì dunque la visualizzazione del mosaico fisico e mentale tipico del giorno dopo del Risorgimento, dove calate dialettali, simpatie e antipatie, abitudini e retaggi dovevano imparare a convivere in un’ibridazione non facile per tutti: come l’impiegato ventenne Giuseppe Montella, napoletano, «nuovo in Firenze», che nella famosa notte aveva sì udito un colpo di pistola, «ma siccome nel mio paese se ne sentono spesso non ne feci caso». (...) Era quello napoletano insomma un ambiente giovanile effervescente nel quale l’Alleanza Repubblicana Universale di Mazzini aveva preso piede proprio a cavallo tra 1868 e 1869: Napoli, così testimoniano da angolature diverse l’esperienza del giovane Nicotera, le memorie di Errico Malatesta e le lucide considerazioni di Giacomo Savarese già ricordate, «si offriva politicamente come terreno privilegiato dell’opposizione». Non stupisce quindi che i fatti fiorentini dell’estate 1869 producessero in città una scossa elettrica proprio in quella generazione di universitari di orientamento garibaldino e democratico che ben interpretava la fibrillazione in atto nel paese, soprattutto dopo l’offensiva repressiva a Milano per la sventata insurrezione mazziniana dei duecento accoltellatori palermitani. Nel Risorgimento
anche il metus hostium aveva sopito il contrasto delle Italie plurime che si riflette su Firenze capitale: Per passione politica o per passione giuridica, per spirito di solidarietà di paese o per solidarietà di militanza/reducismo, furono insomma molte le anime che la vicenda attivò nelle Italie plurime non sopite né anestetizzate, che a loro modo si ribellavano allo spettacolo offerto a Firenze: qui la difficoltà di smobilitare mentalmente la stagione della lotta contro il nemico esterno aveva finito per convertirla in lotta viscerale contro l’avversario politico, il nemico interno. Nello scollamento con il centro, così acuto in quell’anno, le periferie del paese sembravano in fondo accontentarsi di poco, del semplice buon senso che pareva smarrito nella capitale. Firenze ha anche il compito di offrire la prima vera immagine dell’Italia fuori d’Italia: Tra gli spettatori del 1869 italiano vi erano i diplomatici accreditati nella nuova capitale di quella che, secondo uno dei veterani tra loro, l’inviato americano George Perkins Marsh, era un’«unfinished Italy». Il senso di incompiutezza e di sospensione che attanagliava il paese in cerca di pacificazione interna traspariva con forza dalle osservazioni del rappresentante di quegli Stati Uniti che da poco avevano vissuto l’esperienza bruciante della guerra civile: Perkins Marsh, arrivato a Torino nel 1861, aveva ormai eletto l’Italia come sua residenza principale e, grazie all’appoggio in Senato del potente Edmunds e della lobby del Vermont, suo stato di origine, aveva ottenuto che il successore di Lincoln mantenesse la promessa del presidente assassinato di lasciarlo al suo ambito posto. Tuttavia, lo spostamento della capitale a seguito dell’inizialmente segreta Convenzione di Settembre del 1864 tra Italia e Francia lo aveva trovato tiepido, se non scettico: «Florence is a mighty fine museum», aveva commentato, «and a mighty poor residence. Vile climate, detestably corrupted society, infinite frivolity, servant’s hall of Tophet». Le vicissitudini del 1869 non fecero che confermare il suo giudizio sulla lotta politica nel giovane regno, di cui in maniera perentoria e talvolta approssimativa aveva criticato tutti i protagonisti (...) Tra gli smaniosi di esserci, anche il giovane addetto all’ambasciata italiana di Berlino, Sidney Sonnino, che aveva irritualmente richiesto il permesso per il viaggio direttamente al ministro degli Esteri, Menabrea. Se il senso del dovere tratteneva, restava tuttavia il compiacimento di essere nella lista di rappresentanti del governo che Menabrea aveva inviato per l’occasione al viceré d’Egitto. Oltre al piacere della lunga crociera, vi era quello di partecipare alla cerimonia prevista per il completamento del canale: un inedito consesso di teste coronate e di personalità radunate di fronte all’opera dell’uomo che modellava la natura, un evento di forte
Pio IX, Leopoldo di Toscana e Ferdinando re delle Due Sicilie, ma, dopo il ritiro degli alleati, la controffensiva austriaca fu affrontata dai soli piemontesi. Dopo la sconfitta di Carlo Alberto (1848) a muoversi furono i democratici, con la proclamazione delle Repubbliche di Toscana, Venezia e Roma. Nel 1849 Carlo Alberto attaccò nuovamente l’Austria, ma, dopo essere stato sconfitto a Novara, abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II. Cadute le Repubbliche, tutte le Costituzioni furono revocate, a eccezione dello Statuto albertino. Dopo il fallimento dei tentativi insurrezionali mazziniani, l’iniziativa passò alla monarchia sabauda e a Cavour, capo del governo piemontese, che cercò in Europa le condizioni diplomatiche per la seconda guerra d’indipendenza, assicurandosi l’appoggio di Napoleone III. Il conflitto (185 9 - 60), dopo le insurrezioni dell’Italia centrale e la spedizione dei Mille di G. Garibaldi, si concluse con i plebisciti per l’annessione delle regioni centro- meridionali e la proclamazione del Regno d’Italia (1861) da parte del Parlamento di Torino e quindi con il successo del programma monarchico unitario. LE GUERRE DEL RISORGIMENTO Con il nome di guerre del R. si designano le guerre, dette d’indipendenza , combattute contro l’Austria le prime due dal Regno di Sardegna e la terza dal Regno d’Italia. Guerre del R. si considerano anche tutte le campagne del 1860, cioè la spedizione garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, e la spedizione piemontese per la liberazione dell’Italia centrale, alle quali seguì la proclamazione del Regno d’Italia. Dopo tali guerre e campagne rimanevano ancora fuori dell’Italia unificata il Lazio e Roma, liberati nel 1870, e il Trentino, Trieste e l’Istria, liberati con la Prima guerra mondiale. La prima guerra d’indipendenza. Il 23 marzo 1848 il re Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria. All’esercito piemontese (ca. 80.000 uomini) si aggiungevano i reparti volontari degli altri Stati italiani (6000 Toscani, 14.000 Romani, 14.000 Napoletani e nuclei di Parmensi, Modenesi, Lombardi e Veneti). L’esercito austriaco (ca. 70. unità) era comandato dal maresciallo J. Radetzky. L’8 e 9 aprile i Piemontesi occuparono i passi più importanti sul Mincio, e divennero padroni delle porte per entrare nel Quadrilatero (formato dalle fortezze di Peschiera, Mantova, Verona e Legnago). Tuttavia solo il 28 aprile l’esercito piemontese intraprese un’avanzata sotto
Verona allo scopo di costringere Radetzky a uscire dalla città. Fallito questo tentativo, le operazioni conobbero uno stallo; assediata Peschiera, i Piemontesi ne attendevano la caduta. Frattanto Radetzky decise di prendere l’offensiva, aggirando le posizioni nemiche per tagliar loro la ritirata (28-29 maggio). Tale manovra venne a urtare, sulla linea Curtatone-Montanara, contro i battaglioni degli studenti toscani che combattendo eroicamente diedero tempo ai Piemontesi di rispondere. Dopo la battaglia di Goito (30 maggio), gli Austriaci dovettero ritirarsi su Mantova; lo stesso giorno Peschiera capitolava. Ai primi di giugno Radetzky costrinse alla resa, intorno a Vicenza, l’esercito pontificio. L’incerta condotta dell’esercito sardo, la diffidenza dello Stato Maggiore nei confronti dei volontari e l’isolamento in cui era rimasto il Piemonte dopo l’allocuzione pontificia del 29 aprile, con il successivo ritiro dal fronte di tutti i reparti regolari degli Stati italiani, contribuirono a capovolgere la situazione. L’offensiva asburgica (23-25 luglio) culminò nella battaglia di Custoza. Dispostisi intorno a Milano, i Piemontesi dovettero cedere. Nella notte del 4 agosto il re chiese una capitolazione, cui seguì (9 agosto) l’armistizio, stipulato dal generale C. Canera di Salasco, per il quale i Piemontesi si ritiravano al di là del Ticino. Nella seconda metà d’agosto, Garibaldi tentò un riuscito colpo di mano su Varese; ma, costretto poi a ritirarsi, si rifugiò in Svizzera. Fallite le trattative di pace, l’esercito piemontese fu oggetto di riforme organiche. Per il comando supremo fu scelto il polacco W. Chrzanowski. Cedendo alle pressioni dei democratici e degli emigrati, il Piemonte il 12 marzo 1849 denunciò l’armistizio. Il 20 marzo, grossi contingenti austriaci passarono il Ticino senza incontrare resistenza. Chrzanowski dispose allora un completo cambiamento di fronte a S, mentre gli Austriaci avanzavano ancora. Il 23 marzo l’esercito piemontese fu battuto a Novara da quello austriaco. Carlo Alberto, travolto dalla sconfitta, abdicò a favore di Vittorio Emanuele che il 24 concludeva l’armistizio di Vignale, in base al quale le truppe austriache occupavano la Lomellina e il Novarese, e i Piemontesi dovevano sgomberare dai territori di Piacenza, Modena e Toscana. La seconda guerra d’indipendenza. Mentre Cavour preparava il Piemonte alla guerra sul piano politico interno e internazionale con l’alleanza francese, il generale A. La Marmora, ministro della Guerra, attendeva a migliorare l’esercito. I volontari provenienti da tutta l’Italia furono in parte incorporati nelle truppe regolari (ammontanti a ca. 60.000 combattenti), mentre i più costituirono corpi speciali autonomi, come i Cacciatori delle Alpi, comandati da G. Garibaldi. Il 26 aprile 1859,
raggiungere Ancona, dove confidava di ricevere soccorsi dall’Austria via mare; ma fu battuto a Castelfidardo. Il 28 settembre Ancona capitolava e il 3 ottobre vi faceva il suo ingresso Vittorio Emanuele, assumendo il comando supremo. Si voleva infatti al più presto essere presenti là dove operava Garibaldi, dovendosi compiere l’accerchiamento delle forze residue di Francesco II dopo la battaglia del Volturno (1°-2 ottobre). I Borbonici si ritrassero dietro il Garigliano; quindi si rifugiarono a Gaeta, che resistette fino al 13 febbraio 1861, poiché Napoleone III si era deciso a ritirare la flotta francese solo verso la fine di gennaio. La terza guerra d’indipendenza. La terza guerra d’indipendenza è strettamente legata, nei suoi precedenti diplomatici e nelle sue vicende, alla contemporanea guerra austro- prussiana. Per quanto riguarda le operazioni del Veneto, la superiorità numerica dell’esercito italiano era nettissima, essendo l’Austria impegnata in Boemia. Quanto alle forze di mare, il rapporto risultava ancora più favorevole agli Italiani. L’esercito italiano, che era comandato da Vittorio Emanuele II e aveva come capo di Stato Maggiore A. La Marmora, era supportato da un numeroso corpo di volontari, agli ordini di Garibaldi, per la difesa della Valtellina. L’esercito austriaco era comandato dell’arciduca Alberto; a difesa del Trentino fu costituito un corpo di montanari, agli ordini del generale F. Kuhn. Sei giorni dopo l’inizio delle ostilità fra Austria, Baviera, Hannover, Sassonia, Württemberg da una parte, e Prussia dall’altra, il 20 giugno 1866 l’Italia dichiarò la guerra e il 23 La Marmora iniziò il passaggio del Mincio. La mattina del 24 si accese la battaglia di Custoza. L’insuccesso italiano costrinse La Marmora a ordinare la ritirata dell’armata del Mincio sulla destra del fiume. Gli Austriaci non poterono però muovere all’inseguimento, poiché il disastroso andamento della guerra in Boemia dopo la battaglia di Sadowa (3 luglio) rese necessario richiamare forze dal Veneto per avviarle al Danubio e affidare all’arciduca Alberto il comando delle operazioni contro la Prussia. Nel campo italiano, dimessosi La Marmora, il comando supremo fu affidato a E. Cialdini. Intanto l’Austria decise di dare immediato corso alla convenzione segreta del 12 giugno 1866 stipulata con Napoleone III e rimetteva a questo in anticipo la Venezia, che avrebbe dovuto consegnargli solo dopo la guerra, in caso di vittoria dell’Austria sulla Prussia. Napoleone III fece pressione sull’Italia perché sospendesse le operazioni, ma l’insistenza dell’opinione pubblica e del governo spinsero il re a continuare la guerra tentando di ottenere la liberazione del Trentino e della Venezia Giulia prima che si giungesse alla pace. L’8 luglio Cialdini passava il Po dirigendosi su Rovigo. Un
nuovo piano di guerra fu preparato il 14 luglio. Fino all’Isonzo (24 luglio) l’avanzata fu compiuta senza incontrare il nemico, ma l’annuncio dell’armistizio austro- prussiano rese necessario arrestare le operazioni (12 agosto, armistizio di Cormons). Contemporaneamente Garibaldi, che si era aperto la via di Trento, ricevette l’ordine di sgombrare tutto il Trentino occupato. La conquista di Trieste fallì completamente anche in mare. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia (20 giugno), la flotta, comandata dall’ammiraglio C. Persano, da Taranto si portò ad Ancona, dove giunse il 26. Il comandante della flotta asburgica, W. von Tegetthoff, il 27 giugno si presentò con la sua squadra davanti al porto di Ancona e la flotta italiana, in gran parte ancora immobilizzata, non gli uscì incontro. Tegetthoff ripiegò verso Pola. In sostanza nulla di grave era avvenuto in quel giorno, ma l’episodio fu considerato come un’evidente prova di pavidità di Persano. Il ministro della Marina, A. Depretis, ordinò allora di tentare l’occupazione dell’isola di Lissa, per costringere gli Austriaci a uscir fuori dalla loro munita base di Fasana. Pur dopo lo scacco, gli Italiani disponevano di una netta superiorità quantitativa sugli avversari, ma l’armistizio di Nikolsburg costrinse il quartier generale di Ferrara a ordinare la fine di qualsiasi operazione nell’Adriatico. LA STORIOGRAFIA DEL RISORGIMENTO Sul piano storiografico il R. è stato a lungo oggetto di polemiche accese. I primi contrasti interpretativi esplosero all’indomani stesso dell’unificazione politica dell’Italia: le esaltazioni apologetiche e agiografiche dei vincitori, monarchici, moderati, liberali da una parte, le requisitorie e le recriminazioni dei vinti, mazziniani e repubblicani, borbonici e clericali dall’altra, hanno radici nelle stesse lotte e passioni risorgimentali. Negli ultimi decenni dell’Ottocento, alle rappresentazioni spesso convenzionali dell’epopea risorgimentale si contrappose un proficuo lavoro di ricerca filologica e archivistica, di pubblicazione di documenti e di ricostruzione biografica. Alcuni studiosi, sensibili all’orientamento idealistico prevalente nella cultura italiana dell’epoca, richiamandosi esplicitamente al mito di rigenerazione umana proclamato dai profeti risorgimentali (V. Alfieri, U. Foscolo, G. Mazzini, V. Cuoco, V. Gioberti ecc.), finirono con il ridurre l’intero periodo a questa unica matrice culturale. In opposizione a questa unilaterale interpretazione del R., sotto la spinta inoltre di una ripresa delle forze democratiche nella lotta politica e con l’affermazione del pensiero
sul R. e in particolare L’opera politica del conte di Cavour di A. Omodeo e la Storia d’Europa nel sec. XIX di B. Croce nacquero anche come risposta polemica alle tesi antiliberali del fascismo. Sul motivo religioso insistevano altri studiosi tra cui F. Ruffini, i quali vedevano nel giansenismo italiano del Settecento una delle componenti essenziali del R., e a partire da questo ricostruirono l’ambiente morale e intellettuale in cui si formarono uomini come Manzoni e Cavour. Ma anche sul terreno religioso si doveva constatare la frattura che divideva il popolo italiano dalle aristocrazie intellettuali. Nuovo vigore e nuovi spunti problematici alle ricerche sul R. portò nel 1949 la pubblicazione delle riflessioni di A. Gramsci Sul Risorgimento , in cui il processo che condusse all’unificazione è classificato come la prima grande rivoluzione politica dell’età contemporanea, da analizzare nei suoi aspetti economici e sociali a partire dall’apporto delle varie componenti della società italiana. L’analisi di Gramsci rinnovò completamente la storiografia italiana del secondo dopoguerra, stimolando una più acuta sensibilità ai temi delle classi popolari e della questione agraria, e introducendo ottiche e strumenti nuovi nello studio dei movimenti politici e delle sette segrete. Negli ultimi decenni del 20° sec. accanto a ricerche su vari aspetti del ‘politico’ nel R. italiano (leader, organizzazioni, idee, istituzioni) si fece largo un’inclinazione non ideologica, con studi sulle formazioni sociali (nobiltà, borghesie, ceti popolari), le dinamiche economiche (processi di accumulazione e di trasformazione, soprattutto nel settore agrario) e gli assetti istituzionali (giurisprudenza e strutture statuali degli Stati preunitari) dell’Italia di primo Ottocento. Tuttavia, sia la prospettiva storiografica tradizionale (interessata agli aspetti politico-ideologici) sia quella più originale (interessata alle questioni economiche, sociali e istituzionali) avevano, per ragioni diverse, messo in second’ordine un aspetto essenziale per la comprensione del processo risorgimentale, ossia la formazione e il radicamento di un senso di appartenenza a una comunità nazionale italiana e, di conseguenza, anche la profondità culturale del processo di edificazione di uno Stato-nazione che da tale senso di appartenenza era derivato. A colmare questa lacuna si sono dedicati prima studi che hanno indagato i rituali di ‘nazionalizzazione delle masse’ nell’Italia postunitaria, fra cui spiccano: B. Tobia ( Una patria per gli italiani , 1991), di U. Levra ( Fare gli italiani , 1992) e di I. Porciani ( La festa della nazione , 1997).
L’idea di nazione in epoca risorgimentale (A.M. Banti, La nazione del Risorgimento , 2000; C. Sorba, Teatri. L’Italia del melodramma nell’età del Risorgimento , 2001; Le immagini della nazione nell’Italia del Risorgimento , a cura di A.M. Banti, R. Bizzochi, 2002; e Storia d’Italia, Annali , 22° vol., Il Risorgimento , a cura di A.M. Banti, P. Ginsborg, 2007). CRONOLOGIE ESSENZIALI DEL RISORGIMENTO IN ITALIA 1796– 1815 Pre-Risorgimento: Napoleone Bonaparte viene nominato dal Direttorio Comandante in capo dell'Armata d'Italia, governerà fino all'esilio nel 1814. Mentre Napoleone è relegato all’Isola d’Elba, i rappresentanti di tutti gli stati europei si riuniscono nel congresso di Vienna, terminato nel 1815, con cui si è soliti far iniziare la cosiddetta età della Restaurazione, espressione della volontà di un ritorno al passato, che comprende il periodo dal 1815 alle rivoluzioni del 1848. 1750 - 1796 Prodromi: La tradizione vede nell'opera di padre Bettinelli “ Il Risorgimento dell'Italia dopo il Mille ”, pubblicata nel 1775, il primo documento in cui il vocabolo risorgimento è esplicitamente applicato alla storia italiana. Bisogna però arrivare alla fine del Settecento e agli scritti di Vittorio Alfieri (1749-
insorti si unisce a loro costringendo Ferdinando a concedere una Costituzione. In soccorso dei Borboni intervengono gli Austriaci che reprimono la rivolta. 1844: insurrezione di Cosenza e spedizione in aiuto dei fratelli Emilio e Attilio Bandiera che, partendo da Corfù, sbarcano a Crotone, e, intercettati a San Giovanni in Fiore, vengono fucilati con i loro seguaci nel Vallone Rovito, presso Cosenza, il 25 luglio 1844. 1848: le barricate del 15 maggio a Napoli provocano viva agitazione nelle province del Regno, specie nelle Calabrie. Verso la fine di maggio in questa regione si costituiscono comitati di pubblica sicurezza; a Cosenza si forma un governo provvisorio, molti altri atti insurrezionali agitano la Regione. Oltre 350 sono i condannati politici di cui alcuni si uniranno alle Camicie Rosse di Garibaldi. 1847: il reggino G. Domenico Romeo appronta un piano insurrezionale approvato dal Comitato di Napoli; esso prevede la sollevazione contemporanea di Messina (non avvenuta perché fallita sul nascere), di Reggio Calabria (soffocata nel sangue con la decapitazione di Romeo), e del Distretto di Gerace, per propagarsi poi in tutto il Regno. Anche nella Locride l’insurrezione fallisce e Michele Bello, Rocco Verduci, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Pietro Mazzoni (tutti formatisi a Napoli, dove studiavano giurisprudenza) sono arrestati e fucilati; saranno ricordati come i Cinque Martiri di Gerace. 1799 : a Napoli è proclamata una Repubblica che dura per alcuni mesi sull'onda della Prima Campagna d'Italia delle truppe francesi dopo la Rivoluzione. La sua vita è difficile fin dagli inizi: manca l'adesione popolare e quella delle province non occupate dall'esercito francese. Il Regno di Napoli rimarrà governato dalla dinastia borbonica fino al 1806, quando le truppe Napoleoniche apriranno a Napoli una nuova "parentesi francese", monarchica, di circa 10 anni, dando vita al cosiddetto periodo "murattiano". La battaglia tra garibaldini e Borboni in piazza Duomo a Reggio - 21 agosto 1860 1860 19 Agosto: Garibaldi sbarca a Melito Porto Salvo. A piazza Duomo in Reggio avviene lo scontro decisivo che sancisce la vittoria delle camicie rosse. Antonino Plutino è nominato governatore con poteri illimitati della città di Reggio Calabria e dei suoi dintorni. Nomina che però non dura molto a causa dell’intervento dei Savoia. 1862 29 agosto giornata dell'Aspromonte: l’esercito del neoregno d’Italia ferma il tentativo di Garibaldi e dei suoi volontari di completare una marcia dalla Sicilia verso Roma. Garibaldi stesso è ferito all’arto inferiore.