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Risposte domande aperte scienza delle finanze b AGGIORNATE 2023 uniecampus, Panieri di Finanza

Risposte domande aperte scienza delle finanze b AGGIORNATE 2023 uniecampus. PER FAVORE SE TI SONO STATO D'AIUTO LASCIA UNA RECENSIONE POSITIVA 5 STELLE GRAZIE MILLE. Paniere difficile da trovare fatto bene, pochissimi punti download. Per altri panieri e relazioni rare riviste e aggiornate 2023 università e-campus visita il mio profilo (prevalenza facoltà scienze motorie). Aggiornamenti ogni settimana.

Tipologia: Panieri

2023/2024

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RISPOSTE DOMANDE

APERTE SCIENZA

DELLE FINANZE B

UNIECAMPUS PROF.

FEDERICA

VOLONTIERO

AGGIORNATE

Lezione 002

  1. IL TEOREMA DI BARONE Molti economisti ritengono che solo riducendo il prelievo sulle imposte indirette è possibile realizzare una politica redistributiva della ricchezza. In questa corrente di pensiero, avversa alle imposte indirette, si colloca il teorema di Barone, elaborato nel 1912, che dimostra l’inefficienza economica delle imposte indirette che producono effetti distorsivi dei prezzi dei beni sul mercato. Partendo dalla curve di indifferenza Barone riuscì a dimostrare che un’ imposta sul reddito colloca il soggetto su di una curva di indifferenza inferiore rispetto a quella dove si trovava prima dell’imposta, ma comunque superiore alla curva di indifferenza dove si troverebbe se applicassimo un’imposta di consumo di pari ammontare ad una sul reddito. Da ciò deriva che, a parità di prelievo fiscale, il sacrificio del contribuente è maggiore con un’imposta indiretta rispetto ad una diretta. Se il sacrificio per il contribuente è lo stesso, il fisco avrà un gettito inferiore con l’imposta indiretta rispetto a quella diretta. Indichiamo con AA1 le diverse quantità di due beni (x e y) che è possibile acquistare senza che vi siano imposte. Il punto di maggiore utilità per il contribuente è corrispondente al punto di tangenza fra AA1 e la curva di indifferenza. Introducendo un’imposta sul reddito il soggetto potrà acquistare una minore quantità di beni e le possibili combinazioni saranno espresse da BB1. Il punto di maggiore utilità diventa D corrispondente al punto di tangenza fra BB1 e la curva di indifferenza. Se si introduce un’imposta sul bene y le nuove possibili combinazioni di acquisto saranno CA1. Rimanendo invariato il reddito sarà possibile acquistare la quantità OA1 del bene x ma il prezzo del bene y aumenterà e sarà possibile acquistare solo la quantità OC. Avremo il punto di equilibrio F fra AA1 e BB1; FG che è l’imposta indiretta applicata su y e misurata su x è minore di B1A1 che è il gettito dell’imposta sul reddito. Ne consegue che l’imposta sul reddito è neutrale perché non distorce le scelte dei consumatori e assicura un maggior livello di soddisfazione del contribuente. Per contro si deve osservare che nel rapporto fra attività lavorativa e tempo libero un aumento delle imposte dirette può determinare la sostituzione del lavoro con il tempo libero. Si rileva, in linea generale, che se la pressione tributaria è eccessiva incide negativamente sugli investimenti facendo diminuire l’offerta globale provocando, quindi, una spinta inflazionistica. Lezione 003
  2. Progressività e proporzionalità delle imposte Sono elementi costitutivi dell’imposta il presupposto, la base imponibile e l’aliquota. Quando parliamo di presupposto dell’imposta intendiamo riferirci a quella situazione di fatto, come può essere la percezione di un reddito o il consumo di un bene, a cui la legge collega l’obbligo di pagare l’imposta. Per base imponibile si intende la quantificazione del presupposto ossia il valore economico su cui calcolare l’imposta.

Considerando complessivamente per tutti contribuenti il risultato del prodotto fra aliquota e base imponibile avremo il gettito dell’imposta. E’ ampiamente condiviso il principio di equità in base al quale il peso tributario debba aumentare con il crescere della ricchezza del contribuente. Nell’ipotesi in cui il carico tributario cresce in misura diretta con il crescere della ricchezza sottoposta ad imposizione fiscale, che chiamiamo appunto base imponibile, allora potremo dire che la tassazione è proporzionale. In sostanza l’aliquota applicata è sempre la stessa. Se, invece, il peso tributario cresce con un’aliquota che aumenta con il crescere della base imponibile allora parleremo di progressività dell’imposta. Il principio della progressività delle imposte è recepito dall’ordinamento italiano all’art. 53 della Costituzione dove è anche sancito il principio della capacità contributiva Il principio della progressività, previsto nel citato articolo della carta costituzionale, attiene al sistema tributario statale e ai prelievi operati a tutti livelli dalla pubblica amministrazione quali i tributi locali, i contributi previdenziali. La Costituzione fissa solo il principio generale, spetta al legislatore e talvolta anche alle amministrazioni locali individuare i livelli di aliquota che possono essere i più diversificati per le molteplici imposte in vigore. Con la progressività si persegue l’obiettivo di ridurre il divario economico fra le diverse classi sociali. La progressività consente di realizzare una politica redistributiva dei redditi a vantaggio dei soggetti meno abbienti. L’utilizzo dello strumento tributario per ridurre le disuguaglianze economiche è stato definito “giustizia finanziaria” (Amatucci). Lezione 004

  1. La capacità contributiva Posto che non è possibile fare in modo che ciascuno tragga dalla spesa pubblica un beneficio corrispondente ai costi sopportati, dobbiamo confrontare i vantaggi che l’operato della Pubblica Amministrazione arreca al cittadino grazie alla sua capacità contributiva. Il principio della capacità contributiva dovesse essere proporzionale al carico tributario. la capacità contributiva deve crescere più che proporzionalmente con il crescere del reddito. Per spiegare la distribuzione del carico tributario vennero formulate tre diverse teorie del sacrificio:
  1. teoria del sacrificio uguale;
  2. teoria del sacrificio proporzionale;
  3. teoria del sacrificio minimo. Il principio del sacrificio uguale fu elaborato da J. S. Mill. Secondo tale principio l’uguaglianza deve essere intesa in modo che “l’imposta sottragga a ogni contribuente una quantità uguale di utilità”. Il concetto può essere spiegato attraverso un grafico dove sull’asse delle ascisse indichiamo il livello di reddito e su quello marginale Applicando la regola

dell’utilità marginale decrescente, abbiamo che il rapporto fra i due valori determina che a un certo livello di reddito (OX1) corrisponde un livello di utilità marginale (X1A). Se consideriamo un livello maggiore di reddito (OX2) avremo il livello X2B di utilità marginale e così per altri valori. Se viene applicata un’imposta pari a DX1, l’utilità totale che viene sacrificata è data dall’area X1ACD, il valore di detta utilità dovrebbe essere uguale per tutti gli individui. In sostanza l’imposta dovrebbe provocare per tutti i contribuenti lo stesso sacrificio. Stabilito che l’utilità marginale del reddito è uguale per tutti, è possibile confrontare la situazione di un contribuente con reddito OX1 e quella di un altro contribuente con reddito doppio pari a OX2. Se vogliamo realizzare lo stesso sacrificio dovremo avere sul grafico un’area X2BED che sia uguale a quella X1ACD. Il soggetto con reddito OX2, pari al doppio rispetto all’altro contribuente, paga un’imposta FX2 che, in relazione al grafico in questione, è maggiore del 50% rispetto a DX1 per cui al reddito doppio viene applicata un’imposta più alta del 50%. Possiamo concludere che il principio del sacrificio uguale può essere realizzato con imposta progressiva, proporzionale o regressiva in relazione alla funzione dell’utilità marginale. Invece in base alla teoria del sacrificio proporzionale, per attuare

determina che a un certo livello di reddito (OX1) corrisponde un livello di utilità marginale (X1A). Se consideriamo un livello maggiore di reddito (OX2) avremo il livello X2B di utilità marginale e così per altri valori. Se viene applicata un’imposta pari a DX1, l’utilità totale che viene sacrificata è data dall’area X1ACD, il valore di detta utilità dovrebbe essere uguale per tutti gli individui. In sostanza l’imposta dovrebbe provocare per tutti i contribuenti lo stesso sacrificio. Stabilito che l’utilità marginale del reddito è uguale per tutti, è possibile confrontare la situazione di un contribuente con reddito OX1 e quella di un altro contribuente con reddito doppio pari a OX2. Se vogliamo realizzare lo stesso sacrificio dovremo avere sul grafico un’area X2BED che sia uguale a quella X1ACD. Il soggetto con reddito OX2, pari al doppio rispetto all’altro contribuente, paga un’imposta FX2 che, in relazione al grafico in questione, è maggiore del 50% rispetto a DX1 per cui al reddito doppio viene applicata un’imposta più alta del 50%. Possiamo concludere che il principio del sacrificio uguale può essere realizzato con imposta progressiva, proporzionale o regressiva in relazione alla funzione dell’utilità marginale.

Invece in base alla teoria del sacrificio proporzionale, per attuare l’uguaglianza dei contribuenti rispetto al prelievo tributario, non bisogna perseguire il raggiungimento dell’uguaglianza dell’utilità marginale sottratta quanto piuttosto mirare a “sacrifici proporzionali all’utilità totale di cui gode ciascun individuo”. Anche questa teoria può essere rappresentata con un grafico dove ancora l’asse delle ascisse indica il reddito e quello dello ordinate la sua utilità marginale. Deve risultare uguale per tutti i contribuenti il rapporto fra utilità sottratta e utilità totale del reddito che nel grafico è espresso da ABCD e OABE. In sostanza per la teoria del sacrificio proporzionale i sacrifici sopportati dai diversi contribuenti devono essere proporzionali all’utilità totale della ricchezza di cui ciascuno dispone (Steve) per cui non occorre un confronto fra i valori dei sacrifici stessi di ciascun contribuente. Secondo la teoria del sacrificio minimo collettivo deve essere minimo il sacrificio totale che deriva dal tributo. Su tale principio si fonda la teoria utilitaristica di Bentham. Per raggiungere il risultato del minimo sacrificio totale “le imposte devono prelevare le unità di ricchezza che hanno minore utilità, in modo che sia minima la somma delle utilità prelevate dall’insieme dei contribuenti” (Steve). Se rappresentiamo la teoria sempre con un grafico dove l’asse delle ascisse esprime il reddito e quello delle ordinate la sua utilità marginale ponendo che AB sia uguale a CD, vedremo che un prelievo uguale su differenziati livelli di reddito provoca sacrifici diversi in termini di utilità. Il sacrificio sarà crescente spostandoci da redditi più alti a redditi più bassi per cui le imposte dovrebbero essere pagate solo dai ricchi. In base a questa teoria la condizione di disuguaglianza iniziale viene eliminata con il prelievo fiscale che permette di giungere allo stato di uguaglianza per cui questa teoria è detta del sacrificio equimarginale. In base alle teorie sopra illustrate il principio della capacità contributiva è valido in quanto i diversi livelli del prelievo fiscale corrispondono a differenti livelli di reddito dei contribuenti. Va anche detto che la finanza oggi opera per finalità diverse dalla ripartizione del carico tributario secondo le ricchezze dei contribuenti. Accade spesso che le imposte siano un mezzo per la ripartizione secondo criteri politici dei costi dell’attività degli enti pubblici quando non viene seguito il criterio della controprestazione (Steve). Lezione 005

  1. Le entrate pubbliche Possiamo definire entrate pubbliche i mezzi finanziari che lo Stato e gli altri enti pubblici si procurano per far fronte alle spese pubbliche. Le entrate pubbliche sono costituite da tutte le risorse che il settore della pubblica amministrazione nel suo complesso incassa.
  1. derivate se sono costituite dai prelievi coattivi e quindi, come detto, dalle imposte, dalle tasse, dai contributi oppure ancora da prestiti pubblici o dall’emissione di carta moneta di cui ci occuperemo successivamente. E’ possibile anche operare una classificazione delle entrate sotto il profilo giuridico in:
  2. entrate di diritto privato disciplinate da norme civilistiche che lo Stato acquisisce operando come un soggetto privato quali i corrispettivi derivanti da canoni demaniali o di locazione di immobili;
  3. entrate di diritto pubblico che provengono dall’esercizio di un potere di imperio da parte della pubblica amministrazione in applicazione di nome pubblicistiche. Dal punto di visto contabile è possibile distinguere fra:
  4. entrate ordinarie che si ripetono in ogni esercizio finanziario come la gran parte delle imposte che vengono versate periodicamente dai contribuenti;
  5. entrate straordinarie che si realizzano eccezionalmente per particolari esigenze finanziarie connesse a particolari congiunture economiche, calamità naturali, ecc.
  1. Le entrate straordinarie dello Stato Quando parliamo di entrate straordinarie ci riferiamo ai prelievi di ricchezza destinati a far fronte a spese impreviste che divengono necessarie al verificarsi di eventi eccezionali come le calamità naturali, le guerre, ecc. Tuttavia questo tipo di entrate sono sempre più frequenti negli ultimi anni e la straordinarietà rappresenta una definizione formale piuttosto che un dato reale. Nelle economie pubbliche degli Stati moderni si ricorre al debito pubblico che è un classico strumento di finanza straordinaria, di cui ci occuperemo diffusamente nella prossima lezione, anche per soddisfare le spese ordinarie. Avviene questo perché le entrate ordinarie non sono in grado di assicurare la copertura integrale del fabbisogno della pubblica amministrazione. Inoltre il concetto keynesiano di finanza funzionale ha determinato l’accettazione del deficit di bilancio giustificato dall’ampliamento dei compiti della finanza pubblica. Tradizionalmente sono considerate entrate pubbliche straordinarie:
  1. il tesoro di guerra;
  2. le contribuzioni straordinarie;
  3. l’alienazione dei beni patrimoniali;
  4. l’emissione di carta moneta;
  5. i debiti pubblici. Il tesoro di guerra è una forma di finanziamento ormai superata; in passato durante i periodi di pace si provvedeva ad accumulare ricchezze per avere i fondi necessari per sostenere la guerra. Tale tipo di entrata è ormai scomparsa. La contribuzione straordinaria è costituita dalle imposte e dalle tasse temporanee che servono a procurare agli enti pubblici entrate straordinarie.

Esse sono costituite da:

  1. inasprimenti temporanei delle imposte già esistenti;
  2. introduzione temporanea (una tantum) di nuove imposte. Gli inasprimenti temporanei sono da preferire perché consentono di evitare le spese di accertamento che invece sono connesse all’introduzione di nuove imposte. Permettono, altresì, di stimare con buona approssimazione l’ammontare del gettito che se ne ricaverà. Infine i contribuenti accettano tale forma di tributo con minor sfavore rispetto alle nuove forme di prelievo seppure una tantum. Tuttavia non possono essere accresciute le aliquote di imposte già sufficientemente gravose per evitare fenomeni evasione fiscale e contrazione della produzione; in presenza di tali condizioni, quindi, è preferibile l’introduzioni di tributi straordinari. In Italia si è ricorso ai tributi straordinari in occasione dei terremoti che hanno colpito il Friuli e poi la Campania.

Occorre distinguere l’ammortamento dalla conversione. Mentre l’ammortamento riduce il debito, invece la conversione riduce solo il tasso di interesse senza incidere sul valore capitale. Le conversioni possono essere attuate di imperio dallo Stato che unilateralmente riduce gli interessi con ovvie gravi ripercussioni nei rapporti fiduciari con i sottoscrittori oppure attraverso metodi indiretti quali l’applicazione di un’imposta sugli interessi, l’emissione di carta moneta che provocando inflazione riduce nella sostanza il costo degli interessi. Se lo Stato, invece, vuole procedere ad una conversione previo assenso dei creditori è necessario che il nuovo tasso di interesse offerto sia comunque superiore a quello di mercato, che la riduzione dell’interesse sia proposta in una congiuntura economica favorevole tale da incoraggiare il risparmio. Gli studiosi di scienza delle finanze si sono interrogati se fossero preferibili i prestiti pubblici o le imposte straordinarie. Precisiamo subito che entrambi i sistemi presentano aspetti positivi e negativi.

I contribuenti che hanno grandi patrimoni sarebbero penalizzati da un’imposta sul patrimonio e guarderebbero con favore ai prestiti pubblici. I prestiti pubblici pesano su tutta la collettività e sulle generazioni future per il pagamento degli interessi da sostenere con il prelievo tributario. La scelta dovrà di volta in volta essere effettuata valutando i seguenti fattori: 1) accumulazione del capitale;

  1. distribuzione del reddito;
  2. politica anticiclica Relativamente al primo aspetto la scuola finanziaria classica osserva che per favorire l’accumulazione del capitale è preferibile l’imposta straordinaria dal momento che i prestiti pubblici assorbono il risparmio sottraendolo agli investimenti privati; l’imposta straordinaria produrrebbe sul contribuente l’effetto di ridurre i consumi senza incidere sul risparmio. Per quanto attiene alla distribuzione del reddito, l’imposta straordinaria colpisce i soggetti con grandi patrimoni che potrebbero vedersi costretti a vendere i loro beni per assolvere all’obbligazione tributaria; i prestiti pubblici, invece, inducono l’erario ad aumentare le imposte per pagare gli interessi con la conseguenza che l’aumento della pressione tributaria colpisce maggiormente i contribuenti a reddito fisso. Relativamente ai cicli economici si osserva che sono da preferire i prestiti pubblici perché incidono in misura irrilevante sui consumi e procurano un incremento della domanda globale; se, però, ci troviamo in un ciclo economico caratterizzato da una domanda elevata l’imposta straordinaria può costituire uno strumento efficace per contrarre i consumi e la domanda stessa.
  1. IL DEBITO PUBBLICO Il deficit o disavanzo pubblico è la differenza fra le spese e le entrate ossia l’ammontare delle spese che non è coperto dalle entrate. Il bilancio dello Stato ogni anno presenta un deficit che come un qualsiasi altro bilancio familiare o di società deve avere una fonte straordinaria di finanziamento perché è ovvio che dalle casse dello Stato non possa uscire più denaro di quanto ne entri. il deficit pubblico è finanziato in due modi attraverso:
  1. L’emissione di carta moneta;
  2. Il debito pubblico. L’emissione di carta moneta è a cura della Banca centrale ma ha impatti negativi sull’economia in quanto genera inflazione. Il debito pubblico è l’emissione a cura dello Stato di titoli obbligazionari che sono sottoscritti dai privati e servono ad assicurare i fondi per la copertura del deficit. I prestiti pubblici rappresentano la principale entrata straordinaria dello Stato e consistono in una vera e propria cessione di capitale (Ingrosso). Di fatto oggi il debito pubblico è uno strumento di copertura ordinaria della spese pubblica per cui il debito pubblico non costituisce più un’entrata straordinaria ma un istituto

Lezione 007

  1. DIFFERENZA TRA ONERI DETRAIBILI E ONERI DEDUCIBILI Si parla di deducibilità e detraibilità nei casi in cui il fisco offra la possibilità al contribuente di ottenere degli sconti dalle imposte, scalando dai propri redditi o dalle tasse da pagare, alcuni oneri che vengono appunto definiti oneri detraibili o oneri deducibili. Gli oneri detraibili sono quelle spese che possono essere sottratte direttamente dal monte imposte da pagare, diminuendo di conseguenza l’importo relativo. Sono oneri deducibili, o in maniera colloquiale “spese deducibili”, tutte quelle che possono essere tolte dal reddito riducendo non direttamente l’importo delle tasse da pagare (come nel caso degli oneri detraibili), ma riducendo l’importo di reddito imponibile (cioè sottoposto ad imposta), dunque l’importo sul quale viene calcolato l’importo delle tasse da pagare. 10.ONERI DEDUCIBILI - ONERI DETRAIBILI: ESEMPI Gli oneri detraibili sono quelle spese che possono essere sottratte direttamente dal monte imposte da pagare, diminuendo di conseguenza l’importo relativo. Facciamo un esempio di detrazione (senza tener conto delle aliquote contributive effettive per ciascuno scaglione di reddito al fine di semplificare il calcolo). Se al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi io ho un reddito imponibile di 10mila euro e applicassi un’aliquota fiscale del 15%, le mie imposte sarebbero un ammontare di 1500 euro. Se io applicassi a tali imposte una spesa detraibile – o più correttamente un onere detraibile – di 350 euro, le tasse che dovrei pagare allo stato sarebbero di 1150 euro. Sono oneri deducibili, o in maniera colloquiale “spese deducibili”, tutte quelle che possono essere tolte dal reddito riducendo non direttamente l’importo delle tasse da pagare (come nel caso degli oneri detraibili), ma riducendo l’importo di reddito imponibile (cioè sottoposto ad imposta), dunque l’importo sul quale viene calcolato l’importo delle tasse da pagare. Torniamo al nostro esempio semplificato e facciamo questa volta un esempio di deduzione. Se io avessi un reddito di 10mila euro e però avessi un onere deducibile di 350 euro il mio reddito imponibile non sarebbe più di 10mila ma di 9.650 euro. Su questo importo andrei a calcolare la mia imposizione fiscale che sarebbe a questo punto di 9.650 euro * 15% cioè, nel nostro esempio semplificato, di 1447,5 euro. Lezione 008 11.La liquidazione dell'imposta Attività svolta dagli uffici dell'agenzia delle Entrate per determinare l'imposta dovuta dal contribuente. I soggetti passivi di imposta, ovvero imprese e lavoratori autonomi, cioè coloro che hanno diritto alla detrazione sugli acquisti effettuati, devono ogni mese o ogni tre mesi, a seconda delle opzioni esercitate o del proprio volume d'affari, liquidare l'imposta dovuta o a credito verso l'Erario, e infine provvedere a un conguaglio finale annuale.

La liquidazione (cioè il calcolo dell'imposta) si fa sommando l'IVA incassata dai propri clienti in via di rivalsa e sottraendo da tale importo l'IVA versata ai propri fornitori. Se da tale differenza scaturirà un debito verso l'erario tale differenza sarà versata con il modello F24. Se viceversa scaturirà un credito questo potrà essere riportato al periodo successivo per essere scalato dalla successiva liquidazione o, a certe condizioni, potrà essere richiesto a rimborso o utilizzato in compensazione, cioè detratto da altri tributi dovuti dal contribuente. 12.La tassazione separata La tassazione separata riguarda quei redditi la cui formazione è di tipo pluriennale; essi infatti pur essendo percepiti in un’unica soluzione si sono formati con un processo “di produzione” che è durato diversi anni, da qui la necessità di tassarli non con il regime ordinario Irpef che comporterebbe lo scatto di aliquota sempre più elevata, ma attraverso uno specifico processo che prevede una distinta aliquota. Rientrano in questa tipologia di redditi le indennità di fine rapporto, le plusvalenze derivanti dalle cessioni di aziende possedute per più di

La rendita catastale è quindi sostanzialmente il valore attribuito, con finalità fiscali, a tutti gli immobili in grado di produrre o generare reddito.

La rendita catastale R.C.L. (ovvero Rendita Catastale Lorda) di un' unità immobiliare urbana

(per urbana si intende non direttamente appartenente al catasto terreni e alla data del 31 dicembre 2014) riguarda sostanzialmente ogni corpo edificato anche se facente parte di complessi agrari o complessi rurali. Gruppo A - Abitazioni od assimilabili ad abitazioni Gruppo B - Edifici con carattere sociale o comunitario Gruppo C - Edifici finalizzati ad attività produttive Gruppo D Gruppo E: Immobili a destinazione particolare Gruppo F: Entità urbane

La rendita catastale è utilizzata per la determinazione del valore catastale degli immobili come base imponibile per il pagamento delle imposte. Infatti, a seconda della destinazione d'uso degli immobili, il valore catastale (detto anche "rendita catastale rivalutata") si ottiene moltiplicando la rendita catastale per un coefficiente prestabilito che varia in relazione alla destinazione d'uso dell'immobile e alla categoria catastale di appartenenza. Lezione 010 15.I DIVIDENDI L’altro importante gruppo di redditi di capitale è rappresentato dai proventi derivanti dalla partecipazione in società soggette ad Ires (cosiddetti dividendi). Il meccanismo di tassazione di tali redditi è stato oggetto di profonde trasformazioni che hanno comportato l’abolizione del meccanismo del credito di imposta per sostituirlo con uno di parziale esenzione, in base al principio che la tassazione dell’utile deve avvenire presso il soggetto che lo ha prodotto. L’attuale sistema prevede la quasi totale esenzione qualora gli utili siano percepiti da società ed enti commerciali soggetti ad Ires, infatti gli utili percepiti concorreranno alla formazione del reddito di impresa nella sola misura del 5 per cento; un trattamento meno favorevole è previsto qualora i percettori siano delle persone fisiche, è infatti previsto un doppio binario di tassazione. Occorre appunto operare una prima distinzione tra le cosiddette partecipazioni qualificate e quelle non qualificate. Le prime ( quando rappresentano complessivamente una percentuale di voto esercitabile nell’assemblea ordinaria superiore al 2 o al 20 per cento ovvero una partecipazione al capitale o al patrimonio superiore al 5 o al 25 per cento a seconda che si tratti di titoli negoziati in mercati regolamentati , ovvero di altre partecipazioni), sono tassate nella misura del 49,72 per cento del loro ammontare, mentre le seconde sono soggette ad imposta sostitutiva nella misura del 20 per cento. Appare di tutta evidenza la necessità di una modifica normativa che quantomeno lenisca tali effetti distorsivi. Da ultimo segnaliamo che a seguito di recenti interventi normativi finalizzati a contrastare fenomeni evasivi, gli utili provenienti da società residenti in paesi a regime fiscale privilegiato (black list), concorrono totalmente a formare il reddito del socio percettore. Se dunque il precedente sistema del credito d’imposta consentiva di realizzare una sorta di compensazione tra l’imposta dovuta dai soci sui dividendi e quella pagata a monte dalla società sugli utili prodotti, l’attuale sistema pur prevedendo una parziale esenzione in capo ai soggetti Ires, pregiudica sensibilmente il percettore persona fisica che finisce per subire una doppia tassazione pur in presenza della parziale imponibilità del 40 per cento del dividendo percepito. 16.I redditi di capitale La tassazione dei redditi di capitale, anche in considerazione del fatto che costituisce un importante strumento di politica economica, è stata oggetto di continui interventi legislativi che talvolta hanno generato difficoltà applicative. L’impronta impressa dal legislatore ha