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Riassunti Primo Levi, Ferrero. Biografia primo levi
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Ernesto Ferrrero: Primo Levi Primo levi nasce il 31 luglio 1919 a Torino, Corso re Umberto, 75. È un luogo importante, anzi il luogo per eccellenza, perché tutta la sua vita si svolgerà qui, sia di uomo e di scrittura. È un’abitazione che lui stesso definisce: “disadorna e funzionale, inespressiva e solida“. I suoi antenati sono i premi piemontesi giunti dalla Spagna attraverso la Provenza, stabiliti in varie città del Piemonte e poi inseriti in un secondo momento nel tessuto civile di Torino (racconto Argon). Il nonno materno era un mercante di stoffe e aveva un negozio nel centro della città mentre il nonno paterno era oggi un ingegnere civile. Il padre, Cesare, nato nel 1878, era ingegnere elettronico; la madre Ester Luzzati. Il padre era un forte lettore anche se disordinato e si vantava di leggere Kant in tedesco; il figlio riconosce di aver ereditato da lui l’amore per i libri, una certa tensione spirituale e una curiosità onnivora. il padre ha una funzione importante nella formazione del figlio perché indirizza su interessi verso la chimica e più in generale verso la scienza rigirandoli i libri di buona divulgazione scientifica: in adolescenza primo leggi alcuni libri di scienziati i premi Nobel e decise che sarebbe stato chimico Si iscrive al liceo Massimo d’Azeglio l’avrà come docenti gli illustri antifascisti Augusto Monti e Umberto Cosmo. Per lui le materie letterarie hanno un valore informativo mentre quelle scientifiche hanno un valore puramente informativo. Si avvicina molto alle materie scientifiche proprio perché erano quelli più tenuti da parte dal fascismo, quelli più pericolosi perché gli alunni non dovevano arrivare alle fonti del sapere scientifico ma il divieto rappresenta per primo e per i suoi giovani amici la più galvanizzante delle sfide. Anche se alla licenza liceale viene rimandato a ottobre in italiano (insieme a Fernanda divano, sua compagna di classe), riesce ad assimilare Dante, Ariosto, Parini, Manzoni, Leopardi. Questo “sostrato classico“ vedrà alla sua pagina la misura, l’armonia e la composta L’esattezza che la distinguono: nel lager rischia,a Dante con Pikolo. Si iscrive a chimica alla facoltà di scienze dell’Università di Torino. E gli anni della formazione non si svolgono soltanto nei laboratori di chimica ma una parte importante a luogo anche in montagna durante le gite e le arrampicate che diventa una scuola di metodo e di disciplina ma anche io tento osservazione della natura (racconto Ferro, il sistema periodico) Primo spiega all’amico, nel racconto, che nobiltà dell’uomo acquisite in 100 secoli di prove di errori era costituita nel farsi signore della materia e che lui si era iscritto chimica perché a quella materia voleva restare fedele. Dirà più volte che la tavola periodica è la più alta e solenne di tutte le poesie digerite in liceo Lo studio della materia aveva anche un risvolto morale e quindi politico: era un antidoto al fascismo perché le cose erano chiare e distinte ad ogni passo, verificabili, non tessuti di bisogni di qualità come le radio e giornali 1938: il governo fascista emana le prime leggi razziali: agli ebrei è vietato frequentare le scuole pubbliche ma a chi ha già scritto all’università è consentito proseguire gli studi. Il fascismo sta per riscosso poche simpatie a Torino e anche le leggi razziali sono vissuti dalla maggior parte del popolo come una stranezza da ignorare la concretezza della vita quotidiana. E lo stesso deve precisare che tutti i suoi compagni, studenti e studentesse tra di loro non ce n’è stato uno che gli abbia dato dell’ebreo. Tuttavia la ferita era stata inferta. La famiglia di Levi non è credente e praticante il primo non fatica ad ammettere di non aver mai avuto un senso religioso. La sua cultura ebraica si è sviluppata a posteriori, nel dopoguerra, e poi nell’ultimo decennio della sua vita quando sì documento per il romanzo se non ora, quando?. Studia la cultura ebraica, yiddish e biblica.
Spoliazione dei propri vestiti e degli stessi poveri oggetti che definiscono un’identità personale, la tosatura, la doccia, l’assegnazione di rozze divise di tela E poi il lavoro inutile, il trasporto di sacchi o traversine da un luogo all’altro, il cibo miserabile, il fritto, le baracche sovraffollate e i regolamenti ferrei che obbediscono ad un’assurda logica derisoria. Una vita intera, sotto-umana, un percorso discendente di umiliazione sfinimento per il quale viene spontaneo al bravo liceale torinese il riferimento a Dante. Qui è in atto una sorta di spietata selezione naturale in cui ogni uomo è lupo al suo simile e la sopravvivenza è affidata alla legge del più forte. Si delineava tragiche opposizioni tra i molti “sommersi“ e i pochi “salvati“ ovvero coloro che con la forza e l’astuzia, riescono a trovare il modo di sopravvivere, spesso esercitando anche atti di violenza con gli stessi compagni. “I sommersi e i salvati“ e il titolo di un capitolo di “se questo nuovo “ma trent’anni dopo diventerà il titolo del libro che riassume il senso dell’intera esperienza concentrazionaria e delle successive riflessioni e indagini dell’autore. Lo stesso Levi attribuisce la propria sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate: -il fatto che la deportazione sia avvenuto all’inizio del 44 quando per carenza di manodopera i tedeschi rallentarono il ritmo dell’apparato di sterminio -Levi possedeva un’infarinatura di tedesco che gli consentiva di capire al meglio gli ordini (cambierà anche delle reazioni di viveri con delle lezioni di tedesco) -salute -È il campo in cui Levi è in certi versi anomalo in quanto venivano ogni giorno a contatto con gente “libera” o comunque meno schiava di loro -altra svolta decisiva è il fatto che lui sia un chimico e verrà affidato al Kommando 98, quello chimico. Riesci ad entrare per un caso fortunato infatti l’esame condotto proprio su uno dei libri di testo del quarto anno di chimica, il manuale del Gatterman. -scarlattina. Nella notte terribile decisiva in cui tedeschi esitano tra l’uccisione di tutti i prigionieri e la fuga, primo si vede capitale tra le mani un libro creava un significato non secondario nei suoi indirizzi di futuro scritture: “Remorques” del francese Roger Vercel Che descrive le avventure di un capitano di rimorchiatore d’alto mare e svolge un tema che è il prigioniero sempre insieme attuale e trascurato: l’avventura umana nel mondo della tecnologia, un rapporto uomo-macchina non necessariamente alienante.questo sarà il tema conduttore di il sistema periodico e la chiave a stella Del periodo di prigionia Levi afferma di aver vissuto in una condizione di spirito eccezionalmente vivo, di insospettata vitalità e di fatto non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini accanto lui tanto disturbarmi ancora un’immagine incredibilmente dettagliata. La sua curiosità è quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo e afferma di aver avuto in qualche modo un arricchimento tanto che la stesura di sé questo è un uomo è venuta nel giro di pochi mesi e senza troppe situazioni Tornare e raccontare Il 19 ottobre 1945 primo levi, “gonfio, barbuto e lacero“, pressoché irriconoscibile, fa la sua inattesa apparizione nella casa di Corso re Umberto. Si conclude così anche il viaggio di ritorno, un itinerario folle e labirintico che le abbia raccontato nella tregua. il dovere della testimonianza del racconto insieme la paura di non essere ascoltati, peggio ancora, di non essere creduti, sono sentimenti quasi immediatamente e tormentosamente presenti nel prigioniero tanto che al riparo del laboratorio chimico urgenza di scrivere su carta dati, fatti e impressioni. L’intento di Chiara Torio non è quello di portare nuovi capi d’accusa E fornire un documento per uno studio pacato dell’animo umano
La scrittura è l’unico strumento possibile di analisi, comunicazione, riscatto e autoterapia. Come raccontare l’incredibile, l’indescrivibile? Con quali parole? La questione si pone già con forza al secondo giorno nel campo di concentramento“ ci siamo accorti per la prima volta che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo“. E Levi non punta sul coinvolgimento emotivo, sull’impressione, sullo sconvolgimento ma il suo obiettivo primario infatti non è lo sdegno fine a se stesso, non si atteggia vittima e reduce lamentoso e dichiara di non essere mosso dall’imperativo primordiale della vendetta, di non voler rendere colpo su colpo. Lui vuole soltanto comprendere “a me spettava capire, capirli“. Di se stesso parla lo stretto necessario diventa semplicemente un occhio che guarda. Il suo bisogno è quello di spiegare agli altri e di fare gli altri partecipi di quello che aveva vissuto. Di qui il suo carattere definito frammentario e la scrittura che procede non in successione logica ma per ordine di urgenza. Vuole capire non solo i carnefici e la vasta rete di complici ma anche le vittime: non basta essere perseguitati per diventare buoni o giusti ma occorre spiegare come mai tra i prigionieri che arrivano da tutta Europa non scatta la solidarietà ma il contrario molti si dispongono a con lavorare e diventare Kapo, a svolgere servizi ausiliari. Ora Levi solo con l’urgenza e con l’ossessione e con il dovere della testimonianza e con il piacere del racconto. I primi ascoltatori delle sue impetuose affabulazione sono i compagni di viaggio del treno che lo porta da Verona a Torino poi i parenti, gli amici, compagni di lavoro ma anche gli sconosciuti: “parlavo con tutti, sui treni, sui tram, appena riuscivo ad attirare l’attenzione di qualcuno“ lo spingi la necessità di rendere partecipi gli altri, quelli che non sanno e sentiva che l’unico modo per salvarsi era raccontare. Il 31 gennaio 1946 Levi viene assunto fabbrica di vernici e nel racconto cromo possiamo leggere come sfruttassi ogni singolo momento e ogni singolo supporto per scrivere La scrittura si muove veloce e senza esitazioni, l’autore ha già il film in testa lasciare separati ma presiede con attenzione al montaggio. Il primo abbozzo di quello che diventerà se questo è un uomo sono le 14 pagine di “storia di 10 giorni“ che nel montaggio definitivo del libro figurano come l’ultimo capitolo. Vi si descrivono i giorni in cui il campo viene evacuato da nazisti in fuga sotto la pressione dell’armata Rossa e lui che viene lasciato abbandonato al suo destino. prima di passare alla fase editoriale Levi saggia il terreno ridicendo con un amico e compagni di prigionia, il dottor Leonardo Debenedetti, un “rapporto sull’organizzazione igienico-sanitarie del campo di concentramento per ebrei di Monowitz” Che appare nella rivista “Minerva medica“. Si tratta di un dettagliato resoconto dell’esperienza che comprende il viaggio, l’arrivo, la detenzione, le condizioni alimentari, il lavoro e le strutture sanitarie. Il tono e scientifico e stringato. Nella primavera del 47 Levi procederà ad un altro testo empirico pubblicando su “l’amico del popolo“ cinque capitoli di quello che viene presentato come libro di prossima uscita riguardante il campo di concentramento, dal titolo “sul fondo“. Alla fine del 1946 in dattiloscritto se questo è un uomo definitivo è pronto e viene sottoposto a tre editori tra cui Einaudi. viene rifiutato e viene incaricata Natalia Ginzburg di riferire a Levi il rifiuto (Cesare Pavese temeva che finisse disperso fare tanti libri di testimonianze che uscivano a quel tempo). Intanto Anna Maria, sorella di primo, ha fatto un dattiloscritto che arriverà a Franco Antonicelli che era diventato anche il presidente del CLN del Piemonte e nel 42 aveva dato alla vita la casa editrice De Silva. Lui con immediatamente il valore dell’opera tanto che la definisce “eccezionale, forse la più importante del dopoguerra“.viene finito di stampare nell’ottobre del 47 che ti è stato proprio riduttore a convincere l’eri a cambiare il titolo da i sommersi e salvati a se questo è un uomo
L’avventura Come la stesura di questo nuovo comincia nel laboratorio chimico del campo di concentramento dove Levi sente la necessità primordiale di fissare gli eventi incredibili che lo agitano, si può dire che la gestazione della tregua comincia nel giugno 1945 a Katowice, prima tap a del lungo viaggio di ritorno a Torino. È probabile che i primi due capitoli “il disgelo“ e “il campo grande“, siano già stati scritti nel 1947 o 1948 su sollecitazione di Antonicelli, beneficiario delle storie del complicato rimpatrio, degli amici e dei compagni di scuola. Da loro forse veniva l’esortazione a metterli per iscritto. Il libro è costato 200 ore di lavoro, un capitolo al mese, diciamo che il libro nasce in 3-400 giorni. Marzo 1961-agosto 1962). Nelle note che accompagnano l’edizione scolastica del 1965 Levi ammette che sia un libro più deliberatamente letterale del precedente, più vecchio di 15 anni ma anche più pacato e tranquillo, più attento la tessitura della frase, più consapevoli e insomma più lscrittore in tutti i sensi buoni e meno buoni del termine “avevo ancora molte cose del narrare: non più cose tremende, fatali necessari, ma avventure allegri e tristi… Il vortice multicolore e affascinante dell’Europa del dopoguerra, ubriaca di libertà e insieme inquieto nel terrore di una nuova guerra“. Levi dichiara di non considerarsi scrittore neppure in quel felice 1963 teoria è soddisfatto della duplice condizione che gli permette di scrivere solo quando lo desidera e non lo obbliga a scrivere per vivere. Il movimento dei capitoli di apertura è un largo grave e accorato: dall’arrivo della prima pattuglia russa “ Verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945 “alle considerazioni sulla “natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio“. Se Dante è il nume tutelare se questo è un uomo, l’alta moralità del Manzoni e la sua capacità di comprensione dell’umano nutrono “la tregua“. Il quadro del campo di concentramento abbandonato con i suoi morti moribondi, con l’istituzione finzione dei pochi sopravvissuti alle loro cuccette, evoca i colori vividi della pestilenza dei promessi sposi: il campo è trasformato in un immenso lazzaretto. La libertà assume la forma di una solida pianura deserta, percorsa da treni asmatici dall’incerta destinazione. La speranza di un viaggio breve sicuro verso un surrogato accettabile delle case si rovescia in delusione, in un dolore tanto più sensibile quantomeno previsto perché viene negata una grande speranza, quella in un mondo dritto giusto miracolosamente ristabilito sul suo naturale fondamento dopo un’eternità di errori e di stragi. Ma il mondo sbagliato è beh lontano dall’essere rifatto a misura d’uomo. Calvino “ storia movimentata in Paris pinta duro non più sperata primavera di libertà“. Il libro si chiude su una nota d’angoscia, un ammonimento. Tregua significa Intermezzo, intervallo tra un conflitto o una tragedia e altri che incombono. Nella pagina finale affiora un sogno gelido in cui le calle presenze della famiglia, degli amici si sgretolano in un “nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa e anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in lager il nulla era vero all’infuori del lager “. Nell’autunno 1962 Levi consegnata ti ho scritto alla Einaudi.la 3: va immediatamente il suo pubblico e l’accoglienza di critiche e pubblico sono pronti e calorosi.i vent’anni trascorsi dei fatti erano maturati a vantaggio dell’autore Al premio strega, candidato ufficiale in Audi è “lessico familiare“ ma si crea spontaneamente un gruppo di sostenitori dei “la tregua“ che finirà brillante terzo. Agli inizi di settembre si celebrò a Venezia il premio Campiello e il libro di Levi vince per distacco.comincia la fortuna che dall’ora diventerà inarrestabile e coinvolge anche il precedente libro Levi dichiara di ritenere concluso il ciclo delle sue memorie relative la deportazione e annuncia che gli piacerebbe scrivere un romanzo sulla condizione del chimico: il libro uscirà soltanto nel 1975 “il sistema periodico“.
Ibridi Levi dichiara più volte di volersi misurare con una narrativa svincolata dalla memorialistica, nutrita dagli spunti offerti da una cultura scientifica e coltivata sin da ragazzo e dal proprio mestiere di “aggiustatore“ di molecole. Scrivere racconti è per lui uno “scrivere di cose“ sfruttando per ognuno un’idea tecnica nata in laboratorio o in fabbrica.si sente in debito con il suo mestiere che molti considerano arido, misterioso il sospetto eppure per lui il lavoro del chimico ascendenze illustri che tuttavia hanno lasciato scarse tracce di letteratura. I racconti abbracciano vari generi: il realistico, il fantastico, il fantascientifico la storia gialla, in radio dramma, la parabola. L’origine e spesso orale e allora Rita appartiene l’aspetto del discorso con le sue valenze pedagogiche tese a persuadere. Ancora una volta e Calvino a presiedere all’operazione. Sin dal 1961 aveva potuto leggere una raccolta di racconti di primo Levi e lo incoraggio ad andare avanti su quella strada strada. Tuttavia intorno al 1966, quando Levi dispone di una quantità di racconti sufficienti a far libro, si pone un problema di identità: come avrebbero reagito i suoi lettori, già percorsi dei primi due libri, di fronte a quelle invenzioni di sapore fantascientifico? Come poteva il testimone dei campi di concentramento abbandonarsi a quei fantasiosi divertimenti? Si fa prendere dal dubbio del “politicamente corretto”. È il libro viene avvertito come qualcosa che si distacca troppo dei primi due e si suggerisce all’autore di Adottare uno pseudonimo. Levi, che rispetta l’opinione ma non la condivide, non si sottrai alla proposta e scegli come pseudonimo quello di Damiano Malabaila, nome dell’esercente di una bottega davanti alla quale passa due volte al giorno andando al lavoro Un esempio è il primo “la bella addormentata nel frigo“ ambientato a Berlino nel 2115.nel secondo “il versificatori“ la vera protagonista è una macchina in grado di produrre versi d’occasione.“sesto giorno“, inteso nel senso della creazione, prende in esame un comitato scientifico composto da vari specialisti che dibatte su come portare a termine l’ambizioso progetto Uomo. Il titolo del libro “storie naturali“ è un sorridente omaggio al diletto Rabelais E che appoggia le proprie invenzioni sull’autorità di Plinio. In una lettera all’editore Levi spiega di aver inseguito un’intuizione oggi non rara: la percezione di una smagliatura nel mondo in cui viviamo, di una falla piccola grossa, di un “vizio di forma“ che vanifica uno o di un altro aspetto della nostra civiltà o del nostro universo morale. Propone un volume di “racconti-scherno, di trappole morali, divertenti e distaccati freddi“. Levi non pubblicherebbe tutto ciò si fosse accorto che fra il lager e Queste invenzioni esiste un filo conduttore, una continuità in punti esistente: il campo di concentramento è stato il più grosso di “vizi“ degli stravolgimenti il più minaccioso dei mostri generati dal sonno della ragione. Nel racconto “Angelica farfalla“ ce l’elemento di continuità con le opere precedenti: c’è la condizione umana umiliata e offesa che la voce di primo levi si fa nuovamente persuasiva. Nel 1971 esce “vizio di forma“ che raccoglie 20 testi scritti tra il 1968 e il 1970, più omogenei rispetto alla raccolta precedente.ispirazione è la medesima: la percezione delle smagliature, dei vizi di forma che rendono più vulnerabili il mondo in cui viviamo (^) Molti dei racconti si spostano dall’ambito scientifico a quello antropologico e dietro logico, ai temi della tradizione ebraica poi completamente sviluppati in “lilit”. (Racconto “verso occidente”). Ancora una volta devi oscilla tra il pessimismo dell’intelligenza e sostanziale ottimismo il messaggio che si sforza di consegnare al pubblico nel quale lo stesso il primo a credere.
Vanadio: Una partita di resina per vernici che si rivela improvvisamente difettosa funge da innesco al penultimo racconto. Il cliente è una grande rispettabile industria tedesca, uno dei due tronconi in cui gli Alleati avevano spezzato l’onnipotente IG-Farben Che governava la fabbrica di gomma della Buna. Il dirigente che scrive Levi, il dottor L. Muller, fa un errore di battitura, “naptenat” al posto di “nahptenat”. Che gli evoca istantaneamente l’identico errore di un altro Dottor Muller che nel novembre 1944 era arrivato nel laboratorio della Buna. Levi non ci Mette a molto ad accertare che si tratta della stessa persona. Tra i due e comincia un difficile ed imbarazzato dialogo epistolare: fare i conti con gli “altri“ era stato il desiderio più vivo del dopo-lager. Quello che sognava spasmodicamente era proprio incontro “con uno di quelli di laggiù“ non per sete di vendetta ma solo per ristabilire le misure, e per dire “dunque?“. Il destino sottrai Muller alla prova dell’incontro diretto facendolo morire inaspettatamente a sessant’anni quindi il dialogo si interrompe male micia sapeva in core suo che non avrebbe potuto ricavarci molto di più di quanto gli interlocutori gli avevo già scritto. Le domande di “vanadio“ continueranno a far fermentare la memoria di Levi e 10 anni dopo scrive “sommersi e salvati“. 1975 Levi decide di raccogliere in un volume di poesie che aveva scritto sino ad allora nel 1970 aveva pubblicato solo in un’edizione fuori commercio per gli amici, in 300 copie.“allora (1945-46) mi sembra che la poesia fossi più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. Dicendo poesia, non penso niente di lirico… Dopo Auschwitz non si può fare poesia se non su Auschwitz”. La poesia è stata per lui una sorta di naturale istinto espressivo , Poesie “concisi sanguinosi“ sono stati definiti così per sua stessa ammissione Un primo gruppo di testi è composto tra il dicembre del 1945 e la primavera del 1946 in parallelo con la stesura di se questo è un uomo.attività più consistente è proprio a ridosso dell’esperienza di deportazione: è più consistente nel primo momento dopo il ritorno e si dirada tre 1949 1965, in cui prevale la scrittura narrativa ma torna infittirsi tra il 1979, anno in cui inizia progettare “i sommersi e salvati“il 1985 in culo conclude -antiermetiche -antiliriche -dirette -efficaci -senza ombre -opposte al “poetichese” Per lui l’attività poetica è irrazionale, una riprova della sua personalità centauri esca. Nasce da stimoli imprevedibili ed è quasi un piacere trasgressivo e proprio per questo è necessario. Le poesie costituiscono per Levi una sorta di prova sperimentale della sua capacità di letterato a pieno titolo Occorreranno tuttavia altri 10 anni perché è un altro è più ampia raccolta, con una quarantina di testi nuovi dia al Levi poeta qui che gli spetta: “adora incerta”, Garzanti, 1984. È il titolo rimanda ad un verso tratto dalla ballata dell’antico marinaio dell’amato Coleridge, Letta probabilmente con la traduzione del 1964 di Beppe Fenoglio. Ed allora che levi dichiara con insistenza di riconoscersi nella figura del vecchio marinaio che “abbranca Per strada i convitati che vanno alla festa per infliggere loro la sua storia di malefici“. Il persistere dell’offesa che nulla può medicare -la memoria del lager come scura minacce sempre incombenti -i pericoli della solitudine la metafora della navigazione nella vita del mondo -il senso di una guerra che non finisce mai -il tono alto del dire poetico e intarsiato di termini medi, parole di espressioni dialettali in modi colloquiali -sottrai il poeta all’oro di veggente o al dono della grazia -il suo italiano classico e marmoreo che molti hanno definito “buono per le lapidi“, lapidario che non scalfisce e non scava, non parla, declama. Con “ad ora incerta “Levi può finalmente raccogliere le soddisfazioni critiche che attendeva.
Sì le poesie degli anni 40 e 50 riportano le esperienze della prigionia e agli incubi del dopoguerra, la produzione successiva si apre via via alle suggestioni di un’autobiografia cifrato, della scienza della storia e perfino il confronto con la contemporaneità: l’andamento si fa narrativo e ricorda il Pavese di “lavorare stanca“. La robusta vena morale, ironica, fantasiosa, disillusa e allarmata scatta da un osservazione minimalista che si concentra spesso sugli animali: le violenze subite da “pio bove“ Carducciano, il volo dei gabbiani, e schiere gregario delle formiche, la@, il topo… Ognuno è portatore di un modello di vita e di un’idea del mondo, di una filosofia. Nelle ultime composizioni affiora il gusto di sperimentare giochi di parole, assonanze. Nel 1985 gli viene conferito il premio Carducci: un premio minore e pure “nessuno gli ha fatto più piacere di quello“. Nel 1974 presenta le sue dimissioni dalla Siva E ma lascerà definitivamente l’azienda soltanto nel 1977 e viene vissuto come un autentica liberazione. adesso può fare lo scrittore a tempo pieno. Il 13 marzo 1977 pubblica su “La Stampa“ il racconto “meditato con malizia“ in cui fa la comparsa Tino Faussone. Da allora, in un anno e mezzo, scrive con estrema facilità e quasi senza correzioni un romanzo fatto di racconti collegati tra loro ma che possono essere letti autonomamente.sin dalla prima uscita si capisce che questo Faussone È un montaggio di vari tipi di operai specializzati da lui incontrati nei suoi viaggi di lavoro in giro per il mondo tra il 72 e il 73, specialmente nella Russia sovietica. Libertino Faussone è il protagonista de “La chiave a stella”. C’è una profonda affinità tra lo scrivere, la chimica, il montare i tralicci: il protagonista il narratore si intendono facilmente, hanno in comune il piacere del lavoro fatto a regola d’arte, il gusto della manualità l’istinto della sfida e la pazienza. Per Italo Calvino il protagonista viene indicato come il campione di quella quasi ignota civiltà della competenza che pure esiste in Italia: un tecnico chiaccheroni ingegnoso ma anche un uomo che persegue un ideale con un rigore ossessivo, uno stilista di una morale netta e metallica che va facendo crescere controllando con la sua chiave a stella. Chimici e montatori hanno il comune vantaggio di potersi specchiare nella propria opera, possono vedere crescere la loro creatura e quindi in entrambi i mestieri estetica ed etica coincidono Levi e libertino amano entrambi il proprio lavoro, ne fanno uno stile di vita Il clima esasperatamente ideologizzato degli anni 70 in cui il lavoro era visto come pura alienazione di esperienza disumanizzante, il libro suonava anomalo e se non addirittura provocatorio. Per quanto riguarda il lavoro alienante, in quanto riportato, lo conosci bene ed è stato uno dei primi a porre la questione della deportazione di massa come problema della forza lavoro nell’industria pesante tedesca ma afferma che “la moralità del lavoro vale in assoluto ed è soprattutto un onere per chi vuole il cambiamento, il progresso, la libertà e la rivoluzione liberatrice”. Faussone Rappresenta il momento sei limitato nella realtà moderna in cui lavoro manuale torno a farsi libero, autonomo e creativo: il suo rapporto con il ferro è umano e non è strano che c’è tra quei tralicci alle gru mostruosi c’è sempre un disegno naturale Il protagonista e l’autore hanno in comune l’intento di opporsi alla piattezza del presente favorendo un rapporto pieno, consapevole, costruttivo e all’insegna dell’umano con il mondo del lavoro Il libro si chiude con una frase di Conrad in margine al suo romanzo “tifone” in cui confessa che il personaggio di MacWhirr gli manca, non il personaggio in carne ed ossa che lui non ha mai visto (non esiste) ma quel personaggio che non è frutto di un incontro di poche ore o di settimane o mesi ma é il prodotto di vent’anni di vita, della propria vita di autore. É un personaggio perfettamente autentico, come Faussone.
La preparazione documentaria ha richiesto un anno di lavoro e a compreso il ritorno e il ricorso a fonti figurative, nuove letture della tibia, delle culture popolari, dei proverbi e dei modi di dire yddish. Qui Levi abbandona una soggettività in qualche modo limitativa per concedersi la libertà totale del narratore onnisciente ma il contesto avventuroso non significa che Levi abbia rinunciato a introdurre molti dei motivi che sono più cari. “Se non ora, quando?“ E il libro su cui Levi ha investito di più di cui a seguito le fortune con maggior trepidazione. Il romanzo ottiene un successo immediato e riceve il premio Viareggio e il premio Campiello. Alcuni studiosi si soffermano sulla connotazione epica del romanzo che rimanda la tradizione ebraico-orientale, con il suo senso dell’assenza e dell’esilio l’incertezza d’ogni punto di riferimento anche a quella tensione di futuro e con la sua caparbia risolutezza nell’affermare il presente Rimani Levi l’impressione di non aver completamente centrato il bersaglio e di essersi fermato al di sotto dei suoi libri di testimonianza o anche sui libri di racconti Nell’estate 1982 Giulio Einaudi segue personalmente una collana a lui particolarmente cara, “Scrittori tradotti da scrittori“ e commissiona a Levi la traduzione del “processo“ di Franz Kafka, il libro profetico che aveva annunciato l’orrore di una burocrazia onnipotente e inafferrabile e lo stravolgimento dell’idea di giustizia in atroci parodia: è la burocrazia “grigia“ dei grandi sistemi totalitari che avrebbero creato il lager e il Gulag. La traduzione in sé non è difficile ma riesce dolorosa.mi sembra un libro saturo di infelicità e di poesia che lascia più tristi e più consapevoli di prima. I problemi però legati alla traduzione lo appassionano perché, proprio come l’antropologia, obbligano a comparare i sistemi diversi, quindi assaggiare la potenza espressiva di ognuno. Non si può usare correttamente l’italiano se non si può confrontare con altre lingue. Nel giugno 1984 un momento felice è rappresentato dall’incontro con il fisico Tullio Regge A Torino. Ne scaturisce un vivacissimo dialogo informale che viene pubblicato in autunno nell’edizione di comunità. Levi apporta ricordi preziosi dei suoi anni di formazione, sulla figura del padre e sulla sua attività di chimico Nel gennaio 1985 raccoglie in volumi una cinquantina di articoli apparsi principalmente su “La Stampa“ con il titolo “l’altro i mestieri“. È uno dei suoi libri più godibili. Ancora una volta e Italo Calvino a leggerli con una speciale adesioni, come esempio della sua vita di “enciclopedisti dalle curiosità agili minuziosi e di moralista di una morale che parte sempre dall’osservazione “. La zona grigia Nel suo foro circolare Levi torna al lager un meglio, non lo ha mai abbandonato. Nessuno può chiamarsi fuori da Auschwitz come da qualcosa che non gli appartiene più, la colpa dei tedeschi è la colpa di tutti ed è sempre stata forte e lui la consapevolezza che Auschwitz non è stato un incidente isolato.senti di dover rispondere assegni evidenti che percepisce intorno a se. Alle nuove generazioni l’esperienza della guerra e della deportazione appaiono lontanissime, non più attuali, quasi archeologiche ma il distacco non è soltanto dei giovani. Decide quindi di scrivere un nuovo libro scriveva in cantiere già da molti anni
sommersi e i salvati
Con gli anni infatti l’esigenza di un’indagine ancora scrupolosa era diventata il lui assillanti: lavora sull’uomo com’è. Le conosce limiti e le debolezze ma non ne fa oggetto di condanna moralistica la via di fuga nel perdono e nella soluzione che di fatto significa rinunciare a capire. Mette in discussione anche e soprattutto se stesso: non si perdono nulla, i piccoli furti della sopravvivenza o la goccia d’acqua negata ad un compagno. Non giudica gli altri ma con se stesso quasi spietato. Torna ad analizzare fino in fondo il sentimento di vergogna che provavano i sopravvissuti: riafferma il concerto c’è tante volte espresso che “sopravvivevano di gran lunga i peggiori, gli egoisti, i violenti, i collaboratori della zona grigia“.smonta e rimonta meccanismi della memoria per denunciare la loro intrinseca debolezza Gli stessi prigionieri non sono i testimoni ideali E non per loro colpa. Potevano difficilmente acquisire una visione d’insieme del loro universo. Chi poteva avere una visione più complessiva apparteneva alla categoria dei privilegiati che di solito finivano a serviti. I migliori storici dei lager sono stati coloro che sono riusciti a raggiungere un osservatorio privilegiato senza piegarsi a compromessi La memoria umana è uno strumento fallace: i ricordi non sono incisi nella pietra ma tendono a modificarsi e a cancellarsi. La stessa memoria delle vittime rimuove le ferite più gravi chiama soffermarsi sui momenti di pace e tranquillità. Le vittime non sono automaticamente buone per il fatto di essere tali Non esistono ruoli definibili con chiarezza: vittime, carnefici e gente comune si incontrano nella zona neutra in cui si aggirano figure miserevoli o patetiche che tuttavia non appartengono all’area dell’eccezionale di una pur degradata normalità.è quella che Levi, con una definizione destinata a diventare un pilastro dell’antropologia contemporanea, a classificato come la “zona grigia“, il terreno ambiguo della fascia intermedia tra chi comanda e chi subisce in cui le responsabilità non sono nettamente distinte Le conclusioni non sono tranquillizzanti: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo, questo il nostro di quanto abbiamo da dire. Dura 10 anni la stesura l’assemblaggio di testi che, nati in occasioni differenti, vengono ripensati e messe. In otto densi capitoli.le parole, misurati prosciugate come non mai, sembrano scolpite nel granito: virgolette aperte l’autore di sé questo è un uomo e la tregua a pensato per quarant’anni questo libro che ora turba illumina le nostre coscienze… Un tentativo di riflettere globalmente sulla portata, il significato, le cause e le conseguenze della massimo mostruosità perpetrata dal genere umano contro il genere umano Alla fine del suo percorso scrittorio, lei mi sembra voler assumere ancora una volta i panni del bastian contrario, che si muove in controtendenza non appare mai dove te lo aspetti: nell’immediato dopo guerra, quando l’Italia è immersa nel fervore di una difficile ricostruzione ci chiede di portare lo sguardo su quello che appena capitato. Verso la fine degli anni 50 scrive racconti che hanno l’aria del divertimento scientifica e sfida ipocrisia del politicamente corretto chi lo vorrebbe fissato nel santino del martire e del testimone. Negli anni di piombo osa affermare che il lavoro non è soltanto schiavitù e alienazione. All’inizio degli anni 80 quando l’età craxiano celebre fasti di un nuovo superficiale edonismo torna sotto porci una tragica verità: Auschwitz è sempre Nel settembre 1986 a Torino riceve la visita di Philip Roth che Rita allevi gusto della scrittura che sembrava appannato: riprende a scrivere delle lettere scientifiche dedicati a una gentile signora, al modo in cui i dotti del 700 spiegavano con linguaggio accessibile i fenomeni della fisica quotidiana(la prima lettera risale al febbraio 1986). Ritorno in queste lettere scientifiche il tema della simmetria che aveva costituito l’argomento della tesi di laurea.