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Riassunto del contenuto del secondo libro dell'Emilio di Jean - Jacques Rousseau.
Tipologia: Sintesi del corso
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Libro II Il secondo libro dell’Emilio è dedicato a un’età compresa approssimativamente tra i 3 e i 12 anni, durante la quale il bambino impara a muoversi e a parlare. Rousseau sostiene che l'educazione del bambino deve essere caratterizzata dall'impiego di una pedagogia che non si basa su alcuna costrizione, ma che avviene nel rispetto della spontaneità e nella libertà vissuta dal bambino come conquista. L’educazione segue una metodologia che porta allo sviluppo dell’infante sulla base della autonomia, autenticità e libertà, evitando di forzarne lo sviluppo, facendolo invece sentire libero di agire e di pensare di aver conquistato da solo le cose, mentre sarà in realtà saldamente controllato in tutte le sue azioni. Rousseau chiarisce verso la fine del secondo libro cosa effettivamente significhi il suo metodo allorché arriva a paragonare il suo allievo ideale al piccolo selvaggio in contrapposizione al giovane educato secondo il metodo tradizionale da lui identificato nel contadino che “non agisce che per routine”, che obbedisce a chi lo comanda e che ripete passivamente quello che ha visto fare al suo genitore. Al pari del contadino il giovane educato secondo il metodo tradizionale avrebbe una vita “pressoché automatizzata”, nella quale l’abitudine e l’obbedienza tengono il posto della ragione. Ben diversa è la condizione del bambino educato come un selvaggio. Questo non deve obbedire ad alcuno, non segue altra legge che non sia la sua volontà e, cosa più importante, “non fa un passo senza averne considerato prima le sue conseguenze”. “Nelle educazioni più accurate”, scrive Rousseau, “il maestro comanda e crede di governare: è invece il bambino che governa”. Con il metodo del bambino selvaggio, invece, accade esattamente il contrario. Il maestro lascia credere al fanciullo di essere il padrone, ma al contrario è il maestro che tiene “le redini in pugno” a distanza. D’altra parte, prima dei 12 anni di età, i veri maestri di filosofia sarebbero i piedi, le mani, gli occhi. La ragione a quell’età è sensitiva e per esercitarla non basta farne uso, bisogna saperla ben utilizzare, imparare a giudicare per mezzo dei sensi. I libri non servono perché insegnano non già a ragionare, bensì a fare uso della ragione altrui. Il primo studio del bambino deve essere al contrario “una specie di fisica sperimentale relativa alla sua propria conservazione” e la prima educazione deve essere appunto quella dei sensi, a partire dal tatto, che è il più diffuso sul nostro corpo, è il più sicuro e supplisce alla vista, poi seguono tutti gli altri sensi. Naturalmente questa impostazione incontrò l’opposizione degli intellettuali dell’epoca, degli illuministi i cui programmi educativi erano sentiti da Rousseau come troppo rigidi e lontani dall’esperienze concrete dei giovani allievi, non in grado di dare a questi un autentico beneficio. Secondo Rousseau occorreva, invece, rispettare la legge di natura e permettere che l’infante assumesse conoscenze, abitudini e norme “ dalla legge stessa delle cose in quanto la natura non insegna mai il male”. Il metodo era, dunque, inattivo e l’educazione era “negativa” nel senso di non fornire precetti, ma di togliere le cattive influenze. L'attività del precettore era indiretta, secondo il principio di “far tutto senza far nulla”, dando l'impressione che le esperienze del bambino fossero casuali. Passando dalla teoria alla pratica, Rousseau faceva notare che l’esperienza di Emilio, in questa seconda fase di crescita, sarebbe stata tutta incentrata sulle emozioni del piacere e soprattutto del dolore. Pertanto è a partire da queste che si sarebbe organizzata la sua educazione. Secondo Rousseau il bambino deve essere lasciato libero di muoversi e di sperimentare le prime piccole cadute che lo aiuteranno a conoscere il dolore fisico, non potendosi, a suo modo di vedere, procurare un danno irreparabile se si fosse fatta attenzione di non lasciarlo mai solo in luoghi
elevati, vicino al fuoco o a contatto di strumenti pericolosi. Egli giudicava negativamente tutte quelle pratiche messe in atto dagli educatori per impedire che il bambino, facendosi male, sperimentasse anche il dolore. Infatti, il giovane che da piccolo non avesse sperimentato il dolore, da grande sarebbe stato “in sua balìa, senza coraggio e senza esperienza si da credersi morto alla prima puntura, alla vista della prima goccia di sangue”. La raccomandazione di Rousseau, a questo proposito, è quella di non accorrere subito al primo grido del bambino per non assecondare la tendenza che si ha in questa età di piangere per un nonnulla. Rousseau osserva che, quando i bambini incominciano a parlare, piangono meno potendo chiedere aiuto con la parola piuttosto che con il pianto. Dunque, sarà bene assecondare questa loro tendenza evitando, almeno per i primi tempi, di avvicinarsi ai piccoli finché piangono così che imparino a chiedere le cose agli adulti mediante la parola. Sempre sul filo di questa pedagogia da lui definita negativa, Rousseau si scaglia contro “la falsa saggezza che sacrifica il presente all’avvenire”, contro l’educazione - da lui definita “barbara” - basata sui divieti e sulle punizioni che rende i giovinetti dei “forzati” condannati a passare nella tristezza e nel pianto “l’età della gaiezza” che non tornerà mai più, oltretutto con il rischio per molti bambini di perire prematuramente senza aver neppure avuto modo di gustare i migliori anni della vita. E chi dice che “tutti questi begli insegnamenti” con cui essi opprimono “il debole spirito del bambino non gli riescano un giorno più perniciosi che utili”? Ancora seguendo questo orientamento Rousseau ricorda che l’uomo aspira alla felicità, ma non può effettivamente ottenerla perché non esiste una felicità assoluta, esiste una felicità relativa allo stato di ciascuno secondo il momento specifico in cui si trova nel suo divenire continuo. La realtà è che nella vita prevale la privazione e che vi è spesso una sproporzione fra il desiderio e le facoltà. Ciò significa che l’unica felicità è quella di non soffrire. “La felicità dell’uomo quaggiù non è dunque che uno stato negativo” che si misura nella maggiore o minore capacità di accontentarsi di quello che si è in un dato momento della vita. Infatti, il problema dell’uomo sta nell’eccesso dei desideri rispetto alle sue reali possibilità e nello squilibrio tra il potere e la volontà. La natura umana, all’inizio della vita, attribuisce a ciascun uomo esattamente i desideri necessari alla sua conservazione e le facoltà sufficienti a soddisfarli. Grazie alla natura vi è un perfetto equilibrio tra potere e desiderio e l’uomo non è infelice. Ma non appena si accrescono nell’uomo le sue facoltà intellettive e cognitive, l’immaginazione, che è la più attiva di tutte, supera le altre. Il mondo immaginario non ha i limiti del mondo reale e la società, la scienza e il progresso lasciano credere all’uomo di poter realizzare in terra ogni cosa desideri. Ma le forze sono limitate e si esauriscono ben prima di arrivare alla meta e la falsa felicità si allontana. Così la società “ha reso l’uomo più debole, non solo privandolo del diritto delle proprie forze, ma anche facendogliele diventare insufficienti”. Per Rousseau l’uomo saggio è quello che, in virtù di un sano amor di sé, rimane al posto che la natura gli ha assegnato nella catena degli esseri e la sua libertà, il suo potere giungono fin dove giungono le sue forze naturali. Cosa dire però del bambino che non conosce i suoi limiti? Quali indicazioni dare agli educatori? Premesso che i bambini, come si è visto, devono poter fare tutto ciò che vogliono liberamente, in quanto la natura ha mezzi per rafforzare e far crescere il loro corpo che non si debbono mai ostacolare, occorre fare molta attenzione a distinguere il bisogno naturale dal capriccio. Questo è il criterio da adottare nel valutare le richieste dei fanciulli: distinguere le cose dipendenti dall’ordine naturale, estranee ad ogni valutazione morale, che non possono mai nuocere alla libertà e non
della proprietà privata ad un fanciullo particolarmente turbolento ed irrequieto che rompe addirittura i mobili e i vetri delle finestre. La migliore educazione sarà, anche in questo caso secondo Rousseau, negativa: il giovane subirà le conseguenze del suo agire, rimanendo privo delle suppellettili che ha rotto, esposto al freddo e al vento delle finestre i cui vetri ha infranto. In casi estremi, visto il suo comportamento, resterà per qualche tempo chiuso al buio in una stanza senza finestre. Così imparerà dall’esperienza ad avere più rispetto per le cose degli altri. A proposito di cosa insegnare ai giovinetti prima dei 12 anni, Rousseau è categorico nell’escludere che essi abbiano realmente la capacità di apprendere i concetti astratti o che siano dotati di alcuna specie di raziocinio che non sia quello connesso al loro interesse presente e sensibile, legato all’esperienza. E non ci si deve far ingannare dall’apparente facilità che i giovani hanno di ricordare, perché “i loro cervelli lisci e tersi riflettono come uno specchio gli oggetti che si presentano loro”. Non sono capaci di giudicare e non hanno neppure una vera memoria, infatti “ritengono dei suoni, delle figure, delle sensazioni, raramente delle idee, più raramente i loro legami”. Inutile insegnare loro la geografia, addirittura ridicolo far studiare ad essi la storia o imparare a leggere (“la lettura è il flagello dell’infanzia”) e a scrivere. Rousseau sostiene che il fanciullo è in grado di apprendere il suono delle lingue ma non le idee che le originano. Per questo motivo non è nelle condizioni di imparare se non una sola lingua. Non dovrà mai mandare niente a memoria. Le favole, a suo giudizio,“presentano una morale così confusa, così sproporzionata alla loro età, che li condurrebbe piuttosto al vizio che alla virtù”, l’ammaestramento che se ne vuol trarre contiene, infatti, idee che il bambino non può afferrare, e la loro forma poetica, se facilita lo sforzo della memoria, non ne agevola certo la comprensione. Rousseau conclude il libro II con una sintesi delle caratteristiche di Emilio al termine di questo periodo. Egli afferma che dopo aver condotto il suo allievo attraverso il regno delle sensazioni sino ai confini della ragione puerile, lo introdurrà verso una nuova tappa, quella dell’educazione intellettuale: il primo passo che Emilio farà oltre questi confini sarà un passo da uomo. Grazie all’educazione ricevuta, Emilio sarà in condizione di vedere le cose come realmente sono, di valutare i pericoli e di conservare sempre il sangue freddo.